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Rebecca de' Marchis
Violet

Violet
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Primo capitolo

Prima parte
   
Mercoledì 17 marzo 1965

La vita è fatta di sensazioni, di vibrazioni che attraversano la pelle, colpiscono l’iride, attaccano il timpano, solleticano le narici, stuzzicano la lingua, frantumano il cuore.
I colori, la musica, il cibo, i profumi, il sesso fanno parte della mia vita. Col tempo ho imparato a gustare il senso delle cose, ad apprezzare ciò che ha sapore e ad accogliere chi mi sa infondere piacere.
Il sesso nella vita delle persone è importante come mangiare, bere, ascoltare musica, osservare un bel dipinto. Il sesso risponde al richiamo della natura ed è in lui che tutte le pratiche sensoriali si fondono. Tutto si riduce al sesso. Non nel senso pessimistico di riduzione, ma nell’accezione più ampia di “tutto è importante, ma nulla lo è più del sesso”. Fare l’amore, stimolarsi, infondere piacere e godere sono atti nobili e puri che l’essere umano compie nell’attimo in cui si concede all’altro. Chiunque sia l’altro.
Ho trascorso gli anni della mia vita ad amare uomini e donne che hanno dimorato, anche per poche ore, nel mio Castello. Non ho mai dichiarato amore a nessuno, né preteso fedeltà dai miei accompagnatori. Rispetto, questo sì, ma fedeltà mai; non l’ho pretesa e non sono mai stata fedele, ho tradito tutti, tranne il mio senso di libertà.
La vita mi ha donato momenti intensi, uomini che hanno saputo deliziarmi con i loro prestigi, inebriarmi con ardori prolungati, con istanti di follia perversa, uomini che hanno consumato i loro orgasmi dentro di me, ricordandosi sempre di ricompensare le mie grazie, prima ancora di abbandonare il mio letto. Ho donato ogni parte del mio corpo, della mia mente e della mia anima, senza aspettarmi altro che di essere usata.
Ho conosciuto il sesso, la mia prima volta, dalla violenza perpetratami dal mio padrone di casa, in una notte di afa estiva; mi ha presa in un angolo della stalla, costringendomi in ginocchio sulla paglia e lo sterco e ha lavorato dentro la mia bocca per lunghi minuti, spingendosi e ritirandosi con lunghi lamenti e gemiti fino a che non ha svuotato tutto il suo seme sul mio viso e sui miei capelli. Avevo immaginato una prima volta diversa, un incontro tradizionale, un approccio delicato fatto di sguardi e carezze. Mentre lui mi penetrava spingendosi con violenza contro la mia gola e poi giù verso l’esofago, pensavo che ciò che credevo fosse l’amore in realtà non esistesse, che fosse solo la flebile fantasia di una ingenua, che fare l’amore o sesso volesse dire essere prese così, strattonate per i capelli, costrette a terra e usate per raggiungere l’orgasmo senza preoccuparsi del bisogno di attenzioni e stimoli a godere di una donna. Avevo sedici anni.
In seguito ho capito che quello non era amore e neanche sesso. Che fare l’amore è diverso, è raggiungere il piacere assieme, accarezzarsi fino a non resistere, ricevere orgasmi ripetuti grazie al movimento ritmico e costante di un membro inferocito. L’ho imparato da un uomo molto più maturo di me, sposato, con figli, innamorato della mia bocca e delle mie natiche. Mi corteggiava come nessuno aveva mai fatto, mi fece apprezzare il piacere del lusso e della bellezza esteriore e per dieci anni entrò ed uscì dal mio letto e dal mio ventre tutti i giorni.
Con lui imparai tutto, l’uso sapiente della lingua sul glande e sui testicoli, le posizioni insolite e stimolanti, l’utilizzo di oggetti alternativi al membro maschile che adoperavo con destrezza davanti a lui e che diventarono miei compagni nei momenti di solitudine. Fu con lui che raggiunsi i limiti estremi e appresi il piacere della masturbazione da praticare più volte al giorno. Conobbi l’amore di gruppo, il sesso con le donne ed anche quello con più uomini.
Adorava legarmi al letto e farmi provare esperienze nuove. Mi bendava perché io potessi percepire solo l’aria che si muoveva attorno a me, il tocco delle dita, il fruscio delle lenzuola, senza vedere, solo ascoltando, in accettazione totale.
Amava il rosso, diceva che lo eccitava e così, ogni volta che uscivo con lui, lo indossavo. Rosso nella biancheria, negli abiti o negli accessori. Ovunque purché ci fosse rosso.


Esco di casa solo se ho con me qualcosa di rosso: l’abito, le scarpe, la sottoveste, lo smalto, la borsetta, un paio di orecchini. Anche solo una piccola cosa, purché sia rossa. E se per la serata non ho scelto nulla di scarlatto, allora appendo una spilla di perle di corallo al pizzo del reggiseno o annodo un filo di raso color rubino alla bretella di seta nera.
«Il rosso porta fortuna» diceva sempre nonna, mentre arrotolava un nastro di seta cremisi attorno alla mia lunga treccia di capelli neri, motivo di sussurri e bisbigli delle donne del paese al nostro ingresso nella cappella di Sant’Antonio per la messa della domenica.
«Porta fortuna e dona energia» diceva. Era solita appuntare una spilla di perle rosse all’interno della tasca del mio grembiule, ogni lunedì mattina e là quel piccolo gioiello restava fino al venerdì sera. In alcune occasioni ricordo che, mentre trascorrevamo alcune ore al parco, io stesa sullo scivolo o aggrappata all’altalena e lei assopita sulla panchina o con un libro in mano, mi chiamava a gran voce e mi costringeva a sedermi vicinissima a lei e diceva: «Non guardare». La sentivo frugare con la mano piccola e nodosa dentro le tasche del suo grembiule, usciva dalla sua sacca per infilarsi nella mia, si spingeva fino in fondo e poi ne usciva delicatamente. Con una carezza sulle natiche mi diceva: «Ora vai, corri». La sera, in camera, afferravo il vestito dall’orlo, alzavo le mani verso l’alto, tirandolo fin sopra la testa, su, più su, fino a che non bastavano le braccia per sfilarlo dal corpo e rimanevo incastrata dentro un tubo di stoffa con il viso appiccicato alla pettorina e la gonna che cadeva indietro come un velo. Alle mie grida nonna accorreva. Quando sfilava il vestito allungandolo fin oltre il limite delle mie braccia, una pallina rotonda cadeva dalla tasca destra, rotolava sul pavimento fin sotto la finestra, dietro al letto. Io mi stendevo nuda e scivolavo, spingendomi con i piedi, allungandomi con le mani per cercare di afferrare il gustoso bottino. Col pugno chiuso mi sedevo sul letto, scartavo la piccola sfera e infilavo in bocca il dolce più gustoso del mondo: un cuore di nocciola avvolto da bianca crema alla vaniglia ricoperta di meringa e cioccolata. Ad occhi chiusi, assaporavo il succo delicato della crema sciogliersi fra lingua e palato, premevo fra i denti la nocciola fino a sbriciolarla, ammorbidivo la meringa e la cioccolata fino a succhiare quel morbido nettare. Quando aprivo gli occhi la nonna era ancora lì, seduta sulla sedia a dondolo di fronte al mio letto, mani giunte in grembo e testa appoggiata al cuscino. Lunghi ciuffi di capelli bianchi uscivano da sotto il fazzoletto che portava legato dietro la nuca. Io sorridevo, lei sorrideva. Abbassavo gli occhi sulla mano aperta, la carta vermiglia del cioccolatino ancora lì, stropicciata, ultimo resto del mio peccato.

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