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Diario n°:

86

QUALCOSA DI BURRO, CANNELLA E SALVIA ALL'ANANAS
Liviana Rose

QUALCOSA DI BURRO, CANNELLA E SALVIA ALL'ANANAS

«Parlami! Non farmi aspettare così. Non puoi. La crudeltà è sicuramente vietata dalla convenzione di Ginevra. O qualcosa del genere... Dai, non si fa così. Apri quella maledetta bocca. O meglio, chiudila e manda giù.»

Sembravo un cartone animato giapponese impazzito, quelli con la gocciolona di impazienza che  spuntava sopra la testa, mentre aspettavo il responso della mia migliore amica a proposito del piatto  che avevo accuratamente studiato a tavolino per tutti i nove mesi di corso di alta cucina.

Era la mia prova d’esame e l’esame in questione sarebbe iniziato l’indomani.

Con tutte queste persone che si inventavano cuochi dalla mattina alla sera e che soprattutto leccavano il culo al professore non potevo permettermi di creare un piatto meno che eccellente.

«Buonino direi.»

«Buonino? Buonino lo dice Kim Cattrall alla fine di Sex and the City parlando del Manhattan. Dice vecchietto ma buonino. Non credo sia un complimento. Sa di un passato che non torna più. Il mio compito è di creare un piatto per il futuro. Speravo nel Pranzo di Babette, in Come l’acqua per il cioccolato, mi va bene anche Julie e Julia. Sono fregata. Dovevo buttarmi su un piatto col tartufo.

I fiori e le erbe aromatiche biologiche non bastano. Sembra di mangiare un profumatore per ambienti vero? E adesso cosa faccio?»

Piangere forse. O sbattere la testa contro il muro, anzi una mano, così si sarebbe rotta e avrei avuto una scusa per non fare l’esame.

Decisi di fare un bel bagno caldo, nei momenti di stress mi si induriva il collo e solo l’acqua calda poteva sciogliermi il nodo di tensione.

Avevo uno stupendo bagno schiuma al vino comprato proprio in una cantina piemontese. Fragrante, intenso, ricco di tannini, antietà, corroborante e... finito. La mia coinquilina aveva attinto di nuovo alla mia scorta di bagno schiuma.

Trovai un solo boccetto, non mio, dall’improbabile color gelatoallamponefucsiasciolto.

Aprii il tappo e mi venne voglia di mangiarlo. Come permettevano di produrre un intruglio simile? Se fossi stata una bambina l’avrei subito leccato.

Voglio sempre vedere con che ingredienti è fatta una cosa, è una deformazione professionale, per questo prima di metterlo nell’acqua lessi l’etichetta.

<La dispensa dei golosi produce un bagno schiuma che nutre delicatamente la tua pelle lasciandola morbida e vellutata – ma dai sembra la pubblicità di una zuppa – È disponibile in quattro gustosissime ricette: cioccolato, fragoline, latte di fichi e zucchero filato. Ricette appetitose e aromi intensi per una dolcezza irresistibile. Perché le coccole non sono mai abbastanza.>

Ecco persino i bagno schiuma erano in grado di far venire l’acquolina mentre io, che si supponeva fossi uno chef, non riuscivo a mettere insieme una ricetta decente.

Forse potevo ancora sbattere la mano contro il muro o in mezzo alla porta.

Il professore, quel marcantonio d’uomo che mi faceva sembrare un panetto di burro dimenticato fuori dal frigo, mi avrebbe forse concesso una proroga. No. Non l’avrebbe fatto, mi pareva una persona molto esigente ma anche molto corretta. E non sarebbe stato giusto nei confronti degli altri allievi del corso.

Pensare a lui mi distraeva parecchio dai miei propositi suicidi.

La prima parte del corso, quella teorica, era andata bene. Si era presentato in camicia e giacca, d’accordo la camicia era aperta sul collo e la giacca lasciava intendere due bei bicipiti, ma ero davvero concentrata a prendere appunti visto quanto mi era costata l’iscrizione.

Poi era arrivata la seconda parte, quella in cucina, e lì ero stata fregata. Il professore ci aveva pregati di chiamarlo chef, si era legato un grembiule intorno alla vita, aveva infilato un canovaccio candido  alla cintola e si era rimboccato le maniche del camice nero da cuoco lasciando intravedere un tatuaggio sull’avambraccio abbronzato. E li mi ero sciolta come il famoso panetto di burro.

Erano le sette e mezza di sera, l’esame sarebbe iniziato esattamente da lì a quattordici ore e non sapevo dove sbattere la testa.

Mi suonò il cellulare. Lo guardai stranita, indecisa sul da farsi. Non avevo tempo per le chiacchiere dovevo sfornare idee, d’altro canto se avessi staccato per un momento forse le nuvole nel mio cervello si sarebbero diradate e sarebbe ricomparso il sole. Ero una prima della classe io!

Risposi e feci bene.

Era lo chef, non uno qualsiasi, proprio lui, quello del burro, che poi inevitabilmente associ a Ultimo tango a Parigi e... lasciamo perdere.

Dunque era Lui con la elle maiuscola.

«Tutto bene Sandra? Hai sfornato qualcosa di buono? Sto facendo un giro di telefonate per augurare a tutti buona fortuna per domani visto che il mio compito è finito e non sarò nella commissione giudicante.»

Ok adesso avrei fatto la sfacciata e avrei clamorosamente mentito sulla riuscita del mio piatto, oppure avrei fatto la noncurante, quella alla quale non importava niente di una telefonata del genere, oppure....

«Disastro!» Giuro che fu solo la mia bocca a parlare perché il mio cervello non era collegato.

Dall’altra parte del telefono sentii una pausa, a mio avviso imbarazzata, ma non vedendo attraverso le onde magnetiche o quello che sono, non è che fossi sicura.

“Ecco, ho provato e riprovato, ho seguito le indicazioni che ha dato chef, ma mi manca quell’ingrediente segreto che faccia del mio piatto qualcosa di diverso.”

«Allora, se vuoi, possiamo fare qualcosa di diverso. Vieni a mangiare un boccone con me se ti va e ne parliamo. Io sto andando al Solito, lo conosci? È molto lontano da casa tua?»

Veramente, il Solito, è praticamente dietro l’angolo.

«Sì lo conosco, ci abito a due passi.»

«Bene allora ci vediamo lì tra dieci minuti.»

Ok, ma suonava tanto come un appuntamento solo alle mie orecchie?

Sì, forse sì.

Gli chef che tengono corsi di cucina non hanno una deontologia professionale tipo non invitare a cena le loro allieve, o qualcosa tipo un giuramento di Bottura?

Ma soprattutto: chissenefrega? Lo chef-microonde-sciogli-burro mi ha invitato a cena, magari ha invitato tutti gli altri allievi. Il Solito è un posto di classe, piccino, non so nemmeno se ci saremmo stati tutti.

A vestirmi non ci misi più di due minuti, quando non hai quasi mai occasioni per uscire la sera dato il lavoro in un pub, gli abiti diventano divise e sono quasi tutti uguali.

Scesi di corsa le scale, di corsa per quanto lo permettessero un gonnellina piuttosto corta, una maglietta un po’ frufru e un bel paio di sandali open toe.

Lui mi stava già aspettando davanti al locale, era da solo, gli altri probabilmente erano già dentro.

Era da fondere lo zucchero su una crème brulée: bello da mozzare il fiato in jeans e camicia, il tatuaggio che faceva capolino dalla manica arrotolata sull’avambraccio, semplice ma perfetto.

«Chef buonasera» mi imposi di dire con estrema fantasia.

«Stasera sono solo Alex, un amico che ti aiuterà a fare i compiti.»

E senza dire nient’altro mi prese per mano e mi tirò dentro al locale dove c’erano solo tavoli da due e nessuno che ci aspettasse.

Ora non sto qui a raccontare per filo e per segno una conversazione incentrata sulle preparazioni di cucina, sulla mia assoluta mancanza di fantasia e di capacità negli abbinamenti dei vini, ma dico solo che la cena fu stupenda, sorprendente, semplice, lineare ed estremamente difficile da deglutire davanti al sorriso rilassato di Alex che sembrava non vedere nulla di strano in quella situazione.

Io cercai di ascoltarlo il più possibile: piatti semplici, non troppi ingredienti, non troppe elaborazioni, un gusto solo sopra gli altri che devono essere come un coro che canta con la bocca chiusa mentre il solista si esibisce, e soprattutto una bella presentazione.

D’accordo fino qui ci sarei arrivata anche senza concentrarmi per non continuare a fissargli il sorriso aperto o gli avambracci muscolosi.

«Sai Alex, io proprio non ho nessuna illuminazione, sono brava a scimmiottare ma non ho ancora trovato, penso, la mia strada.»

Mi prese la mano sopra il tavolo e me la strinse in un gesto di conforto.

Conforto per lui, perché per me era come essere marchiata a fuoco.

Possibile che quest’uomo non si renda conto di quando è sexy?

Si dice sexy per un uomo vero? Perché bonazzo non rende l’idea.

«Adesso ti svelo un piccolo segreto, intanto chiedo il conto e ce ne andiamo.

Gli ingredienti segreti sono questi, stammi bene a sentire. Devi creare qualcosa di inaspettato. Qualcosa che lascia a bocca aperta. Qualcosa che ti faccia bramare di metterlo in bocca. Qualcosa che ti lascia talmente nel limbo del piacere che dopo l’ultima forchettata vuoi ricominciare da capo.»

«Eh... facile a dirsi…»

Così dicendo mi prese la mano, mi trascinò fuori dal locale, mi tirò in un vicoletto un po’ buio mentre saltellavo sui tacchi e la gonna mi svolazzava impazzita. Mi spinse contro il muro, c’era un cartellone pubblicitario di un film e oddio... Mi baciò. Non un bacio da fratelli o da conoscenti, un bacio profondo, intenso, urgente e intanto con la sua coscia mi aveva allargato le gambe e con le mani, ossignore quante mani aveva quest’uomo, mi stava accarezzando la pelle e dove mi toccava prendevo fuoco. Poi, così come aveva iniziato, si staccò, entrambi ansimanti, e mi disse con una voce che non riconobbi perché di una ottava più bassa:

«Questo è qualcosa di inaspettato?»

Non potei fare altro che annuire.

«Dimmi cosa non ti aspetti in un piatto” mi punzecchiò mentre con il pollice faceva dei ghirigori ai miei capezzoli attraverso la leggera stoffa della maglietta.

«Non mi aspetto che da quel momento in poi non vorrò mangiare altro» risposi facendo un grande sforzo per concentrarmi.

«Dimmi un ingrediente che hai sempre a portata di mano e che è un po’ sottovalutato.»

Che altro se non: “Burro.»

Detto questo si inginocchiò davanti a me, mi alzò la gonna, mi spostò appena il perizoma e iniziò a leccarmi tra le gambe. Volevo svenire, volevo graffiare il muro, volevo aumentare il contatto con la sua lingua. Volevo.... venire. E venni in nemmeno cinque minuti come non mi accadeva nemmeno quando mi masturbavo da sola nella vasca da bagno. Ero senza fiato.

«Qualcosa da farti rimanere con la bocca aperta è un profumo. E tu hai un profumo buonissimo, qualcosa che potresti mettere sia col dolce che col salato. Dimmi a che ingrediente pensi Sandra.»

Fuori, sulla strada principale si sentivano le auto che passavano e delle voci in lontananza. Sopra le nostre teste forse c’erano delle finestre e qualcuno poteva vederci eppure stavo colando come non mi era mai successo.

Mi schiarii la voce e dissi: «Forse sarebbe meglio andare a casa mia che è qui vicino…»

«No Sandra, casa tua è un piatto di spaghetti al pomodoro, buono ma troppo facile. Avanti rispondi alla mia domanda.»

«Penso alla cannella. Ti colpisce col suo aroma e va d’accordo sia col dolce che con il salato.»

Mi prese una mano e se la portò alla patta dei pantaloni, se la strofinò sopra il cazzo duro costretto dentro la stoffa. Si slacciò i bottoni ad uno ad uno con una calma che io non provavo assolutamente, volevo il contatto pelle contro pelle, volevo sfiorarlo, afferrarlo, sentire il suo odore... bramavo di mettermelo in bocca.

«Ti ricordi il terzo consiglio Sandra?»

Si che me lo ricordavo e non aspettavo altro.

Stavolta fui io ad inginocchiarmi davanti a lui e presi a leccarlo e a menarlo con una mano mentre con l’altra gli massaggiavo le palle. Sapeva di ananas maturo caramellato, era un sapore buonissimo. Ero brava a prenderlo fino in gola e cercai di farlo ma era piuttosto lungo e mentre lo succhiavo me lo immaginavo dentro, agganciati fino allo stordimento.

Passarono pochi minuti poi lui mi fermò e mi fece risalire. Lo guardai stordita perché lo volevo succhiare ancora.

«Mi devo fermare Sandra altrimenti non arriveremo all’ultimo punto. Adesso dimmi dell’ingrediente che ti fa venir voglia di metterlo in bocca…»

Stava iniziando a perdere il controllo e questo mi diede una maggiore sicurezza nelle mie potenzialità.

Non so da che angolo della mia mente mi venne fuori ma dissi tutto d’un fiato: «Salvia all’ananas.»

Con un rantolo che forse era simile ad un “perfetto” mi scostò di nuovo il perizoma e fu dentro di me; non fu difficile, eravamo talmente bagnati che fu la cosa più naturale del mondo. Gli passai le braccia attorno al collo e le gambe attorno alla vita, lui mi afferrò il culo e mentre mi baciava entrava ed usciva da me come se avesse dovuto attendere nove mesi per farlo.

Qualcosa che ti lascia talmente nel limbo del piacere che dopo l’ultima forchettata vuoi ricominciare da capo.

Infatti appena lui venne e mi riempì del suo calore ne volevo ancora e ancora e ancora e ancora.

Non aspettai la sua domanda e dissi: «Filetto di manzo.»

Mentre riprendevamo fiato appoggiò la fronte contro la mia poi mi abbracciò forte. Quel tipo di abbraccio che ti faceva capire che andava tutto bene, che non era stato un episodio, che ti chiedeva scusa se l’approccio non era stato proprio ortodosso.

«Io ti voglio ancora» mi disse.

E non potei fare altro che trovarmi d’accordo.

Stavolta lo presi io per mano e me lo trascinai dietro fino al mio appartamento.

Farlo in un letto fu molto piacevole e scoprii altri ingredienti che volevo aggiungere al mio piatto. Non dormii molto quella notte.

Ma arrivai puntuale all’esame, con un filo di occhiaie ma puntuale. In borsa avevo un mazzetto di salvia all’ananas presa dal mio piccolo vivaio di piante aromatiche strane che tenevo sul balcone.

Tutti pensarono che fosse il mio piccolo ingrediente segreto... e glielo lasciai credere.

Il nome del piatto?

<Qualcosa di inaspettato. Qualcosa che lascia a bocca aperta. Qualcosa che ti faccia bramare di metterlo in bocca. Qualcosa che ti lascia talmente nel limbo del piacere che dopo l’ultima forchettata vuoi ricominciare da capo.>

Ovviamente vinsi la competizione.

E scopo ancora con lo chef.

 

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