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MArco Peluso
Un cielo di cemento

Un cielo di cemento
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Primo capitolo

I

Da dietro a un lercio finestrino, veloce, scorreva un cielo notturno.
Tutto era buio. Un buio così denso che sembrava quasi si potesse toccare.
Napoli era ormai ben lontana, e la notte aveva inghiottito tutto. Scorreva velocemente. E in essa nessun palazzo, nessun’auto, poche luci di tanto in tanto che si smarrivano in quel cupo manto nero.
Il niente mi avvolgeva. Non sapevo neanche dove mi trovavo in quel momento. Vedevo solo il buio al di là di quel finestrino opaco, e sentivo attorno a me il rumore di ruote di ferro sulle rotaie.
Diedi ancora un’occhiata fuori da quel finestrino. Erano ormai le tre di notte, ed io ero in viaggio già da più di cinque ore.
Ancora altre sei, e l’avrei rivista. Ancora altre sei ore e l’avrei riabbracciata.
Non la vedevo da più di un mese. Una realtà pesante e crudele ci era caduta addosso proprio al nascere della nostra storia.
Già, Elisa! Non pensavo che a lei fissando quel buio. Quella sconosciuta che dopo aver letto un mio libro, aveva deciso di conoscermi. Di conoscere lo scrittore fallito, cinico e alcolizzato, per poi trovarsi innanzi a Marco. Un uomo, non uno scrittore. Un uomo fragile quanto lei. Un uomo in cerca d’amore, proprio come lei.
Sì, era passato un mese da quando l’avevo salutata, eppure sentivo vivide sulla mia pelle ogni sensazione.
Le sue e le mie paure iniziali. La sua paura di amare e lasciarsi amare. La mia paura di fidarmi di lei. Paure che non furono abbastanza forti da mettere fine a quel rapporto. Un rapporto che in soli quattro giorni crebbe a dismisura. Come se ci conoscessimo da sempre. Come se ci stessimo cercando da sempre.
Ma poi qualcosa ci colpì in pieno viso.
Il suo passato! Il suo passato che ritornava. Quella dannata malattia che l’aveva quasi uccisa, per poi gettarla nel nulla, con una vita a brandelli e un cuore frantumato.
Mi disse tutto di lei, il giorno prima di andare via. Della sua malattia. Del suo nemico chiamato anoressia, e ancora bulimia. Dell’inferno vissuto. Del modo in cui in cerca di conferme si era svenduta, non facendo altro che alimentare un tremendo vuoto in lei.
Poi, ecco la lama nel cuore. Un ricovero! Un ricovero a Genova. In un centro per disturbi alimentari.
Nessuno dei due sapeva quanto tempo ci sarebbe stata lì dentro. No lei sapeva solo che una volta andata via da Napoli, tornando a Cuneo, dalla sua famiglia da cui sempre era fuggita, dopo circa due settimane sarebbe dovuta partire nuovamente per andare in quel posto. Lì dove non sapeva neanche cosa gli avrebbero fatto. Come avrebbe vissuto. E a cosa sarebbe servito.
Sapeva solo che sarebbe stata dura per noi. E lo fu eccome!
Una volta a Cuneo, io ed Elisa iniziammo a sentirci ogni giorno. Più volte al giorno. Proprio come accade a ogni coppia a distanza. E nonostante entrambi odiassimo il parlare a telefono, riuscimmo a stare ore assieme, parlando e ridendo di tutto, proprio come i giorni trascorsi a Napoli. Ma una volta lì, tutto cambiò di colpo.
La prima volta che riuscì a chiamarmi fu a circa otto ore dal suo ricovero.
Era in lacrime. Mi disse che prima di farla entrare in quello che, a conti fatti, faceva parte del reparto di psichiatria, l’avevano fatta spogliare per poi perquisirla, come se si trovasse in prigione. Le avevano preso quasi tutto. Smalto, rossetto, lima per unghie; qualsiasi cosa che potesse essere usata per suicidarsi. Mentre per il telefono, beh, glielo avrebbero dato solo due volte al giorno. Dalle quattro del pomeriggio alle sei, e dalle nove alle dieci.
Già quella era una cosa orrenda, contando che il nostro rapporto era appena nato. Inoltre, da quel che mi disse, piangendo a dirotto, non sapeva cosa le avrebbero fatto, né quali fossero i tempi di ricovero.
Le avevano semplicemente tolto tutto. Pesata e misurata. E poi gettata in una camerata con due ragazzine tremendamente magre.
Nessuno le aveva detto niente. Non aveva visto altro che infermieri. Non un dottore!
Le sole cose che venne a sapere, le seppe dalle sue compagne di disavventura. Ragazzine che avevano perlopiù un’età inferiore ai diciott’anni.
Alcune di loro erano già state lì. Molte avevano rischiato di morire. Altre stavano lì forzatamente, e non ne volevano sapere un cazzo di guarire.
Elisa mi disse che il tempo di ricovero era come minimo di due mesi.
Cazzo, quella fu la notizia più atroce. Già, perché entrambi, essendo ormai lei uscita materialmente da quella dannata malattia, pensammo che le fosse toccato sì e no un mese di ricovero, e poi ci saremmo rivisti. E invece? Il buio totale innanzi a noi! Proprio come il buio che vedevo al di là di quel finestrino.
Non sapevamo più niente di noi. Né quando ci saremmo rivisti, e addirittura quando ci saremmo risentiti. E i giorni trascorsero difficili e impetuosi per entrambi.
Elisa non faceva che piangere. Cercava di farsi forza. Io cercavo di farle forza. Ma nulla andava bene! Niente andava come previsto.
Era rinchiusa lì e lasciata a se stessa. La sola cura consisteva in una alimentazione meccanica. Pasti cronometrati. Non poter parlare di cibo mentre si mangiava, né tantomeno poter lasciare solo una briciola nel piatto.
Poi, dopo i pasti, i lamenti delle sue compagne. Chi si lamentava perché si sentiva gonfia. Chi avrebbe tanto voluto andare in bagno per vomitare o andar di corpo. Chi non faceva altro che continuare a parlare di cibo.
Cibo, cibo, cibo e cibo. Nessun altro discorso! Quelle parole le ronzavano attorno, gettandole in faccia il suo passato. Quella malattia. E la consapevolezza di ciò che era stata: una anoressica, una bulimica, una ragazza ossessionata dal cibo proprio come quelle che le stavano accanto.
Era in un incubo, e io con lei. E ben presto, dal dolore passò agli isterismi. I dubbi sul nostro rapporto. I dubbi sul suo futuro.
Fu così che decisi di partire. Sapevo bene che sarebbe stato un viaggio dispendioso per un pezzente come me. Che probabilmente lei avrebbe pianto tutto il tempo, e con ogni probabilità non avremmo potuto neanche scopare, dato che a conti fatti, dopo la prima settimana lì le avevano concesso di uscire due ore e mezza al giorno. E dopo due settimane, quel Sabato e quella Domenica in cui sarei stato da lei, avrebbe avuto mezza giornata il primo giorno, e l’intera giornata il secondo. Ma comunque fosse, non avendo trovato che un Bed & Breakfast dove soggiornare, e non potendo stare lei fuori di notte, di sicuro non avremmo trovato un posto dove stare in intimità.
Mi vene da sorridere, pensando a uno dei tanti messaggi che mi aveva mandato durante il viaggio.
“Quando arriverai mi verrai a prendere. Mi stritolerai. Poi purtroppo dovrai conoscere per forza i miei. Dirai al dottore e a mia madre qualche stronzata. Poi ci toglieremo dalle palle e andremo a trovare un posto dove potrai scoparmi come se non ci fosse un domani”.
Già, sarebbe stato bello. Ma sarebbe successo?
Entrambi stavamo cercando di sfuggire dalla realtà. E la realtà era appunto che lei si trovava in un ospedale. Senza essere libera di uscire normalmente. Senza essere libera di niente.
Comunque fosse, anche se non fossimo riusciti a scopare, non me ne sarebbe importato. Volevo vederla! Dovevo vederla, o il nostro rapporto sarebbe morto sul nascere.
Dunque, eccomi lì.
E dove mi trovavo precisamente?
Guardai ancora fuori dal finestrino. Ma niente! Solo buio. Nessuna indicazione. Un cazzo di niente capace di dirmi dove fossi.
Ma che importava?
Decisi di non pensarci. In fondo non riuscivo a pensare ad altro che a volerla vedere. E che se davvero avessi voluto scoparla come se non ci fosse un domani, avrei fatto bene a riposare.
Ma come cazzo fare?
In quel merdoso intercity notturno sembrava di essere in pieno giorno.
Erano le tre passate, ma per il corridoio ci stava ancora un sacco di casino. Gruppetti di ragazzini Napoletani, perlopiù. Ragazzini che andavano a passare qualche giorno di Agosto a Rimini o Milano Marittima.
Facevano un casino della Madonna! E peggio, nel compartimento dove ero capitato, tre ciccione Tedesche e due coglioni avevano deciso di tenere la luce accesa fino a quasi le due. Le prime tre parlando tra loro, gli altri due parlando rispettivamente al telefono.
Avevo dormito sì e no un’ora. Male. Scomodo. E senza poter stendere le gambe. Quando ecco, una delle ciccione ebbe la buona idea di darmi una gomitata nella pancia, mentre se la dormiva russando peggio di quanto potessi fare io.
Risultato? Andai al cesso a fumare. E poi eccomi lì, da solo, fissando il buio e pensando a Elisa.
Infine optai per tornare nel mio compartimento. Una delle ciccione, quella della gomitata, russava ancora. In compenso sembrava che tutti si fossero calmati lì dentro.
Così provai a dormire. Ma non fu facile. Non solo stavo scomodo, ma provenivano da ovunque fastidiosi rumori. Senza contare che di norma, andando a dormire ubriaco, riuscivo ad assopire il mio perenne stato di agitazione. Invece, lì in quella gabbia di metallo, sobrio, e senza sapere cosa sarebbe successo tra me ed Elisa, mi sentivo agitato come non mai. Come avvolto da una perenne crisi di panico.
Uscii più volte per andare a fumare nel cesso, e altrettante volte mi fermai nel corridoio, fissando il nulla da dietro un finestrino.
Ma comunque, per fortuna durante quel dannato viaggio riuscii a dormire almeno tre ore. Finché giunse la mattina.
Lentamente, come una carezza non voluta, le prime luci dell’alba iniziarono a penetrare nella carrozza. Un chiarore rossastro. Una luce fioca composta da un triste azzurro, un malinconico rosa e un violento rosso, si insinuò sul mio volto, facendomi aprire nuovamente gli occhi.
Attorno a me, le ciccione iniziavano a darsi una sistemata. Uno dei due coglioni provava ancora a dormire, mentre l’altro, beh, si era rimesso a cazzeggiare nuovamente con il suo cazzo di smartphone.
Io invece mi alzai per andare a pisciare e fumare. Attraversai quel corridoio traballante, sentendomi come una pallina in una centrifuga.
Passai innanzi alle varie cabine. Alcune avevano le tendine abbassate. Da altre proveniva il ronfio di qualche coglione. Da altre ancora si vedevano i volti molli e nauseanti di persone che si erano appena svegliate.
Cercai di non guardare nessuno. Di non guardare niente. Continuai a camminare, passando davanti ad alcuni tipi seduti sui piccoli seggiolini posti nel corridoio, e sperando solo che quel cazzo di viaggio avesse presto fine.
Beh, intanto, una volta nel cesso, guardando il mio smartphone, vidi che erano già le sei del mattino. Quaranta minuti ancora e quel cazzo di coso sarebbe arrivato a Genova.
Guardai ancora il telefono. Lei non c’era. Ma era naturale. Stava nella sua gabbia. Senza poter far altro che dormire, o fissare il nulla.
Io fissai me stesso allo specchio, mentre chiuso nel cesso fumavo la mia cicca.
Avevo davvero un aspetto di merda. Ero stanco e cadevo a pezzi. Ma dovevo reggere! Il viaggio era appena iniziato.
Così, una volta finita la sigaretta e svuotata la vescica, uscii da lì dentro per tornare al mio scompartimento.
Non provai a dormire ancora. Sarebbe stato inutile. Ormai ero quasi arrivato. Dunque cominciai a preparare la mia roba: zaino e tracolla, e mi tolsi da lì.
Uscii dalla carrozza e mi misi nel corridoio. Passai nuovamente innanzi alla stessa gente. Stesse facce vuote, annoiate e rabbiose, che mi fissavano come se fossi un alieno. Le stesse facce che vidi carrozza per carrozza. Continuando ad avanzare in quel treno. Sbattuto come una pallina in un flipper.
Arrivai infine all’ultima carrozza. Non sapevo perché l’avessi fatto. Non avevo una coincidenza imminente da prendere. Forse, fu solo un modo per ingannare il tempo che scorreva lentamente. Proprio come il bere e il fumare.
Comunque, per fortuna il treno non tardò ad arrivare alla stazione di Genova.
Cazzo, non ero mai stato in quella città. E a conti fatti non me ne fotteva un cazzo!
No, avrei fatto volentieri a meno di vederla, quella famosa Genova. Molti la trovavano bella. Beh, io per ora  avevo visto solo la stazione, e già mi stava sul cazzo.
Era la tipica stazione su più livelli, creata in un grande e antico edificio dalle solide quanto tristi mura.
Non mi curai dello stile architettonico o di altre cazzate simili. Non ero un artista, io, anche se per molte teste di cazzo ero uno scrittore. Uno scrittore costretto a fare lavori di merda per tirare avanti!
Arrivai nella hall di quella stazione, e per prima cosa mi informai su quale fosse il treno che mi avrebbe portato a Pietra Ligure. Lì dove stava la mia piccola Elisa.
Sarebbe partito alle sette e venti. Avevo circa mezz’ora. Così presi due caffè, feci il biglietto, e poi andai nei cessi pubblici di Genova, giusto per darmi una rinfrescata.
Che dire, in fondo i cessi delle stazioni sono sempre uguali. Fanno sempre schifo!
Puoi lavarli quanto vuoi. Puoi metterci fuori qualcuno che ti fa pagare cinquanta centesimi una pisciata, così da limitare l’ingresso a pezzenti e disperati. Ma alla fine lì dentro ci trovi sempre e comunque dei disperati! Gente solitaria, stanca, mal vestita, che entra lì alle luci dell’alba per darsi una ripulita dopo una notte di merda, magari per strada. E io ero tra loro! Fermo a pisciare in uno di quei cessi a muro. Accanto a me, un tipo magro e dalla faccia pallida. Un energumeno si lavava le mani. Un altro tipo usciva dal cesso, incurante della camicia che gli usciva dai calzoni.
Io diedi una scrollata, gettando via quel momento, per poi andare verso il lavello a darmi una sciacquata.
Feci le stesse cose di ogni disperato lì dentro. Lavarmi le mani. Lavarmi la faccia. Lavarmi il petto e le ascelle, e riuscendo anche a lavarmi i denti.
Poi, di nuovo fuori da lì. Un altro caffè. Infinita gente in quella stazione. Alcuni stanchi. Altri tremendamente svegli. Tutti ammassati tra loro. Tutti frettolosi. Tutti che cercavano di fare qualcosa. Tutti che dovevano fare qualcosa!
Io rimasi fermo. Fissando un tabellone. E poi ecco che una voce trapanò il mio orecchio, annunciando l’arrivo del mio treno.
Binario tre, così disse.
Non attesi altro. Non dissi niente. Non corsi né mi agitai.
Raggiunsi il binario, fumando l’ultima sigaretta prima che arrivasse il treno. Lì su quel binario, assieme a una decina di sconosciuti. Assieme a gente di cui non mi fotteva un cazzo. Di gente a cui non fotteva un cazzo di me.
Attesi ancora. Altro fumo in aria. Le voci nauseanti delle persone attorno ame.
«Cinzia sta ancora decidendo che università fare.»
«No, dobbiamo puntare di più sulla quantità che sulla qualità.»
«Mamma, non preoccuparti, sono quasi arrivata.»
«Io credo che si debba fare qualcosa per ribaltare la situazione politica di questo paese.»
Sì, ero a Genova, eppure attorno a me non rimbombavano che le stronzate dette ovunque. Le solite e patetiche cazzate. La solita e patetica gente. E come sempre cercai di ignorarli, finché finalmente arrivò il mio treno.
Un’ora ancora! Solo un’ora e sarei arrivato lì a Pietra. E poi l’avrei vista. Finalmente l’avrei stretta, baciata. Mi sarei perso nei suoi occhi.

Beh, per fortuna quel viaggio fu molto leggero. Poco più di un’ora a dormire. Nessuna rottura di cazzo. E in un soffio mi trovai a destinazione.
Cazzo, ma dove mi trovavo? Quella era una fottuta cittadina di mare. Ecco cosa.
Uscito dalla minuscola stazione vidi camminare per un piccolo Corso avvolto da villette e alberghi, numerosi turisti in costume da bagno. Famigliole felici che alle otto del mattino si apprestavano ad andare a mare.
Uno schifo!
Non mi trovavo in un posto simile da quando un anno prima andai a Senigallia. Da Violasann. La protagonista del romanzo che mi fece conoscere me ed Elisa.
Mi venne quasi voglia di scriverle. Di scrivere a Viola per dirle “Ehi, sto in un altro posto di merda come il buco di culo in cui ti trovi tu”.
Di certo avrebbe riso! Già, lei fu felicissima quando seppe di me ed Elisa. E in fondo fu anche merito suo se ci conoscemmo.
Ma evitai di scriverle. Scrissi solo a Elisa, dicendole che stavo lì, anche se sapevo bene che non avrebbe letto il messaggio prima delle dieci.
Dato che si trovava lì da più di due settimane, le avevano concesso il telefono anche dalle dieci alle undici. Dunque avrebbe letto quel messaggio tra circa due ore.
Intanto mi addentrai in quella piccola cittadina, tra turisti e vecchi in bici, fino ad arrivare a un altro bar.
Presi un altro caffè. Il quarto della giornata. E dopo aver chiesto qualche indicazione, mi tolsi da lì, cercando di raggiungere il mio Bed & Breakfast.
Cazzo, davanti a me si parò una ripida salita. Una salita fatta di ciottoli. Di quelle ripide che avrebbero fatto sputare i polmoni persino a un maratoneta.
I miei polmoni già facevano schifo, dato il mio fumare come un dannato. In più avevo sulle spalle quel cazzo di zaino, per non parlare della tracolla.
Beh, mi armai di buona volontà; o meglio… Non avendo scelta iniziai a salire per quella strada.
Sembrava non finisse mai. Avevo l’indirizzo, sì, eppure sembrava non giungere mai il numero centonove. Il civico di quel posto.
Che dire, solo dopo un chilometro in salita, passando nel nulla, mi fermai a chiedere informazioni in un altro Bed & Breakfast, così da scoprire che quel posto si trovava sì in quella via, solo in un’altra frazione di Pietra. Molto più in su! Almeno quattro chilometri in salita.
Cielo, che fare, tornare indietro? No, cazzo! Mi armai di palle e cominciai a salire quella ripida strada di montagna. Lentamente. Sudando come un porco. Inzuppando la mia camicia bianca e i miei jeans a zampa d’elefante.
Camminai fino a perdere il fiato. Il cuore batteva come un tamburo. Man mano che salivo solo il nulla. Un paesaggio di montagna innanzi a me. Un piccolo paesino e un golfo sotto di me. E infine, dopo più di trenta minuti di salita sempre più ripida, stremato, arrivai a destinazione.
Ma dove cazzo mi trovavo? Voglio dire, quello non sembrava affatto un residence. No, era solo una misera a pittoresca casetta di montagna. Una piccola casa nel nulla. E attorno a essa, solo il tanfo di letame lasciato da qualche animale, e ovunque pezzi di auto, moto, o qualsiasi altro mezzo di trasporto.
Avanzando, notai che la casa non era certo meglio di quello che appariva da fuori. Affatto! Non era altro che una spaziosa baracca con un giardino, appunto pieno di rottami, e piante messe alla cazzo di cane. E sulla veranda non c’era altro che alcune sdraio malconce, un enorme tavolo di legno con sopra barattoli e bottiglie vuote, e davanti a una porta aperta, un cartello con su scritto a pennarello “B&B Da Rosa”.
Beh, Rosa la vidi eccome, ma forse sarebbe stato meglio non vederla.
Cazzo, mi si parò davanti una vecchia in canotta, con il lardo che le colava dalle braccia.
Però almeno aveva l’aria simpatica. Certo, inizialmente mi guardò come se fossi un terrorista Afgano o roba simile, ma quando le dissi che avevo una prenotazione, allora fu molto gentile.
Mi accolse subito, sorridendomi con la sua dentiera giallognola, e invitandomi a entrare in casa.
Mi guardai attorno. Non sembrava una casa, quanto il mercatino delle pulci. Mobili vecchi e oggetti di ogni tipo sparsi ovunque. Un posto da film horror!
Chissà, forse avrei fatto bene a darmela a gambe, prima che una vecchia rinsecchita o un omone panciuto fosse uscito dalla cucina, brandendo una mannaia, così da farmi a pezzi e poi ficcare i miei resti in una cella frigorifero. Ma per fortuna, nonostante tutto, non sembrò uscire nessun cazzo di assassino da quel posto.
No, la vecchia continuò a sorridere e a fissarmi come se stesse cercando di capire se fossi una persona tranquilla o uno psicopatico.
Non so se trovò una risposta. Io non la trovai sul suo conto. Fatto sta che dopo i soliti convenevoli del tipo “Questa è la cucina. Questa è la sala da pranzo. Tutti si trovano bene da noi”, la vecchia lasciò spazio a una nuova figura Kafkiana che si presento innanzi a me. Un vecchio come lei. Alto, dalla grossa pancia, e radi capelli bianchi avvolti in una coda di cavallo.
Anche peggio di lei! Sembrava un incrocio tra Francesco Guccini e uno psicopatico. Abiti lerci addosso. Una canotta bianca sporca di sugo, o forse di sangue.
Da brividi!
Ma comunque fosse, alla fine non mi uccisero. No, continuarono con i loro cazzo di convenevoli, e poi finalmente mi mostrarono la stanza. O meglio… Il mio buco!
Eh già, di certo non avrei potuto portare lì Elisa. Non solo per quella cazzo di salita, e il poco tempo a nostra disposizione, ma anche perché quel buco senza finestre confinava propri con la camera da letto dei due potenziali serial killer.
Che dire, la faccenda dello “scoparla come se non ci fosse un domani” diventava sempre più difficile. Ma comunque fosse, io ero lì. Tra poco l’avrei vista. E di colpo, lei rispose anche al mio messaggio.
Se era agitata!
“Come stai? Dove sei? Sei arrivato in albergo?” mi scrisse in una manciata di secondi.
Cazzo, mai tanti messaggi in così poco tempo! Sembrava ansiosa più che desiderosa di vedermi.
Io cercai di rincuorarla. Le risposi che tutto andava bene, di essere in albergo. Anche se quel posto era un po’ distante, e difficilmente saremmo potuti andare lì per la cosa della scopata come se non ci fosse domani.
Lei sembrò non dar peso a tutto ciò. Era sì ansiosa, ma anche emozionata. Come se non mi avesse mai visto prima.
Infine si calmò. Disse che l’avrebbero lasciata libera per le due e mezza, raccomandandomi di non fare tardi e riposare.
Beh, io seguii alla lettera i suoi consigli. Mi spogliai e mi ficcai su di un materasso singolo. Al buio. Cercando solo di riposare, pur non riuscendo a trattenere l’emozione. Il pensiero che presto l’avrei rivista! Che presto l’avrei stretta di nuovo.

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