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Diario n°:

105

COMPLEANNO
Marco Santorini

COMPLEANNO

Le undici di mattina. La stanza si riempì improvvisamente delle note di “La vita è adesso” di Baglioni, la canzone che aveva programmato sul telefonino per svegliarsi nei week-end.

Si girò a fatica verso il lato da dove proveniva la musica, aprì le palpebre degli occhi che gli sembravano curiosamente incollate, allungò una mano incerta verso il telefono per spegnerlo e, lentamente, come se scoprisse per la prima volta i rumori e la luce delle cose che lo circondavano, realizzò di essere sveglio. Non era un giorno qualsiasi, era il suo cinquantesimo compleanno, un altro giro di boa della vita.

Si alzò sulle braccia, la luce del giorno fatto entrava nella stanza senza incertezze e illuminava i mobili e i vestiti. Allungò una gamba fuori dalle coperte, verso il tappeto. Non faceva freddo. La fece seguire dall’altra e si mise seduto sul bordo del letto. Si sentiva intontito e percepiva dal proprio corpo un senso di pesantezza che sembrava farlo sprofondare nel materasso e che non ricordava di aver provato da tantissimo tempo.

Era anche vero che, nella sua vita, nei suoi primi cinquant’anni, non aveva mai vissuto niente di uguale a quello che gli era capitato la sera prima.

Già, la sera prima, non poteva crederci ora, lì nella sua casa circondato dalle cose familiari e sicure, poteva essere stata solo un sogno intenso, di quelli che la mattina dopo ci si chiede se fossero realtà o fantasia e che spariscono nel giorno come i segni del cuscino sul viso.

I rumori delle ore che si avvicinavano all’ora di pranzo lo fecero sobbalzare.

Doveva prepararsi: era il giorno della sua festa, del pranzo e della famiglia riunita in suo onore. Si alzò in piedi d’impulso e il diffuso dolore a vari muscoli della schiena gli inviò l’immagine di un motore che sussulta e vibra prima di accendersi.

Si guardò allo specchio a figura intera della camera da letto. I capelli grigi, qualche ruga attorno agli occhi, la pelle sul corpo tesa solo in alcuni punti e non quelli da mettere in evidenza. Non poteva dire di essere giovane, ma tutto sommato forse cinquant’anni non li dimostrava ancora, stava invecchiando bene, si disse, molto meglio di certi suoi amici coetanei. Si mise di profilo alzando la maglietta bianca che usava per dormire. Non era neppure ingrassato in modo esagerato.

Avvicinò gli occhi allo specchio. Allargò le palpebre come si fa dall’oculista.

Voleva vedere se si notavano le venature rosse che aveva imparato a riconoscere come un segno di affaticamento del suo corpo, quasi come una spia del cruscotto di un’auto. Un guizzo di autocompiacimento gli disegnò un impercettibile sorriso di soddisfazione: i segni della stanchezza non si vedevano!

Sì, non era ancora un vecchio.

Ogni movimento gli era più pesante del solito, però, le braccia erano indolenzite, le gambe usavano muscoli dimenticati e dolorosi. Gli vennero alla mente le parole di una canzone: “…l’ansia volgare del giorno dopo...”; doveva essere un cantante proprio della stessa città: Bologna. La parola si fece largo in testa evocandogli quasi un sogno ad occhi aperti. Era stato davvero un regalo fuori del comune. Avesse intuito qualcosa sua moglie oggi, la festa di compleanno con i figli, il cognato e i nipoti, sarebbe diventata una tragedia greca con tanto di coro di prefiche a gridare disperato.

Ma ne era valsa la pena. Gli amici lo avevano tenuto all’oscuro fino all’ultimo minuto. “Vedrai che regalo ti abbiamo fatto... oh, però ti devi prendere la serata libera, senza vincoli d’orario, si torna quando si torna”. Sua moglie non aveva fatto la minima obiezione, dopo quasi trent’anni anni di matrimonio la fiducia poggiava su solide mura, costruite con mattoni scelti con cura, cementate giorno per giorno nelle piccole cose del vivere insieme o, come si dice, nella buona e nella cattiva sorte.

E quella di ieri notte cos’era stata? Buona o cattiva? Che gli veniva in mente! Era una domanda che sarebbe svanita con il tempo come il dolore ai muscoli, ne era certo.

Nel passaggio dalla stanza da letto al bagno sentì i rumori della cucina giù dalle scale, che gli annunciavano che la festa stava iniziando a prendere forma. Uno sportello che sbatteva, il ronzio accelerato del frullatore, il tintinnare di stoviglie che si impilavano. Sua moglie era al lavoro. Poteva percepirla muoversi con gesti consolidati tra il tavolo da pranzo e la cucina, compiere movimenti sicuri nel preparare, mescolare, affettare, con addosso il grembiule bianco con la pettorina che usava per i pranzi di festa coronato da una espressione sul volto non di felicità ma come di serenità incontaminata.

E lui? Si sedette sul bordo della vasca da bagno. Sì, era un po’ affaticato, doveva ammetterlo. Lo sguardo gli cadde sul sesso, un rotolino di carne scura e flaccida, senza vita, attaccato al resto del corpo.

Un’appendice, pensò, come lo si definisce spesso. Eppure ieri notte non era stato così, oh no, si era alzato sul campo di battaglia, aveva retto lo stendardo, corso tra le truppe, soldato tra i soldati, aveva combattuto come un guerriero che non voleva cadere, che non volesse sentire la fatica, se ne era pure meravigliato lui, il suo proprietario, ed alla fine aveva vinto, certo che aveva vinto, poteva esserne fiero.

Ieri notte. Si era trovato in quel posto quasi senza saperlo, condotto lì dagli amici. Avevano fatto un lungo giro in macchina, guidati da un individuo taciturno e di poche parole, che li aveva aspettati in piazzale stazione. Attraversate le strade principali, si erano incuneati nel cuore della città, in zona universitaria, girato tra i quartieri residenziali e poi usciti nella prima periferia.

Un girare a vuoto che doveva avere l’unico scopo di far perdere l’orientamento. Alla fine, erano stati lasciati di fronte ad una villetta circondata da un piccolo parco, che impediva di vedere all’esterno e capire dove si trovassero.

Ne aveva viste spesso di ville come quella, nei quartieri residenziali più tranquilli delle città dove la borghesia dei primi del novecento aveva trovato lo spazio per insediare la sua sobria ricchezza. Si era spesso chiesto cosa nascondessero quelle inferiate che facevano da trama all’ordito di una siepe sempre ben curata e così folta da non poterci vedere attraverso.

Aveva chiesto spiegazione ad Aldo, l’organizzatore della spedizione. Gli occhietti piccoli e tondi lo avevano guardato sornioni «è il tuo regalo» aveva risposto «è una cosa speciale. Vengono organizzati incontri con ragazze e uomini, come dire… di un certo livello. Ville come questa sono  l’ambiente ideale, ma ogni volta se ne sceglie una diversa per evitare di lasciare tracce. Sapere dove gli incontri si tengono…» aveva cercato le parole «beh... rientra in certe conoscenze esclusive.»

«Non saprà niente nessuno» aggiunse il Beppe, i piedi incapaci di rimanere fermi sulla ghiaia di fronte allo scaloncino d’ingresso della villa.

«Pare che le ragazze siano tutte studentesse universitarie, che in questo modo mettono da parte qualche soldo.»

Giovanni, l’architetto che gli aveva progettato la casa del matrimonio, l’aveva guardato con due occhi improvvisamente vivi come, in tanti anni che lo conosceva, non aveva mai notato che avesse.

«Indossiamo tutti una maschera. Noi e anche loro, così non ci si può riconoscere. Non puoi mica scoparti una ragazzetta e trovartela il giorno dopo a fare la spesa mentre sei con tua moglie, no?»

Avevano riso della battuta.

«Vuoi andare fino in fondo? Sei ancora in tempo per tirarti indietro se non ti va.»

Domanda inutile buttata lì da Aldo, nessun poteva tirarsi indietro a quel punto.

Le voci degli amici sembravano registrate nella sua mente. Nel bagno, i consueti segni della presenza della moglie, le creme per la notte, i bagnoschiuma, i cosmetici, sembravano i soldati in avanscoperta dell’esercito che annunciava il suo senso di colpa. Gli chiedevano: ce la farai a vedere tua moglie ed ad abbracciarla come se niente fosse? La bacerai con la bocca che hai usato ieri sul corpo di un’altra donna, senza sentire nessun dolore?

Doveva solo dimenticare, si disse, fare come se fosse stato un sogno, quante volte aveva sognato di fare sesso con un’altra! Le rubriche di psicologia sulle riviste dicevano che era una cosa normale, che non significava che non si amasse il proprio partner, anzi poteva essere un modo per riaccendere la fiamma. Doveva fare così, solo un sogno, un sogno notturno con gli amici. Iniziò a radersi.

Si conoscevano dai tempi dell’università con gli amici fidati, insieme avevano giocato, studiato, assistito ai reciproci matrimoni, partecipato alla nascita dei figli. Era ovvio che non avrebbe potuto tirarsi indietro in quell’avventura.

Gli amici sono un gruppo e agiscono insieme sempre, altrimenti sono un’altra cosa. Se lo ripetevano sempre tra loro. E poi, era stato il suo regalo di compleanno. Studentesse universitarie! Si era sentito scosso da una emozione che non ricordava così intensa dai tempi della nascita del suo ultimo figlio. Un colpo del cuore più forte degli altri gli sembrò rimbombare nello stomaco anche ora. Quanto ne avevano parlato con gli altri, fantasticato, messo in dubbio che queste cose potessero davvero esistere ed alla fine si erano ritrovati lì, a vivere che cosa se non un desiderio. Doveva sentirsi in colpa per quello?

Ritornò in camera a vestirsi. Guardò oltre la sua immagine riflessa dallo specchio, rivide le luci soffuse puntate al soffitto sfocare i contorni dei mobili nelle stanze, sentì nel nodo della cravatta che stava formando con le mani il laccio del cappuccio che aveva indossato. Aveva respirato sul subito a fatica attraverso l’unica apertura per la bocca, in attesa che gli occhi coperti da un velo si adattassero alle nuove condizioni di luce. Aveva combattuto una breve lotta con la sensazione di soffocamento e di imbarazzo nel trovarsi assieme agli altri con addosso maschera e mantello in una specie di anticamera.

Il campanello di casa e i rumori di grida allegre lo richiamarono al presente.

I figli erano arrivati. Le grida di gioia della moglie verso il nipotino rimbalzarono nella sua mente.

Sì, forse non avrebbe dovuto farlo. Mettere a rischio il loro rapporto così saldo negli anni, ridurre in frantumi ciò che avevano costruito, la loro famiglia che, se non avesse avuto una sorta di paura scaramantica, avrebbe potuto chiamarla felice. Ma non era stato un vero tradimento, più che altro un colpo isolato di testa, un modo per sentire la vita scorrere più veloce, e poi, accidenti, una volta soltanto nella vita. Lui amava sua moglie, ancora e molto. Era il nonno che coccolava il nipotino, aveva solo lasciato che un brivido di vita gli gonfiasse le vene ancora una volta, e basta. Loro erano una famiglia normale e unita.

Sul servo muto stavano appesi i pantaloni che aveva usato. La camicia era già finita nel cesto della biancheria sporca. Non aveva neppure dovuto preoccuparsi di controllare se ci fossero stati segni dell’avventura. Capelli, le proverbiali macchie di rossetto, no, tutto era stato gestito con cura di ogni dettaglio. Se non fosse stato per quei ricordi che si proiettavano nella sua testa come fotogrammi di un video musicale, sarebbe riuscito a cancellare anche lui ogni cosa.

Chissà come stavano gli amici. Avranno avuto l’impulso di parlare, di chiedere perdono, di raccontare ogni cosa alla moglie? Avrebbero mantenuto il patto che avevano concluso al termine della serata, nel buio del viaggio di ritorno in macchina, i volti illuminati a sprazzi dai fanali di altre auto? Forse sì, nessuno voleva rischiare di perdere le conquiste della vita per una giocata infantile. Avrebbero, solamente, avuto un altro segreto da condividere. Guardandosi tra loro, nelle occasioni di ritrovo, avrebbero visto nei loro occhi solo un altro guizzo da monelleria e le mogli li avrebbero blanditi per nonni che si divertono a fare i compagni di scuola.

Un sogno, era stato solo un sogno. Non fosse per quelle immagini. La curva dei fianchi della ragazza che, seduta sopra di lui, ondeggiava il bacino mentre gli serrava il pene con i muscoli vaginali, prese di nuovo forma dentro i suoi occhi. Ne poteva seguire ancora il contorno. I polpastrelli delle sue dita avevano memorizzato la sensazione del tatto di quando, come fossero stati le mani di un cieco, avevano percorso quell’ansa concava tra i fianchi e l’inizio della cassa toracica, una due tre volte, senza fretta, sfiorando la pelle e afferrandola come se non avessero voluto credere a quello che toccavano.

Si scosse, un’erezione appena accennata, come una afflusso d’acqua in un tubo ostruito, lo richiamò all’attenzione e lo fece sperare che la sera, quando sarebbe stato solo con sua moglie, nel loro letto... I fotogrammi di quel sogno sarebbero stati utili per farle capire quanto ancora l’amava, nonostante tutto, sì, nonostante tutto quello che lei non sapeva.

Ora doveva prepararsi, scendere e incontrare i figli, l’orgoglio della sua vita. Anche sua figlia, la più piccola, studiava all’università. Gli costava mantenerla nell’appartamento in affitto in città ma quale soddisfazione quando raccontava che era in pari con gli esami e stava preparando la tesi.

Un malumore gli prese lo stomaco e attraversò i suoi pensieri, studentesse universitarie, avevano detto i suoi amici la sera prima. Che stupidaggini, sicuramente era solo frutto di una abile strategia di marketing di chi gestiva tutto il giro, dava una patina di trasgressione a quello che altro non era che un bordello per farsi pagare di più e accalappiare clienti che non avevano il coraggio di ammettere la verità. Le ragazze dovevano essere certamente tutte prostitute professioniste. Giovani, questo era certo, anzi aveva provato quasi vergogna nel notare l’accostamento di certi particolari del corpo nudo suo e dei suoi amici con quello delle ragazze. Le curve dei loro corpi sembravano il lavoro di uno scultore frettoloso che non ne conoscesse le proporzioni, aveva gonfiato la pancia, piallato i glutei e fatto cadere le spalle. Uno scultore così non l’avrebbe fatto lavorare nessuno! Sorrise tra sé. Eppure le ragazze non avevano dimostrato nessun segno di disgusto o ironia, si erano lasciate abbracciare, toccare, baciare, leccare come se ognuno di loro fosse stato il loro amante di sempre, anzi, quando sembrava che dopo ogni orgasmo le loro forze e desideri fossero rimasti dentro i preservativi, avevano preso l’iniziativa. Che affamate! Che ragazze, mai conosciuto una donna così. Chissà quanti soldi prendono per fare ‘ste cose? Sì ma per comportarsi così gli deve anche piacere! avevano commentato in auto più tardi tra di loro. Gli deve anche piacere, si ripetè, abbottonando la camicia, ad un tono di voce così basso che il suono non riuscì a superare l’ostacolo dei denti per rendersi comprensibile.

Come la ragazza che aveva avuto per ultima. Quella sì che era stata davvero un sogno.

Annodò i lacci delle scarpe, sistemò le pieghe del golf di cachemire.

Immagini, ancora immagini. Era stata una ragazza che non avrebbe mai più dimenticato. Gli aveva preso in mano il pene bagnato di sperma sollevandolo dai peli del pube dove sembrava essersi addormentato, dopo che, poco prima aveva goduto, dentro un’altra sua collega. Lo aveva tenuto tra le dita stringendole gradatamente, accompagnando la pelle del prepuzio cominciando a masturbarlo. Aveva avuto una nuova insperata erezione. Lei gli aveva leccato il glande con la lingua morbida, sembrava avesse potuto farla attorcigliare attorno all’asta tanto era stata abile a muoverla. Poteva vedere ancora le labbra della ragazza sporte tra i lembi della maschera di gomma chiudersi sul pene e farlo sparire dentro di sé. Era stata una sensazione di assorbimento, di calore dove rifugiarsi, in un movimento verso la base del pene gli era sembrato che la bocca della ragazza potesse inghiottirlo interamente, si era immaginato in quel momento di stare sul punto di toccarle il palato con il glande tanto quell’abbraccio era profondo e quando sentì le sue labbra sfiorarle i peli del pube fu sul punto di raggiungere l’orgasmo, ma lei lo lasciò improvvisamente. Quando la guardò per cercare di capire il perché di quel movimento, lei gli girò le spalle e si mise carponi, senza dire una parola. Gli si stava offrendo in quella posizione.

Il cuore battè dei colpi ravvicinati all’emozione del ricordo. Non se la sarebbe più dimenticata quella scena, le immagini che la componevano erano foto inchiodate nella sua memoria con chiodi di acciaio nuovi e brillanti.

La prima foto, ripresa da dietro e dall’alto, era un dettaglio, la maschera nera della ragazza che si infossava sul materasso bianco. La seconda era la panoramica della prima, in primo piano davanti a lui, offerto a lui, vedeva le natiche della ragazza, sostenute dalle cosce aperte e sul fondo, seminascosto, un seno afflosciato sul lenzuolo. La vista attratta verso il centro dei glutei, lì dove sembravano unirsi in un vortice di pieghe. La terza foto, quella che aveva il potere di stordirlo ancora e procurargli il piacere più intenso, era il suo sesso mezzo fuori. Quel vortice di pieghe che, quasi con vergogna aveva paura di chiamare con il suo nome, si era allargato ad accoglierlo aiutandolo ad entrare. La sensazione di forza e potere provata in quel momento aveva lasciato una traccia dentro di lui per tutta la sera e la poteva seguire anche adesso tanto era stata persistente. L’ultima foto era un altro dettaglio.

Forse il senso di colpa, del peccato, che la sua educazione gli aveva inculcato, per questo genere di cose, forse un desiderio paradossale di tenerezza verso la ragazza che, percepito il suo orgasmo, aveva spinto le sue natiche contro di lui in modo da farlo entrare interamente, lo avevano spinto a cercare un contatto diverso. Si era piegato seguendo la posa della ragazza con il suo corpo, aveva allungato le sue mani lungo i fianchi, era sceso verso le braccia piegate e aveva cercato le mani di lei per stringerle in quello che lui aveva voluto che fosse come un abbraccio. L’ultima foto era quella, le dita della sua mano che si infilavano su quelle della ragazza e coprivano una piccola cicatrice di una ferita che stava guarendo a forma di arco sul dorso della mano destra tra il pollice e l’indice. Un dettaglio insignificante che gli aveva dato l’idea della vita normale in quell’ambiente fuori dal mondo.

La voce della moglie che lo chiamava spense la luce sulle immagini che ritornarono nell’archivio della sua testa. Era rimasto davanti allo specchio, fermo a ricordare, vestito per la festa, come rapito e portato da un’altra parte. Ora doveva ritornare ad essere sè stesso, quello di sempre. Quello che era accaduto la sera prima era stato qualcosa di non reale, ormai ne era convinto, non poteva fare diversamente. Bastava chiudere la parentesi, lui era un buon marito, un buon padre per i suoi figli, un nonno, si era voluto divertire ma non aveva in alcun modo fatto del male alla sua famiglia, quello che era accaduto riguardava solo lui e i suoi sogni. Nessuno può essere giudicato per i sogni.

Scendere le scale fu come l’assoluzione dopo la confessione. I profumi della cucina, dapprima lievi e poi più forti, lo guidarono piano alla normalità, il chiasso dei figli e le grida dei nipoti, appena lo videro, lo avvolsero come un abbraccio confortevole.

Fu solo festa, serena, tranquilla, conosciuta festa di famiglia. Gli auguri, i pacchetti da aprire, con i soliti regali inutili, gli scherzi sull’età, le domande dei nipotini seduti in braccio. C’erano tutti, era un abbraccio sereno, caldo, nel confortevole e conosciuto senso della famiglia. Non c’erano più ricordi, niente immagini senza controllo, niente senso di colpa, tutto era andato al suo posto.

Il pranzo fu ottimo. Seduto a capotavola, recitò il ruolo del festeggiato e del padre di famiglia come tutti si aspettavano. La moglie aveva preparato piatti per sfamare anche i vicini come sempre, e ovviamente aveva preparato le cose che lui più gustava, era il suo compleanno, chiaro. I figli avevano raccontato di sé, delle loro vite. Il figlio maschio aveva nicchiato sulla nuova fidanzata che non voleva che fosse chiamata così e che non avrebbe presentato perché non era quella giusta, la figlia più grande aveva fatto ridere tutti raccontando delle scoperte dei figli piccoli, la figlia minore aveva parlato dei professori e della opportunità di rimanere all’interno dell’università a fare la ricercatrice. Il suo orgoglio si era allargato fino a trasformarsi in benevole serenità e ad abbracciare ogni cosa nella stanza da pranzo. Era un giorno perfetto, uno di quei momenti nella sua vita in cui poteva vedere la felicità, era lì, poteva allungare la mano e toccarla, non mancava nulla.

Si lasciò convincere a bere un bicchiere di vino in più, che tanto non poteva far male, anche se il medico gli aveva detto di fare attenzione. Il figlio aprì la bottiglia di spumante. Il tappo rimbalzò sul muro e sul tavolo. La moglie sistemò la torta sul tavolo di fronte a lui, sgombrando piatti e bicchieri. I nipoti saltavano intorno, un flash di una macchina fotografica lo illuminò. La figlia minore richiamò la sua attenzione, aspetta papà, gli disse, e affondò una candelina di compleanno sul centro della torta sotto i suoi occhi. Un’unica candelina con il numero 50 in grande bordato d’oro. Un’unica candelina come i bambini al loro primo compleanno, pensò, un augurio appropriato per l’inizio di una nuova fase della sua vita. Poi lei prese l’accendino e avvicinò la mano alla candelina, il bagliore della fiamma fece risaltare una cicatrice a forma di arco sul dorso tra il pollice e l’indice, il segno di una ferita in via di guarigione.

Un lampo, un afflusso di sangue improvviso, non poteva essere, Bologna, l’università, studentesse che guadagnano qualcosa, mascherate per non farle riconoscere... Il respiro incespicò, si trattenne nei polmoni, una fitta di dolore gli prese il braccio sinistro, il cuore, un giramento di testa.

Soffia, urlavano tutti intorno, soffia!

 

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