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Diario n°:

57

BAGNATA NELLA TESTA
Soledad C

BAGNATA NELLA TESTA

Francisca quando pioveva tanto cadeva in un letargo profondo. La pioggia le entrava nella testa, e se le temperature si abbassavano, finivano col ghiacciarle i pensieri.

Quando succedeva era un bel guaio perché uno dei suoi compiti quotidiani consisteva nell'aprire e richiudere le pecore nella stalla e così se Pablo si ritrovava con le bestie in cucina alla mattina presto di un gelido inverno, sapeva che per tutta la giornata e quelle seguenti, sarebbero potuti succedere degli imprevisti.

In genere con un anno mite, il letargo di Francisca si esauriva nel giro di poche settimane con lo spuntare delle prime gemme: l'acqua delle piogge si assorbiva e i venti primaverili asciugavano piano piano le sue idee.

Erano i lunghi e rigidi inverni a far sprofondare la casa nel cupo silenzio assoluto, dal quale certe volte Pablo ha pensato di non uscirne più.

Per cercare di porre rimedio a questa sventura, Francisca si fece visitare in lungo e in largo da tutti i dottori del paese. Qualcuno, tra quelli che avevano preso sul serio i suoi sintomi, le prescrisse qualche rimedio. Pomate per le tempie, sciroppi per la concentrazione e, talvolta, qualche antidepressivo. Inutile precisare che il suo problema non dava segni di miglioramento e ad ogni stagione delle piogge cadeva in un sonno senza eguali, dal quale si destava solo per andare in bagno e per rosicchiare qualche crosta di pane.

Un giorno piovoso mentre Francisca trascinava i passi verso il bagno, Pablo vide la forma della sua figura sotto il lungo camicione di cotone bianco. La luce inquieta della candela pareva dare vita a quel corpo immobile e silenzioso, e per un momento a Pablo sembrava danzasse sinuoso invitante e sfrontato. Strabuzzò gli occhi un paio di volte e diede l'ultima sorsata di tequila per scaldarsi dal freddo umido della pioggia battente e invece di poggiare il bicchiere sul tavolo, lo fece cadere e rotolare sul vecchio tappeto. Non riusciva a distogliere lo sguardo da lei che aveva voltato verso la camera da letto, muta.

Con il pensiero fisso dei suoi fianchi morbidi Pablo si sollevò traballando per seguirla. Fermo sulla soglia della camera da letto la vide seduta con lo sguardo vuoto sulla sua poltroncina e si avvicinò per accarezzarle i capelli.

Ogni tanto lo faceva quando la moglie cadeva in letargo, ma come non mostrava alcuna reazione lasciava presto perdere e andava a svuotare una delle sue bottiglie di tequila messe da parte per il lungo inverno piovoso.

Questa volta però le pieghe della stoffa sulle cosce abbandonate, la luce tonda che muoveva le ombre e la tequila che stava dando fuoco ai pensieri in mezzo alle gambe, lo convinsero a proseguire con le carezze, senza dare importanza alla sua assenza.

Francisca restava seduta e immobile fissando una piccola crepa del muro e Pablo le sollevava delicatamente la sottana di cotone. Alla vista di tanta bellezza si commosse e senza pensarci cominciò a baciarla leccando e soffiando con amore sul ciuffo selvaggio e trascurato in quei giorni di pioggia. Succhiava felice e alla colpa di non rispettare l'assenza della moglie, non voleva pensare. Francisca abbandonata su quella poltrona, con le cosce svelate e larghe era un'opera di jesus, e Pablo non poté fare a meno di abbandonarsi, immergendo la sua faccia in tutta quella bellezza.

Solo dopo alcune ore, nel mezzo della notte, inebriato e ubriaco e sconvolto, cadde in un sonno profondo fino alla mattina dopo, momento in cui decise che avrebbe fatto i conti con i suoi peccati.

La mattina dopo venne presto, sfondando la porta della camera da letto con un grande vassoio colmo di uova e fagioli fumanti. Il sorriso spumeggiante di Francisca aveva illuminato la stanza, nonostante fuori piovesse a dirotto e tutto fosse grigio e cupo.

Appoggiando il vassoio sulle gambe di Pablo lo baciò appassionatamente.

«Stanotte mi hai succhiato via fino all'ultima goccia e oggi mi sento molto meglio. Ma continua a piovere e presto la pioggia mi entrerà ancora nella testa. Adesso mangia e pensa alle pecore, io prima che torni il mio letargo cercherò di farmi bella per te.»

E così rimase a guardare Pablo mangiare le uova, con la testa infilata fra le sue gambe riempendosi la bocca, ma non con le uova.

La giornata servì a Pablo per rimettere in ordine le idee. Forse aveva trovato una cura per il letargo della moglie, una medicina che le avrebbe permesso di vivere un po' anche durante la stagione delle piogge.

Al suo rientro la casa sembrava vuota. Aveva sperato di trovare la sua adorata vicino al fuoco e di sentire i dolci profumi della sua cucina. E invece tutto era spento e lei era seduta sulla sua poltroncina. Sul tavolo aveva lasciato del formaggio e del pane e la bottiglia di tequila ma il fuoco si era spento col tempo. Pablo mangiò con calma il formaggio, spezzando il pane sovrappensiero. Senza fretta sorseggiò la sua tequila e rimase a scaldarsi accanto al fuoco ravvivato, fumando un po'.

La porta della camera era socchiusa e lui la fissava zitto e pensieroso. Era il momento di dare la medicina a Francisca in letargo.

Lei era li con lo sguardo perso, ma le sue belle cosce completamente scoperte. Il ciuffo ribelle che nascondeva tutto ciò che avrebbe desiderato succhiare e ingoiarsi non c'era più. Francisca era stata cosi generosa da rendergli il cammino più semplice e meno impervio. Cosi liscia e tiepida pronta per essere divorata, bevuta e poi asciugata.

Pablo beveva da lei ogni notte del rigido inverno, e Francisca gli preparava una bella colazione ogni mattina, ringraziandolo sempre come la prima volta.

 

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