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Diario n°:

103

ANNALISA
francopastore

ANNALISA

Avevo circa cinque anni, quando ebbi coscienza che i lamenti di mia madre non erano dovuto ad alcuna sofferenza, ma coincidevano con le visite di zio Pasquale o di qualche cugino, che veniva a farle visita, di tanto in tanto. A sette anni, frequentavo la prima elementare al Barra e mi veniva un nodo alla gola, quando tornavo da scuola e la mamma, in vestaglia, mi preparava in fretta un po’ di pastina o un uovo strapazzato, accompagnato da una fetta di pane raffermo. Il letto grande sempre in disordine, veniva riordinato di sera, quando ci mettevamo a letto ed il tanfo di sudori diversi mi rimescolava lo stomaco, non sempre perfettamente sazio. Per anni avevo atteso una sua carezza, quando ancora pensavo che l’esser mamma voleva dire qualcosa di grande e di importante. Le speranze, purtroppo, svanirono sera dopo sera, col suo russare ed i miei lunghi dormiveglia, sui cuscini maleodoranti di tabacco.

Mia sorella, di tre anni più grande, era andata con zia Clara, subito dopo la morte di papà, io ero troppo piccola per essere affidata a qualcuno. Dopo le elementari, frequentai le medie e ricordo che mi faceva più male l’indifferenza di mia madre che le sue avventure, che, nel tempo, andarono sempre più a scemare. Finii le medie e mi convinsi di essere sola al mondo. Iniziai ad avere amiche ed amici, poi, alla fine, optai soltanto per gli amici. Subito dopo il diploma, pur di scappare di casa, mi sposai con Mario, un elettricista che diceva di amarmi follemente, ma mi trovai divorziata a 24 anni. Non potendo pagare l’affitto, mi rivolsi a mia madre perché mi venisse in aiuto, ma la pensione di reversibilità le bastava appena per tirare avanti, o almeno così mi disse. Dovetti arrangiarmi.

Riuscii a superare quel brutto momento e presi il diploma di infermiera, che mi permise una sistemazione decorosa presso l’Ospedale S. Leonardo.

Ora abito al quarto piano, in un bel palazzo di via Carmine. L’appartamento è piccolo, ma è pulito ed ha un magnifico terrazzo, con vasi di rose e gerani.

Stamani mi hanno chiamata per mia madre, pare che sia stata ricoverata nel reparto psichiatrico, forse dovrei andare a vedere come sta, ma credo sia meglio andarci tra qualche giorno, dopo che la terapia abbia avuto il suo effetto. La settimana scorsa ho sentito mia sorella ed è d’accordo a metterla in un ricovero per anziani. Andremo, così, a farle visita a turno, due o tre volte all’anno. Che scocciatura! Ora che la vita potrebbe essere bella, a due passi dalla laurea, si presenta questo problema, ma lo risolverò quanto prima, ho chi mi darà una mano! Con la moneta che mamma ha usato per anni, si arriva ovunque, basta saperla adoperare con classe, lucidità ed oculatezza. L’amore? Non è cosa che mi riguardi! Io non ne ho mai avuto, perché dovrei darne? Del resto, non ne sarei capace. Dal balcone sul terrazzo, un delicato profumo di gerani mi rinfranca, dopo una lunga giornata di lavoro, abbasso la persiana a metà corsa e la camera da letto, in penombra, diventa più intima ed accogliente. Mi distendo, nuda, sul letto, felice della mia vita senza preoccupazioni; tra poco suoneranno alla porta e Guido, il mio primario, sorridendomi dirà:

«Ciao Annalisa!»

«Ciao!» gli risponderò con voce bassa, leccandogli l’orecchio e schiacciando le mammelle profumante di Chanel sul suo petto villoso. Finisco appena di pensarlo e suonano alla porta. Vado ad aprire, ma non è Guido che mi prende tra le sue braccia, è Carlo, il mio caposala, con l’alito profumato di menta ed un diavoletto nei pantaloni. Che importa?

“Un uomo vale l’altro” mi ripeteva mia madre ogni giorno, mentre piangevo lacrime amare, sulle uova strapazzate.

 

«Sei convocata dal direttore generale alle undici» mi disse una mattina la mia segretaria.

Ero pronta per lui.

Andai nella stanza dello spogliatoio e aprii il mio armadio personale: cambiai abito. Fu divertente osservare che nessuno, al settimo piano, mi riconobbe quando mi diressi alle scale. Qualcuno si voltò. Uomini.

Nel salotto di attesa ero sola. Una signorina di bell’aspetto era intenta a scrivere al computer.

Un cicalino le fece alzare la cornetta di un telefono.

«Può entrare dottoressa Martini. Il direttore l’attende.»

L’attesa è finita per tutti e due. Il pensiero mi fece sorridere.

Entrai nella stanza dalle grandi vetrate panoramiche spargendo il mio profumo di donna.

Attento uomo sto per catturarti.

Lui rimase seduto con una espressione d’incredulità. Si mosse sulla poltrona cercando una nuova posizione.

«Sorpresa dottoressa?»

«E lei, non è forse sorpreso?»

«A dire il vero sì. La ricordavo diversa. Mi ero riproposto di parlare con lei per chiarire… per sfatare le chiacchiere che mi riguardano. Sa, ci ho ripensato a lungo e ho deciso di fare qualcosa per mettere fine a queste maldicenze. Io sono un uomo che prende le decisioni da solo, che gestisce questa società con successo, che nella vita ha lottato per affermarsi, quindi non saranno pettegolezzi da quattro soldi a rovinare la mia immagine.»

Ti stai agitando. Bene, bene.

«Io che cosa c’entro con tutto questo direttore?»

«Lei mi ha aperto gli occhi e vorrei un suo consiglio.»

«Ha impegni per la cena?» chiesi sfacciatamente.

«Veramente non ricordo, e normalmente non vedo i miei collaboratori fuori dell’ambiente di lavoro. Ma devo dimostrarle che sono un uomo risoluto quindi farò annullare eventuali appuntamenti.»

Oh sì che lo farai.

«Allora ci vediamo alle nove a casa mia. Cucinerò per lei, berremo del buon vino, parleremo di questi spiacevoli pettegolezzi e ognuno per la sua strada. Che cosa ne dice?»

L’uomo era imbarazzato ma finse la padronanza delle sue emozioni.

«Mi dia l’indirizzo e la raggiungerò per la cena. Devo anche dimostrare di non essere un influenzato da mia moglie.»

Uscii dal suo ufficio sentendo il calore del suo sguardo tra le gambe.

Desiderami ora, aspettando la notte.

Si presentò con uno stupido mazzo di rose rosse che finirono in un vaso inutilizzato da anni.

Per l’occasione mi vestii con un abito attillato e scollato. Indossai scarpe con il cinturino e tacco a spillo, i capelli raccolti e sorretti da un piccolo fermaglio di tartaruga e profumati con essenza di gelsomino.

Lui indossava il solito abito colore grigio scuro, camicia bianca e cravatta nera a pois grigi che gli conferivano l’aria di chi deve andare a una riunione di affari.

Lo immaginai aggirarsi per il salone senza vestiti. Nudo e vulnerabile.

Nudo e sdraiato sul pavimento. La mia vittima sacrificale. Io il suo carnefice.

Sorrisi versando del vino in un bicchiere segretamente eccitata all’idea di soggiogarlo.

«Posso brindare a questo incontro?»disse mellifluo.

«A noi due» risposi sbattendo le ciglia.

Fuori il buio dell’inizio di una lunga notte.

Sedemmo a tavola. La cena era pronta, il vino respirava da vari minuti, due esili candele profumavano e illuminavano l’ambiente.

«Le dispiace cenare a lume di candela?» chiesi sottovoce.

«No, anzi, parlare sarà meno imbarazzante. A proposito, io mi chiamo Andrea» disse porgendomi la mano «posso sapere il suo nome?»

«Io sono Caterina.»

«Dunque Caterina, nella mia azienda si vocifera che io sia un bastardo manipolato da una moglie bisbetica. E mi pare di capire che siete in molti a crederlo. Che cosa posso fare per riabilitarmi agli occhi del personale? In fondo l’esperta delle risorse umane è lei.»

Cercava di essere distaccato e formale.

«Per sconfessare l’opinione che lei sia un bastardo, dimostri maggiore sensibilità e disponibilità nei confronti dei suoi collaboratori. Per convincerli che lei non è vittima dei capricci di sua moglie dimostri di avere più palle.»

Lo dissi così, bruscamente, colpendo il suo intimo.

Bevve di un fiato mezzo bicchiere di vino.

«Ma io non devo dimostrare niente. Io faccio quello che voglio e basta. E se mia moglie non piace, beh, affari vostri.» Era irritato.

Sei mio.

«È stato lei a chiedere un mio parere, mi pare. E io sono abituata a rispondere con sincerità.»

Accavallai le gambe osservando fuori dalla finestra il cielo. La luna si era nascosta.

Il vestito salendo mostrò il bordo di pizzo delle calze e forse qualcos’altro.

Non indossavo le mutande.

Lui si sistemò la giacca che non era da sistemare.

Potevo sentire distintamente il battito accelerato del suo cuore e avrei scommesso tutto che una vigorosa erezione invadeva i suoi pantaloni.

«Desidera un liquore?»

«Berrei volentieri un cognac, grazie.»

«Dunque, mi faccia capire. Per riconquistare la stima di tutti dovrei semplicemente mostrarmi severo con mia moglie e sensibile con il personale. Tutto qui?» Aveva ripreso il controllo.

E lasciarti sedurre.

«Credo di sì, è tutto quello che deve fare. E ora se permette, veniamo a noi.»

«In che senso mi scusi?»

«Nell’unico senso possibile.»

Il vestito si sfilò in un attimo e rimasi lì, in piedi davanti a lui, nuda. Sciolsi i capelli umettando con la punta della lingua le labbra e attesi.

«Quante volte hai desiderato che questo accadesse, quante volte lo hai sognato. Ora puoi vivere la tua fantasia lasciando a me la possibilità di vivere la mia.»  Rimase immobile.

Aprii un cassetto tirando fuori un paio di manette cromate e prima che potesse fare o dire qualcosa lo ammanettai alla sedia

«Il direttore ha paura, forse? Paura di non potersi difendere?»

«Mi liberi immediatamente. Glielo ordino.»

Gli aprii la lampo afferrando con la mano il membro caldo, eretto, già umido. Le labbra lo avvolsero, la lingua lo leccò, la bocca intera lo accolse fin nella gola succhiandolo rumorosamente.

L’uomo reclinò la testa gemendo nonostante la leggera resistenza. Più resisteva più lo ingoiavo. Smise ben presto di scalciare abbandonandosi nella culla umida della mia bocca.

Gli sfilai i pantaloni, le scarpe, i calzini. Infine gli tolsi la giacca, la cravatta e la camicia lentamente.

Lo bendai e spensi la luce lasciando la stanza rischiarata dalla debole luce delle candele.

Lo leccai lungo tutto il corpo partendo dal collo fino alle gambe soffermandomi sul petto, l’inguine, il cazzo sempre più duro.

Cercai la sua bocca, la sua lingua, mordendo e succhiando oltremodo.

«Dimmelo che non ne puoi più, dimmelo che desideri entrare dentro di me, dimmelo o ti lascio così.»

Con un filo di voce mi pregò di continuare, di lasciarlo entrare nella fica.

Sedetti sopra di lui e lo guidai in me. Ero bagnata fino a metà gambe ma tutto quello che desideravo doveva ancora venire.

I suoi gemiti si confondevano con i miei, i suoi movimenti mi assecondavano.

«Scivola in avanti con il culo fuori dalla sedia.»

Le mani impigliate nelle manette, la benda sugli occhi, il buio, contribuivano ad aumentare la sua eccitazione.

Mi liberai di lui accovacciandomi ai suoi piedi.

Glielo presi nuovamente in bocca gustando il mio sapore infilandogli contemporaneamente un dito nell’ano.

«No, questo no» gridò.

Accelerai il ritmo della lingua, serrando sempre più le labbra, succhiandogli i testicoli, risalendo sempre più su, dentro il suo culo, con il dito invadente.

«Sì, così, dilatati per me. Questo è quello che vorresti farmi lo so, ma questa notte sarò io a possederti in questo modo.»

Umiliandoti, soggiogandoti.

Si prese il mio dito, lo accettò, ansimando e agitandosi, godendo dentro la mia bocca tutto il suo piacere.

«Leccami il dito, assaggiati.»

Ancora conturbato mi succhiò il dito che alternavo alla mia lingua ricoperta del suo seme.

Gli tolsi le bende e i suoi occhi si adattarono al buio della stanza.

Era sudato e i battiti del cuore ancora accelerati.

Gli tolsi le manette.

Mi andai a sdraiare sopra il tavolo con le gambe aperte.

«Fai godere me, adesso, consumami la fica con la lingua. Non posso attendere ancora.»

Mi leccò con impeto. Un animale sulla preda. Con le gambe intorno alla sua testa lo strinsi verso di me strusciandomi contro la sua bocca. Un attimo prima di godere afferrai forte i suoi capelli procurandogli lamenti di dolore: non smise di leccare ancora sotto gli effetti del suo eccitamento, sembrava volermi divorare.

Non mi dimenticherai facilmente ma la notte sta per terminare.

«È stato fantastico. Tu sei fantastica. Mi piacerebbe vederti ancora, conoscerti meglio. Lo desideri anche tu, vero?»

«Ora ti rivesti e te ne vai, caro il mio direttore. Domani io per te sarò soltanto la Dottoressa Martini e tu sarai nuovamente il mio capo. E forse, da domani, sarai nuovamente un bastardo. Ma con me non ci provare. Ora io ti conosco intimamente, molto intimamente e mi dovrai temere. Sbrigati ad andare via perché è quasi giorno e io amo aspettare l’alba da sola.»

Colsi nel suo volto dapprima lo smarrimento cui seguì la delusione mentre raccoglieva gli abiti sparsi.

Attesi che fosse completamente vestito prima di aprire la porta. Ero ancora nuda, ancora in tempo a trattenerlo, ma la caccia era terminata, la preda abbattuta, la notte svanita.

Di nuovo la luce del giorno, la pausa, l’attesa, dell’altra me che soltanto nell’oscurità può vivere le sue fantasie.

 

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