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Diario n°:

250

ANGELICA E ALBERTO
Ladyfreyja

ANGELICA E ALBERTO

 

7 Aprile 2032

Il volto della donna è inciso da una rete di rughe, una maglia sottile di verità a svelare gli anni, le sofferenze, le emozioni. Osserva l'uomo seduto alla scrivania. Con commozione gli guarda le mani. Mani sottili e ossute, tremolanti. Da vecchio.

In un passato dai colori ancora nitidi erano state ferme, abili a destreggiarsi tra gli organi malati di corpi sofferenti, esperte a muoversi dentro gli organi sessuali di lei, gonfi e colanti desiderio.

L'uomo, Alberto, estrae da un sacchetto di plastica due siringhe, disinfettante, cotone e un flacone bianco, anonimo.

Con un'iniezione di cloruro di potassio farà finalmente placare quello spirito indomito e ribelle, la sua schiava-regina, quella donna a cui è legato da un rapporto forte del suo essere senza definizioni né regole.

La donna, Angelica, sente quelle mani, le vede sollevarle il volto la loro prima volta, lei giovane donna in cerca di emozioni, offerta a lui anima e corpo. Lui sposato e padre di famiglia, incapace di vivere senza donne, schiavo dell'animale che aveva in corpo. Lui, a incarnare i desideri segreti di lei, a dare forma alle sue fantasie più sporche, a donarle piacere.

Lo guarda. Divora ogni particolare di quell'uomo amato in modo quasi patologico. Gli occhi scuri sono di fuoco, il resto del corpo spento.

Sposta lo sguardo da quegli occhi di brace per osservare l'ambientazione della sua morte. Si sofferma sulla finestra. Fuori il buio è quasi vischioso, la luna e le stelle andate altrove.

Nella loro prima notte di perdizione, trent' anni prima, il cielo era un manto di stelle luminescenti, in quella camera di motel nell'Oltrepò Pavese. Angelica ne aveva contate settecentosette stampate sul soffitto, quando, nella dolcezza del dopo, stava accucciata sul ventre caldo di Alberto, gli occhi puntati al cielo, in quella stanza così kitsch. Il suo primo motel.

«Certo che potresti prendermelo in bocca un'ultima volta… chiudere gli occhi con quel sapore…»

Angelica increspa le labbra.

Lui riusciva sempre a farla ridere, sdrammatizzava anche le situazioni più imbarazzanti e penose, volava leggero in quella stessa esistenza che a lei a volte attanagliava il cuore e l'anima.

Per questo era stato l'amante di una vita.

Lei aveva passato anni a stordirsi con passioni sconvolgenti, inseguendo poeti che con le parole le scopavano la mente prima e la fica poi.

Lei aveva pianto di più, ma anche riso di più, amato e vissuto più intensamente.

La bipolarità in lei non era solo malattia, era identità, marchio di origine.

Poteva passare un giorno intero a piangere e il giorno successivo sentirsi risplendente come una stella e mostrarsi al mondo da puttana logorroica, bulimica di sesso e sensazioni.

Lui era egoista, egocentrico, stabile. Da buon epicureo, prendeva e dava piacere senza turbamento.

Ora Alberto è un medico settantasettenne in pensione, le mani scosse dal Parkinson e l'erezione un ricordo lontano, ma non perde occasione per toccare il culo alla domestica ucraina coscialunga.

Angelica ha solo sessantatrè anni, gli occhi celesti dardeggiano ancora, ma il corpo ha perso la sua prestanza, quell'aggressività felina che glielo ha sempre fatto venire duro all'istante. Scomparsa, insieme alla criniera fulva, per via della chemio.

Si erano conosciuti per caso, in una community virtuale, l'11 novembre di trenta anni prima.

La loro passione aveva resistito a due matrimoni, una convivenza, quattro figli, tre nascite e una morte.

Nella vita reale si sarebbero conosciuti in modo più formale. Lui l'avrebbe rispettata, trattandola dalla signora che era. Ma la rete aveva fatto sì che non ci fossero barriere sociali o morali. Erano semplicemente un uomo e una donna, con il loro bruciante desiderio, alimentato solo dalle loro fantasie, dalle parole sussurrate al telefono.

Erano un uomo e una donna, uno davanti all'altra, con l'anima nuda.

Angelica guarda le labbra sottili di Alberto, quella smorfia impertinente da ragazzo che conserva ancora alla soglia degli ottant'anni. Quel naso da cucciolo di rapace, che lui è solito strofinarsi parlando.

Inizia ad accarezzargli i capelli, bianchi e sottili come quelli di un neonato.

Alberto posa la siringa, le mette una mano nell'incavo dei seni. Lo sterno è duro, i seni sgonfiati come palloncini vuoti.

Il seno, tondo e sodo, mostrato, esposto, era stato per Angelica il simbolo della presa di coscienza della sua nuova vita da 'donnalibera', come amava definirsi all'inizio della sua storia con Alberto.

Era bella Angelica. Il seno florido, nonostante le gravidanze e i lunghi allattamenti di cui andava fiera, le natiche polpose, gli angoli smussati da lievi rotondità.

Alberto adorava ogni centimetro quadrato del corpo di lei, pur non amandola, come del resto lei non aveva amato lui, almeno non nel modo tradizionale del termine.

 

17 Marzo 2001

Il loro primo incontro, dopo mesi di conversazioni in rete e al telefono.

La conoscenza profonda l'una dell'altro, sfrondata da ogni impalcatura, liberata da ogni menzogna.

Venerdì pomeriggio appuntamento in pineta, davanti al mare.

Angelica parcheggia l'auto davanti al parco giochi. La pista delle macchinine, le giostre, il trenino. Quel luogo l'aveva vista madre nel suo massimo splendore. Per questo l'aveva scelto.

Il vento soffia potente, portando con sé l'odore forte del mare, le entra sotto il vestito, si fa strada fra le sue cosce.

Lo vede, è lui… lei sorride, con lieve imbarazzo. Lui no, è disinvolto, con una faccia impassibile, da bastardo perbene.

Si guardano dritti negli occhi, senza abbassare lo sguardo, addentrandosi sempre più nella folta pineta. Si danno baci fugaci, strofinano lievemente i loro corpi l'uno all'altro, poi si allontanano, come duellanti, pronti ad affondare il colpo.

Dichiarazione d'intenti: «Fra noi sarà solo sesso, niente sentimento. Non ci racconteremo niente l'uno dell'altra…»

Lui le tirerà fuori tutta l'Angelica segreta, lei sarà al servizio completo del suo cazzo, accetterà tutto, da quell'uomo di cui fino a pochi minuti prima non conosceva né il volto né il nome.

Alberto. Medico. Niente altro.

Lui le infila una mano da dietro, a voler saggiare la consistenza dei glutei sodi e polposi.

I loro corpi si attraggono l'un l'altro come elementi di una reazione chimica.

La inchioda ad un albero, mentre il vento le arruffa i capelli e brividi misti di freddo ed eccitazione le artigliano la pelle… un uomo li osserva da lontano, ma loro non possono fermarsi, così presi da quel groviglio dei sensi.

Alberto si apre la cerniera dei pantaloni e l'afferra per i capelli, facendola inginocchiare davanti a sé. Lei lo succhia con cupidigia, lo prende fino in fondo alla gola, mugolando vogliosa.

«Come lo succhi bene, che troia che sei…» Lui esplode in un gemito e lei ingoia il suo sapore virile fino all'ultima goccia... e resta lì, è in ginocchio, con il cazzo ancora in bocca.

E quel sapore cullerà le sue fantasie nei giorni a seguire, in attesa del loro primo vero incontro, in quella camera di motel sulla Milano-Genova.

Nelle orecchie il refrain della giostra dei cavallini. Le sembra di udire voci urlanti di bambini, risate giocose. La vita stessa è una giostra che gira, un luna park dai colori accecanti.

 

3 Agosto 2032

Alberto è appena arrivato al mare con la famiglia: moglie, figli e nipotini.

Quei tre nanetti sembrano una tribù della giungla che balla il tam tam.

«Nonno! Voglio andare in spiaggia...»

«Nonno andiamo all'edicola? Mi hai promesso le figurine dei Gormiti…»

«Io voglio un gelato!!!»

«Ora vado a salutare un amico, poi vi porto alle giostre, là, vicino alla pineta. Va bene?»

Esce. Ha un appuntamento nel cimitero della piccola città.

Sente il battere accelerato del cuore mentre la ghiaia scricchiola sotto ai suoi passi incerti. Si ferma, si appoggia ad un albero. Assapora la salsedine nell'aria che soffia da ponente.

«Si sente bene?»

Una giovane bellezza preraffaellita lo guarda, occhiali da sole e viso minuto nascosti da una criniera di riccioli ramati.

«Sì… grazie. Fa caldo. Sto bene, grazie.»

Pensa: troppo magra. Tutte uguali le ragazze d'oggi. Manici di scopa.

Con il fazzoletto si asciuga una goccia di sudore sulla tempia.

Vede la scena al rallentatore: lui che cammina lento, la tomba di Angelica che si fa sempre più vicina, il sorriso di lei aperto e invitante, fra le rose rosse selvatiche.

«Eccomi donna orgogliosa e fiera, femminissima puttana. Sono qui.»

Da vecchio porco qual è pensa al Sabbath di Philip Roth, che sparge il seme sulla tomba della sua Drenka, a coprire quello che altri hanno versato.

«Lo so che lo vorresti tanto… cosa ridi? C'è gente qui. Mi guardano già perché parlo con te. Figuriamoci se lo tiro fuori…»

Si inginocchia, una mano sulla patta e l'altra sul volto che gli sorride. Apre la cerniera, si guarda intorno. Una lacrima scende, poi un'altra, e un'altra ancora.

Ha un sussulto, la mano che ha dentro i pantaloni va al petto, l'altra si incolla alla foto di Angelica, il pollice indecente sulle labbra, le altre dita a coppa ad accarezzarle il volto…

 

La ragazza rossa si avvicina a quell'uomo distinto, accasciato in una posa sconveniente. Gli rimette a posto i pantaloni.

Turbata, piacevolmente turbata, da quella scena insolita.

Dalla fine degli amori strani.

 

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