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Diario n°:

256

ALBA
JAN76

ALBA

Brandelli d'immagini catturano il mio occhio perplesso davanti al biancore del foglio.

Del seminario ricordo solo il pavimento dell'ufficio del rettore, quadrati di marmo bianco e nero, tirati a lucido, in cui si rifletteva l'immagine di un uomo inginocchiato. Ero finalmente libero.

Tornai a casa, la vecchia casa dei miei. Sento ancora il freddo di quell'inverno, i geloni sulle mani. Le cene erano silenziose, seduti di fronte al camino spento ormai da anni. I cucchiai venivano portati in fretta alla bocca. I miei fratelli già sposati avevano avuto la loro parte. Ottenni di continuare a studiare.

Camminavo quasi in punta di piedi nei chiostri dove gruppi di studenti ridevano, litigavano e a volte cantavano. Rasentavo i muri e sparivo non visto nella porta di un buio istituto. Tre anni e mezzo passati in silenzio, mentre fuori gli altri gridavano di volersi riprendere la vita.

Scelsi filologia. Giocavo con le parole, il suono della metrica era una litania rassicurante. Le inflessibili regole della grammatica erano l'unico argine al disordine che avvertivo dentro di me.

Esistevo solo in funzione dei miei appunti, sintetici schemi con cui cercavo di trattenere sul foglio parole a volte estranee ma necessarie. Ogni approccio delle colleghe era finalizzato ad ottenere il mio quaderno con la pesante copertina di carta blu. Io le guardavo meravigliato mutarsi, quando, varcato il portone, si rifugiavano in bagno la mattina. Immaginavo uscire dalle loro borse rossetti, matite, ombretti. Da Maria ad Eva. Questa metamorfosi mi affascinava. Sentivo crescere in me un afrore ignoto, che avevo combattuto ferocemente, senza vincerlo.

 

Era già tardi. Saranno state le sei. Avevo appena avuto il titolo della mia tesi, le metafore del mare nelle lettere di un santo navigatore. Il mare era un ricordo lontano: la colonia, i giochi sulla spiaggia con miseri scarti degli altri, fil di ferro, stecche dei ghiaccioli, i pomeriggi in pineta. Un po' più cresciuto, la gita coi miei a trovare una zia suora, mi aveva concesso di sedermi da solo, un poco sulla riva, verso il tramonto, gli scarni minuti, nel ricordo mi parevano ore intere. Salutai il professore e uscii accostando piano la porta. Lì vidi Maila. Stringeva nervosamente una sigaretta tra le labbra sottili. Freddi occhi di ghiaccio. Capelli neri tinti. Voleva entrare. Il professore se ne andò. Guardavo i suoi occhi, senza muovermi. Fu lei a tendere il pacchetto verso di me. Io non avevo mai fumato, con difficoltà estrassi una sigaretta e la accesi con altrettanta goffaggine. Fumammo in silenzio. Avrei voluto raccontarle tutto quello che avevo dentro, magari stringerla tra le mie braccia. Ringraziai, me ne andai in fretta. Voltato l'angolo delle segreterie, iniziai a correre.

La rividi qualche mese dopo. Era seduta di fronte a me che la esaminavo. Era il professore ora che fumava con noncuranza, mentre io ascoltavo le risposte approssimative di chi avevo di fronte. Mi guardava persa, mordendosi le labbra. Sembrava una bimba smarritasi in un grande magazzino, di fronte alle domande insistenti di commesse benevoli. Giocherellava con l'orlo della gonna, distrattamente, senza intenzione. Il professore interruppe con un gesto indolente il mio agitarmi a vuoto, nel tentativo di strappare quei balbettii dalla mediocrità. Un altro voto uguale a quello di chi l'aveva preceduta e di chi l'avrebbe seguita. Ammisi, finalmente, che ero avvinto dal fascino che si celava dietro quegli occhi, dietro quel corpo, dietro quelle labbra. Lei mi aspettò. Io uscivo carico di registri e la trovai seduta di fronte a me. Mi sorrise e mi tese il pacchetto. Sorrisi anch'io. Appoggiai le borse sul basso muretto, e iniziammo a parlare. Parlammo per ore camminando per Milano, le vie del centro per me freddi corridoi, si animavano di vita. Capivo allora che quella folla era l'umanità in cui anch'io ero chiamato a vivere. Arrivammo a Parco Castello, i bimbi correvano scortati da un occhio vigile, i vecchi discutevano ad alta voce. Dietro all'arco della Pace per la prima volta ci baciammo. Conobbi un modo nuovo di comunicare. Una lingua nuova fatta di silenzi, carezze, sospiri, sorrisi, baci casti e baci appassionati. La accompagnai fino al suo appartamento in Piazza Piemonte, un grigio quanto anonimo palazzo signorile. Mi invitò salire, la sua compagna era ad una riunione, non sarebbe tornata che a notte fonda. Le mie scarpe pesanti facevano scricchiolare il pavimento di legno. Lei si muoveva con leggerezza nel buio. Iniziammo a spogliarci, lentamente. Tremavo. Lei capì. Mi accarezzò con le sue dita sottili. Mentre mi liberava dalla prigione dei vestiti, mi baciava con dolcezza. Iniziammo una danza antica che nessuno ci aveva insegnato. Il caos che c'era in me lentamente prendeva forma. Accarezzavo il suo corpo nudo dopo l'amore, fumavamo distratti sotto le coperte.

Scrisse un biglietto per la sua amica. Raccattò da un vaso di vetro una manciata di soldi spiegazzati. Camminammo in fretta verso la stazione sotto la fredda luce dei lampioni. Salimmo di corsa, ridendo, sull'ultimo treno per Genova. Stretti, abbracciati sui sedili di uno scompartimento vuoto, ci baciammo nuovamente per ore, mentre correvamo nella notte.

Accarezzavo ora il suo corpo sotto un maglione di lana cruda. Una grande sole pallido si affacciava, lentamente nel mare.

 

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