Abbiamo 468 visitatori e nessun utente online

Diario n°:

255

BISTURI
Ladyfreyja

BISTURI

Il cellulare vibra nella tasca dei jeans.

Sul display una lettera, la prima, maiuscola, imperiosa: A.

Angelica preme il tasto 'rispondi' senza dir niente.

«Alle 11,30 sono da te.»

Il tono non è quello di sempre. Esitazione nella voce.

Sono le 10,15, ha tempo a sufficienza per terminare quel report.

Decide di cambiarsi subito, così può lavorare al computer fino al'arrivo di Alberto.

Reggicalze nero, sottile come piace a lui, calze nere, décolleté Sergio Rossi nere altissime, le sue preferite.

Mette una vestaglia di seta nera con dei ricami bianchi sul davanti e si siede alla scrivania.

Muove le dita sulla tastiera, la testa altrove.

Quanta voglia ha di lui: patologica, come sempre.

Con la mente forgia il suo volto: labbra pericolosamente sottili, naso da cucciolo di rapace, occhi che bucano, folte e nere sopracciglia, due strisce orizzontali che si stagliano sulla fronte come demoni sormontati da un' angelica aureola di candidi capelli bianchi.

Lei ama i contrasti.

Squilla il telefono: è F., il suo porto sicuro, la sua carezza lontana.

Lo aveva cercato stamattina, quando una morsa le attanagliava il cuore e si sentiva intrappolata negli antri più neri della sua mente.

Voleva sentire la sua voce.

Lo ha chiamato perché aveva bisogno di lui, come tutte quelle volte in cui non sapeva cosa fare della sua vita insopportabile.

Ma ora è distratta, risponde ma il corpo freme nell'attesa spasmodica di Alberto.

Le parole di F. sono un naturale stabilizzante dell'umore: lievi, carezzevoli, calde, tenere, rassicuranti.

Angelica sente gli occhi gonfiarsi di lacrime.

Vorrebbe vivere quel sogno. Quell'uomo potrebbe darle pace, quiete, serenità... amore, anche.

Guarda l'ora sul display : 11,37.

Cazzo! «Scusa, devo attaccare, devo assolutamente scrivere un report entro mezzogiorno.»

Squillo: «Puttana, che ci fai al telefono alle 11,30 ? Apri questa cazzo di porta.»

Angelica si mette un cappotto lungo e scende di corsa le scale. All'ingresso principale il portiere legge sonnacchioso il giornale. Lei si appiattisce contro il muro e va ad aprirgli la porta laterale.

 

Alberto entra.

Giacca grigia, camicia celeste con gemelli, aspetto da dandy ma sguardo feroce.

L'afferra per un braccio senza dire niente e la spinge su per le scale, dentro l'appartamento.

Senza parlare la porta in sala da pranzo, la piega su quel tavolo sontuoso.

Le mette un dito nella fica.

«Non è bagnata, neanche un po'. Dove tieni le manette?»

«Nella scatola a fiori nella cabina armadio, in alto sopra lo specchio… Scusa, non mi ero accorta che erano già le 11,30?»

«Sta' zitta. Non ti muovere.»

Freddo metallo ai polsi, le braccia unite dietro la schiena, in una posizione innaturale.

Lui apre il cellulare di lei. Chiamate ricevute: F ore 11,19.

«Sei una troia stupida. Ti piace che gli uomini seguano il tuo odore come cani… e ne memorizzi solo l'iniziale. Chi cazzo è F.? L’imprenditore? L'avvocato? Il vecchio? Il giovane? Il professionista? Non mi importa con chi scopi quando non sei con me, ma non provare più a farmi aspettare mentre parli con un altro… Oggi avrai quello che ti meriti… che poi è quello che mi hai chiesto te. È in macchina da quel giorno.»

Angelica lo vede prendere le chiavi di casa e uscire. Si appoggia su quel tavolo duro piegando la testa di lato.

Gli occhi bruciano, il respiro si fa forte, dando il ritmo alle vertebre che sporgono dalla schiena magra e nuda.

La chiave che gira di nuovo nella serratura.

Sguardo intenso, ora.

Rasserenato.

Le mette un fazzoletto sugli occhi, con lentezza.

La fa stendere di lato, le accarezza i capezzoli, poi li strizza, li tira.

Di nuovo dolcemente le sfiora la pelle, scende giù, fino alle anche. Lì si ferma, massaggia con lievità, poi si ferma ancora.

Assenza di parole, silenzio di movimenti.

Angelica è bagnata, smaniosa, ma non può muoversi, non può toccarsi, può solo aspettare.

Freddo. Metallo. Là in basso, fra l'anca e l'ombelico.

Un taglio, sottile, preciso. Liquido che cola.

Bisturi.

Lei un giorno gli aveva chiesto un segno di possesso nella carne, una cicatrice che gli altri avrebbero sfiorato, e a quel tocco lei avrebbe ricordato di essere Sua. Sua per sempre.

Di nuovo le lacrime che spingono contro le orbite per uscire, ma rimangono intrappolate, a gonfiare gli occhi.

«Fammi vedere il sangue, fammelo sentire!»

Alberto le toglie la benda. Lei vede un rivolo di sangue rosso che cola giù verso la piega dell'inguine. È felice. Lo guarda. Lui sorride.

La stende di nuovo a faccia in giù sul tavolo, apre la cerniera dei pantaloni.

Lei sente il suo membro fra le cosce aperte e gli chiede di penetrarla.

«Stai zitta.»

Come si fa a far star zitta una logorroica?

La si prende per i capelli e le si infila l'uccello in gola.

I capelli si attaccano alla saliva, le coprono gli occhi, le entrano in bocca, ma lei non può toglierli, può solo gustare quel bene prezioso.

All'improvviso lui le prende la testa fra le mani, le scosta i capelli appiccicati, la guarda, intensamente.

«Dimmi "ti amo".»

Non è uno dei suoi soliti comandi: voltati, piegati, prendimelo in bocca…

Non è una delle sue solite domande retoriche: a quanti hai dato il tuo culo…

Angelica è impreparata.

Non riesce ad aprir bocca, piena del sapore di lui.

«Dimmi " TI AMO"»

Dimmi " TI AMO"

E intanto le toglie le manette.

«Ti amo.»

Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo.

E lo abbraccia, baciandolo con disperazione.

Lui la stringe a sé entrando dentro di lei.

E fanno l'amore per la prima volta.

Le lacrime, finalmente libere, sgorgano come un fiume in piena.

«Ti amo. Ti amo. Ti amo…» Angelica prende coscienza di quello che il suo cuore sentiva da tempo.

Ama quell'uomo con il quale ha stipulato un contratto non scritto di sesso senza sentimenti né limiti.

Le lacrime diventano singhiozzi, e Angelica cerca di soffocarli contro il guanciale, ma trema con tutto il corpo e Alberto esce da lei. Inizia ad accarezzarle la nuca e le copre la schiena di baci, baci infiniti.

 

 

Più tardi chiamerà lo studio: «Teresa, mi sposti tutti gli appuntamenti del pomeriggio a dopo le 5? Sì, un'emergenza in ospedale.»
 

Specifiche

3.0/5 rating 1 vote

Share this product

Lascia un commento

Please login to leave a comment.