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Diario n°:

206

DELIZIOSO DESSERT
Scarlett B.

DELIZIOSO DESSERT

Il ristorante è in penombra. Le luci soffuse e discrete ai lati dei tavoli, creano ombre danzanti che si riflettono sui visi degli ospiti. I camerieri scivolano silenziosi raccogliendo le ordinazioni e servendo le vivande. Tutto l’arredamento del locale è in uno stile futurista ed essenziale, completamente impersonale.

 

Sono qui con Stefano che da qualche mese è il mio partner: noi, come altri ad eccezione di qualche sprovveduto avventore ignaro della vera natura del locale, siamo qui non tanto per cenare, ma in attesa di accedere al piano sottostante che ospita, da qualche tempo, un privèè. Un locale raffinato, esclusivo, mantenuto tale dai prezzi proibitivi delle quote di associazione, ma pur sempre un puttanaio autorizzato, un postribolo di lusso, il parco giochi di adulti abbienti e viziosi.

Le coppie che ritroverai, di lì a poco, al piano di sotto, le riconosci subito: le donne sono abbigliate da “strappone” di lusso, con tutto in vista o suggerito con abilità, il messaggio che ognuna di noi si ripropone di lanciare è: “sono padrona della mia sessualità e la esercito liberamente, senza costrizioni di sorta”.

Siamo già stati qui diverse volte e ormai anche il contesto implicitamente trasgressivo, comincia ad assumere sfumature di noia, di ripetitività.

Stefano è in aspettativa, come sempre, si guarda attorno scandagliando i presenti, alla ricerca della preda pregiata da tallonare da vicino: ho provato più volte inutilmente a spiegargli che chi caso mai avesse qualcosa di davvero strepitoso da scambiare, non verrebbe a proporlo qui, ma il vizio, la noia, la rincorsa di un’emozione ad ogni costo, lo spingono a ripropormi con pervicacia, la frequentazione periodica.

Io non mi guardo nemmeno intorno, è inutile: Stefano adocchierà la “meno peggio” che non è sinonimo della migliore, e se questa è accompagnata da qualche mostruoso esemplare della razza maschile, a me poi tocca l’ingrato compito di tenerlo a bada, concedendo quel minimo che giustifichi “lo scambio”.

A volte mi chiedo perché lo assecondo in questo modo, trascinando queste serate eterne che si concludono all’alba, con la bocca impastata dai svariati drinks, la pelle sudata e appiccicosa dai troppi contatti, la testa vuota, i sensi sfiniti dall’eccesso di allerta… sarà per noia, sarà per pigrizia, mi rispondo.

A volte, quando torniamo a casa disfatti, dopo una notte inutile, mi scopa selvaggiamente, come non fa più da tempo, forse a risarcirsi di tante aspettative non mantenute e a volte commenta, ributtandosi di fianco dopo essere venuto: «Cazzo, anche stasera eri tu la migliore…» e capisco che lo dice con una sorta di delusione infantile, quella di un giocattolo negato, di un capriccio insoddisfatto.

Nell’atmosfera ovattata del locale, dove tutti bisbigliano con discrezione, quasi fossimo in un museo o in una chiesa, di fronte a noi si siede una coppia e qualcosa, nell’ondeggiare dei capelli di lei, mi porta a fissarli, invece di tributar loro l’abituale sguardo distratto.

Di lui vedo le spalle, ma lei mi è proprio di fronte. Capisco subito di non averla mai vista qui: nonostante la scarsa illuminazione e l’assenza di attenzione, si imparano a riconoscere gesti e profili e ci si memorizza vicendevolmente.

Lei è bella in modo imbarazzante: è minuta nelle membra, ma slanciata ed elastica. Il movimento con cui si è seduta è stato aggraziato e sinuoso, accompagnato dall’ondeggiare dei lunghi capelli ramati che si è sistemata dietro l’orecchio.

Il viso è regolare, grandi occhi liquidi, bocca corrucciata, le intuisco la pelle lentigginosa delle rosse, omogeneizzata da un’abbronzatura recente.

Per lo standard del locale, non è nemmeno troppo scosciata: tubino nero, quasi accollato, braccia nude. Solo dopo vedrò la profonda scollatura sulla schiena che le scopre sin quasi il solco dei glutei.

Deve aver sentito l’insistenza del mio sguardo, perché mi fissa a sua volta, interrogativa, senza sorridere.

Ora, non è che io mi consideri abitualmente o occasionalmente lesbica, ma devo ammettere che c’è, a volte, in alcune donne, una bellezza tale, una perfezione, un mix di odori/colori/sapori (e quasi stasera riesco a sentire sulla lingua il sapore della figa della bella sconosciuta) che anche l’uomo più attraente non riesce a raggiungere… E così, il desiderio di assaggiare tali prelibatezze, mi porta fuori dal mio abituale desco che è quello del cazzo sempre e comunque.

Ingaggiamo, mangiando, un duello di sguardi sempre più intensi e densi di significato. Stefano non si accorge di nulla, preso com’è dalla sua attività di scouting preventivo.

Mentre aspettiamo il caffè, mi alzo per andare in bagno, che è dalla parte opposta del tavolo della bella.

Ovviamente conto sull’effetto della vista della mia schiena e dello spacco del vestito e ondeggio sui tacchi fino in fondo al locale.

Il bagno delle signore è altrettanto essenziale e ovattato, in penombra, un tripudio di marmo scuro e cromature lucenti.

Quando esco dal piccolo vano separato da una porta a specchio dove si trova il water, lei è lì, in piedi davanti al grande specchio, una piccola pochette in una mano e un rossetto nell’altra.

Mi avvicino a mia volta allo specchio e ci guardiamo riflesse, impiegando a ritoccare il rossetto e a riavviarci i capelli, un tempo decisamente eccessivo.

Ecco, adesso vorrei a tutti i costi avere il cazzo. Perché se lo avessi, questo duello di sguardi, potrebbe trovare il suo carnale compimento, consumando lì, senza preamboli, questa attrazione repentina ed estemporanea, reclinandola sul lavandino e infilzandola da dietro, mordendole il collo, annegando nei suoi capelli, pochi colpi a suggellare un momento solo nostro, tornando ai rispettivi tavoli come se niente fosse.

E invece, a noi signore, per consumare tra di noi, occorre un po’ più di comfort, niente da fare in quel bagno di marmo gelido… decisamente non è il caso.

Usciamo una dietro l’altra, io le guardo la schiena nuda e le gambe snelle e mi muovo nella scia del suo odore: posso solo sperare di ritrovarla di sotto.

In sala c’è già aria di smobilitazione: tutti sanno che l’ora è ormai giunta, di sotto il locale è già aperto, il barman ha lucidato il bancone e i divanetti aspettano, imperturbabili, di assistere all’abituale intreccio di corpi.

Devo ammettere che nulla è lasciato al caso: ci sono ampi armadietti per riporre le proprie cose e non essere impacciati da borsette e abiti superflui, quasi come se fosse una palestra. In un batter d’occhio, le donne riemergono dallo spogliatoio in un tripudio di guepiere, reggicalze e bustini vari, mentre gli uomini resistono stoicamente in giacca, tutt’al più, si sono allentati la cravatta.

Anche se sappiamo tutti perché siamo lì, la lunga abitudine alla vita sociale, ci porta a cercare un minimo di socializzazione preventiva e così si creano piccoli crocchi di conversazioni, bicchieri alla mano, così da prendersi reciprocamente “le misure”, prima di passare a strusciarsi su qualche divano.

Stefano è infoiato, lo capisco da come mi tocca il culo e dal suo tirarmi di qua e di là per l’ampio locale in cerca del crocchio più appetibile a cui aggregarsi.

Non so cosa abbia puntato durante la cena, la mia bella non l’ha nemmeno vista, dal momento che l’aveva alle spalle, ma all’inizio della serata le sue aspettative sono a mille, complice l’alcool e l’attesa.

Giriamo senza pace, fino a quando la vedo: strano, non li ho visti entrare. Lei è seduta a gambe larghe, con addosso solo una deliziosa parigina color carne e un paio di autoreggenti delle stesso colore.

Il suo uomo è di fianco, la patta aperta e lei maneggia svogliatamente fra i lembi della camicia.

Punto dritta su di loro e mi fermo, in piedi, davanti a lei. Stefano mi ha seguito e ha messo immediatamente a fuoco, sicuramente piccato di non aver visto lui per primo, il più bell’articolo della serata.

Mi inginocchio fino ad avere il viso all’altezza del suo e le spingo la lingua in bocca, prendendole contemporaneamente la mano con cui trastulla il cazzo del suo compagno e portandomela sul seno.

La sua bocca si apre morbida, la lingua abbandonata. Ci baciamo a lungo. Sento le mani dei reciproci maschi che cercano di insinuarsi, vogliose, impazienti di essere ammesse al nostro festino, ma c’è posto solo per noi.

La spingo indietro e la sento cedere; le sono sopra, le lecco il collo, le tette, le mani nei capelli, le sollevo la sottoveste e trovo la sua figa depilata, con le grandi labbra grassocce e piene, la clitoride evidente. La esploro con la lingua, è appena umida, il sapore è esattamente quello che mi aspettavo, leggermente acre, ma delizioso.

Lei asseconda i miei movimenti e sento le mani di entrambi i maschi che cercano uno spiraglio per sostituirsi alla mia lingua, ma non mollo e oltre alla lingua, le infilo anche un dito dentro, facendo attenzione a non farle male con le unghie lunghe.

La saggio pian piano, infilando un altro dito e un altro ancora e sento l’interno della sua figa allargarsi e bagnarsi, una sua mano sulla mia testa a regolare i movimenti della lingua.

Buttando appena un’occhiata di lato, vedo che abbiamo pubblico: evidentemente lo spettacolo ha catturato l’attenzione di più persone e ora le mani che mi sento addosso sono ben più di due, compreso una, insistente, che cerca di farmi allargare le gambe che sono invece quasi chiuse, in ginocchio, davanti a quelle spalancate della bella.

Sento che le si contrae la figa sempre più in fretta e capisco che sta venendo, infatti si irrigidisce per un attimo e poi tutto il suo corpo sembra rilassarsi, mentre un umore denso le fuoriesce dalla figa, colandole giù verso il buco del culo.

Mi alzo e la bacio, stimando con una sola occhiata che il grosso degli ospiti del locale deve trovarsi attorno a noi, chi in attesa, chi curioso, chi in cerca di stimoli.

Il compagno di lei ha evidentemente deciso di far da solo e sembra prossimo ad eiaculare con discrezione in un lembo della camicia, ma Stefano non è altrettanto discreto e reclama il suo turno, cercando di sostituirsi a me, addosso alla bella.

Lei lo respinge con decisione e invece, con una mossa repentina, si alza, facendomi sdraiare sotto di lei al contrario. Mi si mette decisamente a cavalcioni ed infila la testa fra le mie gambe, mentre io ho davanti al viso, a schermo intero, la sua figa e il suo culo, ancora bagnati e fragranti.

È uno spettacolo sublime: il suo buco del culo è rosato, appena più scuro nella bordura e sembra decisamente elastico, lo saggio con delicatezza e sento che lei lo rilassa immediatamente, così procedo con lingua e dita a stimolarlo, mentre lei mi lecca, succhiandola piano, la clitoride.

Lo fa bene, benissimo, non c’è che dire: niente a che vedere con tante prestazioni scadenti dei miei maschi passati, troppo blandi, troppo decisi o che si fermano quando dovrebbero continuare o leccano a casaccio.

Siamo un groviglio di gambe e braccia e altre mani, cercano, esplorano, ghermiscono, è evidente che altri vorrebbero partecipare a quel succulento banchetto.

Stefano che non demorde, cerca di spingere di lato il culo di lei per infilarmi in bocca il suo cazzo da succhiare, ma non ci penso neanche a mollare quel bel culo compiacente.

Lui sarà furioso e la cosa mi fa godere. Piccola rivincita…

Vengo quasi subito, del resto, tra il pubblico che eccita il mio istinto di esibizionista e l’abilità della mia partner, non serve molto per farmi godere. Lei beve il mio orgasmo e si gira per offrirmi la bocca, in cui ritrovo tutto il mio sapore e il suo, mischiati, deliziosi.

Ci baciamo ancora, le mani nei capelli l’una dell’altra, mi chino a succhiarle un capezzolo, che è piccolo e turgido, in un seno da adolescente.

Lei mi fa una carezza e si alza, coprendosi il pube. Il suo compagno è ancora lì e sembra aspettare che lei decida il seguito della serata. Lei lo prende per mano e si allontana, verso i bagni e lo spogliatoio.

Il capannello di curiosi staziona ancora un attimo, ma si disperde presto, alla ricerca di un altro spettacolo.

Stefano mi guarda con ostilità, la camicia sbottonata, la patta aperta: sembra un monumento alla frustrazione.

Lo piloto a mia volta verso lo spogliatoio e lui non fa nemmeno resistenza.

Per stasera, abbiamo finito, almeno qui…

 

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