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Diario n°:

170

CENTRO STORICO DI PERUGIA
bruciadentro

CENTRO STORICO DI PERUGIA

Centro storico di Perugia, “Umbria Jazz” la colonna sonora.

Mi ha ordinato di precederlo, di aspettarlo… che mi avrebbe raggiunto nel pomeriggio se avesse potuto, se avesse voluto.

Mi ha dato indicazioni precise sull’albergo da raggiungere e sulla stanza da scegliere (non dovevo commettere errori, a Lui non piace). Chissà se c’è già stato con qualche altra donna in quell’albergo, se gli albergatori lo conoscono di vista o per nome, se quando arriverò e chiederò sorrideranno ebeti riempiendo le loro scontate fantasie…

Poche cose. Nessun profumo, nessuna crema, nessun olio, nessun trucco.

Solo io e la mia pelle, il mio vestito migliore.

Sono partita alle 8.00 di sabato, arriverò a Perugia alle 13.00 circa (salvo il solito imprevisto!!) giusto per pranzare, sola per fortuna, con Lui non riesco: mi si chiude lo stomaco, mi sazia solo la Sua presenza.

È il solito eurostar freddo, indifferente, pieno di chiacchiere e grida inutili, ma tutto questo non ha importanza: l’attesa di vederlo più tardi mi scalda, mi riempie la testa e non solo… infilo la mano destra tra le mie cosce, tra me e il sedile; potrei andare nel bagnetto del treno, ma mi schifa l’idea di emozionarmi, godere di Lui e per sbaglio perdere l’equilibrio e toccare con la mia pelle, salata di Lui, le pareti del bagno, di dover abbandonare una parte del mio piacere su quelle pareti, dove tutti passano.

Mi sento di pioggia. La Sua camicia addosso, non ho indossato nemmeno il reggiseno per sentirlo meglio, con ogni mio centimetro di pelle, per sentire i miei capezzoli inturgidire sotto la stoffa, il Suo odore sulla mia pelle, nel mio naso.

Lui è già qui con me e lo immagina soltanto.

E io non riesco a non pensare a come mi toccherà, a cosa toccherà.

Arrivata. Il jazz è già in piazza, mi abbraccia, mi accoglie caldo e festoso, sembra quasi che Perugia aspettasse me.

Io puzzo di trenitalia.

Doccia, acqua, la mia compagna di gioco. Acqua la mia confidente, l’unica che assaggia le mie confidenze e si fonde con i miei umori.

Pranzo all’Osteria, nel giardino, delizioso. Il sole mi osserva evitando di cuocermi, “grazie ombrellone!”.

Coppie ai tavoli. Coppia al mio tavolo… ho indossato nuovamente la sua camicia dopo la doccia: di Lui non voglio fare a meno nemmeno per un istante.

Sorrido. I maschi non capiscono. Le donne mi invidiano, tristi.

FilettoalsangueanzinoCRUDO.

Mezzorossosfusodellacasa.

Il cameriere sorride.

Caffè. Souvenir. Conto.

Sono di nuovo per strada. Musica ovunque. Perugia è così: ha una risonanza acustica meravigliosa, la senti ovunque e non capisci da dove arrivi la musica.

Ho indossato dei pantaloni bianchi in lino, larghissimi, freschi, di quelli con la fascia di cotone elastico che si piega sui fianchi, la Sua camicia per esser riconosciuta, i miei occhiali che a Lui non piacciono e i capelli sciolti come va a Lui.

Non credo di piacergli così vestita, ma così sento tutto, sento l’aria che mi rinfresca, sento le mie mani sulle gambe.

Così sentirò meglio quando arriva.

 

 

È arrivato in tardo pomeriggio, mentre fantasticavo, mentre pensavo “adesso mi sposto da dove mi ha ordinato di attenderlo e osservo quando arriva, voglio vedere che faccia farà se non mi trova dove dovrei essere. Voglio vedere come si muove quando qualcosa non avviene come l’ha disegnata Lui. Voglio vedere la Sua espressione irritata e gustarmi la punizione con largo anticipo. Lo voglio.”

È arrivato esattamente mentre pensavo ad alta voce le parole “lo voglio”, deve averlo chiamato il mio corpo.

È arrivato da dietro, mi avrà vista da lontano (dannata camicia) troppo lunga, lunga tanto da nascondere la sua ironia: credo si diverta a mettermi in imbarazzo in mezzo alla gente, conosce i miei paletti.

Mi ha infilato una mano nelle mie mutandine e con dolcezza mi ha sussurrato:

«Mi stavi aspettando...»

Non era una domanda, mi stava dando la conferma che lo stavo aspettando e lui lo sapeva.

Sì, entrambe lo stavamo aspettando... (e Lei si fa sempre scoprire, traditrice).

È stato veloce e nessuno s’è accorto di nulla, ho chiuso gli occhi e ho sentito il mio sapore e la Sua saliva sulla mia lingua. Il Suo dito “sfottere” il mio piercing.

Avrei mangiato il Suo dito. Ho mosso la mia lingua con un piccolo accenno circolare… ma abilmente ha estratto il Suo surrogato di scettro dalla mia bocca, Lui fa così: decide quando iniziare e quando finire, come iniziare e come finire.

Se iniziare e se finire.

Perugia ci ha conosciuti. Non m’ha portato in nessun angolo nascosto per toccarmi, mi ha lasciato tra le Sue mani nella piazza. In mezzo a tutti. In bilico tra la gente che mi urtava al passaggio e mi spingeva al Suo corpo, l’unico che volevo toccare, l’unico che temevo toccare.

Il Suo corpo non mi ha mai reclamato in piazza, sembrava gli interessasse solo la voce della jazzista nera. Sorrideva e mi spiava, mi sentiva fremere e annusava i miei odori e io non riuscivo a impedirlo. Mi sentivo impazzire dentro: ogni mia energia serviva a contenermi, se m’avesse toccato in quell’istante avrei gridato.

M’avrebbe fatto godere e lacrimare, la Sua finta indifferenza mi stordiva: sapevo che nella Sua testa si stava già preparando a banchettare di me, voleva solo che io mi dimenticassi di Lui, che non fossi pronta al Suo attacco.

 

 

Ci siamo allontanati dalla voce nera, la “grotta paolina” ci ha abbracciati.

Siamo entrati in un’enoteca, adoro il whisky, i torbati in assoluto, meglio se full proof, mi fa uno stano effetto: mi accende, mi sveglia, mi apre ogni senso.

Lui si è stancato di farmi aspettare, Bowmore 17 anni, sarà da ricordare…

Non aveva borse con sé, mi ha raggiunto anonimo: doveva essere il tutto più tranquillo possibile… se l’avessi visto arrivare con borse o altro avrei cominciato a farmi mille domande, mi sarei messa sulla difensiva avvertendo il mio corpo, ma invece no: Lui è arrivato anonimo per prendermi alle spalle. Sussurrandolo e basta che avrebbe disposto di me come desiderava: perché io sono Sua.

Cena veloce in una trattoria di cui non ricordo il nome…

Basta far attendere la mia pelle ancora vergine. Ho sentito il mio sangue pompare quando m’ha detto che avremmo finito d’ascoltare il jazz in camera, lo desideravo da ore.

Era arrivato il momento di ripagare ogni Sua attenzione, ogni Sua gentilezza. Ero stata preparata per questo.

 

 

Siamo saliti in camera. C’era qualcosa di diverso nella stanza, qualcosa in più ma non focalizzavo… sono entrata ed uscita di fretta quando sono arrivata ed ero stanca e distratta dal pensiero di Lui che sarebbe arrivato, forse.

Doccia, l’acqua mi serve, sempre: mi aiuta, mi consiglia, mi culla, mi rassicura.

Non mi ha permesso nessuna doccia, mi voleva che sapessi di me. Ha aspettato con pazienza che il mio respiro fosse più tranquillo.

Le mura della stanza erano deliziose e crudeli quanto il respiro soffocato dalle Sue mani.

Ha sbottonato sul mio corpo la Sua camicia con il Suo odore misto al mio, con altri mi spoglio da sola… l’esser spogliata è come se decidessero loro, con Lui è diverso: decide Lui. Lo fa. Piano. Lento. Inesorabile ai miei occhi che lo supplicano senza guardarlo.

Scivola la camicia sul pavimento e presto i miei pantaloni la raggiungeranno con le mie mutandine… non mi mette a disagio stare nuda di fronte a Lui: lo sono anche vestita.
Mi fa sedere sul letto, intorno a me specchi, grandi. Adoro gli specchi, mi piace guardare e guardarmi. Gli davo le spalle e sentivo che frugava, raccoglieva e sorrideva. Nulla di cattivo. Mi aveva chiesto di portare una cosa…

...legata al tavolo (ecco cosa c’era in più che non focalizzavo, un tavolo rettangolare. Da dove diamine è arrivato? come ha fatto a portarlo in una stanza d’albergo?). Legata al tavolo con lo spigolo del lato più corto che si unisce al mio ventre. Le mie gambe su tacchi a spillo (ecco perché mi aveva chiesto se le avessi, e di portarmele). Le mie caviglie legate alle gambe del tavolo. Lui aveva portato nastri rossi, rossi come sono io per Lui, come il sangue che mi impazzisce in faccia quando lo sento. Le mie mani allungate, legate di rosso, verso il lato opposto, il mio busto disteso.

Il mio corpo nudo, bagnato. La Sua presenza alle mie spalle, meglio… seduto, con l’altezza del mio umido a portata di palmo. Non vedo il suo viso, l’ultimo nastro rosso, più spesso degli altri, accarezza i miei occhi e li trascina nel buio.

«Quanti sono?» Non ridiamo. Io Lo attendo impaziente. Lo sento sfiorarmi appena là dove a nessuno permetto nemmeno di guardare. Sento il suo respiro e immagino la Sua bocca muoversi in una frase sorda:

«Di chi sei tu?»

«Tua, solo Tua»  senza sentire Ti rispondo con entrambe le bocche. Sento un dardo schioccare nell’aria, secco accompagnato dal Suo sorriso a dal movimento delle Sue narici, che si allargano per meglio sentire i miei odori. Come vorrei che fossero raccolti dalla Tua lingua, ora. Come vorrei essere presa a morsi lì, dove la piega tra natica e coscia si annulla. Là dove la pelle piange se castigata nel corretto modo.

Il Tuo respiro, il mio annullamento. Il Tuo silenzio, il mio terrore. Il Tuo movimento, la mia supplica di non fermarti.

I miei occhi bendati, il Tuo sorriso.

Le Tue mani calde armate, la mia carne che brucia, infiamma e gode.

La Tua crudeltà, il mio Piacere. Il mio dolcissimo desiderio.

 

 

Perugia ci ha goduto.

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