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Diario n°:

194

ANCHE QUELLA MATTINA FRANCOIS VENNE SVEGLIATO ALLE CINQUE
Faber

ANCHE QUELLA MATTINA FRANCOIS VENNE SVEGLIATO ALLE CINQUE

Anche quella mattina Francois venne svegliato dal consueto doppio colpo alla porta della sua cameretta.

Da tre anni in quell’albergo a due passi da Place de la Concorde il rito si ripeteva: la sveglia alle cinque, una tazza di caffè, la giacca della divisa messa in fretta. Poi, giù nella hall, a ritirare bagagli e mance fino quasi a sera.

A volte arrotondava lo stipendio e le mance – in calo progressivo per la crisi – prestandosi come guida turistica “non ufficiale”. Sceglieva con cura, in tre anni l’esperienza si era affinata, le clienti a cui offrire i suoi servigi.

A volte vedove mitteleuropee, dalle gambe un po’ forti e dai seni fin troppo torniti.

A volte qualche giapponesina minuta, sperduta e sola. Lì non serviva quasi nemmeno la lingua. I suoi capelli biondi legati da un piccolo fiocco nero di velluto sulla nuca, la barba quasi rossiccia di due giorni, il fisico muscoloso e la livrea, che faceva così giorni della Marianna e presa della Bastiglia, bastavano e avanzavano come “credenziali” e aprivano i loro occhi in un sorriso. E i loro desideri in un rossore alle guance. Inconfondibile.

Non che Francois fosse un gigolo. No, sarebbe ingiusto definirlo così.

Un “gentil accompagnatore” piuttosto.

La visita di routine a Notre Dame, il Sacro Cuore, e tutta la serie di cartoline irrinunciabili. Solo che le sue visite erano così particolari, così romantiche, così speciali.

Staccava dal lavoro alle 18, riposava il martedì e la domenica, unici giorni in cui faceva l’accompagnatore anche alla luce del sole. O riposava spossato dal lavoro e dalle fatiche dell’amore.

Dormiva poco, il tempo di cambiarsi, via la divisa che lo faceva sembrare un giovane ufficialetto di Napoleone, jeans e maglia a girocollo da bohemien del secolo passato, e via.

Almeno tre giorni, notti anzi, a settimana.

Il primo bacio di solito era alla rive gauche. Guardando la luna specchiarsi nella Senna.

La mano sui seni e poi sotto la gonna o sul dietro dei pantaloni dietro la cattedrale. Al buio, dove i turisti non andavano quasi mai.

Poi era fatta.

Se era stato bravo e la turista in particolare calore, ritornava all’albergo. Era lei a trascinarcelo in fretta. Baciandolo, toccandogli il petto muscoloso, a volte osando, specie le turiste più attempate, verificare la consistenza della mercanzia posando la mano e toccandolo sulla patta dei pantaloni.

Un secondo stipendio insomma. Ben superiore a quello ufficiale.

Non ricordava bene il giorno che successe.

O per meglio dire che si accorse di quella donna dagli occhi neri che lo guardava. Doveva essere stato a inizio settimana, ricorda che non aveva ancora finito la paga delle settimana prima e aveva liquidato un’orrida e petulante signora inglese dall’alito pesante, che aveva commesso l’errore di accompagnare, a Notre Dame, dandole i soldi per il taxi, quando, mentre visitavano il tetto della cattedrale aveva accusato nausea e vertigini per lo strapiombo.

Si era scusato, adducendo un appuntamento con un’altra “guida” di lì a poco e l’aveva vista arrancare verso le scale.

Poi aveva guardato la città dall’alto, adorava quella vista, e con lo sguardo aveva cercato gli archi, quello antico e quello nuovo alla Defence. Poi seguito lo skyline che nel tramonto rossiccio sembrava, la giornata era solo leggermente velata dalla nebbia, una cartolina.

Stava scendendo il buio e i custodi avevano cominciato ad invitare gli ultimi ritardatari a scendere, si avvicinava l’ora di chiusura, quando la vide. O per meglio dire, si accorse di lei che lo guardava. Celata dietro un pinnacolo, nell’ombra ne vide il capo, una mano posata sulla pietra scolpita.

Quello che lo colpì furono gli occhi, lo sguardo.

Può uno sguardo di occhi neri infiammare come se fosse brace?

Rimase un attimo stordito, un attimo dopo si chiese come potesse essere là la donna che con lo sguardo lo incendiava, in quella assurda posizione, e un attimo dopo, si mosse per andarle incontro, giusto in tempo per vederla scartare a lato, intuirne al volo un corpo a dir poco sinuoso e sontuoso, avvolto da una sorta di cappa nera che nel movimento le aderiva ai fianchi, al culo, al seno.

Un attimo solo, perché la vide scomparire.

Arrivò vicino al pinnacolo, si sporse oltre la ringhiera persino, per capire come la donna che non c’era avesse potuto sparire, ma lei doveva essere stata più veloce di lui, rallentato da quattro giapponesi che si erano frapposti tra lui e lei come un muro, per un attimo, mentre le si accostava.

Tornò in albergo.

Per giorni rifiutò ogni approccio da parte delle clienti. Molte di loro erano giunte a soggiornare lì, prenotando in quell’albergo, guidate dalle confidenze peccaminose di amiche che erano tornate da Parigi, raccontando, tra le confidenze femminili, oltre a un paio di locali assai particolari ove lui le aveva accompagnate, con malizia e occhiate assai esemplificative, di come fosse un amante instancabile, garbatamente sfrontato e ben dotato per potenza, fantasie e durata. Scansò richieste esplicite di accompagnamento di turiste fin troppo ostentatamente in dubbio su cosa vedere e approcci carichi di malcelate allusione ad amicizie – femminili – in comune entusiaste dei suoi servigi extra-professionali.

Ogni volta che usciva dal lavoro si depistava e, passato Pont de la Concorde e percorso il Quai Voltaire, puntava a Saint Michel per raggiungere la chiesa. Saliva quasi di corsa fino al tetto, ogni giorno più veloce, scansando prima e mescolandosi poi tra nuove torme di turisti di giornata. Sul culmine, poi, andando controcorrente, andava diritto alla fine del percorso di visita, dove l’aveva vista quella sera.

Fu al terzo giorno, no anzi al quarto, in pratica la settimana successiva che la rivide.

Allo stesso posto. Sotto il pinnacolo da cui la statua di pietra accovacciata la guardava. Era la quarta volta che sulla città scendeva, in quel mese che di solito è sereno, la nebbia. Fuori stagione.

Un nebbia fitta, improvvisa, inattesa.

I giornali scandalistici avevano azzardato ipotesi e le avevano strillate in copertina. Una più folle e improbabile dell’altra, versioni delle scie chimiche, tesi di nuovi inquinanti, mutazioni climatiche troppo locali e localizzate per essere naturali, ipotesi complottiste di ogni genere.

I più anziani ricordavano fenomeni similari raccontati quando erano bambini e poi cessati come erano apparsi, senza un motivo o un preavviso.

Di certo è che il primo bacio dalla donna sconosciuta Francois lo ricevette la terza volta che la vide, e fu nella nebbia, quando stava per rinunciare e scendere le scale fino alla piazza. Sentì una mano sulla spalla che lo fece girare, una posarsi sul suo viso, rasato di fresco, ma Francois aveva la pelle di un bambino, come dicevano le sue occasionali amiche carezzandolo. E lei la carezzò.

E lui ebbe i brividi salirgli lungo la schiena, dentro la camicia, al tocco delicato della mano.

Ne vide gli occhi neri, il lampo, quando lei avvicinò al suo il suo viso.

Poi chiuse i suoi.

Francois bacia a occhi chiusi. E si perse il respiro nel gioco delle labbra, delle lingue, di denti che mordevano gioiosi.

Nessuno dei due disse una parola. Lei si allontanò due passi, dopo il bacio, senza voltarsi, guardandolo negli occhi, fissi. Fino a svanire, avvolta nella nebbia.

Fu allora che Francois si scosse da quella sensazione di torpore e accennò un tentativo di raggiungerla, invano. La nebbia l’aveva inghiottita.

Francois andò a sbattere contro la ringhiera del parapetto, sotto il pinnacolo, poi si girò, ma della donna nel mantello non trovò traccia alcuna. Così scese.

Si chiese cosa fosse stato vero e cosa illusione.

Nell’abbraccio del bacio aveva percorso il corpo con le mani, stringendolo e la donna non si era rifiutata a quel contatto sempre più stretto e intimo, al procedere della mescola di respiro e saliva nelle loro gole. Aveva esplorato i fianchi percorrendoli, la pelle fresca come l’ombra, a salire, con le mani infilate sotto il mantello. L’ansa d’anfora delle reni.

La curva dei seni a sfiorare braccia e polsi mentre risaliva lungo i fianchi. Poi le mani a raggiungerli, tondi, saldi, pieni. La punta dei capezzoli sotto le dita. Non si stupì nemmeno, e se ne accorse solo dopo, ripensandoci, che sotto il mantello la donna fosse nuda.

O forse era così preso dall’eccitazione da ricordare male?

L’aveva stretta, percorsa, frugata, come fruga un ubriaco o un animale. Le coppe puntavano verso l’alto, la donna che pure non sembrava così giovane aveva un seno quasi adolescenziale. I capezzoli parlavano del suo piacere con un linguaggio universale, reagendo al tocco del palmo delle mani e subito dopo delle dita che li plasmavano. Pensò, mai gli era venuto in mente, ed era anche un’idea stupida in fondo, ma le idee hanno vita propria e non decidono loro quando nascere o quanto intelligenti essere, che quei capezzoli erano stati come cera. Sotto le dita.

Ma con un percorso inverso a quello che avrebbe avuto un pezzo di cera. Da morbidi, distesi, vellutato a tesi, prominenti, duri. Una gomma di carne a fremergli tra le dita se li stringeva.

Quanto fosse durato il bacio non riuscì a definirlo, gli sembrò fosse durato ore.

Eppure il tocco delle campane aveva scandito le venti poco prima e le venti e quindici quando già era sceso al suolo. E pensò che il tempo era una convenzione non rispettata dal tempo interno delle emozioni.

Si leccò il labbro. Aveva i segni del denti di lei, quando nella foga del bacio, si erano scambiati morsi, quasi un duello di passione. Sentì il sapore dolce e ferroso del sangue di lei, quando i suoi denti le avevano fatto sanguinare il labbro e lei non si era sottratta alla violenza del bacio ma aveva replicato succhiando il suo e stringendolo tra i suoi. Decantò il sapore sulla lingua, chiuse gli occhi e gli tornò nei pantaloni, all’istante, l’eccitazione che aveva avuto e pressato al ventre di lei fin quasi a goderne sul torrione.

 

Incominciò ad essere distratto e assente sul lavoro, ogni giorno di più.

Dopo quel terzo incontro e quel contatto così forte e intenso con la donna della nebbia, come prese a chiamarla ogni volta che pensava a lei – ed era spesso, così spesso da essere diventato in poco tempo sempre – cominciò a perdere ogni interesse per le cose quotidiane. Quelle che aveva curato come riti, metodico, preciso, quasi maniacale persino nella cura di se stesso.

La sua barba curatissima, che sapeva essere un’ombra così seduttiva e seducente con le sue occasionali amanti part-time in albergo, divenne giorno dopo giorno più lunga. Il rossiccio si fece più scuro e quando ormai ebbe mascherato buona parte del volto, la barba si fece castana come i capelli.

Per giorni non si cambiò di camicia e di giacca della divisa fino a farsi riprendere dal direttore. Era la prima volta che succedeva nei quasi tre anni del suo lavoro lì, e più che alle parole, quasi impacciate e imbarazzate dell’uomo che lo riprendeva, avrebbe dovuto prestare ascolto allo sguardo, stupito e carico di domande non espresse con cui l’aveva guardato, muovendogli, visibilmente a disagio, quell’appunto.

È che da molti, troppi giorni – li contava per sincerarsene di continuo, ormai erano quasi venti – la donna della nebbia non era più riapparsa nonostante ogni sera, fino a farsi cacciare dai custodi alla chiusura, lui l’avesse attesa sui tetti di Notre Dame. Conosceva ogni singolo gradino dei quattrocento, stretti, angusti della scala a chiocciola così stretta al culmine. Conosceva ogni mostro dei doccioni, ogni statua, ogni angolo del tetto della cattedrale ormai, ogni pinnacolo, ogni gargoyle del cornicione, aveva visto migliaia di turisti, cercando, in ogni ombra o gruppo, lei. Invano.

Erano apparsi i primi cappotti, la stagione andava rapidamente verso il freddo e anche questo, nelle ore che imbrunivano giorno dopo giorno sempre più in fretta, non lo aiutava certo. Scambiò loden scuri e mantelle di un gruppo di turisti austriaci per la sua mantella, rincorrendoli e raggiungendoli, dopo aver tentato di abbracciare una turista, sotto lo sguardo infastidito e preoccupato del marito.

I giornali parlavano ancora delle strane nebbie di fine estate, il fenomeno non si era più ripetuto, nonostante l’umidità dell’aria fosse aumentata con l’incipiente autunno.

Nebbie così fitte e anomale per Parigi da aver avuto l’onore della cronaca persino nel telegiornali italiani e tedeschi.

L’unico a rimpiangerle probabilmente era Francois che si aggrappò alla convinzione che solo se fossero tornate le nebbie lei sarebbe riapparsa e cominciò a scrutare il cielo ad ogni minimo accenno di bruma, sconsolato.

Dormiva poco, aveva occhiaie giorno dopo giorno più profonde, e non si era nemmeno chiesto come avesse potuto in così poco tempo perdere la testa in quel modo per una donna di cui nemmeno conosceva il nome. O ricordava di aver udito anche solo la voce.

Cominciò a dubitare di aver vissuto un sogno o di vivere nel momento attuale invece un incubo. A chiedersi se fossero vere lei e quell’emozione violentissima, mai provata prima in tutta la sua vita, che aveva avuto stringendola, toccandola e baciandola, e quindi fosse un incubo adesso, o se fosse vero quello che stava vivendo e tutto di quelle sere fosse stato un sogno.

 

Fu il 27 di ottobre, sui giornali negli archivi se ne trova testimonianza, che tornò.

Inattesa, la nebbia.

Francois all’inizio nemmeno se ne accorse.

Aveva saltato il lavoro, la notte prima come faceva da un paio di giorni aveva esagerato a bere e si era addormentato di un sonno profondissimo. Si svegliò che già imbruniva e si stupì, sia di quanto buio fosse già alle diciassette, sia della luminescenza lattea che avvolgeva, oltre la finestra della sua piccola stanza, la via sottostante. Era la nebbia.

Fitta, fittissima dal suolo a salire a perdita d’occhio, liquida e umida alla pelle.

Bianca a prendere l’alone giallo di un lampione o quello rosso lampeggiante dell’insegna al neon accesa del pornoshop sottostante.

Si rivestì in fretta. E corse quasi a tentoni, evitando auto che procedevano lentissime e rari passanti, conosceva la strada a perfezione ormai e la percorse come ad occhi chiusi, nel candore buio e avvolgente.

Aveva due ore scarse prima che chiudessero l’accesso ai tetti, alla cattedrale.

Non trovò folla, né turisti. Nessuno saliva o sarebbe salito per vedere il nulla.

Incrociò, nei punti in cui le scale erano a doppio senso, gli ultimi visitatori. Ascoltò lingue che non conosceva, ma sapeva per certo che parlavano di nebbia. Di quella nebbia.

Salì di corsa.

Appena su, cominciò a cercarla. Inutilmente.

Prese la decisione senza stare nemmeno tanto lì a pensarci. Gli rimanevano quindici minuti prima che i custodi controllassero che tutti fossero scesi e chiudessero le porte, accingendosi a lasciare il posto di lavoro a fine turno. Cercò un angolo, finché non trovò un modo di celarsi dietro le barre smontate di un ponteggio e quattro tavole di legno lasciate dagli operai della manutenzione dopo un lavoro urgente. Si fece più piccolo che poté, rannicchiandosi dietro le tavole, e la nebbia gli fu di aiuto. Il fischietto dei custodi, l’invito a scendere per i ritardatari, i loro passi, le loro voci che commentavano la nebbia e la paura di inciampare non vedendo quasi nemmeno i propri piedi.

Sentì in lontananza il rumore del chiavistello e del lucchetto.

Poi il silenzio.

E poco dopo, dapprima velati e ovattati, poi netti sulla pietra, i passi.

Uscì dal suo nascondiglio e seguì la loro traccia, si facevano più forti e netti i colpi dei tacchi, e se ne fece guida.

Non si stupì nemmeno di averla raggiunta esattamente allo stesso posto dove l’aveva baciata e poi l’aveva persa.

Persino nella nebbia gli occhi neri di lei lo accesero coi loro lampi.

Lei aprì il mantello. E lo accolse.

 

Ritrovò il sapore della bocca.

Lo riconobbe e se ne nutrì succhiandole la lingua.

Sentì i denti di lei serrargliela, e si eccitò all’istante. Percorse come impazzito il corpo con le mani. Ritrovò i seni e dalle coppe corse ai capezzoli, e lo scoprirli così attenti e sensibili, reattivi a farsi duri in un istante aumentò la sua eccitazione a dismisura. La prese per i fianchi fino a farla sedere sulla pietra.

La donna della nebbia alzò il mantello mentre Francois la sollevava per poi posarla a cosce aperte sul parapetto. Le allargò di più le cosce, lei lo aiutò assecondandolo poi gli guidò la testa tra le gambe, portandolo, decisa, a inginocchiarsi. Francis si ubriacò.

Prima di farsi dolce come miele il sapore di lei gli aggredì la gola, forte, violento, acre. Quasi animalesco.

Succhiò le labbra, le aprì, le fece gonfiare leccandole, squarciandole con la lingua, mordendole. Per dedicarsi poi a quel bottone di carne che quasi da solo aveva trovato la via delle sue labbra, dei suoi denti, dei colpi sempre più veloci della sua lingua. Sentì le gambe di lei stringersi al suo collo e le unghie di lei graffiargli come artigli le spalle, all’improvviso.

Le cosce serrarsi a scatti, una, due, tre volte. Le unghie affondare, risalirgli la carne della schiena e poi allentarsi.

Si sollevò.

Nella nebbia umida il respiro di lei era visibile come vapore. Respirava con la bocca aperta, e sembrava ridere.

Lo attirò a sé.

Si sollevò coi muscoli delle cosce sulla pietra mentre lui spingeva il pube e si lasciò scivolare su di lui, accogliendolo nel ventre. Serrò le cosce ai fianchi di Francois e cominciò a pressare il pube salendo e scendendo, usando la presa delle cosce sui suoi fianchi e le mani avvinghiate alle sue spalle.

Francois sentì le unghie con cui la donna si teneva salda. Persino il dolore lo eccitò e spinse per salirle ancora più a fondo, inarcandosi.

Fu allora.

Che il mantello di lei si gonfiò, in assenza di vento e si aprì. Come se fossero ali. E lei, arretrando la schiena sul vuoto, stringendolo tra le cosce, affondandogli le unghie nelle spalle, pressando il sesso per imprigionarlo e spremerlo, per la prima volta ebbe una voce.

«Ora, ti insegnerò a volare.»

Lei scosse il mantello e si buttò all’indietro.

Francois incominciò a godere, a fiotti convulsi, violentemente, come mai aveva avuto orgasmo. E la sua testa a perdersi, nella vertigine.

 

Fu il giorno dopo, allo svanire della nebbia, che la polizia arrivò, allertata dai netturbini.

Dietro Notre Dame, sotto la fiancata, nei piccoli giardini, prima ancora che la città si svegliasse e arrivassero i primi turisti, a pezzi era sparsa al suolo la statua di pietra di un gargoyle. Staccatosi e precipitato non si sapeva come dalla sommità della chiesa.

Era andato in mille pezzi, ma si potevano ancora distinguere e ammirare la testa femminile, una zampa con gli artigli e le piume del mantello aperto, spezzatosi però in almeno sette parti. Solo il busto, un incrocio tra donna, demone e uccello, era perfettamente intatto, e gravava nudo sul cadavere di un uomo, incredibilmente rimastole schiacciato proprio sotto.

Si chiesero come mai l’uomo abbracciasse nella morte la scultura. E perché il suo volto sorridesse.

All’hotel dopo soli dieci giorni assunsero un nuovo facchino factotum.

In fondo fu facile trovarne uno e in fretta.

Chi non vorrebbe lavorare a Parigi?

E poi il lavoro non era così pesante. Le ore nemmeno così tante.

E poi non vanno dimenticate le turiste, cambiano ogni pochi giorni, spesso sono anche belle, e sono così curiose della città e di come amano i francesi.

E infine, anche se la stanza è piccola davvero, nelle giornate di nebbia, ho tutto il tempo per scrivere. Finalmente.

 

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