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Diario n°:

168

CINQUANTA
Michele Cogni

CINQUANTA

La macchina si ferma. È un ragazzo piuttosto giovane che abbassa il finestrino elettrico. Non chiede nulla, mi guarda con un sorrisetto compiaciuto e aspetta solo che io gli dica il prezzo.

«Cinquanta» dico con voce stanca.

Lui si allunga verso di me facendo di sì con la testa e mi spalanca con un gesto veloce la portiera.

«Che fai? Non sali?»

Mi dice il ragazzo, un poco spazientito.

Lo osservo. Ha un’ombra di barba, ma il viso gentile. Il look casual è più curato di quanto sembri, i jeans sono di marca, la camicia rivela la paperella brooksfield e sul polso della mano sinistra brilla un rolex.

Salgo sull’auto. Una golf grigia, che, appena ho chiuso la portiera, parte rapida lungo la strada.

Mentre guida mi scruta con un’occhiata che sembra quasi un esame. Dal viso scende lungo il mio corpo fino alle gambe, quasi totalmente esposte dalla minigonna, che, sul sedile, è risalita ulteriormente. Poi torna a concentrarsi sulla guida, senza parlare.

Decido allora di provare a rompere il ghiaccio, forse è un timido, anche se non ne ha per nulla l’aspetto.

«Ciao, io sono Mary.»

Dico, usando il nome con cui mi sono battezzata in questa mia nuova vita da puttana, in fondo quella canzone dei Gemelli Diversi mi ha sempre dato forti emozioni, e anch’io ora sto camminando su sentieri più scuri, sempre più scuri.

L’unica reazione alle mie parole è un leggero sbuffo. Sto per chiedergli dove sta andando, e indicargli io un paio di posti adatti quando entra veloce nel parcheggio ora deserto di una Coop di periferia e accosta una grossa auto parcheggiata.

Un brivido irrefrenabile mi inarca la schiena. Mi guardo intorno preoccupata, ma è molto buio fuori e intravedo solo delle ombre. Il guidatore si volta verso di me, la bocca sorride ma l’espressione è quasi amara, come volesse scusarsi di qualcosa. La mia portiera si apre e un uomo grosso, calvo, con una cicatrice verticale sotto l’occhio sinistro si insinua nell’abitacolo. Allunga un braccio posando un piccolo pacchetto di carta alluminio sul cruscotto, il ragazzo lo afferra, quindi fa un gesto di saluto unito a un mezzo sorriso dispiaciuto, mentre l’altro mi solleva quasi di peso dal sedile facendomi scendere.

Non sono ancora riuscita a dire una parola. La tensione mi ha contratto lo stomaco e la voce. Mi spinge verso il grosso suv nero fermo lì accanto. Provo a divincolarmi, anche se percepisco l’inutilità del tentativo.

«Lasciami!» grido.

La mia voce ha un suono strano persino ai miei orecchi, così acuta, alterata dalla paura.

«Cosa volete da me? Chi siete?»

«Zitta puttana.» Risponde con tono annoiato l’uomo, mentre apre la nera grande portiera.

«Qualcuno vuole vederti, entra!»

Mi spinge senza riguardi sul sedile posteriore. L’interno è buio, ma distinguo la sagoma di una persona seduta accanto a me. La porta è sbattuta alle mie spalle strappandomi un grido. Intravedo una mano che si avvicina, mi schiaccio indietro contro la portiera, come per allontanarmi, ma le dita salgono verso l’alto e con un clic accendono la luce interna.

Seduto vicino a me vedo un uomo. Robusto, capelli e barba molto corti, indossa una camicia bianca portata fuori dai pantaloni neri. Un normale quarantenne potrei dire, tranne che per gli occhi. I suoi occhi scuri sono penetranti, feroci e il suo sguardo inspiegabilmente riesce a terrorizzarmi, facendomi stupidamente sentire come una bambina indifesa.

Un sorriso lieve, sinistro, muta la sua espressione prima indecifrabile, poi si rivolge a me, a voce bassa, roca.

«Ciao Greta.»

Mi accorgo di mordermi il labbro inferiore dalla tensione. Chi è costui? Conosce il mio nome, quello che ho detto solo a qualche altra puttana conosciuta in questi giorni lungo la strada. Cosa vuole da me? Domande vorticano nella mia mente furiose, come granelli di polvere sperduti in un turbine di vento.

Non si muove, non parla più. Continua a guardarmi con quel mezzo sorriso crudele, i secondi si dilatano dolorosamente facendo detonare la tensione in me e il silenzio si fa soffocante, quasi mi mancasse l’aria. Infine una voce incrinata, acuta, che quasi non riconosco per mia esce dalle mie labbra purpuree di rossetto.

«Chi siete? Cosa volete da me? Voglio andarmene!»

Le mie mani si stringono sulla maniglia della portiera. Tirano, tirano forte. Il CLAK CLAK del metallo riecheggia frenetico nell’abitacolo. La portiera però non si apre, eppure io continuo a provare, guardando fuori nel buio quasi totale della notte oltre il vetro del finestrino.

CLAK - CLAK – CLAK - CLAK - CLAK!

Il panico si è impadronito di me, continuo a tirare la maniglia come una folle, e la sua apparente indifferenza, la sua espressione immutata che intravedo riflessa nel vetro mi sconvolge sempre più.

Infine, vinta e sconfitta dall’inutilità del gesto, smetto. Il silenzio torna nell’auto.

Rivolgo lo sguardo a lui, cercando di riprendere il controllo sui miei pensieri. Consapevole ormai della mia totale vulnerabilità cerco questa volta di mantenere più calma la voce e il tono.

«Cosa volete da me?» ripeto, cercando di sostenere il suo sguardo.

Senza distogliere gli occhi dai miei estrae dal taschino della camicia un biglietto da 50 euro, piegato in due. Tenendolo tra due dita si sfiora il naso, quasi lo annusasse, quindi con un movimento a scatto lo lancia verso di me. I soldi rimbalzano sul mio mento e cadono tra le mie gambe.

«Massimo cinquanta giusto?» dice, e, continuando a guardarmi negli occhi, inizia a sbottonarsi i pantaloni. Lentamente, molto lentamente apre tutti i bottoni e abbassa i boxer neri, rivelando un’eccitazione già imponente. Poi si appoggia comodamente allo schienale del sedile in pelle nera e allarga le braccia. Il suo cazzo, rosso e duro, spunta tra i lembi della camicia bianca, scosso da lievi, ritmici sussulti, quasi mi stesse chiamando.

Continuo a guardarlo ancora immobile, disorientata. Il suo Viso ora però perde quel mezzo sorriso e si fa serio, feroce oserei dire. La sua voce mi fa nuovamente stringere lo stomaco.

«Cosa aspetti? Un invito scritto? Muoviti puttana!»

Il tono con cui mi chiama puttana, il modo in cui mi guarda, tutto rivela che per lui sono solo questo. Un oggetto, un nulla, 50 euro da gettare via come cartaccia. Mi sento davvero sprofondata al livello più basso, più infimo della mia intera esistenza. Non ho però il tempo di riflettere su questa mesta rivelazione, il suo braccio scatta verso di me, la sua mano mi afferra salda per i capelli e mi tira violentemente verso di lui.

Non riesco a trattenere un grido. Mi ritrovo china sul suo bacino, la faccia premuta sul suo cazzo, sento il suo odore, intenso, di uomo eccitato, mescolato ad un lieve profumo di cannella e arancio, probabilmente ciò che ha usato per l’ultima doccia.

La sua mano continua a stringermi i capelli, tirando dolorosamente, così apro la bocca e lo lascio entrare. Non è molto grosso, ma è davvero durissimo. Si insinua in me, affonda oltre le mie labbra premendo sulla lingua. Inizio lentamente a succhiare e leccare, forse prima finirò prima sarò lasciata andare. Provo ad avvicinare la mano per aiutarmi nel compito, ma lui blocca subito il tentativo, stringendomi forte il polso contro il sedile.

Non posso far altro che continuare solo con lingua e bocca. In fondo ho sempre pensato di essere molto brava in questo, così muovo lentamente la lingua tutto intorno, lo solletico, lo stuzzico, lo stringo ripetutamente.

Il suo cazzo ora è ancora più duro, sussulta mentre lo avvolgo tra le labbra facendole scorrere su e giù, in un movimento ampio, lungo, e ritmico. Lui è la nave ora, e la mia bocca il suo mare in tempesta, la mia lingua le onde che una dopo l’altra urtano e spingono lo scafo su e su e su, spumeggiando e facendolo tremare e vibrare.

La mia bocca continua così a cavalcarlo, o forse è lui che fotte la mia bocca.

Certo è resistente, molto. La maggior parte degli uomini che ho conosciuto avrebbe sicuramente già goduto, lui sembra assaporare ogni istante come se dovesse durare per sempre. I suoi respiri sono intensi, lunghi, con gemiti appena accennati, la mano sinistra sempre forte sul mio polso, la destra ancora avvolta nei miei capelli, anche se ora non stringe più, anzi segue abbandonata i movimenti della mia testa.

Ora, ad occhi chiusi, comprendo di essermi persa nel ritmo. Il suo sapore, odore, durezza sono piacevoli e coinvolgenti. Mi infastidisce quasi la sensazione che, non voluta, mi scuote rendendomi calda e umida dentro. Sento le mie intime labbra bagnate sfregare a contatto del perizoma e mi scopro sempre più eccitata.

Il suo respiro diventa sempre più frenetico, sento dalle pulsazioni intense del suo rigido cazzo che è prossimo al piacere. Ho la bocca indolenzita, non ho idea di quanto tempo sia passato davvero da quando ho iniziato a succhiarlo. Mi muovo sempre più rapida, su e giù, su e giù, senza smettere di leccare e solleticare.

La sua mano stringe di nuovo i capelli, e sento la sua voce, ora però più roca, eccitata.

«Se mi sporchi ti ammazzo.»

Ho un sussulto, ma la sua stretta mi riporta dolorosamente a mantenere il ritmo. Pochi istanti dopo esplode dentro di me e un’onda calda, intensa, quasi dolce mi invade la bocca. Mi concentro nel bere e deglutire tutto, mantenendo le labbra strette alla base per non farne scivolare fuori nemmeno una goccia. Intanto rallento il ritmo senza però smettere di succhiarlo e leccarlo.

So quanto agli uomini piaccia questo momento in cui il piacere è quasi intollerabile mentre la sensibilità del pene è al limite più alto. Sempre più lenta lecco, bacio, succhio finché sono sicura di non lasciar più cadere nessuna goccia del suo seme, intanto il suo cazzo resta ancora duro, vibrante tra le mie labbra, parrebbe ancora pronto al piacere.
Quando infine sollevo leggermente la testa incontro di nuovo i suoi occhi.

«Brava Greta.»

Si rivolge a me a bassa voce, mentre la sua mano non accenna a allentare la presa sui miei capelli.

«Succhi sicuramente meglio di come ragioni. Ora spogliati e mostrami il resto della merce.»

Il suo tono non ammette repliche, le sue dita si aprono e il suo palmo spinge la mia testa verso lo schienale del sedile. Mi tolgo la giacca, sfilo dalla testa il top elasticizzato di paillette argento e dalle gambe la minigonna, dopo averla sbottonata. Ora mi resta solo il ridotto perizoma nero e le calze a rete autoreggenti, oltre alle scarpe nere con il tacco a spillo.

Riporto lo sguardo su di lui. Ha di nuovo quel sottilissimo accenno di sorriso sarcastico, ma i suoi occhi restano feroci. Inarca appena un sopracciglio e comprendo all’istante che non gli basta. Rapida tolgo le scarpe lasciandole sul tappetino ai miei piedi, quindi sfilo le calze, una ad una, lentamente. Vorrei dimostrargli che non ho paura, ma in realtà ho lo stomaco contratto. Infine tolgo il perizoma di pizzo. Sono totalmente nuda, accanto a lui completamente vestito. Solo ora noto che si è anche riabbottonato i pantaloni.
La pelle del sedile aderisce al mio sedere nudo, donandomi una strana fredda sensazione. Senza rendermene conto sto stringendo le mani una nell’altra, torcendole, mentre mi guarda, muto. Poi colpisce con le nocche il finestrino sulla sua destra. Due colpi secchi. La portiera anteriore sinistra si apre, lo sfregiato allunga una mano sul cruscotto e odo uno scatto meccanico alle portiere. Quindi richiude restando fuori.

«Scendi Greta.»

La sua voce di nuovo mi sorprende. Allungo una mano sul mucchietto di vestiti, ma la sua mi afferra rapida e forte il polso, sollevandolo. Un lieve movimento di diniego del volto esplica le sue intenzioni. Mi lascia il polso e si ripete, con voce più dura.

«Scendi.»

Avvicino la mano alla maniglia e tiro. Clak! La portiera si apre. Fuori il buio è sempre molto fitto, rischiarato appena dal quarto di luna che si intravede tra le nuvole. L’asfalto gelido e irregolare punge sotto i piedi e il freddo dell’aria mi fa tremare. Mi stringo con le braccia e faccio un passo avanti. Sento aprirsi anche l’altra portiera , lui scende, girando intorno al retro dell’auto.

«Cammina, mettiti davanti alla macchina.»

Mi dice appena arriva accanto a me.

Obbedisco, sperando di non ferirmi i piedi su quel parcheggio malconcio. Sento di nuovo una portiera e davanti a me si accendono insostenibili i fari dell’auto, distolgo lo sguardo per non restare abbagliata. Le luci così intense cancellano ogni altra visione intorno. Immobile, sento ancora la sua voce, stavolta beffarda insieme a una risatina cui si uniscono altre due voci accanto.

«Voltati, gira su te stessa e fatti ammirare, ho pagato non è vero?»

Mi muovo in tondo, lentamente, troppo confusa e spaventata per altre reazioni. Mi sembra di aver girato e girato fino alla nausea, ma probabilmente sono stati solo pochi secondi.

«Adesso è tutta vostra ragazzi.»

Le sue parole mi scuotono, penso se correre, scappare via nel buio, ma non ho nemmeno il tempo di decidere se farlo veramente. Le mani dello sfregiato mi afferrano e mi spingono contro il cofano, mentre il capo rientra in auto, sul sedile del guidatore e chiude la porta. Una mano mi stringe il collo premendomi la faccia sul metallo ancora tiepido, l’altra mi apre a forza le gambe insinuando le dita rudi dentro di me, tra le labbra ancora in parte eccitate da ciò che è accaduto prima.

«A questa puttana piace la violenza» lo sento dire ridendo. «È bagnata come una cagnetta in calore.»

Vorrei urlare, dire qualcosa ma la voce resta bloccata in gola, esce da me solo un lieve gemito di dolore e lacrime, molte lacrime. Poi lo sento entrare brutalmente in me, grosso, duro, feroce. Mi possiede in modo animale, con colpi possenti ripetuti. Per fortuna doveva averne molta voglia perché viene rapidamente dentro di me, con un grugnito e si abbandona, schiacciandomi dolorosamente i seni sul metallo con il suo peso.

Il parabrezza è scuro, riflettente, come gli altri finestrini, ma mi sembra quasi di vedere i suoi occhi dietro il vetro che mi guardano perversi. Improvviso il peso sparisce, sento l’altra voce sconosciuta che lo allontana sussurrandogli qualcosa di intelligibile. Quindi due mani più piccole, ma sempre forti mi accarezzano le natiche.

Le sento vagare, lente, curiose, lungo la schiena e le cosce. Si insinuano sotto di me stringendo il seno, sollevandomi il busto dal cofano, stuzzicando i capezzoli e ogni tanto stringendoli dolorosamente.

Questo è diverso. Si prende il suo tempo, gioca con il mio corpo nudo. La sua bocca mi sfiora la schiena. I suoi denti, le sue labbra, la sua lingua si appropriano del mio collo, baciando, mordendo stuzzicando dietro l’orecchio, dove sono più sensibile.

I capezzoli mio malgrado si fanno turgidi, il suo corpo è stretto in piedi, contro la mia schiena, le sue dita sono scese giù, sul davanti, oltre la mia pancia e stringono e stuzzicano. Sento dura, calda la sua eccitazione dietro di me, spinta contro il solco delle natiche e la schiena. Continua a lungo ad accarezzarmi e stringermi. Con la destra i capezzoli e con la sinistra il clitoride. Infine, quando la mente si è annebbiata e mi rendo conto che potrei anche arrivare a un orgasmo, mi spinge in basso la schiena, piegandomi in avanti e lo sento spingere dietro di me.

Lentamente ma inesorabilmente penetra a fondo il mio culo strappandomi un grido. Poi mi risolleva il busto e inizia a sodomizzarmi in piedi, intensamente, mentre torna ad accarezzarmi il seno e il clitoride. In verità ho sempre amato il sesso anale, un piacere profondo, proibito, intenso e diverso dal solito ma ugualmente irrinunciabile. Il dolore si mischia con la voluttà, e riesco a raggiungere un forte orgasmo appena un attimo prima che lui mi riempia con il suo piacere. Lo sento stringermi ancora un poco, poi sento un lieve bacio dietro l’orecchio e anche lui si allontana lasciandomi sporca e distrutta appoggiata al cofano.

Ora lo vedo, il capo, scendere dall’auto e avvicinarsi a me, butta in terra al mio fianco la mia borsa, i vestiti e le scarpe, quindi, tirandomi per le braccia, mi fa alzare in piedi. Infila tra le mie dita qualcosa. Alla luce dei fari, ora meno intensa di prima, vedo che sono due fogli viola, da 500 euro e un biglietto da visita.

«Tu sei sprecata per 50 Greta, vieni con me le cifre saranno decisamente diverse. Chiamami domani, a mezzogiorno.»

I tre salgono in macchina, i fari mi illuminano ancora per pochi istanti mentre il motore si accende, quindi tutto ciò che riesco a vedere sono le rosse luci posteriori che si allontanano rapide, lasciandomi nuda, sporca, dolorante in piedi sull’asfalto freddo. Guardo l’orologio, sono le undici e qualcosa mentre salgo lentamente le scale del comando centrale dei Carabinieri di Milano. Prima di giungere in cima butto la sigaretta, ancora a metà, che sto fumando un po’ nervosamente, quindi spingo il portone e sono dentro.

Due piani e diversi corridoi dopo sono quasi arrivata. Sento gli sguardi intensi, desiderosi dei ragazzi in divisa persino senza guardarli, posso immaginare i loro pensieri, le loro voglie, le fantasie che nuotano ora nella loro mente, mentre li oltrepasso ticchettando sul marmo senza degnarli di uno sguardo. Certo la gonna che indosso ora è più lunga, al ginocchio ma so di avere un sedere notevole e che lo sguardo maschile finisce sempre lì quando li supero.

Finalmente arrivo alla porta giusta. La targa metallica dice Capitano Debiase. Busso. Un paio di colpetti e aspetto.

«Avanti» giunge la voce dall’interno.

Entro nell’ufficio, il capitano è in piedi, accanto a un altro uomo in divisa. Saluto entrambi.

«Generale Giorgi, le presento il tenente Gabrielli, è l’agente sotto copertura che finalmente sembra essersi infiltrata nella banda del Mandelli, sono anni che cerchiamo di scoprirne tutti i traffici.»

Stringo la mano al generale, che mi sorride soddisfatto, senza riuscire peraltro a nascondere il rapido sguardo eccitato con cui mi squadra dalla testa ai piedi.

«Complimenti tenente, brava. È stata dura immagino.»

Gli sorrido appena maliziosamente, giusto quel tanto da fargli venire un piccolo fremito tra le gambe.

«Già, molto duro generale, ma cosa non si fa per il dovere.»

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