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Messalina Serafica
Terapia di coppia. Giochi pericolosi.

Terapia di coppia. Giochi pericolosi.
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Primo capitolo

CAPITOLO I


Le sarebbe piaciuto tantissimo essere definita “normale”.
Una persona normale, come tutte le altre. Senza tanti fronzoli per la testa, senza tanti problemi. Quasi banale, volendo, ma normale.
Eppure non lo era, non lo era per niente. Donna sposata, Linda, in coppia da anni con un uomo tutt’altro che remissivo, anzi piuttosto di carattere. Se l’era scelto così, anni prima, proprio perché attirata da sempre da uomini che sapevano il fatto loro, di polso. Le piacevano i maschi, quelli veri, e credeva di averne infatti trovato uno in Giulio. Quando lo aveva visto per la prima volta, così alto, spalle larghe che le sembrava avrebbero potuto sopportare il peso di una vita intera egregiamente, senza sforzi, aveva subito avuto la percezione fosse quello giusto con cui creare famiglia, casa, gruzzoletto in banca e magari anche un cane in giardino. 
Cose normali, insomma, che ogni donna media sogna da bambina, e spera di ottenere da adulta, si diceva. Matrimonio con il vestito bianco e tantissimi invitati, una bella festa con gli amici e i parenti più stretti, e la cosa era cominciata così.
Ma quando tutte queste cose le aveva ottenute, la sua smania non si era comunque placata.
Perché la realtà era che Linda fremeva. Fremeva dentro, da sempre. Aveva un costante sapore di insoddisfatto in bocca, che le ammorbava il palato e l’anima, e non riusciva a deglutire nulla che l’aiutasse in qualche modo a sentirsi meglio. La sensazione di disagio aumentava con gli anni, e ora era arrivata al massimo storico: sonno disturbato, giornate frenetiche contro le quali non opponeva più difesa alcuna, permettendo allo stress di trapassarla con la stessa facilità con la quale una goccia d’acqua filtra attraverso un telo a trame larghe, imbevendolo parzialmente senza poi asciugarsi, senza possibilità di tornare quello di prima.
Un percorso a senso unico.
E intanto la sua vita stava rotolando. Scatti sempre più frequenti con il capoufficio, del quale cominciava a non reggere neanche la voce, figuriamoci le imposizioni senza senso o addirittura le critiche ingiustificate che le indirizzava soltanto perché, Linda ne era ormai certa, lei era una donna, e minava con le sue capacità il posto di questo responsabile uomo, che in fondo si stava rivelando sempre meno responsabile, e forse anche molto poco uomo. Dito medio alzato con sempre meno parsimonia verso gli automobilisti indisciplinati, immersi come lei nel traffico cittadino, che eppure doveva attraversare in un senso e poi nell’altro per forza di cose. Per non parlare delle imprecazioni che ora dispensava a destra e a manca ogni qualvolta le girava storto qualcosa, o soprattutto qualcuno.
Si rendeva perfettamente conto di essere sempre più tesa, meno tollerante. Stava perdendo il controllo della situazione, era ormai palese.
Lei, la donna-martello che otteneva sempre quello che desiderava, che mirava per colpire al centro senza indugi, stava perdendo ora contro se stessa, senza neanche sapere il perché.
Situazione intollerabile, impensabile.
Avrebbe pagato qualsiasi cifra per poter capire cosa le attanagliasse lo stomaco fino ad impedirle di respirare, fino a farle scendere lacrime incontrollate sulle guance senza poterle ingoiare.
Doveva risolvere questa cosa al più presto. Aveva bisogno di aiuto, subito.
Ma a chi rivolgersi? Il suo medico di famiglia, il dottor Casale, dopo i vari accertamenti di rito le aveva battuto la classica pacca sulla spalla, rassicurandola di godere di una salute ottima.
Salute ottima, animo bacato.
Non si sarebbe fermata lì, Linda. Voleva riprendere la propria vita in mano.
Un prete? Forse un uomo di Chiesa avrebbe potuto aiutarla? Linda non si immaginava a parlare con un prete di cose sue personali, pur non avendo neanche idea di cosa avrebbe dovuto parlare per poter risolvere la sua vita al più presto.
Le rimaneva la possibilità di rivolgersi ad uno psicologo. Forse l’avrebbe potuta sollevare in qualche modo, magari le avrebbe dichiarato l’infermità mentale totale ma almeno avrebbe saputo di essere pazza, e se ne sarebbe fatta una ragione irragionevole.
“Oddio che situazione“  si ritrovò a pensare.
Doveva agire, doveva fare qualcosa. Si fece forza e con tutto il coraggio che le era rimasto da qualche parte, digitò su Google le parole chiave di ricerca “psicologo donna a Torino”. Già le era difficile pensare di parlare con qualcuno di sé, figuriamoci con un uomo. Si ritrovò di fronte ad un numero infinito di nomi, che prese con sgomento malcelato a scorrere, fino a quando uno in particolare non colpì la sua attenzione.
“Sara Gigliotti, psicologa, terapie della depressione e dei disturbi di coppia”.
«Disturbi di coppia?» sorrise involontariamente. Lei non aveva alcun disturbo di coppia, con Giulio. Ma per favore… Il loro rapporto filava liscio come l’olio, senza intoppo alcuno, senza ostacoli, senza scossoni. Non era il medico che faceva per lei, decretò in un secondo.
Eppure Sara Gigliotti le frullò in testa tutto il giorno seguente. Quel nome le comparve in mente come una meta da raggiungere, quasi a calamita. A volte, pensò, le cose importanti della vita capitano per caso, senza una spiegazione. Capitano e basta. Così come le persone. Le persone entrano nella nostra vita apparentemente senza motivo, per poi rivelarsi invece fondamentali per la nostra evoluzione, che senza di loro non sarebbe stata la stessa, o per lo meno non sarebbe avvenuta con gli stessi modi, ritmi e velocità.
Si decise quindi a comporre infine il suo numero di telefono, senza sapere cosa dire, come presentarsi, come spiegarsi. Semplicemente digitò sulla tastiera del cellulare un numero dietro l’altro, istintivamente, e quando sentì il tipico suono che preannuncia la chiamata inoltrata, rimase in attesa interrompendo il respiro per non far rumore, quasi a non farsi cogliere impreparata ad un’eventuale risposta.
Che arrivò. Le rispose una voce calda, morbida, di donna giovane ma matura.
«Dottoressa Gigliotti? Parlo con lei? Ehm… buona sera… io ho trovato il suo numero su internet e… dunque, in pratica non so perché la stia contattando, forse ho solo bisogno di parlare con qualcuno che mi ascolti» esordì a raffica Linda, non appena la dottoressa emise il suo «Pronto?» sensualissimo da fumatrice accanita.
«Mi piacerebbe tanto sapere il suo nome, che ne direbbe di cominciare da lì?» le propose il medico, sistemandosi con l’indice gli occhiali, scivolati lievemente lungo il naso importante, ma piacevole alla vista.
«Ovvio, che sbadata che sono… mi chiamo Linda, Linda Guibert. È possibile incontrarla personalmente? Magari questa settimana? Magari oggi? Ecco, oggi sarebbe grandioso se lei potesse ricevermi…» attese speranzosa in silenzio il ritorno di quella voce vellutata, quasi senza respirare. Nessun movimento sulla sedia, divenuta improvvisamente scomoda. Secondi interminabili durante i quali si ritrovò ad ascoltare soltanto il battito del proprio cuore, fino a che non udì un:
«Ma certo, volentieri. Venga nel mio studio alle 17. L’attendo.» Le rispose la voce vellutata, prima dei saluti di commiato veloci.
La ringraziò, improvvisamente sollevata. Ora aveva un target per la giornata: far arrivare le ore 17 e vedere cosa si poteva fare della sua vita e soprattutto poteva tornare a respirare e muoversi.
Non fu facile. Il tempo non passa mai quando si vorrebbe scorresse via veloce, mentre sfugge dalle mani quando vorremmo si fermasse.
E quando finalmente l’orologio indicò le 16, afferrò la giacca di renna che al suo arrivo in ufficio aveva abbandonato sulla spalliera della sedia, rivoltandola accuratamente esponendo la fodera all’esterno per evitare che la morbida pelle fosse vulnerabilmente attaccabile da eventuale sporco, la scrollò un secondo prima di indossarla, e si fiondò nel traffico quasi correndo, incapace di trattenersi oltre.

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