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Diario n°:

193

CAFFÈ DEGLI ARTISTI
Stella Maris

CAFFÈ DEGLI ARTISTI

Non so se fosse proprio un’istintiva necessità come la chiamava Massimo, uno dei miei clienti, ma dopo aver dato il meglio tra le mura del mio appartamento per me era necessario avere anche solo un’ora di normalità, come la chiamano gli altri. Non che non mi piaccia la mia vita, anzi, se tornassi indietro rifarei tutto uguale: amo il mio lavoro, è una parte di me che mi completa, ma non l’unica.

Ho un piccolo vezzo infantile: osservare le persone nei bar o nei caffè e immaginare le loro vite. Questa mia abilità mi è servita spesso nel mio lavoro, ho molta empatia e riesco a creare una connessione con i desideri dei miei clienti. Ognuno ha bisogni diversi e a volte non sa neppure cosa vuole, sono come una forma avanzata di psicologo confessore e compagno di giochi. Immaginare la vita degli altri mi aiuta ad esserne anche più distaccata, ogni carezza, ogni bacio, ogni premura è un lavoro, nient’altro. Le donne come me non si concedono facilmente. Certo, a ognuno di loro do tutta la parte di me stessa che possono avere, la vera me resta a guardare. Un tempo si cibava di qualche lusinga, ma in questo lavoro le parole dette in quelle stanze non sono vere, hanno un peso diverso, sono come svuotate. Non concedo loro di arrivare a toccarmi, restano tra quelle mura. Ho le mie regole, amo sperimentare e amo dare piacere, ma oltre alle vibrazioni fisiche non deve esserci altro. Preparo il mio corpo ogni giorno con cura per i miei clienti, non ci devono essere stronzate: i soldi, l’igiene, la protezione, il piacere e fine. Non mi vergogno: è la mia vita, sono le scelte che ho fatto. Molte persone là fuori non possono permettersi di dire lo stesso! Mi chiedono le cose più disparate e a volte vogliono solo essere ascoltati, guardati con ardore, desiderati.  

Il giovedì vado sempre al caffè degli artisti, in fondo sono un’artista anch’io. Amo questo locale, è proprio davanti all’appartamento e tra un appuntamento e l’altro posso concedermi qualche distrazione. L’hanno aperto da poco, e l’atmosfera un po’ retrò dell’arredamento mi fa sentire in un vecchio caffè parigino: grandi poltrone dai tessuti sgargianti si contrappongono ad altre rivestite di un tessuto monocolore. La mia preferita è quella rossa, una delle poche con braccioli in legno. Hanno tutte schienali alti e robusti, sembra di affondarci dentro e da dietro ci si può nascondere. Seduta qui, al mio tavolino di vetro verde scuro, mi sento protetta e avvolta in questa enorme poltrona, così austera nelle sue forme che solo il colore acceso rende informale. Forse è questo che volevano creare i proprietari, prendere oggetti d’epoca e renderli più leggeri ed eccentrici. Come se tutte le cose rigorose e sobrie, in fondo, nascondessero un’anima meno morigerata. Appena si entra si vede subito il bancone tutto in legno scuro e salta all’occhio il contrasto di colori: vecchie lampade di tessuto tutte diverse per ogni tavolo, un angolo con libri di poesie, romanzi e raccolte lasciati da ogni autore che viene qui a presentare la sua opera. Alle pareti ci sono stampe di foto di baci, attimi rubati nelle diverse città del mondo, tutte in bianco e nero. Alcuni sono baci sfiorati, casti e immaturi, altri sono più intensi e affamati. Io mi siedo sempre al tavolino con dietro quella foto dei due amanti che si baciano davanti a un hotel di Parigi di Robert Doisneau. Mi piace avere persone che si baciano intorno e mi piace guardare le effusioni degli innamorati, sono dolcezze che non posso permettermi. Nel mio piccolo voyeurismo giace anche un filo di invidia, ma io sono quello che sono e non mi manca di certo l’amore.

«Volevamo renderlo una sorta di ex garçonnière quando l’abbiamo aperto per l’arredamento e il resto, capisci?» Francesca la proprietaria, mi dice queste parole portandomi un caffè marocchino. «Poi ad Andrea, il mio socio, non piaceva come idea, lui voleva qualcosa di più moderno, così è saltato fuori questo casino progettato.» Sorride porgendomi la tazzina e appoggiando un piattino con tre biscotti al burro sul tavolo. «A me piace molto, è bizzarro ma accogliente» sorride ancora e risponde con un «Arrivooo!» a qualcuno che la chiama da dietro il bancone. «Se vuoi qualcos’altro chiedimi pure» e poi se ne va fissandomi le scarpe. Non le ho cambiate oggi, in genere cambio i vestiti, le scarpe e il trucco per la mia vita quotidiana, ma oggi un po’ più svogliata non l’ho fatto e ora Francesca sta fissando queste decolletè nere lucide dalla suola rossa con sguardo interrogativo e curioso. Di sicuro spiccano in contrasto con il vestito casto e lungo fino sotto il ginocchio che indosso. Mi chiedo cosa possa pensare di me, se da fuori, dai miei modi si possa scorgere qualcosa, se il mio lavoro mi caratterizza così tanto da essere quel lavoro.

Mentre immergo il cucchiaino nella schiuma di latte guardo una ragazza bionda entrare nel caffè; jeans, stivali bassi e cappotto, da queste informazioni è impossibile evincere qualcosa sulla sua vita. “Certe persone non le si conosce mai fino in fondo”, così mi disse Silvia, una psicologa che era stata mollata dal compagno dopo quindici anni di convivenza. A quel tempo frequentavo uomini più grandi di me e ne parlai con lei. Credo che provasse disgusto per quegli uomini e forse un po’ di fastidio e pena per me.  

Il cucchiaino attraversa lo strato di cacao e giunge al caffè e poi al fondo della tazzina trasparente, da fuori si vede il bordo sottile della cavità ovale che attraversa trasversalmente la schiuma e il caffè più sotto. Guardo di nuovo la ragazza bionda: adesso è sudata e fissa il cellulare. Un amico, un amante, l’amica in ritardo, un post su Facebook… se qualcuno estrasse nel locale ora come potrebbe distinguere l’impiegata dalla studentessa, la casalinga dalla escort, la dirigente dall’operaia? Ho visto donne vestite in modo impeccabile che non sapevano argomentare su nulla e viceversa. I vestiti sono solo un altro modo di nasconderci, per questo a me piace lavorare senza.  

Lascio che sia solo la mia pelle a nascondermi.

La ragazza bionda si chiama Michela, ho sentito il suo nome mentre un ragazzo appena entrato nel locale la salutava. Michela è bella, ma di una bellezza acerba e indefinita, i tratti del suo viso non sono ancora così marcati come quelli di una donna, ma non ha più le forme troppo lineari di una ragazzina; deve avere sui vent’anni o forse qualcosa di meno. La osservo schiva mentre cerca di sedurre goffamente il suo interlocutore, un certo Alberto, forse un compagno di studi. Dopo che entrambi hanno ordinato, Michela appoggia un libro di storia del cinema sul tavolino, guarda il suo amico e, dopo avergli chiesto qualcosa che non riesco ad afferrare, un piccolo broncio le si stampa sul volto, leggero e innocente. C’è qualcosa di puerile e seduttivo in quel broncio, ma lui non lo coglie, lo leggo nel suo sguardo, ha due occhi marroni grandi che la fissano interrogativi. Così immagino lei davanti a un vecchio film francese con la protagonista femminile che rivolge lo stesso broncio a un giovane Jean Paul Belmondo, e immagino Michela fissare la scena che segue, lui che la bacia e la stringe a sé. Immagino Michela mentre si guarda allo specchio e prova e riprova quella smorfia: una volta troppo imbronciata, una volta troppo seduttiva, e poi eccola finalmente anche lei può avere un abbraccio caldo dal suo Alberto. La immagino cercare il luogo ideale, e meglio di un caffè in stile parigino cosa potrebbe mai esserci? La immagino mentre lo invita magari con un messaggio anonimo che non lascia presagire nulla, penso all’ansia che le sale dallo stomaco, quasi la soffoca tutta quando si sente chiamare dal suo Alberto nel locale, e poi, come un giocatore di poker esperto, la immagino attendere il momento opportuno per lasciare senza fiato gli altri giocatori e vincere la partita.

Le cose però sono andate in modo diverso dal film, Alberto le ha chiesto se andasse tutto bene, se ci fosse qualcosa che le avesse dato noia nel caffè. La sua domanda mi fa sorridere, la trovo ingenua e spontanea, Michela ovviamente no, si irrigidisce sentendosi stupida probabilmente. I due poco dopo lasciano il caffè, Michela stringe la borsa come se fosse l’unica cosa a cui aggrapparsi per non precipitare, fissa davanti a sé, la vedo che si guarda nello specchio dietro al bancone, fa un leggero sorriso e paga il conto per tutti e due, un piccolo gesto di indipendenza. Non lascio mai che gli uomini paghino per me quando sono invitata a feste e inaugurazioni, è un modo per attrarre la loro attenzione, li lascia spiazzati ed è un piccolo segno che dice già al possibile cliente che il rapporto sarà solo di tipo lavorativo, come un “contratto di collaborazione”.

Anni fa ho avuto un cliente che si era innamorato di me, o almeno credeva che quello fosse amore, mi chiedeva sempre se andava bene come si muoveva o come mi toccava, io gli davo la risposta che do a tutti i miei clienti: “Certo tesoro, l’importante è che vada bene a te”. A lui non piaceva, lo disturbava essere uno dei tanti e quel rapporto sterile lo rattristava. Smisi di riceverlo e gli dissi che non venivo pagata per amare qualcuno, quando mi si dichiarò. Non sfrutto le debolezze emotive dei miei clienti ma solo quelle carnali, anche se le prime spesso portano alle seconde.

Il mio caffè è quasi finito, è rimasta solo la schiuma nella tazzina, e fin da quando ero piccola mi piace gustarla col cucchiaino raccogliendola a poco a poco insieme ai pochi granelli di zucchero rimasti sul fondo. Nel locale è entrata un’altra coppia di persone sui cinquant’anni, e a seguire un gruppo di ragazze accompagnate da un solo ragazzo. La coppia si siede proprio davanti a me, la donna mi fissa in volto, il suo sguardo scruta ogni particolare della mia persona, è curioso e infastidito. Subito dopo l’analisi, essendosi accorta che il suo compagno non mi ha notata, chiede a lui di sedersi dal lato opposto, in modo che non possa vedermi. Mi chiedo se sia solo un vezzo di gelosia verso di lui o sia il manifestarsi di una naturale diffidenza femminile. I due si parlano poco ma si tengono per mano sul tavolo come due adolescenti, lei gli chiede se gli va bene essere andati in quel caffè e se gli va bene restare un po’ di più per vedere il concerto. Lei ogni tanto mi guarda e ogni volta che afferro il cellulare per vedere se è in arrivo il mio appuntamento mi fissa: in ognuno di quegli sguardi c’è estrema curiosità, quasi viscerale, io ricambio lo sguardo e accenno un sorriso. Poi guarda le mie scarpe e, come se le fosse venuta un’intuizione geniale, la vedo avvicinarsi alla poltrona del compagno e chiedergli fitto fitto qualcosa. Lui cerca di voltarsi ma lo schienale della poltrona è alto, e goffamente ruota verso di me facendo scivolare la poltrona sul pavimento. Il rumore è forte e stridulo, gli altri clienti del caffè si interrompono solo un momento nelle loro conversazioni per inseguire il suono. La donna allora afferra il braccio del compagno e lo ammonisce con lo sguardo, lui si irrigidisce e borbotta qualcosa, e poi «Oh insomma Paola…» Lei si rimette seduta composta e smette di guardarmi, afferra un libro dalla scansia vicino e inizia a leggere, dopo un po’ la sento chiedere al suo lui che ne pensa di come verrà il giardino una volta finito. Lui, evidentemente esperto di giardinaggio, inizia una filippica sul loro prato. Lei, sapendo che ne avrà per un po’, lo lascia fare e intanto vaga con la mente magari verso avventure con uomini meno maldestri e più compiacenti.

Ogni volta che vedo una coppia che presumibilmente sta insieme da molti anni mi chiedo come possa essere il sesso tra loro e come facciano ad andare avanti… una volta lo chiesi a un mio cliente sposato da anni. Non rispose subito, si lasciò il tempo di abbottonarsi la camicia con cura e poi alzando lo sguardo mi disse: «È più riflessivo…»  

Scoppiai a ridere, gli dissi che era un aggettivo particolare da associare al sesso. Lui mi guardò, sorrise e aggiunse: «È meno frequente e più lento, non ha l’esplosività del passato, per questo ho bisogno di venire da te ogni tanto…» Poi si avvicinò a me, baciò la mia spalla e nell’orecchio mi sussurrò: «Non sposarti mai…» Gli dissi che non ero una donna da matrimonio, e mentre lo dicevo ci credevo e ci credo ancora: non voglio diventare una moglie, voglio essere sempre l’amante e per fare ciò devo rimanere distante, così da non creare alcuna forma di relazione che richieda giustificazioni, scuse, ansie, tanta pazienza. Non fa per me. Ho bisogno del brivido, non voglio che nessun uomo mi dica che sono una rompipalle, così io resto per loro solo il piacere di due ore senza i “devo” e i piccoli ricatti quotidiani. Ho amato un uomo, forse l’unico per cui avrei lasciato il mio lavoro e avrei potuto considerare di diventare moglie e lui marito – per me queste due parole sono associate a tanta frustrazione – ma l’amore in quel caso copriva tutto, ovattava il mio disgusto per il desiderio spasmodico di alcuni di avere una firma su un contratto. Ma lui mi ha lasciata: “Non mi dai più le sensazioni di una volta… siamo diventati come quelle coppie di vecchi che fanno l’amore per fare qualcosa… sei cambiata, così piena di preoccupazioni non ti dedichi più a noi… a volte mi sembri una di quelle donne stanche e frustrate che sgridano il marito mentre fanno la spesa! Non ridi più…”. Le sue parole le ricordo ancora, nonostante siano passati anni ed è strano come mi tornino in mente ora, in questo caffè, con tutte queste coppie davanti ai miei occhi. Provo ancora un dispiacere sottile amaro e invisibile che si stacca dallo stomaco e mi tormenta la testa.

Decido di chiamare Francesca e farmi portare qualcosa di alcolico, ho bisogno che questo pensiero malvagio anneghi in un bicchiere colorato. Il mio appuntamento è in ritardo, sono un po’ spazientita ma la musica del quartetto brasiliano che ha appena iniziato a suonare mi distrae. Conosco queste note, ho già sentito questa canzone dal sapore dolciastro, il portoghese ha un suono così suadente. E conosco questa ballata popolare: uno dei miei amanti, musicista, me la suonava spesso dopo l’amplesso, lui nudo e coperto solo dalla chitarra, la mia, io ancora stropicciata avvolta nelle lenzuola, mi faceva andare lontano con la mente. Non capivo le parole, il significato del testo lo cercai molto tempo dopo aver smesso di vedere quell’uomo… come si chiamava? Qualcosa con la F ma non ricordo esattamente, troppi nomi l’hanno seguito. Non ho memoria per i nomi ma per le facce e i suoni sì, ricordo la sua voce calda come la ricordo di ogni mio cliente.  

Il cantante è un uomo sui quarant’anni con la barba incolta e i capelli brizzolati raccolti in un codino, la pelle chiara, qualche ruga sul viso soprattutto intorno alla bocca che disegnano i suoi anni sul volto. Una camicia bianca aperta al terzo bottone e le ultime parole della canzone: «Ou você me engana  Ou não está madura  Onde está você agora?» Il pubblico del caffè applaude, pochi tavoli pieni per un tardo pomeriggio di maggio, fuori il sole è ancora lontano dal tramonto. Riguardo la coppia davanti a me: lei gli stringe la mano. Le canzone romantiche non bisognerebbe mai ascoltarle da soli. Appoggio il cellulare sul tavolino con lo schermo rivolto verso il basso, il ripiano in vetro ne riflette la luce. Osservo i titoli dei libri sui ripiani accanto a me, così, per perdere tempo nell’attesa. Le canzoni continuano, sempre più meste e dolciastre. Afferro un libro. Lo apro a caso in una pagina a caso e leggo qualche riga, mentre lo ripongo sento una voce che con tono imperativo, allegro e curioso mi dice: «Mi piacciono le tue scarpe! Sei una ballerina?»

Due occhi marroni grandi e dei capelli biondi legati in un elastico rosa mi fissano in attesa di una risposta, i suoi occhi vorrebbero che le dicessi: “Sì, sono una ballerina e adesso andrò a ballare col mio principe azzurro tra le stelle”, e vorrei poterglielo dire credendoci con tono da attore di teatro che solo con un gesto delle mani lascia un sospeso nell’aria tale da far vibrare di istinto puerile anche il più rude dei cuori adulti. Vedo nel suo sguardo un misto di ingenuità curiosità e franchezza. Sento che questa bambina, con i suoi occhi, potrebbe vedermi dentro più di chiunque altro qui. È in attesa di una risposta e inizia a spazientirsi, io le sorrido e cercando di avere un tono dolce le rispondo che non sono una ballerina e che mi fa piacere che le piacciano le mie scarpe. Una donna giovane e alta si avvicina e la prende per un braccio esclamando: «Dai andiamo che facciamo tardi…» Sento dentro di me un desiderio strano: vorrei che si voltasse, ho il desiderio di essere vista ancora, ma la bambina esce dal locale e non si volta. Da piccola non mi sarei mai avvicinata così a nessuno, timidissima e ansiosa, non sarei mai stata così sfacciata. Mi chiedo infine se non fossi io la bambina ingenua che sognava di ballare tra le stelle, o se il desiderio di essere guardata ancora da quella creatura non sia che un piccolo richiamo da parte del mio istinto materno, lasciato da tempo ad aspettare che le lancette di un orologio immaginario facciano gli ultimi rintocchi. Risento per un attimo la voce di mia madre che mi chiede: “Quando pensi di farli dei bambini?”. Devo distogliere la mente da questo pensiero prima del lavoro. Afferro un libro a caso, così, senza guardare neppure il titolo e l’autore. Lo apro e leggo: Mi guardai intorno. Non c’era nessuna donna, lì in quel caffè. Ripiegai sulla cosa che sta al secondo posto in graduatoria: sollevai il mio bicchiere e lo scolai. Decido di fare lo stesso, così anch’io mi guardo intorno, e fisso per un attimo tutti i clienti del locale: la coppia davanti a me, i ragazzi più in là, le due ragazze al tavolo accanto al mio, la coppia al bancone e infine il cantante brasiliano. Prendo il cellulare e, ancora prima di leggere la notifica di un messaggio, scolo il mio bicchiere. È ora di andare, così mi alzo cercando di non farmi notare troppo e arrivata al bancone pago a Francesca il dovuto.

Una volta uscita, la luce della prima sera investe i miei occhi. Sgattaiolo tra i gruppetti di ragazzi davanti al locale e pian piano che mi allontano il suono dei miei tacchi prende il sopravvento sulla melodia del concerto, finché non rimane solo il tic tac del mio incedere lento. Arrivata al portone tiro fuori le chiavi dalla borsetta, le infilo nella toppa e apro come sempre facendo un po’ di leva sulla chiave. Una volta dentro l’appartamento, lascio che solo la luce del lampione vicino mi aiuti a svestirmi e prepararmi. Così, seduta sul letto e coperta solo da una vestaglia fisso davanti a me il buio, finché il suono del campanello mi scuote dal torpore e vado al videocitofono. Sono in piedi mezza nuda davanti alla porta e come una ragazzina osservo sorridendo l’imbarazzo dell’uomo che aspetta davanti al portone. Esito ancora un istante e poi premendo un pulsante lascio che le prime parole per il mio cliente siano: «Sali tesoro, ti stavo aspettando…»

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