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Diario n°:

9

ARIANNA... OVVERO IL MARE D'INVERNO
Loryem

ARIANNA... OVVERO IL MARE D'INVERNO

Era una sera fredda, di un gelido inverno, la bora sferzava i volti della gente e persino le onde del mare sembravano rabbrividire di fronte a tutti quei gradi sotto zero.Arianna stava recandosi a casa, completamente avvolta nel suo piumino,intirizzita dal freddo. Erano anni che non si raggiungevano temperature così basse. Se fosse piovuto qualcosa dal cielo, sarebbe stato di certo neve.Alzò lo sguardo, tanto per vedere se rischiava di andare sotto una macchina, perché il vento così forte e gelido le feriva gli occhi.Vide da prima un'ombra indistinta, poi, sforzandosi, mise a fuoco un ragazzo dall'età imprecisata, capelli lunghi e castani che gli sarebbero caduti sulle spalle se il vento non li avesse agitati in quel modo. Capelli forse dritti, forse mossi, difficile capirlo. Una barba folta e ben curata, uno sguardo fiero, incastonato dentro dei lineamenti regolari. Dava l'aria di passare attraverso il vento ed il freddo,quasi questi non potessero toccarlo. Non sembrava intirizzito dal freddo e i suoi occhi guardavano dritti davanti a lui.

Indossava un lungo cappotto nero, legato in vita dalla cintura, il bavero alzato a chiudergli la gola e una sciarpa bianca avvolta attorno al collo che appena emergeva dal colletto rialzato, esattamente in corrispondenza della gola che copriva. Alle mani un paio di guanti scuri a racchiudere due mani grandi e dalle dita lunghe. Era strano notare tutti quei particolari, annotarli ad uno ad uno quasi la memoria dovesse essere un foglio d'appunti, una tavolozza su cui disegnare tratti forti e decisi per l'abbozzo di dipinto. Che strano personaggio! Trasmetteva fascino e mistero, quasi fosse un cavaliere errante d'altri tempi... forse era alla ricerca di un drago da uccidere oppure di una dama da salvare... Pantaloni di jeans, probabilmente imbottiti, al polpaccio erano stretti, per cui e il modello doveva essere di quelli attillati... ma il tutto era ben celato sotto quel pastrano.

Ai piedi degli calzava un paio di stivaletti, rivestiti di pelle e foderati in velluto, rivoltati sull'orlo in modo da rivelarne l'interno, molto bassi, quasi senza l'accenno di un tacco, il ché gli conferiva un'andatura leggera, quasi impalpabile, e i suoi piedi sembravano accarezzare il marciapiede, ma forse era anche per il modo leggero che aveva d'incedere o, effettivamente, solo per com'era conformata la suola. Oltre a questo lo sfondo del viale, la sua prospettiva verso il cielo e quello sfondo grigio-azzurro. L'insieme dava a quella scena un'aria particolarmente irreale, quasi si trattasse di una inquadratura voluta da un qualche regista.

Ecco, quel dipinto era finito, uno strano affresco eseguito sulle pareti stesse della memoria. Fatto per essere un ricordo preciso da durare inalterato nel tempo.Se non fosse stato per il freddo ed il vento, Arianna avrebbe giurato d'essere all'interno di una sala cinematografica, semplice spettatrice di un film che pareva interessarle e coinvolgerla... sarebbe rimasta semplicemente ad assistere allo spettacolo, se non avesse ad un tratto udito delle parole rivolte senza alcun dubbio a lei. La voce di quell'affascinante sconosciuto era calda e penetrante, in un solo temine: suadente. Perforava il vento, attraversava il gelo e colpiva al petto, scaldando il cuore.

«Scusa, cerco la sede della Confesercenti...» Lei rimase un attimo a fissarlo negli occhi, restando colpita dalla profondità di quello sguardo e, benché fosse tutta imbottita d'abiti, ebbe l'impressione d'essere nuda. Le folte sopracciglia di lui si corrugarono in una strana espressione.

«Scusi, lo sa? Altrimenti fa lo stesso... chiedo a qualcun altro.»

«No... lo so, è che m'ero un po' persa in certi miei pensieri...» La bocca di lui s'aprì in un largo sorriso. Lei, invece, era fortemente turbata, qualcosa d'inspiegabile le rendeva quell'uomo attraente come mai le era accaduto e anche l'ancorarsi all'idea d'essere fidanzata non pareva porla in salvo.Lui non era un bellone da fotoromanzo, ma l'insieme costituito dall'abbigliamento, i lineamenti, il clima... era particolare, pareva uscito da una sceneggiatura o lei, eventualmente, entrata,all'improvviso ed inaspettatamente, all'interno delle pagine di un qualche surreale romanzo d'avventura.

Il rumore di una macchina parve distrarre i due, lei si riprese da quella turbativa un attimo prima, rimanendone a fissare il profilo...sembrava una statua, l'espressione era nobile, come quella di un'aquila, i gesti lenti e misurati, i guanti, la sciarpa...l'eleganza del portamento. Era la prima volta che si ritrovava a soffermarsi su simili particolari... solitamente buttava un occhio al sedere e alle spalle piuttosto.

«Signorina è fortunata che siamo in inverno e non le possono entrare le mosche... ha la bocca aperta... cosa sta fissando?»

«Niente.. sempre i miei pensieri, ogni tanto vado in oca.»

«Allora... la sede è molto distante da qua, qua, qua... visto che dice d'essere in oca...»

Risero entrambi, rompendo quella situazione di reciproco imbarazzo.

Lei aveva un appuntamento con il suo ragazzo, ma, nonostante ciò,disse:

«Ti... ops, l'accompagno io!»

Non sarebbe stata la prima volta che al suo fidanzato sarebbe toccato l'ingrato compito d'aspettarla, ormai arrivare in ritardo ai loro appuntamenti era una tradizione consolidata, ma anche il segno che la loro relazione stava languendo ridotta più a livello di abitudine che di reale legame affettivo.

«Con questo freddo. No, non si disturbi, mi basta la direzione, poi m'arrangio da solo.»

«Si figuri... lo faccio con piacere.»

Pronunciò questa frase con un'espressione particolarmente maliziosa e soddisfatta in faccia.

«Non mi dia del lei, mi fa sentire in imbarazzo e poi... mi fa sentire vecchio!»

«Lei... scusa, tu non sei di queste parti, sembri un forestiero dal modo di parlare...»

«Veramente sono di qui vicino... sono un negro della laguna, come ci chiamate voi... un baruffante e cos'altro di negativo solitamente si narra su noi chioggiotti...»

«A sentirti parlare non si direbbe... non hai la parlata tipica delle tue parti!»

«Grazie del complimento, visto che io non sopporto la parlata tipica delle mie parti, ad ogni modo io vivo per lunghi periodi dalle parti di Roma, tra i castelli romani e la pianura pontina... parlò più facilmente quella di parlata a dire il vero... mi si attacca!»

«Però voi chioggiotti siete gente simpatica, mi piace il tuo paese... Chioggia ha una vitalità tutta particolare... meglio di questo mortorio... poi io, in realtà, sono di Venezia, non di Jesolo.»

«Senti, mi sembri intirizzita dal freddo, posso offrirti qualcosa di caldo al bar... almeno in cambio della tua cortesia.»

Lei lo fissò con uno sguardo talmente intenso e pregno di trasporto che c'era d'aspettarsi un sì anche alla domanda: verresti con me in capo al mondo?

«Sì, volentieri!»

«Non c'è un qualcosa che guardi il mare? Sai sono nato a poche decine di metri dalla spiaggia e da neonato la risacca mi faceva da ninna nanna. Il mare ce l'ho nel sangue, è qualcosa di più forte di me!»

«A me, sinceramente, il mare d'inverno mette tristezza e m'ispira desolazione...»

«Già, tu sei di Venezia, sei nata con la malinconia autunnale nel cuore. A proposito, hai il ragazzo?»

Lei pensò: “Che strana domanda”.

In effetti un simile quesito dava l'impressione che lui stesse sondando il terreno.

«Sì... volevo dire no...»

Le guance d'Arianna s'erano fatte rosse per l'imbarazzo, ma affermare d'essere fidanzata le pareva come mettere un muro, un chi va là a quell'affascinante straniero.

«Sì e no... Cos'è, tu ne sei innamorata, ma lui non lo sa? Dovresti dirglielo, sei simpatica e carina... non credo che faticherai a conquistare il suo cuore! In particolare se lo fissi così... mi stai mettendo in imbarazzo...»

«Arianna... mi chiamo Arianna...»

Forse lui aveva lasciato la frase in sospeso per ben altri motivi, ma a lei era parsa l'occasione propizia per presentarsi per nome.

«Bel nome... come quella del mito di Teseo... sai il filo d'Arianna... ah, che sbadato, non mi sono neanche presentato! Io mi chiamo Andrea.»

Lei era troppo presa dai suoi pensieri e questi la stavano portando altrove, perciò non recepì quel nome, quasi le labbra di lui si fossero mosse, ma senza emettere alcun suono.

Per stringerle la mano lui si tolse il guanto. Le mani in effetti erano molto grandi e le dita particolarmente affusolate, lisce e curate, molto piacevoli al tatto, inoltre erano forti, ma delicate, nella stretta, quasi si trattasse di un tenero abbraccio. Ancora una volta s'era ritrovata a cogliere particolari su cui spesso e volentieri avrebbe sorvolato.

«Tu... sei fidanzato?»

«Che parola grossa... ho la ragazza.»

«Di queste parti?»

«Non proprio... sta molto distante e non ci vediamo molto spesso. Invece l'aspirante tuo ragazzo?»

«Non è aspirante... è il mio ragazzo. Lui vive a Venezia... oddio, non proprio, al Lido. È uno studente universitario e, di solito, c'incontriamo a Venezia, dove io lavoro.»

«Così il tuo fidanzato è del Lido. Conosco bene il posto... ci ho fatto il militare. Cosa ti posso dire... farete razza! In ogni caso, ragazzo fortunato! Invece, per quel che ti riguarda, mi dicevi che lavori a Venezia... e cosa fai di preciso?»

«Lavoro in una libreria, solo libri per ragazzi, niente di particolare.»

«Se mi dici dov'è ci farò volentieri un salto.»

«Non te la consiglio, non ne vale la pena, non c'è nulla d'interessante... a meno che tu non abbia dei bambini...»

«Non è vero che non c'è nulla d'interessante... ci sei tu e questo, ad esempio, potrebbe essere un buon motivo...»

Dicendole questo, fece un altro dei suoi sorrisi e dentro, Arianna, si sentì squagliare come un ghiacciolo sotto il solleone d'Agosto, malgrado fuori il termometro segnasse un inequivocabile 8° C sotto lo zero.

Le sue gotte erano rosse, come la porpora, ma non per reazione al freddo, era per quello strano stato interiore d'euforia ed ebbrezza che in quel momento stava provando.

Lui pronunciò anche il suo cognome, un cognome molto particolare, che precisò essere tipico del sud... insomma da sudicione... aveva ironizzato lui. Questo però, al contrario del nome, le rimase particolarmente impresso, forse per la particolare sonorità che esso aveva; o, forse, per la battuta del sudicione che l'aveva resa tanto ilare.

Appena smesso di ridere, lui la salutò allegramente e se ne andò, ringraziandola.

«Cielo!»

Pensò lei all'improvviso, quasi un pizzicotto l'avesse svegliata dal torpore.

«Lo potevo... no, lo dovevo accompagnare! Accidenti che stupida son stata!»

Sarebbe dovuta essere lì fuori con lui a fargli strada... a scambiare ancora quattro chiacchiere... a trovare il modo di comunicargli ulteriori informazioni sul suo conto: dove abitava, che aveva un cellulare, dove di preciso lavorava a Venezia, gli orari della libreria e via dicendo... invece, era ancora dentro al bar, seduta ad un tavolino, con il suo cervello che correva all'impazzata e i pensieri che correvano ancora più veloci di lui.

Quella voce bassa e calda, il linguaggio sciolto, l'insieme del viso: sguardo e sorriso, s'erano infissi dentro di lei quasi fossero un chiodo... e i battiti del cuore, ancora in subbuglio, sembravano quelli di un martello che stessero spingendo quel rivetto metallico sempre più dentro.

Riordinate le idee, Arianna uscì dal bar, ma era troppo tardi. Il viale era ormai deserto e lei desolata.

Si voltò per dirigersi verso il luogo in cui aveva l'appuntamento con il suo ragazzo, ma lo sguardo era triste e basso. Era travolta da un insensato scoramento, un terribile nodo allo stomaco, assurdo quanto incredibile, eppure, per quanto riflettesse sulla futile nonché banale causa... non riusciva a darsi pace.

Provò a riflettere un attimo a mente fredda. Non era una ragazza molto fedele, poi quelli da Roma in giù le avevano sempre fatto un effetto particolare... al punto d'aver un amante di quelle parti.

Non trascorse delle ore serene in compagnia del fidanzato e, di sicuro, non le fece passare a lui. Al gelo esterno già fin troppo presente, lei gli fece trovare quello proprio interno e ben peggiore per chi aveva atteso a lungo e al freddo come un cane scodinzolante l'arrivo della persona amata. Il risultato finale fu una bella litigata.

Tornò a casa, triste più che altro, e nemmeno la telefonata di scuse del suo ragazzo riuscì quella sera a rincuorarla. Certo che lei s'era dimostrata molto insensibile, alle scuse di lui, messe come un tappetino per riavvicinarla, lei non aveva posto le sue, eppure era stata lei ad arrivare in ritardo e a trattarlo a pesci in faccia.

Rimase quasi tutta la sera imbambolata davanti allo schermo del televisore, senza sentire le voci dei familiari o riuscire a seguire la trama degli eventi del sceneggiato trasmesso, nulla la liberava da quel senso d'ansia oppressiva e di malessere. Doveva inventarsi qualcosa, poi pensò che doveva concentrarsi sui pochi elementi in suo possesso: ricordava bene il cognome e la città di provenienza di quell'uomo... forse sull'elenco telefonico l'avrebbe potuto

rintracciare facilmente.

Sfogliò rapidamente le pagine e, infine, ecco quel cognome, unico e raro.

Guardò l'orologio, erano circa le 22:35, che fosse a casa? Di sicuro!

Piuttosto, chiamando a quell'ora, non l'avrebbe disturbato...

Fece quel numero trattenendo il respiro, mentre sentiva che all'altro capo stava ormai squillando.

«Pronto?»

Un brivido dietro la schiena a quella voce calda e sensuale.

«Ciao, sono Arianna... la ragazza di Jesolo, non so se ti ricordi...»

«Quella con due labbra carnose e due tette da togliere il respiro?»

Rispose lui, ridendo.

«Sì!»

Gli replicò ridendo anche lei.

«Spero di non averti offesa con questo commento, ma mi sembravi un po' legata ed imbarazzata. Volevo semplicemente scioglierti un po'. Il motivo di questa tua telefonata...»

«Il mare d'inverno... tu hai affermato che si possono far sentire e vedere cose che normalmente non si notano o si percepiscono solo superficialmente. Ecco, avrei intenzione di venirti a trovare, giacché sostieni che la tua di spiaggia ispira più di quella schiera d'alberghi vuoti della mia.»

«Toglimi una curiosità... ma il mio numero di telefono, come lo hai avuto?»

«T'ho trovato sull'elenco telefonico... ci sei solo tu.»

«Hai ragione, sono più unico che raro... ma il tuo ragazzo cosa penserà?»

«Cosa vuoi... lui c'è abituato.»

«Abituato al fatto che te ne vai a zonzo con altri?»

«Abituato al fatto che gli metto le corna a sua insaputa...»

Pronunciò questa frase ridendo.

Lui, invece, si fece di colpo serio e il tono della voce rimarcò la cosa.

«Hai detto qualcosa di grosso... vieni da me già con quell'intenzione?»

«No, con quell'intenzione no... ma con quella possibilità si!»

«Capisco... sei onesta almeno... ma questo sebbene tu non mi conosca, anche se ci siamo visti solo una volta e preso semplicemente qualcosa insieme al bar...»

«Per te è un problema?»

«No, io e la mia ragazza siamo una coppia aperta... non siamo fidanzati, non c'è l'idea del matrimonio, perché non ci sentiamo, a tanti chilometri di distanza, di vincolare uno all'altra... insomma il nostro è un amore che lascia liberi... oppure è una comoda scusa per tradirci e non sentirci per questo colpevoli.»

«Se ti stai mettendo in apprensione per me... non ti preoccupare, non sono il tipo che si fa scrupoli o rimorsi di coscienza... forse sono troppo diretta, ma da quando t'ho conosciuto, qualcosa mi macina dentro...»

Lui tentò di alleggerire il dialogo.

«Insomma ti piacciono gli uomini maturi...»

Rimase perplessa a quella frase.

«Perché quanti anni hai?»

«Tira ad indovinare...»

Cominciò dalla propria età, poco più di venti, per salire... infine ne sparò una a caso per esasperazione.

«Esatto!»

«Non ci posso credere!»

«Vita sana, attività fisica e un unico vizio... le donne. Guarda che sono io che dimostro la mia età, gli altri non si mantengono e ne dimostrano di più...»

Ad Arianna il pensiero corse ad un'altra persona... medesima età,stesso fascino... si vede che era destino!

«Insomma... io vorrei rivederti.»

«Quando e dove?»

Lui ostentava eccessiva sicurezza di sé e a lei la cosa cominciava a non andargli molto giù... ma forse era stata anche colpa sua e di quell'essersi presentata praticamente con la lingua a penzoloni.

«Preferirei da te... se ti va...»

«Va bene. Facciamo per il prossimo fine settimana. Posso offrirti una cena dalle mie parti, se ti va di mangiare.»

Era tutto folle: la situazione, il dialogo al telefono, le intenzioni di lei e di lui. Arianna si stava chiedendo cosa stesse facendo, ma non riusciva a darsi una risposta. Cosa stava cercando? Un'avventura?

Un po' d'evasione in qualcosa di trasgressivo? Togliersi quell'improvviso prurito?

Questi furono i tormenti di quasi un'intera settimana, passata tra il desiderio di ritelefonare e l'irrefrenabile impulso di disdire tutto,

ma alla fine, quel sabato sera, montò in macchina e partì.

Al suo ragazzo avevo inventato una scusa banale, inoltre lui aveva fiducia in lei e questo lo allontanava anche dal semplice sospetto di un tradimento. La gelosia, dopotutto, è un sentimento tipico di chi tradisce...

Arrivò sul lungomare di quel paese tanto simile, quanto dissimile dal suo. Non solo alberghi, come da lei, ma anche traffico di mezzi e di pedoni, un vociare continuo... che dalle sue parti, d'inverno, non c'era. Tutto questo malgrado il freddo e il vento.

Mentre percorreva il largo lungomare, alla sua destra, dietro un muretto di mattoni alto solo qualche decina di centimetri: una spiaggia grigia e deserta, un mare agitato da un freddo vento proveniente da nord-est... il loro vento. Quelle raffiche di bora parlavano slavo e, tra i fischi di ogni raffica, raccontavano storie di Polo Nord e di Russia.

Lei si fermò davanti alla statua alle truppe anfibie, dove d'estate lo zampillare della fontana avrebbe, con il suo solo rumore, rinfrescato l'aria, mentre i fiori nell'aiuola avrebbero diffuso il loro profumo nell'aria, altrimenti troppo pungente perchè ricolma solo di salso e di jodio. Lei rimase intenta a rimirarsi in quella lastra di ghiaccio che era lo specchio d'acqua della fontana, quando lui apparve all'improvviso, senza il preavviso del rumore dei passi, quasi fosse un'ombra.

Lo sguardo d'Arianna si soffermò a lungo sui quei lineamenti, era la stessa persona della prima volta, eppure sembrava differente oppure era solo lei a sentirlo in maniera totalmente diversa. Ormai era lì e non poteva tornare indietro.

«Ci sei o ci fai? Hai intenzione di rimanere a lungo lì a prendere freddo?»

Queste parole la riportarono bruscamente verso la realtà, distogliendola dalle riflessione in cui s'era immersa, estraniandola dal contesto, letteralmente rapita solo dai quei pensieri.

Provò a riflettere velocemente su se stessa e sulle proprie intenzione e non le venne in mente niente di meglio che:

«Ormai sono in ballo e quindi balliamo!»

Tanto pensare per poi ritrovarsi al punto di partenza da cui era iniziata la sua riflessione.

Lui la condusse verso la sua auto, un'elegante berlina blu notte, comodi e accoglienti sedili di pelle che le diedero un certo senso di relax, estinguendo, almeno in parte, il senso d'ansia che aveva addosso... quell'indecisione sul da farsi, quel desiderio di trasgressione fino a pochi giorni prima così forte e adesso quasi assopito e sostituito dalla voglia di tornarsene a Jesolo. Semplice ansia o paura? Paura di cosa? Di quello che poteva accadere? Dei rimorsi che avrebbe provato? Dei rimorsi che invece non avrebbe provato, facendole allargare le crepe già presenti nel rapporto tra lei e il suo ragazzo?

Lo sguardo di lui era dolce e seducente, ma forse l'ambiente, la situazione, comunque qualcosa, era fondamentalmente differente dal giorno in cui, per caso, s'erano incrociati in quel viale della sua città.

«Cos'hai? Sei così silenziosa. Mi sembravi una tipa tanto aggressiva,quando ci siamo conosciuti. Sei forse turbata? Hai cambiato idea nel frattempo? Sei troppo contratta! Pensa solo al fatto che abbiamo deciso di conoscerci meglio... lascia fuori altri differenti propositi o strane intenzioni... il tuo stato interiore ti si legge in faccia e quello che leggo nell'espressione del tuo volto non mi piace.»

«No, non farci caso... è che mi sembra tutto così strano.»

«Senti, io non leggo nel futuro e detesto fare viaggi con la mente che vadano troppo oltre la parola domani... il rischio è quello di non riuscire a vivere serenamente il presente... ora, solo vivendo con tranquillità l'oggi, so di costruire un mio domani migliore... quindi via tutti quei brutti pensieri e bada piuttosto a goderti la serata!»

In effetti, perché stressarsi su cose che non era detto dovessero

accadere e che, ad ogni modo, sarebbero eventualmente accadute anche

per sua volontà e non casualmente.

La serata a questo punto proseguì lieve. Lui era un tipo dalla

parlantina facile, capace di passare da argomenti stupidi a cose

serissime con noncuranza e questo la stava facendo sentire a proprio

agio.

Fu durante questa fase che, un po' per gioco e un po' per perfidia,

Arianna cominciò a fare nei confronti del suo ospite l'occhio languido.

Non ci volle molto a cogliere anche nello sguardo di lui qualcosa di diverso.

Anche in quel tipo tutto d'un pezzo si stava aprendo una crepa. Era accaduto su una frase che aveva detto poco prima, ovvero che lui, malgrado fosse legato in maniera libera alla sua ragazza, non aveva mai sentito il desiderio o la necessità anche puramente fisica di tradirla, ma poi aveva aggiunto: fino adesso. Quella frase, detta involontariamente, sottolineava uno stato di turbamento.

Forse la serata, forse il vino, forse la tranquillità con cui s'era seduta a quel tavolo, le avevano dato una strana scossa interiore e, se a Jesolo era stata sedotta dal mistero che avvolgeva quel bel straniero, adesso si stavano ribaltando le carte in tavola. Non che ne avesse la certezza, ma lo avvertiva come un senso di sicurezza dentro di lei e lo vedeva nel modo di comportarsi di lui.

Per due volte, quando lo sguardo di lei s'era fatto particolarmente

ammaliante, lui era incespicato nelle parole, ritrovandosi a balbettare.

Sì... la cosa cominciava a piacerle e, sinceramente, non aveva idea fino a che punto sarebbe voluta arrivare.

Dalla vetrata del ristorante, tra le luci diffuse della città riflesse nel cielo, s'intravedeva il mare agitato dal vento. Le righe bianche delle increspature delle onde, che una dopo l'altra, s'infrangevano sempre uguali eppur differenti, sul bagnasciuga.

In effetti, forse l'ambiente, forse lo stato d'animo che era particolare o, solamente, il semplice fatto d'essere al caldo e vivere quella spiaggia deserta, di notte, come davanti ad uno schermo, la stavano smuovendo interiormente. Quel panorama così tormentato e agitato, era talmente simile ad alcuni sui pensieri. Tutto questo la stava facendo ricredere sull'idea che aveva del mare d'inverno.

Decise che era ora di appesantire il gioco, scoprendo la scollatura. Le bastò togliere il maglioncino dolce vita, per lasciar intravedere il seno e il gesto d'allargare la stretta della cravatta intorno al collo che lui fece di conseguenza, rivelò come la cosa non fosse passata inosservata.

Persino il colore degli occhi di lui stava mutando, da nocciola si stava gradualmente trasformando in verde, il che non era male, almeno solo per una pura questione di gusto estetico.

Fu una serie di pensieri veloci, sempre differenti, ma in un certo senso simili, ad attraversare la mente d'Arianna, a renderle lo sguardo ulteriormente languido e ammaliante, nonché la propria postura da difensiva ad aggressiva.

Lentamente, ma inesorabilmente, il gioco stava passando di mano, quasi come quando, in una partita a poker, ad un full d'assi altrui che sta dominando il gioco, dopo aver cambiato quattro carte, ci si ritrovi con una scala reale e la certezza, a quel punto, di ottenere l'intera posta in palio.

L'unico problema, a quel punto, è mantenere in gioco gli altri, per poter alzare il piatto il più possibile.

La cena volgeva al termine, era scontato che lui avrebbe proposto vari modi e luoghi per proseguire la serata.

Arianna socchiuse gli occhi, per cominciare un trip mentale. Li riaprì e trovò lui che le sorrideva.

«Allora, come ti piacerebbe proseguire la serata? Cultura? Divertimento? O altro?»

Lei sorrise sorniona, pensando:

«Sesso sfrenato...»

Più semplicemente rispose:

«Intanto andiamoci a fare due passi in riva al mare, non dovevi convincermi che anche il mare d'inverno ha il suo fascino... Abbiamo anche la luna piena... cosa vuoi di più!»

«...e dopo?»

«Per adesso questo, il dopo... lo decideremo. Hai forse intenzione di morire così presto?»

«No, figuriamoci! Sono in compagnia di una ragazza stupenda... credo proprio di non avere nessuna intenzione per ora di morire...»

Arianna si stava gongolando davanti a quei due occhi da triglia... l'idea che lui, ormai, attendesse da lei anche solo un gesto, un semplice pretesto, per farsi avanti, la faceva sentire importante e potente. Era suo e poteva farne quello che voleva, averlo, rifiutarlo o... tenerlo sulla corda.

Lui pagò il conto, quindi uscirono. Il fatto d'essere diventata un po' imperscrutabile aveva messo a disagio Andrea, la tracotanza che aveva dimostrato inizialmente, se l'era dovuta riporre in saccoccia. Il suo volto era velato da un pensiero ossessivo, sentiva d'aver perso le redini del gioco e, probabilmente, stava cercando il modo per riconquistarle... oppure, tornando al paragone con il poker, si stava chiedendo se quei suoi tre assi, in compagnia di qui due re dall'espressione ora stranamente triste, fossero una buona mano.

Quanto poteva giocarsi e rischiare su questo full?

Uscirono dal locale, camminando a fatica sulla sabbia che, sotto i loro piedi, si deformava ad ogni loro passo, rendendoli instabili e incerti nel loro incedere, per quell'ignoto affondare, salire e scendere a cui il buio li costringeva.

Si ritrovarono in breve sulla battigia, lì dove la sabbia prendeva una consistenza più solida, grazie all'acqua di cui era pregna e i loro passi potevano essere sicuri e stabili. Il suono della risacca era forte e la luna piena conferiva uno strano gioco di bagliori e riflessi sullo schiumare delle onde.

Dietro di loro, le luci gialle al sodio del lungomare e i variopinti colori delle insegne al neon.

I loro capelli agitati dal vento e i cuori agitati dai loro pensieri.

Lui la guardava senza mai staccarsi da quel volto. Arianna gli restituiva gli sguardi e, ai suoi occhi accesi da una strana luce, accompagnava degli invitanti e maliziosi sorrisi.

«Sei rimasto senza parole?»

«No, è che ho il cervello un po' annebbiato dall'alcool e non vorrei dire cose che poi...»

«...che poi cosa?-

«Di cui poi potrei pentirmi o che potrebbero essere inopportune...»

«...o che io vorrei sentirmi dire...»

Arianna infilò la sua mano dentro la tasca dei pantaloni di lui, saggiandone così, in maniera inequivocabile, la consistenza dei glutei. Era proprio un bel sederino, sodo e ben fatto. Stava tornando alle riflessioni su un uomo che solitamente le erano più consoni: sedere e spalle.

Palparlo in quella maniera, trasmettergli il proprio desiderio delle carni, fu come liberalo dall'imbarazzo e, un attimo dopo, il braccio di lui la cingeva alla vita.

«Sai ci sto bene con te... insomma sei una ragazza con cui si può parlare, mi fai sentire a mio agio e...»

«...e... continua, quello che mi stai dicendo mi piace.»

«...e, Cristo, non so se è il vino, la Luna o tu, ti desidero come non mi capitava da tanto tempo con nessun'altra donna...»

Le sue labbra smisero di pronunciare parole, per trovare un altro modo, ben più diretto, per esprimere concetti e pensieri.

Stretta in un abbraccio forte ed intenso, Arianna fu travolta dall'intensità di quel bacio.

«Cielo! Il gioco si sta facendo pesante!»

Pensò, ma in fondo... non era quello che lei voleva?

La lingua di Andrea era morbida e delicata, anche se denotava un inconfondibile sapore di vino...

Forse era lo stato d'ebbrezza che lo rendeva così passionale, per cui lei penso semplicemente:

«Benedetta sia l'uva e il vino... allora!»

Un bacio non aveva mai ucciso nessuno e il suo ragazzo per una sera poteva stare in compagnia della ragazza di... caspita, non s'erano neanche presentati... oppure sì... non riusciva a ricordarlo. Forse il nome sull'elenco poteva essere di suo padre e non il suo... Un momento a Jesolo s'erano presentati... non ricordava più nulla... solo un enorme stato di confusione mentale.

Arianna riprese un attimo respiro ed in effetti, quella spiaggia deserta, battuta da un gelido vento, ora aveva un non so ché di nuovo e, allo stesso tempo, di particolare, qualcosa che lei, fino a prima, non avrebbe mai supposto esserci o potuto anche solo percepire.

Gli occhi di lui riflettevano la luce della Luna o, sarebbe stato più corretto dire, la Luna rifletteva la luce degli occhi di lui, accesi dalla passione e dal desiderio per lei.

Per l'ennesima volta, agli occhi d'Arianna, lui stava cambiando, prima era stato lo straniero che l'aveva sconvolta, poi l'uomo da sedurre e giocare e, adesso... adesso, qualcuno con cui condividere degli istanti stupendamente intensi d'amore e di passione...

«Com'è mutevole l'animo umano!»

Pensava tra sé e sé.

Si voltò a guardare il mare, quelle onde, quel gioco di riflessi, sentendo sul suo volto sferzare le minuscole goccioline d'acqua salmastra che il vento le gettava sulla faccia.

Dietro, lui cominciava a baciarla con crescente passione sul collo, dietro i lobi delle orecchie, titilladole gli orecchini. Nel frattempo le mani salivano, scendevano e percorrevano il suo corpo, intrufolandosi dentro gli abiti, forzando qualche bottone o cercando qualche pertugio, soffermandosi ora in un angolo, ora in un altro, palpando magari un seno o solleticando leggermente la zona del pube,il tutto sempre attraverso i pesanti abiti invernali.

La posta nel piatto continuava a salire, era una partita di poker che le stava prendendo la mano... sempre più sicura che dall'altra parte ad ogni suo rialzo, avrebbe corrisposto un ulteriore rialzo, senza mai arrivare a scoprire le carte. Fu forse per questo che decise,all'improvviso, di vedere.

«Abiti lontano da qui?»

«No, perché?»

«Perché... non credo che qui possiamo andare avanti ancora per molto...»

Si voltò velocemente, afferrando tra le mani il volto di lui e scambiandogli un bacio di un'intensità e di un'aggressività indescrivibile.

Come lo lasciò nuovamente libero, lui disse senza esitazione.

«Andiamo a casa mia!»

Dopo qualche minuto i due si ritrovarono in un appartamento del centro. Niente d'enorme, un appartamentino dalle dimensioni contenute, tipico da single. Arredato in uno stile moderno ed essenziale, che badava più al pratico che all'estetica.

Lui fece strada, ma come la porta fu chiusa alle spalle, Arianna gli lanciò uno sguardo talmente carico di passione e di desiderio da, non solo trapassarlo da parte a parte, ma addirittura inchiodarlo letteralmente su quel serramento.

Non gli lasciò il tempo o anche solo il pensiero di prendere l'iniziativa, era già nuovamente incollata alla sua bocca, premendolo contro la liscia superficie del portale, facendogli percepire, nonostante gli abiti pesanti, le sue forme di donna. Pareva strano che i cardini riuscissero a reggere a tanto impeto.

I pesanti capi d'abbigliamento invernali scivolavano ad uno ad uno tutto intorno a loro due, intenti a spogliarsi l'un l'altra.

Il respiro di lui s'era fatto notevolmente pesante e rauco, quasi la salivazione azzerata ne avesse alterato il normale rumore, mentre negli occhi di lei stava brillando una strana ed irreale luce di maliziosa depravazione.

Arianna cominciò ad abbandonare la bocca, per scendere lungo il collo, il torace, il ventre ed infine raggiungere il suo obiettivo. Fece scivolare lentamente i boxer alle caviglie, impossessandosi con le mani del pene. Un sorriso di soddisfazione e perversione le si stampò sul viso prima di prenderlo in bocca.

Le mani di Andrea andarono sulla nuca di lei, infilandosi tra i capelli ad accarezzarla e guidarla in quel frangente.

La ragazza ora percepiva chiaramente quel pezzo di carne calda premere con sempre maggior forza contro il suo palato e la lingua ne coglieva il graduale ed inesorabile crescere delle dimensioni. Lo sguardo di lui era assente, perso nel soffitto, mentre lei, invece,pareva deliziarsi di quel momento di sovrumano potere nei confronti di quel maschio, sapeva che le sarebbe bastato interrompere la cosa anche solo per un istante per sentirlo supplicare di continuare.

Ormai era turgido a sufficienza per potersi dilettare a colpirlo con la lingua, lasciandolo scivolare sulla stessa o dedicandosi con le mani ed i denti alle gonadi. Il glande, completamente dilatato, era ormai rosso paonazzo.

Fu in quel preciso momento che decise d'interrompersi per sentirlo implorare...

«Arianna... Arianna ti prego... andiamo, non restare lì imbambolata!»

Lei aprì gli occhi, intorno a sé l'appartamento era sparito, c'era ancora il ristorante e lui che la fissava in modo strano.

«Arianna, che ti succede? Ti senti male? Sembri lontana da qui mille miglia, se non ti stai divertendo, dimmelo pure, non m'offendo.»

«No, niente, solo dei pensieri...»

«Spero non siano brutti! Hai un'aria triste!»

«No, a dire il vero erano dei bei pensieri... in parte ti riguardavano, ma meglio lasciar perdere... andiamo a farci questi quattro passi in riva al mare... e vediamo se hai ragione tu... o torto io!-

Lei, relativamente al mare d'inverno, aveva ad ogni modo già cambiato opinione.

Si ritrovarono in breve fuori del locale, a camminare sulla sabbia asciutta, affondando ad ogni passo e barcollando nell'incedere incerto tra tanto buio. Le scarpe si stavano riempiendo di granelli di sabbia, ma erano eccessivamente euforici, a causa del troppo bere, per distrarsi con questi aspetti superficiali; infine giunsero nei pressi della battigia, lì dove la sabbia prendeva una consistenza più solida grazie all'acqua di cui era pregna. Il suono della risacca era forte e la luna piena conferiva uno strano gioco di luci sullo schiumare delle onde.

Dietro di loro le luci gialle al sodio del lungomare e i variopinti colori delle insegne al neon.

I capelli agitati dal vento e i cuori agitati dai loro pensieri. Lui la guardava senza mai staccarsi da quel volto. Arianna gli restituiva gli sguardi e ai suoi occhi accompagnava dei sorrisi.

Lui la avvolse nel suo abbraccio, forte e caldo e lei lasciò andare un po' i suoi pensieri, rimirando il gioco di luci che la luna riusciva a fare con le increspature delle onde. Non sentiva freddo e gli spruzzi gelidi che il vento le mandava sulla faccia erano come scintille di vita reale in quella strana atmosfera da sogno.

In quella posizione poteva percepire la pressione del naso di lui sul suo collo, la pelle di Andrea che strusciava sulla propria pelle. Si voltò a fissarlo e lui le diede una leggera carezza sulla guancia.

Si leggeva negli occhi tornati nocciola di lui che era combattuto,quasi due pensieri distinti gli dicessero da una parte di non proseguire oltre e, dall'altra, che forse non ci sarebbe mai stata una seconda volta tra loro due.

In realtà, erano i medesimi pensieri che stava facendo Arianna, forse complice l'alcool che aveva in corpo, l'atmosfera o chissà, quelle fasi in cui l'amore e l'affetto del proprio partner sembrano cose tanto scontate e si sente il bisogno di altro, che bene non si riesce a comprendere cosa sia, forse quella che comunemente la gente definisce trasgressione o forse il semplice desiderio di sentirsi importante e di sentirselo dire... fu lei a prendere l'iniziativa e

baciarlo.

Poteva chiaramente cogliere il gusto del vino che lui aveva bevuto a cena, ma era piacevole sentirlo in quella maniera. I suoi occhi si aprirono e si chiusero diverse volte, giocando con gli effetti cromatici che insegne e luci della strada facevano così da distante.

Le mani andarono istintivamente sul sedere di lui. Era sodo e piacevole al tatto e, altrettanto piacevole, era la sensazione di quella sua mano sul suo seno.

Le venne d'istinto di stringere quei glutei troppo vasti per essere contenuti dentro le sue piccole mani. Così avvinghiata a lui, nonostante l'abbigliamento pesante, stava sentendo materialmente il desiderio di lui crescere e premere contro il suo ventre.

Ormai poteva attribuire la colpa di quel che stava accadendo e dicendo al fatto d'aver bevuto troppo, per cui senza esitazione disse:

«Andiamo a casa tua, io non resisto oltre!»

Lui la guardò, tentando di rifiatare, e il rossore in volto era percepibile nonostante il buio. Stava riprendendo fiato con ansimi pesanti che disegnavano nell'aria piccoli sbuffi di vapore in condensa.

«Va bene... andiamo alla macchina.»

Il percorso non fu dei più diretti, complice lo stato d'ebbrezza dei due e i numerosi baci scambiati lungo il cammino.

Salirono in macchina, riempiendo i tappetini di sabbia, si fissarono, si baciarono ancora, quindi lui mise in moto, intrecciando quando possibile le sue dita con quelle di lei, mentre Arianna si dedicava di sovente a mordicchiargli l'orecchio e carezzargli i capelli.

C'era traffico quella sera e si trovarono in coda sul lungomare, forse al rosso di un semaforo più avanti, forse semplicemente perché la strada era molto frequentata a quell'ora.

Lei, istintivamente, si lasciò andare sul sedile, abbassandolo un po' per rilassarsi meglio. Dov'era tutta l'ansia che aveva avuto all'inizio? Socchiuse gli occhi, quindi li chiuse del tutto, abbandonandosi completamente e lasciando che ad entrare in lei fossero solo i rumori provenienti dall'esterno. Era come vivere in prima persona un film, c'era anche la relativa colonna sonora, proveniente dall'autoradio e diffusa dagli altoparlanti all'interno della vettura.

Fu in quest'atmosfera surreale tra sogno e realtà che sentì la mano di lui risalire dal ginocchio la coscia, per carezzarle l'interno dell'inguine, quindi più su, dove finivano le calze e cominciava la pelle, infine dove finiva la pelle per iniziare il tenue tessuto delle sue mutandine.

Dei rapidi e tremendi brividi le percorsero tutto il corpo, mentre i muscoli e i tendini, invece che rilassarsi, per la comoda posizione, stavano diventando sempre più tesi, sottoposti a quello stato d'ansia.

La vettura si fermò davanti a un palazzo, lei rimase ancora un attimo con gli occhi socchiusi, tentando di riprendere il controllo del proprio corpo.

Sentiva i passi di lui sulla ghiaia, uno strano calpestio che era partito dal suo orecchio sinistro, aveva girato intorno alla sua testa ed era, infine, giunto nei pressi dell'orecchio destro. Lo scatto della serratura della portiera che s'apriva, quindi la voce calda e profonda di lui che le diceva:

«Dai andiamo... o ti devo prendere in braccio come i bambini piccoli?»

Lei rispose con una naturalezza tipicamente infantile:

«Sì... prendimi in braccio.»

Lui la fissò dolce e tenero, con quell'amorevolezza che, forse, non aveva più per la sua ragazza, ormai data troppo per scontata, e che, probabilmente, neanche Arianna riceveva più, anch'essa data per assodata troppo spesso dal suo fidanzato.

Andrea era molto robusto e la sollevò senza apparente sforzo. Lei d'istinto, cominciò a carezzargli il braccio contratto e teso dallo sforzo. Nonostante i vestiti, era possibile percepire il notevole volume del bicipite e del tricipite.

«Devi praticare molta attività sportiva...»

«Faccio palestra come attività propedeutica e le mie braccia sono importanti... sai, quando fai arrampicata libera, spesso affidi a loro la tua vita.»

«In questo momento io sto affidando a loro la mia di vita... se dovessimo cadere dalle scale!-

«Morte un po' assurda per un istruttore di free-climbing!»

Arianna non aveva tutti i torti, lui era forte, ma le gambe, complice l'alcool, erano piuttosto malferme.

Giunsero alla soglia della porta dell'appartamento di lui, tra risolini sciocchi e baci appassionati.

Non senza qualche problema, lui riuscì ad estrarre le chiavi e, dopo vari tentativi, infilare quella appropriata nella toppa della serratura.

Vista la difficoltà, lei ne approfittò subito per canzonarlo.

«Se tanto... mi da tanto, tra poco mi annoierò a morte!»

«Non ti preoccupare, che anche con te in braccio, quel che devo estrarre lo so estrarre senza problemi e dove devo infilarlo, eventualmente, lo so...»

«Non ti sarai offeso? lo sai che sei carino quando mi metti il broncio?»

Furono dentro l'appartamento, con un colpo di spalla lui chiuse la porta, quindi con un colpo del gomito accese la luce.

Un bell'appartamento, molto spazioso, anzi eccessivamente ampio per un uomo solo.

L'entrata s'allargava in un salotto con uno stile d'arredamento classico, né antico, né eccessivamente moderno. Molto buon gusto. La televisione, il PC, l'impianto stereo, insomma tutto il multimediale nel raggio di pochi metri quadri.

«Vuoi della musica di sottofondo?»

«Di sottofondo a cosa?»

Replicò maliziosamente lei ridacchiando.

Un bacio pieno di passione e desiderio diede una risposta talmente esauriente che non ci fu bisogno di pronunciare altre parole.

La adagiò lievemente sul divano, manovrando un attimo con il telecomando dell'impianto stereo, quindi partì una musica molto dolce di sottofondo da un ottimo impianto di diffusione dolby sound-round.

Pareva quasi che ci fossero lì presenti gli orchestrali e i cantanti.

Una mano sul potenziometro dei fari alogeni che puntavano al soffitto e la luce, da diffusa, divenne soffusa.

Le mutandine d'Arianna erano ormai letteralmente fradice degli umore che stava già secernendo, ma la cosa non sembrò turbare molto lui, che vi era affondato con ardore, facendo affondare la propria lingua per stimolarla direttamente sulla sua femminilità, ricoperta dal tenue tessuto di quell'intimo. Le gambe, come mosse da reazione spontanea, s'allargarono e lei si ritrovò a gemere di piacere a tanta sollecitazione.

Le sue mani ormai affondavano nei capelli di lui, scombinando la sua perfetta riga in mezzo, mentre le mutande stavano lentamente, ma inesorabilmente, scendendo sulle cosce, alle ginocchia, lungo i polpacci, alle caviglie, per non dare più alcuna percezione della propria presenza.

Quindi le dita e la lingua di lui dentro di lei a solleticarla. Non poteva resistere un attimo di più.

«Ti prego... ti voglio dentro, non resisto oltre... ti voglio dentro!»

«Cosa hai detto? Che vuoi restare qui dentro? Veramente sarebbe il momento di uscire, siamo arrivati, ma se vuoi, restiamo ancora un po' in macchina.»

Qualcosa non tornava, Arianna spalancò gli occhi e si ritrovò ancora dentro la macchina, davanti a un villino a piano rialzato, circondata da alberi. Gli occhi dolci di lui a fissarla, quindi la sua bocca morbida contro la sua, la lingua e i denti di lui a giocherellare con la lingua e le labbra di lei. Baciava bene, non c'era che dire, una cosa che sembrava strapparti l'anima.

La sua mano risalì l'interno coscia, sino ad arrivare sull'intimo e fu percepibile la sorpresa che doveva aver avuto a sentire quell'indumento completamente zuppo, più che eccitata, sembrava che se la fosse fatta sotto, tanto era bagnato.

«Accidenti! Non sarò mica io a farti questo effetto...»

«Sì e no, forse ho bevuto un po' troppo... ecco e che non so più... dammi un pizzicotto!»

«Perché?»

«Tu dammelo e basta!»

«Va bene...»

«Ahhh!»

Urlò di dolore.

«Guarda che me l'hai chiesto tu...»

«Sì, lo so e son contenta d'aver sentito dolore... adesso continua pure a baciarmi... la cosa mi piace...»

«Ad essere sincero, la cosa non è sgradevole neanche per me, sei veramente desiderabile... a tal punto che sono geloso del tuo fidanzato, lui può averti sempre... mentre io...»

«Taci... preferisco escano baci dalla tua bocca, che queste parole... poi, domani, vedremo, adesso è oggi, adesso ci sei tu, adesso io voglio te, il resto non m'importa, il resto comincerà da domani mattina.»

Fu lei a piegarsi verso il sedile di lui, a dargli un bacio appassionato, mentre con la mano gli accarezzava l'addome, scendendo gradualmente verso il punto in cui, tangibile, avrebbe percepito il desiderio di lui nei suoi confronti.

Stretto e costretto in quei pantaloni, trovò un sesso maschile teso e duro, desideroso solo d'uscire da quella prigionia per ottenerne un'altra, ma ben più anelata. Istintivamente le venne di strigergli i genitali, tutto quel sognare l'aveva letteralmente sconvolta. Al tatto sentì quell'insieme compatto e teso e trovò particolarmente piacevole soppesarne la consistenza con le dita.

«Ti prego, se continui mi farai venire così... è da quando abbiamo cenato che sono in questo stato!» Non era una frase delle più romantiche, ma sapere d'essere l'unica ragione di tanta eccitazione e di tutto quel desiderio, la faceva sentire importante.

Non rimase molto a pensare, la cosa le venne istintiva, abbassò la cerniera ed estrasse quel sesso maschile: rosso, turgido, quasi paonazzo, per accarezzarlo e coccolarlo tra le sue dita.

Quel semplice gesto rese lui assente, quasi che il toccarlo in quella parte del suo corpo le consentisse di disattivargli i centri nervosi del pensiero cosciente.

La pelle era morbida, anche se il rialzo delle vene ne dava una sensazione d'irregolarità. Pareva un legno finemente intarsiato e lavorato, una superficie liscia e tormentata al tempo stesso.

Lo trovava particolarmente affascinante, quasi fosse un oggetto, troppo desiderabile per essere solo soggetto dei suoi occhi e non oggetto della propria bocca.

Forse il clima particolare della serata, forse l'alcool, divenuto ormai la scusa banale a cui attaccarsi per tutto quello che stava facendo e, ebbene sì, aveva voglia di fare, alla faccia della falsa moralità che avrebbe dovuto farla sentire in colpa.

Nel chiuso dell'insonorizzazione della vettura si dilatava e si diffondeva il respiro, ormai più simile ad un rantolio di lui, mentre lei con la lingua accarezzava, titillava e tormentava il glande, il frenulo, l'asta di quello splendido oggetto di piacere, non tanto per quello che lei stava fornendo, ma per quello che stranamente ne riceveva. Una bizzarra sensazione che le derivava dal pulsare delle vene, dal tremare di quel sesso sotto i suoi colpi, era tutto così nuovo e così strano da farle sembrare il gusto di quel pene

particolarmente gradevole... la miglior pietanza di quella sera e tutto con grande naturalezza, senza provare né vergogna, né imbarazzo nel pensarlo... poi era tutto un sogno, una sua fantasia, un ennesimo viaggio nell'irreale della sua mente, per cui... perché porsi dei problemi?

Il respiro di lui ora era a singulti, mentre, contro il suo palato,quel sesso maschile pareva pulsare e agitarsi, mosso da vita propria.

Un attimo dopo nella sua bocca sentiva il contatto caldo ed il sapore dello sperma, mentre nelle sue orecchie risuonava l'ansimo finale dell'orgasmo che, da una parete all'altra della macchina, sembrava rimbalzare e riflettersi, separandosi in più suoni e riunendosi al tempo stesso in un suono solo.

Strano fonema, quasi gutturale ed inarticolato, eppure così simile a quello dolce di un ti amo, alle parole di una poesia, al dolce rimare di una canzone melodiosa.

Era l'alcool, provò a ripetersi Arianna... e poi era tutto un sogno, solo un bel sogno di quelli che ti lasciano tutta bagnata e un po' delusa al risveglio.

La testa le girava e la sensazione era d'essere un po' rintronata, quei momenti ripetuti di black-out le avevano lasciato un sottile strato di nebbia mentale.

Si sentì sollevare di peso. Lui l'aveva presa in braccio.

«Direi che non reggi molto bene il vino... anche se non posso lamentarmi di quello che t'induce poi a fare... reggiti forte a me che tra un po' siamo dentro casa.»

«Basta che tu regga bene me... non vorrei farmi male... e non vorrei tu ti facessi male...»

«Non ti preoccupare, mi servirà pure a qualcosa fare pesistica... in ogni caso grazie di pensare anche a me!»

La mano corse verso il braccio che la stava reggendo.

«È sodo e duro, tutto gonfio... mmm si vede che è una caratteristica comune alle parti del tuo corpo...-

«Parla a bassa voce, sveglierai tutto il vicinato!»

Con qualche difficoltà estrasse le chiavi dalla tasca e aprì prima il cancelletto, richiuso con un calcio, quindi la porta di casa, che subito richiuse alle sue spalle con il gomito.

A tentoni adagiò un attimo lei sul divano, accendendo un abat-jour, per mantenere la luce soffusa, quindi, dopo averla nuovamente sollevata in braccio, si diresse verso la camera da letto.

«Andiamo subito al sodo... eh!»

Bofonchiò in maniera piuttosto scomposta, avvertendo alle proprie orecchie la cosa.

«Cielo, sono completamente sbronza!»

Riuscì a pensare in un attimo di transitoria lucidità. In quei pochi minuti il vino, dall'intestino, le era salito alla testa.

Lui la posò delicatamente sul letto, cominciandola a spogliare.

Arianna socchiuse gli occhi, perché il soffitto ruotava troppo e la cosa le dava il voltastomaco.

Sentiva le mani di lui correre lungo il suo corpo, sollevarla, voltarla, piegarla e togliere ad uno ad uno tutti i capi.

Quindi un leggero brivido, dovuto al fatto d'essere nuda.

Aprì gli occhi un momento. Il volto di lui che le sorrideva.

«Dammi un bacio... dammi un bacio...»

La richiesta fu prontamente soddisfatta, mentre lei d'istinto lo attirava con le braccia a sé. Il contatto della sua nuda pelle con la pelle di lui. La cosa era piacevole.

Chiuse nuovamente gli occhi, perché il soffitto aveva ancora voglia di

girare, per chissà quale strana ragione.

Il tatto e l'olfatto, ecco a cosa si sarebbe affidata.

«Che bel sederino che hai... te lo prenderei a morsi...»

La bocca di lui era sul suo seno a leccarlo, succhiarlo,mordicchiarlo, insomma era dedita a farle provare tutta una serie di strani brividi, ma mai quanto quel contatto duro, caldo e umido che nel muoversi sopra di lei ogni tanto sentiva sulle sue cosce...

Scese ad afferrare con le mani quell'asta.

«Dove vai... piccolino, vieni a casetta...»

Lo condusse per mano e lui docilmente obbedì, sino ad entrare in lei, fino ad essere parte di lei, felice prigioniero del suo più intimo ricettacolo.

Le mani a quel punto tornarono sui glutei di lui, a guidarne le

spinte. Affondi lenti, dosati, volti a strusciare i tessuti il più possibile.

Sentiva le guance bruciare, forse il riscaldamento troppo alto, forse l'alcool nelle vene, forse quello che stavano facendo... comunque stava avvampando.

Dalla bocca le usciva un sommesso gemito, misto ad un respiro, spesso rotto da dei rantolii simili ad un lamento.

Lo sentì vibrare e pulsare dentro di sé, mentre dava sfogo all'orgasmo. Si sentì voltare, le mani sui fianchi a farle sollevare il sedere e una nuova penetrazione.

Lo schaf della pelle che sbatteva, questa volta ad un ritmo maggiore, con affondi più intensi e, a volte, il torace di lui sudaticcio, sulla sua schiena, altrettanto sudata, mentre il suo seno veniva tormentato e deliziato dal tocco di quelle mani tanto grandi quanto forti e delicate.

Le mani di Arianna s'allungarono a cercare le cosce di Andrea per imporgli ancora maggior vigore nel penetrarla.

«Siiii, siii, siii...»

Non era un dialogo da intellettuali, ma lo stato di prostrazione mentale in cui era, poco le consentiva non solo di pronunciare altro,ma nemmeno di pensare qualcosa di differente.

Cosa stavano facendo le mani di lui? Stavano scivolando lungo i fianchi, afferrandole i glutei, per spalancarli, quindi i pollici si aprivano la strada dello sfintere.

«Ahhh il birichino... voleva esplorare nuove vie...»

Fu il suo pensiero confuso.

Lo sentì entrare senza evidente fatica o sforzo, morbido e graduale,quindi la percezione di quel rigido pezzo di carne che scivolava dentro e fuori dalle proprie interiora, voleva fare la monella... con quel poco di controllo che riusciva ancora ad avere dal suo corpo, più che altro passivo e dedito solo a percepire e assaporare, più che a proporsi e replicare, cominciò a stringere a colpi i muscoli rettali, catturando e rilasciando a fasi alterne quel sesso che la stava sodomizzando, in uno strano stato di eccitazione che le faceva

apparire come piacere persino il dolore.

Fu con una di queste contrazione che riuscì ad avvertire le pulsazioni del pene dentro di sé e quindi il caldo liquido che la invadeva.

Infine percepì il corpo di lui che si sdraiava al suo fianco. Provò ad aprire gli occhi, ma il soffitto non s'era ancora deciso a fermarsi, per cui li richiuse. Ora era sopra il corpo di lui, alla ricerca dell'inguine andando a tentoni. Bastò seguire il tronco e l'odore che, inconfondibile, da quella zona proveniva.

Afferrò il pene tra le sue mani portandoselo sulle guance e strofinandovi la faccia sopra, mentre sentiva le mani di lui allargale le gambe e aprirsi un passaggio per la lingua nella sua femminilità.

«Che serata ragazzi!»

Pensò tra sé e sé Arianna... altro non le veniva da concepire, forse per pigrizia mentale, dovuta al momento, o come forma d'evasione da altri e ben differenti pensieri su lei e la sua condotta quella sera, che le avrebbero rovinato quegli istanti.

Gli orgasmi si susseguivano ed era difficile distingue i momenti morti da quelli in cui c'erano scambi d'effusioni o altro.

Le palpebre, a forza di stare chiuse, erano diventate pesantissime e, ormai, non s'aprivano più, poi ci fu un momento in cui la vinse il sonno, più forte dell'orgasmo quasi incipiente, delle sensazioni che lui le stava trasmettendo, più forte di tutto... il sonno.

Quando riaprì gli occhi era già mattina. La sveglia sul comodino segnava le 10:02. Si sentiva tutta indolenzita e, nella testa, il cervello sbatteva ad ogni movimento.

Era sola nel letto. Rimase un attimo a riflettere, quindi uno sguardo all'orologio. Erano quasi le 10:30. Un bigliettino sul comodino: "Sono andato a correre, fai pure come fossi a casa tua... bevi caffè che ieri sera ti sei addormentata di sasso sulle scale!"

La stanza le risultava nuova, anche perché la sera prima le girava troppo la testa. Che avesse sognato tutto? Che comunque fosse accaduto realmente tutto e lui ne avesse approfittato, mentre lei era in quello stato di semincoscienza?

Avrebbe solo dovuto attendere il ritorno di Andrea... e, eventualmente, a quel punto trasformare il sogno in realtà...

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