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Diario n°:

263

LA TEMPESTA
Liviana Rose

LA TEMPESTA

Lui osservava la gente, poi sospirava e tornava a guardare l'opprimente cappa di nuvole che lo divideva dal cielo limpido. Avrebbe voluto raggiungerle con le mani e aprirsi un varco per potere scrutare l'azzurro.

L'immobilità lo rendeva nervoso ed irritabile.

Era come se il suo umore aspettasse lo scatenarsi della tempesta per poi ritrovare il sereno. Ma le tempeste, si sa, a volte portano anche distruzione, non solo refrigerio.

L'inquietudine lo faceva parere un orso, alto, massiccio, scuro, possente e forte.

Non immaginava certo che anche lei, dall'altra parte della piscina, stesse provando le stesse sensazioni. Lei, però, assomigliava di più a un gattino mogio mogio perché gli avevano lavato la sua coperta preferita. Anche le movenze erano da gatto, così elegante nel portamento ed aggraziata, senza pose.

Nessuno avrebbe potuto prevedere quello che sarebbe successo, perché un momento di pazzia, una volta in una vita, può capitare, ma che accadesse ad entrambi e allo stesso, identico momento...

La tempesta era finalmente arrivata, aveva colto tutti di sorpresa, perché d'un tratto si era levato un forte vento e poi la pioggia fine aveva cominciato a scendere. Gli avventori erano fuggiti, alcuni dimenticando i salviettoni, altri gli occhiali da sole, ma nessuno il cellulare, alcuni erano scappati digitando il numero di un amico per raccontargli ciò che stava avvenendo.

Cose del tipo: "Sto scappando, piove, ora attraverso la strada, esco dalla piscina, sono in macchina..."

Lei e lui, i superstiti, erano ancora là, a braccia larghe nella bufera, con i capelli appiccicati alla fronte, la vista annebbiata dalla tempesta. I vestiti madidi che non nascondevano nulla all'immaginazione.

Poi si videro, un attimo di smarrimento.

Era come scoprire di non essere soli nell'universo. Si corsero incontro e, a fatica, si spogliarono a vicenda.

Le trasparenze non avevano fatto altro che acuire l'eccitazione.

La situazione era paradossale.

Si aggrapparono l'uno all'altra, in piedi, divennero una cosa sola come un albero e le sue fronde. La loro pelle era fredda a contatto con le goccioline d'acqua, ma quando lui la penetrò ritrovarono il fuoco. Era come avere in corpo un ferro rovente, era come trovare un approdo sicuro.

I gemiti erano surclassati dalle urla della tempesta, nessuno dei due riusciva a vedere l'altro, i corpi guidati solo dall'istinto. Le spinte erano possenti come il vorticare dell'uragano, le lingue affondavano nelle bocche, i seni premuti contro la fine peluria del petto le facevano male. La fece voltare lasciandole impressa sul braccio l'impronta delle sue dita, tanta era la foga e la voglia. La prese da dietro, come se fosse un animale selvaggio. Rantoli di eccitazione declamati nell'orecchio. Poi uscì dal suo caldo ventre per violare al fessura più stretta che aveva già preparato con le dita. Lo accolse con un piccolo gridolino di dolore.

Poi si leccarono, affondarono le unghie nella carne, lasciarono segni come tatuaggi sul corpo dell'altro.

Poi la tempesta finì, e d'un colpo si era fatta la pace.

Le sensazioni vennero azzerate e i due si ritirarono, si rivestirono e presero ognuno la propria strada.

Nessuno dei due aveva raggiunto l'orgasmo.

 

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