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Diario n°:

228

A MERCOLEDÌ PROSSIMO
MAD_FEM

A MERCOLEDÌ PROSSIMO

Non può essere altrimenti: alla signora piacevano sempre le cose sbagliate, in fondo.
Quell'odore greve di fumo stantio, di vecchio... se lo sarebbe portato appresso tutto il giorno.
L'avrebbe odiato, come si odiano le cose troppo famigliari finendo con l'amarle.
La padrona del Café la guardava e sorrideva dal suo arrocco dietro la cassa rialzata.
Lo faceva con tutti.
È certo che non l'avesse riconosciuta nonostante ogni mercoledì si fosse seduta al medesimo tavolo sempre alla stessa ora.
Se ne stava là, immobile nel suo grembiule nero dal colletto bianco.
Faceva parte della mobilia.
Mai una posizione diversa o in un diverso atteggiamento.
Il grande specchio dietro di lei ne rimandava l'immagine incorniciata dalle bottiglie di Vermouth e di Sambuca, incoronata dal Vov e dallo Strega.
Di sicuro aveva speso i suoi anni migliori lì dentro.
Come la signora che ogni settimana veniva a timbrare il cartellino.
Entrata 15.30.
Uscita 17.30.
Due ore di effimera felicità rubata.
Tempo buttato via, dopotutto.
All'inizio non le era sembrata così sterile questa relazione, ma il tempo aveva rimesso le tesserine del puzzle al loro posto di spettanza.
Era un'amante: no, non squallida, non faceva mancare niente al proprio compagno, ma quella che all'inizio era un giornata speciale, oggi aveva il sapore dell'abitudine, una di quelle foglie appassite che non si ha il coraggio di recidere.
Eppure era stato un incontro fulminante, di quelli che incatenano gli occhi e annullano tutta la vita intorno, di quelli che tengono legati senza corde, di quelli ai quali non si può rinunciare.
Era accaduto così, di mercoledì pomeriggio, in quel Café di periferia dove aveva trovato rifugio dall'improvviso temporale, seduta a quel tavolino d'angolo, con la testa dentro la borsa alla ricerca dei fazzolettini per soffiarsi il naso.
Una sensazione calda alla base del collo l'aveva costretta ad alzare gli occhi per guardarsi intorno e aveva incrociato quello sguardo determinato e già voglioso.
Occhi morbidi e libidinosi così invitanti che era stato normale accettare che si sedesse lì con lei a fissarla con insistenza.
Si sentiva le labbra di fuoco, la pelle frizzante e subito le si erano gonfiati i seni con i capezzoli che parevano voler bucare la camicetta di seta: una reazione inaspettata che l'aveva spiazzata, denudandola completamente da tutte le difese che avrebbe potuto ergere.
Aveva voglia di scappare, ma era solo riuscita ad andare in bagno cosciente di essere seguita e così era stato.
La porta chiusa a chiave, appoggiata al lavandino per non cadere, vedeva solo, riflesse nello specchio, due belle mani rapaci che palpavano, strizzavano, torcevano il grande seno ormai tutto fuori dalla camicia.
La bocca sul collo, calda e umida.
Il rumore dell'acqua copriva i sospiri.
La gonna sollevata, lo strofinare dei jeans sulle natiche nude e quelle dita – che sembravano essere tantissime - a mungere i piccoli capezzoli di marmo rosa, li tiravano schiacciandoli ancora e sempre più forte: un doloroso piacere.
Bello, troppo bello per essere vero, eppure lo era e il desiderio cresceva, cresceva, cresceva fino ad esplodere con un rantolo liberatorio a tutta bocca.
Senza tregua.
Non c'era tempo per pensare al luogo o alla situazione: nessuna razionalità.
Si era arresa ad essere preda di quelle mani mobili, veloci, possessive, ma anche gentili, che la stavano invadendo, le sentiva entrare piano e poi ritrarsi e poi tornare più in profondità e poi andare via di nuovo e ogni volta viveva un piccolo abbandono, un senso di vuoto.
Voleva essere conquistata da quella presenza altalenante, più forte, sempre di più, sembrava non avere fine e non ce l'aveva avuta.
Una calda umida lingua, labbra esigenti su una bocca spalancata, solo vogliosa di godere, una gamba ripiegata sul lavandino e una testa che si muoveva ora frenetica ora lenta e di nuovo quelle lunghe dita affusolate che le scavavano l'anima.
Il fuoco le stava divorando la pancia, le gambe, le tette fino a quando non si era aperta una falla e l'argine aveva ceduto sotto la spinta del fiume in piena.
Stavolta aveva urlato e non era bastato il temporale a coprire la sua voce irriconoscibile anche a se stessa.
Subito una bocca odorosa si era impossessata della sua fino a che l'ultimo spasmo era scemato.
Lingue intrecciate, prese, respinte, succhiate.
Solo una frase: «Ci rivediamo qui tra una settimana» e quella donna se n'era andata con la sua chioma di riccioli biondi e la salopette blu.
La realtà l'aveva investita tutt'ad un tratto.
Il cuore che batteva all'impazzata, un rossore diffuso, gli occhi languidi e le cosce umide.
I pensieri giravano come sulla giostra dei cavalli bianchi e lei non riusciva a prendere il codino per far finire il giro.
Emozioni forti e contrastanti, una mescolanza di lieve vergogna e pace, come se il fatto fosse stato atteso e ineluttabile.
Una sorta di curiosità rintuzzata in uno stanzino senza serratura all'interno.
Adesso che era successo, ne era contenta e un po' spaventata: non si era aspettata una tale carica erotica.
Si era ravvivata i capelli, ma non aveva potuto cancellare il gonfiore delle labbra e i lividi rossastri sul collo.
Stava tergiversando per trovare il coraggio di tornare nel bar, attraversarlo e uscire in strada, le sembrava che tutti potessero intuire, che avessero sentito.
Era stato più facile del previsto.
Il flash-back era finito nel momento in cui la bionda con la salopette si era seduta al tavolo.
All'improvviso nessuno esisteva più, lì intorno.
Un calore familiare in mezzo alle gambe.
Le avrebbe tolto i jeans, imprigionate le mani con il foulard di seta rossa che si era portata, le avrebbe aperto le gambe, si sarebbe inginocchiata e l'avrebbe leccata e leccata e ancora leccata fino allo sfinimento, poi le avrebbe infilato in bocca la lingua e gliela avrebbe succhiata.
Si sarebbe accarezzata per lei e le avrebbe messo le dita in bocca una ad una, poi, umide di saliva le avrebbe massaggiato le labbra prima di mordergliele piano.
Le avrebbe preso i capezzoli fra i denti e glieli avrebbe tirati fino a farli diventare due fiori color malva poi sarebbe uscita per prima dicendole «a mercoledì prossimo».
Stava già avviandosi al bagno con una luce lussuriosa negli occhi: forse quella foglia non era così appassita.

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