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Marco Peluso
The writer

The writer
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Primo capitolo

I


Attorno a me pulsavano in maniera frenetica centinaia e centinaia di voci. Era come sentirsi in una centrifuga assieme a uno sciame di mosche ronzanti. Rumori indefiniti! Voci mischiate. Parole senza senso. E nelle mie orecchie, nella mia testa, dentro di me, ancora voci! La voce di una donna. Parole inutili, vuote, capaci di dilaniare la mia stanca anima
«Ha capito? È da stamani che non mi funziona internet.»
Non risposi subito. Sbuffai silenziosamente, fissando il monitor del computer, mentre attorno a me altre voci continuavano a gracchiare con fare sorridente, cortese, fasullo.
«Ho capito, signora» risposi. Anche io in modo gentile. Anche io sorridendo. Anche io, costretto a farlo!
Ero in gabbia! In trappola. Incatenato per le palle lì in un dannato call center. Un pollo ficcato in un grosso stabile dalle pareti bianche e rosse, assieme ad altri trecento polli. Per sei, otto ore al giorno. Cinque giorni su sette. Costretto a sorridere e aiutare brava gente civile che aveva immani problemi come il non riuscire a connettersi da un merdoso cellulare, proprio come la mia nuova amichetta speciale lì dall’altra parte del monitor. Invisibile. Inutile. Identica a tutte le voci che a ripetizione, ogni giorno, sentivo insinuarsi nel mio cervello da delle dannate cuffie ficcate sulla mia testa.
«Bene, signora,» ripresi «ha già provato a spegnere e riaccendere il cellulare?»
La mia nuova amichetta speciale rimase in silenzio per qualche istante, come se stesse pensando a chissà quale immenso mistero.
Poi la sua voce da ebete tornò… Purtroppo! Colpendomi in pieno volto.
«Ehm… Veramente non ho ancora provato.»
E stavolta fui io a non dire niente. Per uno, due, tre, forse addirittura cinque secondi, mentre attorno a me quelle stramaledette voci continuavano a trapanarvi il cervello.
“Beh, dannata troia, magari se tu avessi un fottuto cervello lo avresti capito da sola, no? Ma la tua testa di cazzo è troppo piena di merda per pensare a qualsiasi cosa, non è vero? Dillo che sei una fottutissima testa di cazzo! Dillo, prima che venga lì a ficcarti quel dannatissimo telefono su per il culo.”
Ecco cosa avrei voluto dirle! Ma come ogni volta, come tutti lì dentro, sorrisi ancora, continuando a essere gentile. Continuano a essere il migliore amico di quella sconosciuta.
«Okay, signora, lei provi a spegnere e riaccendere il suo cellulare. E se dovesse avere ancora problemi, scriva “chiamami” al messaggio che le sto per inviare, e la chiamerò personalmente per aiutarla.»
«Va bene! Lei è stato davvero gentile.»
«Si figuri, signora, sono qui per questo! Qualsiasi cosa non esiti mai a contattarci.»
«Grazie mille. Gentilissimo!»
«Grazie di nuovo a lei, signora. Le auguro una buona serata.»
La stronza salutò e mise giù. Io sospirai, mandandola a fare in culo, se pur solo nella mia testa, per poi muovere le dita sulla tastiera davanti a me piazzata su di una piccola postazione bianca e rossa, mandando così il messaggio d’aiuto alla mia cara amica.
Sospirai, fissando il monitor e stringendo la testa tra le mani. Senza vedere niente! Sentendo solo voci attorno a me. Nauseato. Divorato da un senso di vuoto indescrivibile. Scosso da atroci vertigini. Sentendomi come sul ponte di una nave scossa da tremende onde.
Mi feci forza. Dovevo farmi forza! Erano otto anni ormai che mi facevo forza, e solo perché costretto a pagarmi da vivere. Solo perché non ero altro che un inutile pezzo di carne tra sette miliardi di inutili pezzi di carne. Un mister sconosciuto! Uno costretto a sorridere e ascoltare altri sconosciuti pur di pagarsi da vivere, proprio come altri trecento sconosciuti lì con me. Uno accanto all’altro come in un grande pollaio. Seduti davanti a postazioni larghe circa un metro. Fissando un monitor, sorridendo, e parlando con altri sconosciuti.
Da impazzire!
Sì, ma non potevo farlo. Mancavano ancora due ore prima delle ventidue. Prima della fine del mio turno di lavoro. Prima che finisse la mia quotidiana missione per aiutare la gente, rendendo così il mondo un posto migliore.
Dunque mi feci coraggio, cercando di non sentire le parole di una tipa seduta alla mia destra, e quelle di un ciccione seduto alla mia sinistra, né quelle di quel branco di pecore che belavano attorno a me, o di altri schiavi che percorrendo quella sala urlavano contro noi incitandoci a servire al meglio i nostri amati amici. E di farlo in fretta! Di aiutare il più gente possibile. Di sentire più persone possibili così da fra guadagnare tante bei soldini alla nostra amata azienda.
Cristo, avrei voluto uccidere tutti! E probabilmente persino coloro che ci governavano avrebbero voluto farlo.
Eravamo tutti schiavi di qualcuno, chi un modo e chi in un altro. Tutti costretti a servire qualcuno. Tutti costretti a sorridere a qualcuno. Tutti costretti a leccare il culo a qualcuno pur di guadagnarsi il diritto a sopravvivere.
E continuai a farlo! Ancora una chiamata. Ancora un pugno dritto in faccia.
«Benvenuto in Wordfone, sono Marco, operatore 48471. In cosa posso esserle utile?»
La frase di ogni giorno! Da dire cinquanta, sessanta volte al giorno ad altrettanti amici/sconosciuti. E come sempre, dall’altra parte, ancora voci nauseanti. Ancora immensi problemi da risolvere. Ancora gente disperata perché non riusciva a connettersi da uno stracazzo di cellulare, o perché pagava troppo una dannata promozione che gli permetteva di telefonare ad altri inutili deficienti come loro.
E io li aiutavo! Sì, aiutavo tutti. Ero il loro eroe, il loro amico, il loro salvatore.
Sorridevo, ascoltando quella gente che avrei volentieri ucciso. Casalinghe represse, mocciosi del cazzo, lavoratori incazzati: la brava gente del mondo!
Io invece ero cattivo! Non avevo un televisore, non avevo un’auto né una casa presa con il muto. Odiavo i romanzi harmony. Odiavo parlare con la gente. Odiavo quella gente del cazzo che mi telefonava, e ancor più la gente attorno a me.
Sì, ero Ottis Toole, ero Charles Manson, Ted Bundy, Rod Ferrell.
Ero sbagliato! Una macchina difettosa. Un pezzo di merda da gettare nelle fogne.
Eppure, lì dentro, per la gente con cui parlavo io ero qualcosa di utile. Un ingranaggio necessario. Un cyborg utile per farli sentire voluti, speciali, dei cazzo di sovrani e non solo degli inutili pezzi di carne come me.
Beh, non mi conoscevano. Non potevano saperlo che avrei voluto farli fuori a uno a uno, ed erano troppo stupidi per immaginarlo. Mentre coloro che stavano accanto a me. I miei colleghi. I miei compagni di battaglia. Loro lo sapevano eccome! Sapevano di avere a che fare con un macchinario difettoso. Con uno squallido e perverso asociale che odiava loro, quel posto, e il mondo intero.
Ero pazzo! Sì, almeno così mi definivano quelli: colleghi o superiori. E a me la cosa andava bene! Mi permetteva di avere meno rotture di palle. Perché un pazzo viene lasciato in pace, e se ha un contratto di lavoro non puoi neanche mandarlo a fanculo. Devi sopportarlo! Convivere con lui cercando di compatirlo.
Così ero compatito! I superiori mi compativano, sopportando i miei modi sciatti. Mentre i miei amati colleghi cercavano di evitarmi. Di avere a che fare con me il meno possibile.
Sorrisi, battute, a volte qualche chiacchiera, a volte…  Niente!
Tutti costretti a stare assieme.
Mi venne quasi da sorridere vedendo la stronzetta seduta accanto a me fissarmi di nascosto con aria disgustata. Vedendomi stravaccato su quella sedia. Grattandomi la folta e incolta barba mentre parlavo con la mia amata amica sconosciuta, facendo cadere sui miei stracci piccoli granelli di forfora.
Se ne andasse a fanculo! Lei e la stronza che avevo in linea. Solo che non potevo mandare a fanculo nessuno di loro, almeno se volevo continuare ad avere un tetto sotto il quale vivere.
Restai buono. Ancora un sorriso alla mia nuova amica oltre al monitor. Poi un saluto.
Chiusi la chiamata e mi alzai, camminando tra quei polli che continuavano a gracchiare e sorridere. Arrivando alla fine di una lunga fila di postazioni piene di polli.
Mi avvicinai a una scrivania dove stava seduto uno dei  nostri schiavisti. Uno schiavo pagato per domare altri schiavi. Un coglione probabilmente più nella merda di me e degli altri polli.
«Vado al cesso!» gli dissi, costretto a chiedergli il permesso a trentaquattro anni suonati anche per andare a pisciare, proprio come se fossi un moccioso alle elementari.
Lui acconsentì, senza guardarmi, fissando un monitor. Sapendo che essendo io pazzo potevo dire la parola “cesso”, purché non la dicessi ai miei amati amici telefonici. Purché continuassi a trattarli bene e amarli, e non rompessi il cazzo ai colleghi.
Avanzai nuovamente tra quell’orda di polli intenti a parlare sorridendo a nuovi amichetti. Fissandoli con fare disgustato. Desiderando di prenderli a coltellate. Di spaccare quelle loro teste di cazzo che in un certo modo mi ricordavano di non essere altro che un inutile fallito.
Ma continuai a fare il bravo. Raggiunsi il cesso, chiusi la porta, e senza calarmi i miei lerci jeans mi misi a sedere sulla tazza.
Non dovevo pisciare né cagare! No, volevo solo stare da solo. Lontano da quelle voci. Lontano da quella gente. Lontano dal mondo!
Sospirai, fissando le mattonelle bianche davanti a me. Desideroso di fumare. Magari di bere. O ancora, di masturbarmi.
Non potei fare niente di ciò! Così, giusto per passare il tempo, tirai fuori dalla tasca il mio cellulare.
Ventunesimo secolo! Ecco, non avevamo le auto volanti come ci avevano fatto sognare da piccoli, ma in compenso qualcuno aveva capito cosa desiderava per davvero la gente.
Essere speciali! Sempre al centro dell’attenzione. Non essere mai soli.
Beh, anche se ero un disadattato a cui non fotteva un cazzo di niente e nessuno, non ero certo immune da quel virus che da sempre devastava il genere umano. No, anche io ne ero parte. Anche io ero nel mondo, in un modo o in un altro.
Andai su internet. Social network, posta elettronica e altra roba simile.
Pane quotidiano!
Ma non trovai niente di utile. No, solo pubblicità nella casella di posta elettronica, e stronzate scritte da qualche stronzo su di un social network.
Rimisi il telefono in tasca e sospirai, fissando il vuoto e alzandomi dal cesso.
Tirai l’acqua e uscii da lì, lavandomi persino le mani come se avessi davvero pisciato, per poi tornare al mio posto di combattimento, pronto a salvare il mondo.
Mi guardai attorno con fare disgustato. Mi sembrava di stare in una centrifuga. Tutto girava! Attorno a me quei volti sorridenti giravano vorticosamente, e così le loro parole, i loro sguardi, i loro sorrisi.
Ero in trappola! Sì, quella era la mia vita, e non sarebbe mai cambiata.
Avrei passato tutta la mia vita in un posto simile. Facendo cose odiate solo per tirare avanti. Vedendo e ascoltando persone odiate solo per pagarmi da vivere.
Abbassai il capo, sospirando e piazzandomi le mani sul volto.
Cristo, come non desiderare di uccidersi? Come non desiderare di farla finita, pensando a decenni in gabbia? Facendo sempre cose non volute. Meccanicamente. Solo per pagare cibo, casa, bollette, scopate: la vita!
Nessun sogno Americano! Niente di ciò che sognavo da bambino era successo. Non ero un astronauta, un cantante, un attore, un calciatore, un supereroe.
No, ero solo un inutile fallito! Un povero deficiente come tanti. Come tutti quei coglioni lì dentro.
Alzai lo sguardo e li fissai. Cristo, come facevano a non provare i miei stessi sentimenti? Come facevano a non sentirsi morire al pensiero di essere stati presi in giro? Di non essere affatto speciali come diceva la tv o qualche cazzo di patetico romanzo. Di non essere niente! Di essere solo dei poveri coglioni costretti a fare cose non volute per tutta la vita, solo per sopravvivere, finché non sarebbero poi crepati sparendo nel nulla. Magari ricordati da qualcuno per un paio di anni. E infine, non lasciar altro che una lapide di marmo coperta di polvere, e con sopra fiori appassiti proprio come la loro vita.
Mi venne da sorridere cinicamente, guardando quei deficienti. Pensando alla mia vita. Sapendo di non avere il diritto neanche di piangere o urlare. Sentendo poi una mano dietro di me, sulla mia spalla.
Mi voltai lentamente, trovando piazzato davanti a me un grosso sorriso e uno sguardo pieno di comprensione. Un fasullo sorriso e uno sguardo pieno di falsa comprensione piazzato sul viso di un coglione.
«Covello, tutto okay?»
Io annuii.
«Solo un po’ di mal di testa» gli risposi, rimettendomi le cuffie in testa.
Lui sorrise ancora. Mi fissò qualche secondo, continuando a sorridere, e poi si tolse dal cazzo.
Pericolo scampato! Non stavo per dar di matto, magari tirando fuori una pistola dalla mia tracolla così da massacrare tutti.
No, continuai a darmi da fare per salvare il mondo. Continuai a sorridere per rendere felice il genere umano. Continuai a star lì ascoltando voci provenire da ogni dove. Desiderando di piangere. Di gettarmi a terra e piangere.
Strinsi i pugni, letteralmente! Come a voler stracciare via la realtà. Cercando di sopportare lo scorrere di quelle ore, pietrificato al pensiero che una volta finite sarebbero comunque ricominciate l’indomani, e forse così per tutta la vita. E proprio come ogni giorno, dopo sei ore: dalle 16 alle 22, il mio inferno finì. O almeno lì dentro. Almeno quell’inferno.
Fui il primo a uscire fuori da quel posto. Senza salutare nessuno. Senza guardare nessuno.
Ambiente giovanile, solare e dinamico: ecco come venivano definiti i call center negli annunci lavorativi. E molti dei coglioni lì dentro cercavano in ogni modo di rendere veritiera quella stronzata. A loro piaceva essere solari, anche se non avevano nessun motivo per esserlo. E piaceva fare nuove amicizie, se pur fasulle e passeggere. Piaceva parlare tra loro. Piaceva star assieme a sconosciuti incontrati lì a lavoro: amicizie nate per la costrizione a passare assieme il più delle ore della propria giornata. Il più della propria esistenza.
Io volevo solo bere! Ubriacarmi. Non pensare a un cazzo di niente.
Ma come detto, quello non era il solo inferno.
Mi misi per strada. A piedi, attraversando a passo veloce un lungo e buio vicolo. Cercando di non guardare niente. Cercando di non pensare a niente.
Uscii fuori da quel vicolo, mettendomi in una strada più grande. Uno stradone che portava alla stazione centrale di Napoli. Lì dove abitavo.
Luci giallastre di vecchi lampioni illuminavano i decrepiti palazzi ai bordi delle strade, fabbriche in rovina o abbandonate, e le auto che sfrecciavano ogni tanto: il più per tornare a casa dopo una giornata di lavoro, o magari andare a puttane prima di tornare dalla propria amorevole famiglia.
Passai proprio davanti a una di quelle amabili signorine. O meglio, beh… Non era proprio una signorina. Era un uomo alto, magro, e con delle grosse bocce. E nonostante fosse Gennaio, quello se ne stava seduto nella sua auto solo in biancheria, attendendo qualche bravo padre di famiglia desideroso di sbatterglielo in culo.
Gli passai avanti. Non era il mio tipo! E non avevo soldi da spendere per scopare. O almeno, non quel genere di soldi!
Continuai ad andare avanti, ignorando il mio amichetto dalle tette grosse e le palle che fuoriuscivano dal suo perizoma nero. Camminando da solo, in silenzio, lungo quella strada piena di rifiuti. Una strada che sembrava uno scenario post-apocalittico.
Cristo, ero il solo a camminare lì in mezzo a quell’ora di notte. Non c’era nessun altro! No, persino i Rom che normalmente andavano in giro spingendo carrozzini con sopra dei grossi scatoloni erano spariti. E così i tossici, i barboni, e ogni altro pezzo di merda ben lontano dalla brava gente che lavorava con me in quel cazzo di call center.
Ero solo! Ma non me ne fotteva un cazzo. Anzi, stavo meglio! Stavo meglio da solo a girare in quell’inferno. Da solo nel nulla. Fissando il vuoto innanzi a me e calpestando rifiuti a ogni passo.
Accesi una sigaretta, continuando a camminare. Desiderando solo di tornare a casa per spogliarmi, mangiare, e poi tirarmi una sega.
Piccole cose! Forse cose inutili. Magari solo patetici rituali per tenersi in vita. Probabilmente un modo per anestetizzarmi. Per non vedere la realtà che mi stava inghiottendo.
Eppure ero lì! E la realtà mi seguiva a ogni passo, vera e incisiva. Il mio essere un fallito. Uno schiavo. Un inutile pezzo di merda che viveva solo per soddisfare i propri bisogni, o anche solo le proprie voglie.
E le mie voglie mi ringhiarono contro! Violentemente. Fino a stracciarmi le budella dalla pancia.
Il mio cellulare prese a squillare dalla tasca del mio lungo cappotto di pelle nera. Io sbuffai, senza fermarmi, continuando a camminare a passo veloce nonostante l’affanno. Sapendo già chi fosse dall’altra parte del telefono. Sapendo già cosa stava per succedere. Sentendo la  mia pelle sudare, il cuore battere, il terrore inondare il mio cuore di fiele.
Tirai un grosso respiro, senza fermarmi, e allungando la mano nella mi tasca.
Tirai fuori il telefono dalla tasca del mio jeans e me lo piazzai contro l’orecchio, pigiando un tasto, pronto a fiondarmi in un nuovo inferno.
«Ehi, dov’eri?»  mi chiese dall’altra parte una voce aggressiva. Una voce da donna!
Io ansimai, senza fermarmi, affannato e stanco. Sempre più stanco di tutto!
«Anto, ho lavorato fino alle dieci. Te l’ho anche detto oggi quando ci siamo sentiti.»
Ci fu un attimo di silenzio. Mi sembrò di percepire la sua rabbia dall’altra parte del telefono. Il suo stare lì ferma, nella sua bellissima stanza pulita e profumata. Nella sua meravigliosa casetta di papino e mammina. Nel suo letto dalle lenzuola fresche. In pigiama. Muovendo nevroticamente le sue magre e sode gambe pensando a quale fosse la balla che le stavo raccontando.
Era amore! Vero amore. Lei, la mia amante da più di un anno. Io da solo, lei la bellissima ragazza amata da tutti. Fidanzata da otto anni con un coglione qualsiasi che le teneva la briglia corta.
E io chi ero?
Ero il pazzo! Sì, un pazzo asociale. Ma quando un pazzo asociale snobba una donna desiderata da tutti, beh, questa finisce per interessarsi a lui.
È una sfida! Questione d’orgoglio, né più né meno. Ma nel tempo ci s’illude che ci sia altro oltre la voglia di possedere. Qualcosa di nobile! Qualcosa di vero. Qualcosa che non ci faccia sentire vuoti e squallidi.
Ma non c’era niente di tutto ciò. Io lo sapevo, lei lo sapeva. Ma ormai anche nel nostro essere amanti era subentrata l’abitudine a furia di sentirci ogni giorno, per due, tre, quattro volte.
Lei era il mio amore, e io il suo! E come tale io dovevo essere solo suo. Poco importava se si fottesse un altro o no. Io ero suo! Una sua proprietà. Il suo unico amore da sposare. E come tale, non dovevo fissare altri culi. Non dovevo fottere altri culi. Non dovevo pensare che a lei, avvisandola di ogni mio spostamento.
«Hai detto che avresti finito alle nove. Lo hai detto!» riprese.
«No, Anto, ho detto alle ventidue!»
«Sono solo balle! Balle, e lo sai bene! Dove sei andato? Con chi ti sei fermato a parlare?»
«Non mi sono fermato a parlare con nessuno, Anto. Ho finito alle ventidue.»
«Stronzate! Tu eri con qualche ragazza. Ah, sì, lo sento! Tu credi di potermi fregare, non è vero?»
«No, non lo credo, Anto. Non credo di potetti fregare» le risposi, continuando a camminare. Rispondendole con fare sempre più stanco. Ormai abituato a quella cazzo di storia.
Lei sbuffò con una forza tale che mi sembrò di percepire il suo alito al di là  del cellulare.
«Potrei avere chiunque voglio. Chiunque! Lo sai, anche ora! Potrei scendere e farmi chi  voglio pur di fartela pagare.»
Mi fermai di scatto. Fissai la strada deserta innanzi a me. I lampioni dalle luci opache e le auto che passavano di tanto in tanto.
Basta, non ne potevo più. Quelle voci non si fermavano mai. Mai! Erano ovunque. In ogni luogo. In ogni dove. Proprio come se un dentista mi stesse trapanando un dente.
Mi sentii di scoppiare! Il mondo mi si stringeva contro, e io sentivo il peso della sconfitta schiacciarmi. Sentivo quella dannata e stramaledetta vita piombarmi addosso come un macigno di tremila chili.
«Fai quello che cazzo ti pare, Antonella!» le risposi. E lei rimase in silenzio. La reginetta del ballo aveva perso la sua corona e ora si trovava da sola in mezzo alla folla come se fosse un niente, consapevole che il suo dominio su di me stava ormai svanendo. Conscia che il suo Pinocchio stava per diventare un bambino in carne e ossa, abbandonandola. Abbandonando il suo dominio.
Restò in silenzio qualche istante. Un secondo, forse due, forse tre. Non lo sapevo! Non vedevo altro che il vuoto davanti a me. Qualche barbone cominciare a percorrere quelle strade. Qualche puttana che la vendeva per la strada. Qualche inutile brava persona che tornava a casa per lamentarsi della propria giornata merdosa, così da poterle dare un senso sentendosi il sovrano di un fasullo castello.
E poi ci fu un boato! Un rumore che conoscevo sin troppo bene. Un terremoto capace di travolgere l’animo del più spietato dei dittatori.
Lo fece!
Io ero inerme. Sapevo cosa stava per succedere, ma non riuscivo a contrastare la sua forza. Il suo ardore. Il suo profumo. Il suo corpo. Il pensiero di lei tra le mie braccia.
Cominciò a piangere! Cominciò a piangere a dirotto, singhiozzando e strascicando piccole parole come se stesse soffocando.
«Ma… Ma… Marco! Ti… Ti prego!» cominciò a borbottare piangendo.
Io accesi un’altra sigaretta, fottendomene di quella appena spenta. Sapendo di essere preso per le palle. Sentendo le sue lacrime ascoltate centinaia di volte. Desiderando di spaccarle la faccia, ma senza riuscire a pensare ad altro che a lei tra le mie braccia.
«Ho voglia di te» mi sussurrò con voce maliziosa, pur singhiozzando ancora.
Era il suo comando. La sua parola magica. La stretta delle briglie attorno alle mie palle.
E lei lo sapeva! Era la sua arma, e sapeva come usarla. Come mettermi al tappeto in un attimo.
Ko alla prima ripresa. Che coglione!
Sì, un anno in quell’inferno e non avevo capito un cazzo di niente. Ancora incapace di resisterle. Pronto a farmi massacrare dalle sue menzogne pur di gustare la sua pelle profumata. Pronto a servirla come un merdoso cagnolino pur di sentirla mia.
E lo feci!
Sospirai, lei sorrise, capendo di aver vinto ancora una volta.
«Non litighiamo più» riprese.
Io cominciai nuovamente a camminare in quella notte dove a nessuno fotteva un cazzo di me. Da solo. Con lei, ma comunque da solo.
«Perché non vieni qui da me? I miei non ci sono. Sono andati a un matrimonio e torneranno tardissimo.»
«E tu perché non ci sei andata?»
La sentii fare un verso come se stesse scuotendo le spalle e facendo una smorfia.
«Beh, sono amici loro. Io non li conosco!»
«Capisco. E come sei messa? Sei in pigiama?» le chiesi, sentendolo già duro nei calzoni.
Lei lo avvertì. Sapeva di essere la regina. La sola e unica Dea. La mia stramaledetta circe.
«Ho il perizoma verde. Quello che piace a te!»

Segue

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