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Camille Bordeaux
Uno scambio senz’anima

Uno scambio senz’anima
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Primo capitolo

Accadimenti
#1
Piove



D’accordo, amava le giornate piovose, quelle in cui l’unico programma contemplato era quello di oziare allegramente dentro casa, possibilmente in compagnia; eppure quel giorno, la pioggia aveva deciso di cadere incessantemente nonostante i suoi piani. Essere un lottatore professionista aveva più svantaggi che vantaggi; questo l’aveva scoperto fin troppo presto, da quando era diventato famoso: giornalisti e fotografi stavano sempre ovunque, senza dargli un attimo di respiro, e la sua apparizione cinematografica non aveva fatto altro che accrescere la notorietà di cui era già circondato.
Devlin Long sospirò alla guida dell’auto sportiva e fissò l’asfalto sparire veloce sotto di lui, le luci seguire i lati della via; nei pressi di uno svincolo, rallentò e svoltò a destra, tornando a pigiare sull’acceleratore, solo per ritrovarsi a frenare bruscamente nell’intento di evitare la figura che gli era comparsa davanti all’improvviso.
Lo stridio delle gomme sul manto bagnato lo infastidì, così come fece la preoccupazione per aver investito qualcuno.
Svelto, scese dall’auto e corse verso il malcapitato, sperando di non avergli causato troppi danni, e si ritrovò di fronte a una figuretta rannicchiata a pochi centimetri dal mezzo, con lo sguardo puntato contro uno dei fari.
Era una ragazza, fradicia proprio come lo era lui ora. Portava un abito che avrebbe dovuto essere elegante sotto un soprabito blu; accanto, giacevano dimenticate due borse, una piccola, da sera, e una ventiquattrore.
Devlin si rese conto dello stato di shock in cui versava e registrò, nello stesso tempo, le due persone che si stavano avvicinando, e imprecò a denti stretti. L’ultima cosa di cui aveva bisogno in quel momento, era proprio di attirare l’attenzione della gente.
Qualcuno, alle sue spalle, domandò cosa fosse successo, qualcun altro suggerì di portare la ragazza in ospedale.
«Non l’ho presa, ma è sotto shock» si difese Devlin, tentando di non farsi riconoscere.
«Chiamiamo un’ambulanza?» propose una voce femminile.
Devlin scosse la testa.
«La porto a bere qualcosa e poi starà meglio, spero, altrimenti andremo all’ospedale più vicino».
La piccola folla che si accalcava intorno a loro assentì, e Devlin decise che aveva dato fin troppo spettacolo per quella notte, così si rivolse alla ragazza.
«Ehi» tentò di richiamarne l’attenzione, inginocchiandosi a sua volta sulla strada quando lei non ebbe reazioni: se ne stava immobile, ipnotizzata dalla luce emessa dal veicolo, tremava e respirava affannosamente. Seccato, sospirò e le afferrò il mento, voltandole il capo verso sé. «Andiamo, dolcezza, riprenditi».
Devlin si irrigidì quando quei grandi occhi incontrarono i suoi e tentò di darsi un contegno quando, alla vista della sua fulgida bellezza, il corpo ebbe in fremito.
La voglio.
Fu il suo primo pensiero.
Devo averla.
Fu il secondo.
La sua parte animalesca, istintiva, gli suggerì ancora di togliersi dalla strada e portarla via, con ben altri intenti, stavolta, e al diavolo l’appuntamento cui era già in ritardo, al diavolo la donna che aveva lasciato a casa. Zittì silenziosamente la propria voce interiore e si concentrò su tutto quel casino che gli brulicava intorno.
«Vieni con me» sussurrò, addolcendo il tono, mentre la tirava in piedi senza grossi sforzi.
«D-dove?»
«La porti via?» domandò qualcuno, zittendolo prima che le rispondesse. «C’è un bar qui accanto».
«Troppo casino, troppi curiosi. Voglio un luogo meno affollato».
«Capisco, signor Long».
Al suono del suo nome, Devlin si voltò.
«Mio figlio la segue in televisione» sembrò scusarsi quello. «Le consiglio di togliersi dalla strada».
«Grazie».
«Le cose della ragazza?»
«Le mettiamo nel bagagliaio, ora non le servono» disse. «Vieni, dolcezza».
«Fatto. C’è un bar proprio nella parallela a questa strada. La porti lì. Sta attirando troppa attenzione».
«D’accordo. Ci raggiunga. La vorrei ringraziare come si deve».
«Ci vediamo lì».
Devlin fece accomodare la ragazza sul sedile del passeggero e girò intorno al veicolo, sedendo al posto di guida, mentre l’uomo che li aveva aiutati stava disperdendo la folla, e ripartì, diretto al locale convenuto; lo raggiunse in pochi minuti, parcheggiò e si voltò verso la sua nuova accompagnatrice, che ancora non si era mossa.
«Ehi, come ti chiami?»
Lei non rispose, continuando a guardare dritto davanti a sé.
Devlin imprecò.
«Vieni, vediamo di rimetterti in sesto».
All’improvviso, decise che non l’avrebbe fatta entrare lì, dove tutti avrebbero potuto fare domande, disturbare, forse portargliela via, così aspettò: essendo un uomo di parola, avrebbe ringraziato l’uomo di poco prima per l’aiuto a togliersi dalla calca e poi sarebbe andato in albergo con lei.
Una melodia proveniente dal bagagliaio gli ricordò degli effetti personali raccolti alla meglio, e, deliberatamente, ignorò tutto, cercando di penetrare nella cortina che le avviluppava la mente.
«Dolcezza?» nel richiamarla, allungò una mano e coprì quelle gelide di lei, le strinse.
Quando l’altro uomo li raggiunse e picchiò sul vetro qualche colpetto per attirare la sua attenzione, Devlin scese dall’auto e lo rassicurò brevemente sulle condizioni della ragazza, poi fece un selfie, firmò un autografo con dedica per il figlio e gli diede il numero del proprio agente per permettergli di entrare nel backstage del prossimo incontro. Concluse velocemente lo scambio, poi ripartì alla volta dell’albergo. Lungo la strada telefonò al proprio agente, Charlie, e gli disse che non si sarebbe presentato a quell’accidente di incontro, che quella sera non avrebbe rilasciato alcuna intervista; alle sue domande incuriosite divagò, preferendo tenere l’accaduto per sé, almeno per il momento.
Giunsero a destinazione in breve; Devlin entrò fin nel parcheggio sotterraneo e spense, finalmente, il motore, poi si voltò di nuovo verso la ragazza, sperando di suscitare una qualche reazione, stavolta.
«Ehi?»
«Ho bagnato il sedile».
Era stato solo un sussurro, un lieve movimento delle labbra, una frase senza alcun senso, visto l’accaduto, ma era pur sempre qualcosa. 
«Non importa» la rassicurò.
«Fa freddo» bisbigliò ancora, accompagnando le parole con un tremito.
«Vieni, andiamo a scaldarci».
Lei fu docile quando Devlin scese e l’aiutò a scendere dal veicolo, scortandola fino all’ascensore. 
«Vuoi dirmi il tuo nome?» ripeté ancora, quando furono nella cabina.
«Holly» rispose, semplicemente, stringendosi nelle spalle.
Devlin non insistette oltre per il momento, e quando furono nella suite la prima cosa che fece fu raggiungere il mobile bar per versare un drink a entrambi. Preparò un bicchiere con due dita di whisky per lei e una dose più generosa per sé.
«Tieni, Holly. Bevi. Ti scalderà e ti farà stare meglio».
Lei ubbidì, bevve, tossicchiò. Quello, soprattutto, gli strappò un sorriso divertito.
«Siediti sul divano».
«Sono tutta bagnata» protestò, quando la prese per un braccio e la spinse verso il sofà.
«Togli l’impermeabile, vediamo se sotto stai messa meglio». 
«Okay».
La sua arrendevolezza gli strinse lo stomaco, mentre la guardava sbottonare il capo e farselo scivolare giù dalle spalle. Trovò il gesto erotico a sufficienza perché i pantaloni si facessero di colpo fastidiosi. Serrò la mascella e la studiò, ora che aveva solo il vestito a fasciarla come una seconda pelle. Era alta abbastanza da arrivargli al mento con quei tacchi vertiginosi, e lui rasentava i due metri, rifletté, mentre la studiava. Allo stesso tempo, non gli sfuggirono le curve che riempivano l’abito né il modo sensuale in cui curvava le labbra in quell’istante.
«Va meglio?»
«No» brontolò lei, stringendosi nelle maniche di pizzo dell’abito blu. «Mi hai quasi investita».
Doveva essersi svegliata di colpo, pensò Devlin, sorridendo.
«Forse sei tu che mi sei finita addosso».    
Incomprensibilmente, la ragazza si lasciò ricadere sulle ginocchia, accovacciandosi, e tenne la testa con entrambe le mani.
«Cazzo!» imprecò.
«Che succede?» domandò stupito, chinandosi a sua volta; al suo silenzio, allungò una mano e le scrollò una spalla. «Holly?»
«Dove accidenti sono le mie cose?» era agitata, in perfetto contrasto con l’apatia di pochi istanti prima. «Oh, cazzo!»
«Sono in macchina» la rassicurò.
«Che ore sono?»
«Le otto meno un quarto. Sei gelata. Ascoltami per un minuto».
«Sono in ritardo! Perderò il lavoro!»
«Ora vado a prendere le tue cose e chiamerai il tuo capo per… »
«Per niente! Tutto è sfumato! Cazzo!»
«Tesoro…»
«Non sono il tesoro di nessuno!» strillò.
La preferiva quando era letargica, quasi quasi, invece che sull’orlo dell’isteria come in quel momento.
«Holly… hai appena avuto un incidente, più o meno: il tuo capo capirà che…»
«Lo sai quanto è difficile ottenere un’intervista con Devlin Long? Ne hai idea? No, vero? E sai cosa? Ho mandato tutto all’aria!»
Fu allora, dopo un momento di sconcerto, che scoppiò a ridere, lasciandosi ricadere all’indietro sul pavimento.
Ora seduto, si accarezzò la nuca, sentendo il suo sguardo di fuoco incenerirlo.
«Tesoro…»
«Ti ho detto…»
«La tua intervista è saltata comunque, visto che non vi ho preso parte» sollevò il volto e la guardò dritta negli occhi .«Piacere di conoscerti, Holly. Sono Devlin Long, il tuo appuntamento di stasera».
Finalmente, lei smise di parlare. La sua bocca rossa disegnò una piccola O, lo sguardo si fece incredulo.
E Devlin ricominciò a ridere.

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