Abbiamo 1536 visitatori e nessun utente online

Antonella Aigle
Ultima fermata in Paradiso

Ultima fermata in Paradiso
0.0/5 di voti (0 voti)
Sinossi

Adele arriva alla vigna l’ultimo giorno di settembre, portata da una pioggerellina battente, ha visto uno scorcio del Paradiso e ha bussato all’abitazione del custode: gli abiti logori, le scarpe lise, lo zaino fradicio con le sue poche cose dentro. È stanca e affamata, vuole solo elemosinare qualcosa, ma Giovanni, il figlio del custode, che apre la porta, dopo averla fissata con i suoi occhi blu, colore del cielo prima di una tempesta, e aver visto i suoi occhi da cane bastonato, il suo corpo da animale ferito, le risparmia quella preghiera e la invita ad entrare, a sedersi a tavola, dove la famiglia intera è riunita per la cena.
Inizia così una storia forte e appassionata, dove l’amore giovane e acerbo di due ragazzi, si intreccia inesorabile con quello forte e passionale di Carlo e Anita, genitori di Giovanni e di Federico,  Gabriele, Rachele.
La storia  di un uomo che ha regalato il paradiso alla sua amata moglie e ai suoi quattro figli e di Adele, capitata lì per caso, che riuscirà a sanare uno strappo tragico del passato di questa famiglia, costretta a fare i conti, finalmente, con un segreto, tenuto celato per troppo tempo. Una donna adulta, capace di bilanciare in maniera sorprendente il suo essere moglie, amica, madre, amante spregiudicata e appassionata.
E una giovane donna, costretta suo malgrado a scelte difficili e discutibili, che trova in Giovanni la ragione per smettere di fuggire e abbandonarsi sinceramente, ad un amore totalizzante e affetto puro, per la sua famiglia, in un momento della sua vita in cui aveva smesso di sperare di averne ancora una.
Ancora una volta, il Paradiso, così è chiamata la tenuta agricola dove si svolgono i fatti, fa da sfondo alla storia di questi personaggi dove l’amore e il rispetto, la famiglia, la fatica, la passione e l’erotismo accompagneranno il lettore tra le vigne e le colline di un Abruzzo magico.

Primo capitolo

Capitolo I


Adele arrivò alla Tenuta degli Angeli l’ultimo giorno di settembre, portata da una pioggerellina battente.
Aveva visto uno scorcio del Paradiso e aveva bussato all’abitazione del custode, i vestiti logori, le scarpe lise, un vecchio zaino con le sue poche cose.
Avrebbe voluto dire la prego, ho fame, mi dia solo un pezzo di pane.
Ma il figlio del custode, Giovanni, che le aveva aperto la porta facendola letteralmente rimanere senza parole, le risparmiò quella preghiera, le risparmiò quell’implorazione.
Dopo averla fissata per un minuto in silenzio, con la testa piegata di lato e gli occhi blu, colore del cielo un attimo prima essere stravolto da una tempesta e aver visto i suoi occhi da cane bastonato, il suo corpo da animale ferito, Giovanni  le tese la mano, invitandola a entrare in casa e l’accompagnò nella sala da pranzo dove la famiglia era riunita per la cena.
«Lei è....» disse guardando verso la ragazza.
«Adele» rispose lei con un soffio di voce.
«Lei è Adele, e cenerà con noi» continuò.
E così dicendo la famiglia che era ammutolita si mosse: mamma Anita le sorrise e prese un piatto, un bicchiere, le posate, Gabriele e Federico si spostarono di posto facendo spazio ad una sedia che la loro sorella Rachele aveva preso in un angolo del corridoio e papà Carlo le disse: «Benvenuta Adele, siediti e sii nostra ospite.»
Adele si sedette sulla sedia di fronte a quella di Giovanni, con lo zaino ancora in grembo, stretto tra le  braccia, gli occhi bassi incapace di guardare.
«Io sono Anita, lui è mio marito Carlo e questi sono i nostri quattro figli: Giovanni, Federico, Rachele» disse Anita mentre con un dito indicava i commensali e con l’altra mano colpiva leggermente il dorso di quella di suo figlio che l’aveva allungata verso il piatto da portata «e lui è Gabriele, terrorizzato dall’idea di rimanere senza coscia di pollo.»
Accompagnò quest’ultima frase con uno sguardo che voleva assere di ammonimento ma che risultò soltanto divertente, strappando una risatina dolce a tutti i presenti a eccezione di Gabriele, risistematosi compostamente sulla sedia, a cui le gote si colorarono di un rosa acceso.
«Stasera ho cucinato il pollo con le patate. Spero ti piaccia» disse Anita rivolgendosi a Adele.
Lei annuì, non immaginavano quanto lei adorasse il pollo con le patate. Era uno dei rari ricordi della sua famiglia, quando ancora aveva una famiglia. Prima che il dolore squarciasse le loro vite, prima che il destino giocasse con tutti loro: un tempo, ormai lontanissimo, Adele aveva avuto un papà, aveva avuto una sorellina, aveva avuto una mamma.
Ora aveva solamente lo zaino che portava in grembo.
«A chi tocca stasera?» chiese mamma Anita.
«A me, a me, a me» disse Rachele quasi saltellando sulla sedia con il braccio in aria.
«In realtà sarebbe il mio turno» disse la voce profonda di Giovanni «ma sorellina te lo cedo volentieri.»
«E allora sia, Rachele» continuò mamma Anita «ma è l’ultima volta Giovanni!»
Giovanni alzò le spalle, d’altronde non era stato di certo lui a sottrarsi a quel rito.
Rachele allargò le braccia e prese la mano di Gabriele tendendo l’altra ad Adele che guardò la mano non riuscendo a capire cosa ella volesse.
Quando tutti gli altri si presero per mano gli uni con gli altri, a formare una perfetta catena capì e fece, titubante, altrettanto: non ricordava più il giorno in cui qualcuno, l’aveva sfiorata, l’aveva presa per mano.
E Rachele iniziò: «Gesù ti ringraziamo per questo meraviglioso cibo e per mamma che l’ha cucinato. Anche per la crostata di crema e fragoline che ha cercato di nascondere nella credenza ma che io ho trovato. Proteggi papà e tutti noi, anche la professoressa Marini che ha deciso di farci fare il compito di matematica a due settimane dal rientro a scuola. Non fare in modo che cada e si rompa una gamba domani.»
A quel punto le risate, che erano state trattenute a stento per la storia della crostata, riempirono la cucina.
«Insomma Rachele» proruppe mamma Anita spazientita «ti sembra il caso durante la preghiera?»
«Rachele» disse papà Carlo in tono serio.
«E va bene, scusate» fece Rachele e continuando «proteggi il nostro paradiso e i suoi angeli. E tutti quelli che passano di qua! Amen.»
Ci furono un coro di amen e la cena iniziò.
Mani che prendevano, davano, passavano, si intrecciavano, si sfioravano.
Ma che famiglia era questa! Pensava Adele mentre li osservava rapita.
Qualcuno le passò il piatto da portata e lei non se lo fece dire due volte, prese un pezzo di pollo e una bella porzione di patate.
Mangiava piano gustando uno dei pochi pasti caldi degli ultimi mesi, guardandosi intorno: papà Carlo mangiava tranquillo facendo domande ora a uno ora a un altro figlio; mamma Anita ascoltava interessata le loro risposte; Rachele teneva banco, macinava parole con grande entusiasmo; Federico infilava in bocca decine di pezzetti di patate mangiando voracemente; a Gabriele le parole venivano tirate fuori con la forza, era il gemello di Rachele ma sembrava che tutto l’entusiasmo e la spontaneità non fosse stata divisa egualmente tra loro, il tutto in un balletto armonioso, rassicurante.
 E Giovanni? Giovanni la fissava, mangiando lentamente, non le toglieva gli occhi di dosso.
Oh mio Dio! Pensò Adele. Cosa avrebbe voluto in cambio da lei?
Era abituata a dare per ricevere qualcosa in cambio e in questi anni nessuno, mai nessuno era stato gentile con lei senza aver preteso poi “la sua libbra di carne”.
A quel pensiero le si rivoltò lo stomaco e girò il viso di lato, in una smorfia quasi di dolore.
Lui la fissò un attimo poi a bassa voce, affinché nessuno oltre a lei potesse sentirla, le sussurrò: «Stai tranquilla.»
Lei si soffermò su quei meravigliosi occhi blu e non seppe perché, ma gli credette e riprese lentamente a mangiare.
Da capotavola papà Carlo scrutava tutti. Sembrava quasi che non si soffermasse su ognuno di loro, ma era quello che faceva sempre e quello che stava facendo anche adesso.
Conosceva ogni sguardo, ogni respiro, ogni sospiro di ognuno dei suoi figli. Di tutti, dal primo all’ultimo, ogni espressione del loro viso, ogni movimento del loro corpo, ogni gesto.
Come Rachele, che quando era nervosa chiudeva la mano destra a coppa sul mento, o Gabriele che si strofinava il lobo dell’orecchio, o Federico che chiudeva gli occhi a fessura. O Giovanni, i cui occhi blu, magnifici e maledetti, si scurivano in un attimo diventando quasi color della pece.
E ora c’erano quegli occhi. Occhi verdi, quasi trasparenti. Occhi tristi, addolorati, vuoti.
Gesù aiutami, pregò papà Carlo tanto l’emozione lo stava travolgendo: quegli occhi erano gli stessi identici occhi che aveva visto quel giorno di quasi venticinque anni prima, gli stessi occhi che l’avevano sconvolto, che l’avevano implorato, che gli avevano chiesto aiuto, che l’avevano tormentato per anni.
Gli occhi di sua moglie Anita, allora poco più che quindicenne. Aveva giurato che mai e poi mai quella ragazzina indifesa avrebbe sofferto ancora ed era riuscito a mantenere quel giuramento.
E ora quegli occhi morti a ricordargli le sofferenze patite. Con sua moglie era riuscito. Possibile che per questa ragazza non potesse fare niente? Possibile che dovesse voltarsi dall’altra parte e far finta che quegli occhi non lo trafiggessero come lame nel centro del suo petto?
Anita lo guardò, conosceva il suo uomo a menadito e gli fece l’occhiolino, aveva capito subito. Le era bastato uno sguardo.
Avrebbe voluto abbracciarlo e tenerlo stretto stretto.
Quell’uomo alto e fiero, possente e coraggioso. La sua roccia e la colonna portante dell’intera famiglia era schiacciato dal ricordo più doloroso della sua vita.
Quell’uomo meraviglioso che aveva trasformato una violenza in un atto d’amore, rivedeva negli occhi sofferenti di quella ragazza, momenti terribili che potevano distruggerli e che invece avevano dato inizio alla loro storia d’amore.
Lui era stato il suo angelo, l’aveva portata via dall’inferno  e  le aveva regalato il paradiso.
«Chi vuole un po’ di crostata?» chiese mamma Anita alzandosi.
«Ma mamma c’è bisogno di chiederlo? Nessuno resiste alla tua crostata di crema e fragoline. Vero Rachele?» disse Federico.
«Non me lo ricordare» disse mamma Anita entrando in cucina.
Tornò nella sala da pranzo con in mano un piatto di vetro trasparente con la famosa crostata a cui mancava uno spigolo e disse seria: «Stasera c’è Adele e mangerai la crostata. La prossima volta no, Rachele, se la crostata è per cena, la si mangia tutti insieme a tavola. Sono stata chiara?»
«Sì, mamma, scusami» rispose Rachele seria e dispiaciuta.
Giovanni si alzò e aprì la dispensa, ove prese una bottiglia di vino scuro e denso e servì il padre, la madre, Adele, la sorella e i fratelli. Adele l’assaporò deliziata: era dolce e corposo e mai l’aveva assaggiato in vita sua. La crostata, inutile a dirlo, era squisita e in men che non si dica erano rimaste le briciole e la cena finì.
E come un unico corpo, anche se composto da varie parti, la famiglia si alzò quasi all’unisono e iniziò a muoversi intorno al tavolo, tutti, nessuno escluso: vennero tolti dal tavolo i piatti, le posate, i bicchieri, riposte nel frigorifero le bottiglie ancora piene di acqua, tolta la tovaglia.
E mentre Rachele raccoglieva le briciole dal pavimento, Gabriele e Federico sistemavano le sedie e posizionavano il centrotavola di frutta fresca sul tavolo, mamma Anita lavava le pentole, papà Carlo le asciugava e Giovanni le riponeva nella credenza.
E in meno di dieci minuti tutto era pulito e ordinato.
Adele in piedi in un angolo della cucina era incantata da quei gesti, quei rituali così naturali e assolutamente non banali.
Si respirava amore, rispetto, e lo si respirava a pieni polmoni.
Si fece coraggio, non avrebbe voluto andarsene ma erano stati tutti già troppo gentili e lei non voleva approfittarne. Sarebbe riuscita a trovare un riparo per la notte tra le colline.
«Io» cominciò a parlare piano quasi a non voler interrompere quel momento «ora vado.»
«Dove vai?» le disse subito mamma Anita stupita mentre tutti gli altri la guardavano.
«Vado via» rispose.
Forse un po’ troppo duramente, ma non voleva la pena di nessuno. Non voleva essere commiserata da nessuno. Finora se l’era cavata da sola e non voleva permettersi di pensare di poter avere bisogno di qualcuno.
«Ma Adele, fuori è buio. Rimani per stanotte, puoi partire domani mattina, dopo colazione» le disse dolce mamma Anita.
«Sì, Adele. Sul retro abbiamo alcune stanze che usiamo per i nostri collaboratori durante la vendemmia e si da il caso che una è vuota. Non è un granché ma ci starai comunque comoda» disse papà Carlo con lo sguardo dolce e il tono deciso, così deciso che Adele pensò di non poter rifiutare.
Li avrebbe assecondati, non voleva storie, non voleva turbare nessuno, aveva solo fame, aveva mangiato e ora voleva andare per la sua strada.
«Va bene» rispose Adele.
«Vieni Rachele, accompagniamo Adele e facciamole vedere la stanza» disse mamma Anita.
Adele seguì le donne verso una porta che dava all’esterno.
Appena fu uscita Federico disse: «Grazie di avermi ospitata.»
A Giovanni si oscurò il volto ma prima di poter dire una sola parola a suo fratello il padre parlò: «Federico quella ragazza ha l’inferno dentro. Non è facile accettare l’aiuto di qualcuno, specialmente se a offrirtelo è qualcuno che non conosci e non sai cosa può volere in cambio.»
«Ci si sente deboli a dover ammettere di aver bisogno di aiuto, forse è un lusso che non può permettersi» mormorò Giovanni.
«Perciò, Federico, rispetto, lo esigo per lei» continuò papà Carlo.
«Va bene papà, ho capito» rispose Federico.
«Che ne dite di una partita a carte?» disse Giovanni rivolgendosi a tutti i presenti.
«Ok» risposero Federico e papà Carlo che aggiunse «una sola ragazzi, domani voi avete scuola e a noi ci aspetta la vendemmia.»
E si diressero fuori passando dalla porta della cucina che dava sul patio dove c’era un enorme tavolo di legno con le panche che veniva utilizzato per pranzi e cene all’aperto, specialmente in questo periodo durante la vendemmia, quando Anita si occupava dei pasti di tutti i collaboratori.
Arrivò anche Gabriele e presero ognuno il proprio posto, Giovanni e Federico di fronte e papà Carlo e Gabriele ai loro lati.
Uno distribuiva le carte, uno preparava i mazzetti e gli altri due pensavano.
Papà Carlo pensava ad Adele e sperava in cuor suo che sua moglie Anita riuscisse a fermarla.
Anche Giovanni pensava ad Adele e sperava la stessa identica cosa.

Specifiche

Share this product