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Tortelli & Porcelli. Il valzer dei profeti, della liceale e del porco ubriaco

Tortelli & Porcelli. Il valzer dei profeti, della liceale e del porco ubriaco
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Primo capitolo

IL  SETTIMO TORTELLO
 
Bocca impastata.
Normale titolo di coda di serate da fiumi di gutturnio ed Unicum.
Però, però troppo impastata, ustiàsa, par fin sabbia...
Ptchua! Sputacchia... Madunàsa! È sabbia, non ci sono dubbi.
Apre gli occhi di colpo, una luce della madonna. Oddio la luce che può esser la luce del bianco e nero. A tutte le maniere una gran luce imprevista, non certo il buio della sua tana...
Per ripararsi dall’inaspettata violenza del sole avvicina la mano agli occhi e alla fronte, e gli sembra di percepire un profumo antico ed affettuoso. Se non fosse sicuro che non è possibile, gli parrebbe proprio di sentire tra le dita l’amatissimo profumo del succo di ciprigna.
Ci vuol poco a capire che qualcosa non gira per il verso giusto...
Anche il sottofondo... lui aveva messo Mehldau e qua si sentono le onde del mare. Sarà mica un disco new age di quelli che piacevano alla Belva, tra candele, incensi e tisanine? Meglio la morte, allora…
C’è anche il profumo salmastro, però...
Gli occhi si aprono, le immagini vanno lentamente a fuoco.
Il povero Luca detto Treno è esterrefatto: si era addormentato sul solito, fido divano e adesso si trova in spiaggia, bello lungo come un cotechino in tavola.
Finisce di sputare la sabbia che ancora gli si annida traditora tra le auguste ganasse e poi fa per alzarsi su.
Catamaledìsa!
Sollevarsi è uno sforzo immane, neanche avesse un pigiama di ferro.
Ricatamaledìsa!
Ma è vestito di ferro! È in armatura con la cotta di maglia, i gambali e tutto l’ambaradan medievale!
E poi... e poi... e poi sarà come morire... scherza Luca detto Treno, gorgheggiando giorgiamente, accennando pure ad un immobile sculettìo. Ma non riesce a darsi coraggio, che le gambe tremano e non è solo lo sforzo supplementare di reggere il corpicione e l’armatura...
Il mondo è grigio, il mondo è blu... sta di fatto che il tecnicolor non c’è più. Luca continua a scherzare tra sé e sé, ma si è drammaticamente convinto di non essere dentro un vecchio film con Audrey Hepburn, o meglio d’essere dentro Audrey Hepburn, come aveva sempre sognato, ma di essere morto.
Muove qualche timido e lento passo, si guarda attorno: un cavallo (il suo?) bruca alcuni cespugli, quieto, un giovine atletico giace riverso non distante da lui, vestito da scudiero.
Si avvicina, lo scuote e lo richiama, ma quello non si sveglia.
Non è morto, lo sa. Perché? Mah, lo sa e basta, però quello non si sveglia.
Luca detto Treno si alza allora dalla sua posizione di svegliator genuflesso con immane sforzo che non può che sfogare per la via prediletta: romba nel silenzio spiaggifico un poderoso colpo a grancassa di culo, ben accompagnato dall’armatura che vibra come un piatto lavorato di spazzole dall’impareggiabile polso di Jack DeJonette.
Luca detto Treno vuol proprio morire sull’onda di pensieri musicali.
Un fruscio alle spalle.
Si volta con scatto quasi felino e si trova a due metri una faccia bianca. Terrea e stranamente famigliare.
Un figuro magro, scavato e senz’espressione. Vestito, o meglio avvolto in lungo manto nero.
Non ha la falce. E neanche il martello, buon segno.
Forse.
Luca detto Treno imposta la voce da vero nobile alle crociate.
– Sei dunque tu la Morte?
– Ebbene… sì.
– C’at gness un cancher.
– Conte Primiballi, dignità, per Dio!
–   Mi perdoni la scortesia, Sciùra Tugnina, ma sa com’è,  il ciuffo è il mio... Ad ogni modo, se così dev’esser... Piuttosto, se lei è la Morte, è vero che gioca a scacchi e che non ha mai perso?
– È vero sì, non ho mai perso. Perché? Avresti forse anche l’ardire di sfidarmi?
–   Come? Et màt? Dicevo così per dire. Seriamente, non penserà che io perda il mio preziosissimo tempo attorno ad un tavolo non imbandito? Ci fossero almeno i pedoni di ciccioli e la scacchiera di polente, beh... uno un pensierino ce lo fa, ma così...
– ...
– Cara la mia signora Signora Morte, se proprio pensa di poter aver ragione di me, in singolar e medieval tenzone, perché non mi sfida ad una prova di ferale virilità, di assoluta probitudine, di esemplar dedizione, di templare pervicacia, di asburgica determinazione, di...
– Conte Primiballi, la madonna d’un signore! Stringa che sono piena di lavoro.
– E sia, cediamo alla maledetta logica del fast pure nel sacro momento del trapasso, siamo diretti: cara Morte, la mia vittoria per la mia vita, sfidami ad una gara di lambrusco e tortelli se sotto il vestaglione c’hai un po’ di maroni!
– …
 
 
Mare e poi sabbia, poi l’alba era viola,
stanche le membra che infine rialzò.
 
 
Luca, detto Treno ma non per la Morte, raccatta il cavallo, sbuffando ci butta in groppa il suo svenutissimo scudiero maledicendo la servitù moderna e si avvia per la perduta strada che riporta alla vita.
Ha le guance rosse e la pancia piena, ma niente di che.
Avrebbe retto volentieri altre due teglie.
Libera due bronze scoppiettanti e sospettamente vestite, poi è il turno di un sano ruttino digestivo.
Sorride, riconoscendosi.
Il mondo sta tornando a colori, la spiaggia ricomincia a somigliare a conosciute colline, cariche di grappoli del semplice e amatissimo ortrugo ed il cavallo comincia a sfumare, in dissolvenza artistica, nelle sembianze di una Diane.
Cosa chiedere di più?
Un Unicum.

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