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Diario n°:

268

CARLO E LEI
Ladyfreyja

CARLO E LEI

Carlo amava correre.

Gli piaceva la velocità e amava sfidarsi, mettersi in gioco nella vita, puntare sempre più in alto, verso nuovi obiettivi.

Lei amava confrontarsi con le emozioni, le sensazioni forti che la facevano giocare se non con la morte almeno con il limite della vita.

Dotato di un'incrollabile autostima, lui aveva una passione per le menti inquiete, lei per gli amori travolgenti.

Se lui amasse lei, o lei amasse lui, non ci è dato saperlo.

 

A tavola, in un pomeriggio di una domenica piovosa e grigia, mentre lui mangiava come un lord, masticando lentamente ogni singolo boccone, lei infilava uno spicchio di pera matura in bocca, fissandolo con insistenza. Il liquido dolciastro colava lungo il palmo della mano, appiccicoso, fino a superare il polso e bagnare il polsino della camicia da uomo che lei non si sarebbe mai tolta quel giorno, pregna dell' odore di lui.

Il liquido sugoso spuntava agli angoli della bocca umida mentre lei lo fissava con occhi da troia ingenua, maliziosa e al contempo candida. Biancastro, opalescente, come sperma.

Lui gustava i cibi, deliziava il palato, assaporava, degustava. Lei sbranava, ingoiava il cibo come sperma dopo un pompino, con voluttà, con bramosia.

Ingorda, insoddisfatta,vorace, ninfomane, bulimica di sesso e cibo.

Lei lo voleva, sempre, come una cagna in calore, ancora di più quando lui si negava, quando si faceva all'improvviso freddo, distaccato, disincantato.

Lui l'accarezzava, con eleganza, con quelle mani affusolate da pianista, lei voleva essere sbattuta, presa con violenza, e lo implorava, perché lei aveva bisogno di sangue e volgarità per venire. E non si capacitava di come mai lo amasse. Lui così nobile, femminile, raffinato. Lei istintiva, primitiva, animale.

Ma anche emotivamente instabile, quanto lui era controllato. Lei leggeva romanzi, fantasticava, lui solo numeri. Patrick Mac Grath lei, Il Sole lui.

Lei piangeva, si disperava, e rideva, sonoramente, fragorosamente, lui al limite sorrideva.

Lui voleva fare l'amore, lei voleva scopare.

Lui le diceva: «Placati, quietati?»

Per lei il letto era un campo di battaglia, voleva essere presa con foga, rivoltata, posseduta, dilaniata.

Lui la accarezzava lievemente, come se suonasse uno strumento, ascoltandone le più intime vibrazioni, il battito del cuore, il respiro sempre più affannoso.

Lei voleva che il cuore le uscisse dal petto, voleva perdere coscienza e conoscenza, dignità.

 

Si separarono.

Lui passò ad un'altra donna con la stessa ferma disinvoltura con cui passava all'argomento successivo durante le riunioni. Di lei per un po' si sentirono le urla, i pianti disperati, fino a tarda notte. Poi i suoi ululati si fecero sempre più radi, finché non si placò.


 

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