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Diario n°:

232

AL SICURO E NELL'OMBRA
Uranio

AL SICURO E NELL'OMBRA

Tenevo il basilico alla finestra. Già a marzo avevo piantato i semi nelle latte vuote dei pelati da un chilo, come faceva mia nonna. Era venuto su bene perché la finestra della cucina prendeva sole soltanto per mezza giornata. Dopo le due arrivava l'ombra misericordiosa che rinfrescava le "pampine", ma pure me. Mi piaceva starmene lì all'inizio del meriggio a guardare la strada vuota, Cinzia e Lupo che sonnecchiavano sotto la magnolia, la fioraia che aggiungeva l'acqua ai vasi ormai al sicuro nell'ombra.

Adele invece si occupava delle ortensie sul balcone di fronte a me. Ogni giorno, alla stessa ora, si affacciava. Lunga e magra come uno stecco, un naso imponente troneggiava su un viso per altri versi bello. Il naso sembrava il Pan di Zucchero di Rio su due occhi grandi e blu come due laghi. E la bocca carnosa sembrava un cespuglio di fragole. Mi piaceva Adele. Era spartana, forse poco femminile. Ma mi piacevano quelle gambe così lunghe e sempre coperte in modo molto approssimativo. Mi piaceva il suo petto quasi piatto ma dal quale sbocciavano capezzoli che, anche lì, non faceva mai troppo per nascondere. Canottiere larghe o magliette strettissime. Cercavo di immaginarli eretti e puntuti. Cercavo di immaginare lei in un momento di passione. Ma come potevo? La vedevo solo quando dava l'acqua alle ortensie con l'innaffiatoio arancione che poi lasciava sul balcone accanto ai vasi. Quando era pieno la vedevo sollevarlo con le braccia forti, vedevo quei muscoli così androgini, tesi per lo sforzo. Pensavo che, lunga com'era e scarsa di fianchi, doveva avere il culo come quello di un ragazzo un po' efebo. Mi intrigava, perché negarlo?

In realtà, durante i pomeriggi estivi mi sentivo un po' guardone. Mi ritrovavo alla finestra quasi senza volerlo. Avevo la scusa di sciacquare i piatti al lavello proprio a fianco dell'ampia finestra. Mi illudevo di essere un tipo metodico: via dall'ufficio all'una, rapido pranzo al tavolo della cucina, tg1 delle 13,30. Alle 14 avevo appuntamento con l'ombra. E con Adele che innaffiava le ortensie. Nel pomeriggio mi sedevo nel mio studio e cominciavo a scrivere. C'era il caffè, c'era Mozart e l'ombra mi seguiva. Che bel silenzio ventilato, quale splendida solitudine. Nessuno ti vede ma tu vedi, nessuno ti conta ma tu conti tutti, nessuno sa qualcosa di te ma tu sai tutto di tutti. Tu sei solo quello dell'ottavo piano, sotto l'attico. Ma tu sai tutto del ragioniere Lampredi del sesto piano, della signora Olga del quinto, del piccolo Davide al primo piano, del signor Raimondi dell'attico e di sua mogie Elvira che al pomeriggio lascia entrare il portiere Osvaldo per una serranda che si sfascia ogni giorno tra le 15 e le 16.

Un alveare brulicante e non meno nascosto di me ma senza prudenza e dunque senza esito. Io sì che riuscivo a nascondermi. Io sì che riuscivo ad essere ombra nell'ombra, un alito di vento nella tempesta, una goccia nell'oceano. Un nulla? Certo che no. Ero al centro del mio universo e mi bastava.

Ma Adele, un pomeriggio non innaffiò le ortensie. Aspettai di vederla sbucare in balcone ma non accadde. Andai nello studio per aggiornare il mio database sulle vicende dell'alveare ma non riuscii a combinare nulla. Era come se avessi perduto il distacco quasi scientifico nei confronti delle vicende del condominio. Mi stavano improvvisamente tutti sulle palle. Tornai in cucina ogni ora ufficialmente per bere, ma in realtà con la speranza di vedere Adele. Quella notte dormii un sonno agitato.

La mattina la strada non mi pareva più la stessa. La guardavo come un enigma che mi nascondeva il bandolo della matassa. Non lo sopportavo. Tornai a casa al solito orario. Lasciai in frigo la salsa di pomodoro fresco che avevo preparato il giorno prima, mangiai solo una mela e due fette biscottate. Alle due ero lì davanti al mio basilico con gli occhi sul balcone di Adele. Niente. Entrai, non lo nego, in uno stato di agitazione. Passeggiavo per casa scoprendo prospettive e forme di luce che non avevo mai visto perché a quell'ora non vado mai in giro per casa. Mi sentivo in affanno. Suonarono alla porta.

Adele era lì, altissima, magrissima, serissima. La guardai senza dire una parola perché non ne trovavo alcuna compatibile con la situazione. Anche lei taceva, le braccia lungo i fianchi stretti, vestita con un paio di pantaloni Dimensione Danza a vita bassa, un top con le bretelline sottili. Sembrava ancora più alta.

Mi feci da parte, muto. E lei entrò. Ma, naturalmente, non sapeva dove andare. Si limitò ad entrare e a fermarsi al centro della stanza. Una grande calma si impadronì di me come quando la rabbia ti prende, incontenibile. Avertii la forza di quella calma totale alla quale cedevo ubbidiente il controllo di me. Mi mossi verso il soggiorno. Mi misi a sedere nella grande poltrona davanti al divano. Lei mi seguì e lo occupò.

«Dimmi i tuoi sogni», mi disse inondandomi col blu dei suoi occhi incatenati ai miei. Sorrisi senza parlare ma il mio sguardo parlava per me. Lei si passò una mano sui capelli neri tenuti cortissimi quasi a spazzola. Cominciò a strofinarli piano dalla fronte alla nuca gettando un po' la testa indietro a scoprire il suo collo lungo bellissimo. Chiuse gli occhi, appoggiò la nuca sulla spalliera del divano.

«Credi di spiare me. Ma in fondo sono il pilastro della tua solitudine. Io sono venuta a distruggerla. È questa la punizione della tua indiscrezione nascosta. Per strada non mi rivolgeresti neanche la parola, neanche un saluto fra vicini di casa, neanche un commento sulle mie ortensie o sul tuo basilico. Niente. Dal buco nero di questa casa pensi non esca niente mentre cerchi di inghiottire questo mondo di periferia. Prendi e non dai. Ma sono io ad avere spiato te. So tutto di te: chi sei, che fai, i tuoi pomeriggi al Pc, il profumo della tua salsa di pomodoro, i tuoi spostamenti in casa. Lasci tutto aperto per spiare tutti e non hai mai pensato che così tutti possono spiare te. Ho visto il tuo sguardo e vi ho letto tutto quello che ti passa per la testa. Su di me, per esempio. L'ho sempre saputo. Ogni volta che esco in balcone per le ortensie mi preparo con cura. Essere normale è un'arte, sai? I grembiuli di casa, le canottiere, le scarpe, i movimenti, l'innaffiatoio. Perfino il sudore. Tutto studiato per dirti di me ciò che io voglio tu sappia di me. L'ultima mossa era questa: irrompere nella tua solitudine e distruggerla. Guardami adesso senza la protezione della tua supposta invisibilità. Guardami bene. Mi vedi? Guarda la mia pelle chiara, guarda le efelidi qui sul petto. Guarda i miei capezzoli, quelli sui quali hai costruito fantasie. È il momento della realtà. Adesso sollevo il top, eccoli qui. Vedi? Sono piccoli ma parlano, li faccio appuntire con le dita, diventano lunghi lunghi, li vedi? Guarda come sporgono. Col seno così piatto non rischiano di incurvarsi, guarda come li stringo attraverso le dita del palmo aperto? Vedi che vanno oltre tanto sono lunghi? E il colore? Vedi come sono scuri rispetto alla mia pelle chiara? E quando sono lucidi? Uhmmm eccoli bagnati di saliva, vedi come luccicano. Adesso ci soffio sopra per farli tendere ancora di più. Mi stai guardando? Guardami bene. Guarda il mio ventre, vedi i muscoli scolpiti sotto la pelle sottile? Tante piccole anguille parallele che si muovono solo se io lo voglio, tante ondine di carne dura a scaletta. Guarda l'ombelico stretto come una boccuccia perplessa, vedi il diamantino? Adesso faccio scivolare i pantaloni. Non ho le mutande. Anche di questa fantasia ti esproprio perché finora ho fatto in modo che tu non potessi mai essere certo se le indossavo o no. Voglio essere io a dirtelo: non le indosso. Che colore sarà la mia peluria? Sono rasata? È lunga? Larga? Stretta? Sporgente? Ma quante cose non sai di me, quante? Eccola, vedi? Ho pochi peli chiari, sembra una bambolina tutta messa in ordine. È muscolosa, distesa, tranquilla come l'ingresso di un anfratto. Ma dentro è larga, quasi sempre umida, accogliente, carnosa. Perché le cose non sono mai come sembrano. Adesso l'allargo, guardala dentro, guarda che bel colore scuro, guarda le pareti rugose. E, a proposito di rughe. Adesso mi giro, guardami pure il culo. Come quello di un ragazzo? Sì hai ragione. I glutei sono piccoli ma, ammettilo, sono tondi, guarda il buchetto rugoso. Sembra stretto vero? Ma non lo è. Ci gioco spesso, adoro penetrarmi perché sento le dita anche nella vagina per come le muovo. Vedi com'è breve il tratto tra i due buchi? Eppure non sai quanto sono elastici, come possono agire in sinergia. Vuoi che mi penetri, lo so. Guarda le mie dita che entrano nei due buchi ma si può fare di più. Guarda le mie cosce lunghe adesso. Sono come i rami forti di un rampicante. Mi piace pizzicarmele nella parte interna, Un po' di dolore riattiva la circolazione e i sensi. Sai che ogni tanto le schiaffeggio? Mi piace vedere arrossare la pelle chiara, i segni delle dita. Poi mi piace massaggiarmi le caviglie, accarezzarmi i piedi. Ti piacciono le mie dita lunghe? Sai che faccio Yoga? Riesco a piegare le gambe in modo che posso masturbarmi con l'alluce. Ma questo non lo sai perché non posso mica masturbarmi al balcone, tra le ortensie.

Ecco, adesso sai tutto di me. Tutto, oddio? Sai quello che ti interessa. Ma, in realtà, cosa sai veramente di me? Cosa sai di quello che penso, se sono felice, se sono infelice, se sto bene, se ho amici, se sono sola, se ho il ragazzo, se sono omosessuale. Cosa sai di me? Il mio mondo, per te, ha le ringhiere di un balcone e i colori di un'ortensia. Come il tuo ha il colore delle foglie del basilico. Hai brandito la tua solitudine come un'arma, come una corazza. Ma ora non sei più solo. Questa è la punizione che ti infliggo, piccolo uomo stupido. Esco dalla tua solitudine perché non potrai più spiarmi. Adesso sei davvero solo. Una sola cosa ti chiedo: non lasciare appassire il basilico. È bellissimo.»

E se ne andò.

 

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