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Diario n°:

220

DESTINO
Camille Bordeaux

DESTINO

Accadimenti

Intercettare telefonate non indirizzate a te è sempre un pessimo affare, e anche quest'occasione non si rivelò diversa da quello in cui aveva sempre creduto.
Adelaide sorrise, mesta, chiudendosi la porta alle spalle dopo un ultimo saluto; poggiando la schiena all'uscio, lasciò vagare lo sguardo nel salotto dell'appartamento in cui viveva da sei mesi con Valerio. Si avvicinò lentamente alla finestra, scambiò un altro rapido saluto con il compagno, e restò a fissarlo fino a quando l'auto sparì nel traffico.
Il tessuto della tenda era ruvido, freddo.
Adelaide lo tirò, prima piano, poi usò più forza, sempre di più, fino a che questi si staccò dalle clips che lo reggevano e si rannicchiò a terra, muto.
«Vale, sei un pezzo di merda» mormorò, voltandosi.
Ancora lì, con il sole alle spalle, allungò un braccio e la piantana di vetro che tanto gloriosamente si era aggiudicata all'asta del sedici maggio cadde, infrangendo il paralume sulle mattonelle rosate del pavimento.
I tacchi alti picchiettarono sul pavimento, mentre si spostava verso il centro del salotto e raggiungeva il tavolino in vimini.
Le riviste che reggeva furono scaraventate con un solo gesto in giro per la stanza, inermi.
I cuscini del divano volarono e ruppero altre suppellettili.
Il tappeto raccolse i cocci del portacenere e dell'alzatina che fungeva da svuota tasche sul tavolo basso, prima che lo rovesciasse pancia sotto, in un eccesso d'ira.
Adelaide uccise il salotto che aveva visto i loro primi incontri da conviventi, violando la sacralità del luogo.
Avvicinandosi ai quadri appesi alle pareti, le parve di vedere quei ritratti di donna sorridere beffardi alla grandiosità della scoperta su Valerio.
«Tu e la tua puttana, potete andarvene al diavolo» sibilò, correndo in cucina a prendere una grossa forbice.
Sventrò sedute, poltrona, cuscini. Gommapiuma e penne svolazzarono per la stanza, mentre, pugnalata dopo pugnalata, il cuore diventava più leggero e la mano più salda.
Riuscì anche a ferirsi un braccio, mentre esorcizzava la presenza della sua amica più cara che scopava con il suo compagno proprio su quel divano.
Il suono insistente del campanello d'entrata richiamò la sua attenzione, così come fece il tono allarmato della voce dell'uomo dal pianerottolo.
«Tutto bene lì dentro? Adelaide, apri!»
Si rese conto di piangere solo quando sentì le lacrime caderle sulle mani e le vide mischiarsi al sangue che fuoriusciva dalla ferita.
«Mi sono tagliata» sussurrò a se stessa.
«Adelaide!» continuava a chiamare Tommaso.
«Sì, arrivo, arrivo» brontolò docile, asciugandosi le guance bagnate con il dorso della mano. Aprì la porta e si trovò davanti il vicino d'appartamento.
«Che c'è?»
«C'è che stai facendo un casino boia e mi stavo preoccupando per te! Pensavo a dei ladri, che fossi in pericolo, che ne so!» spiegò seccato, prima di passarla da capo a piedi tutto corrucciato «Che stavi facendo? Stai sanguinando.»
«Non è niente.»
«Stai gocciolando sul pavimento» le fece notare «fa vedere.»
Tommaso l'afferrò per un polso e imprecò, dopo aver fissato uno sguardo color ghiaccio sul taglio.
«Vuoi suicidarti per caso?» brontolò.
«N-no.»
La spinse dentro casa e restò allibito a fissare il caos che regnava nella stanza.
«Che è successo qui?»
«Niente» sussurrò Adelaide, abbassando il volto. Si morse le labbra per impedirsi di piangere.
«Ehi» ora il suo tono si era fatto più dolce, mentre le sollevava il mento e la scrutava «che succede?»

Adelaide non aveva mai guardato Tommaso.
Guardato come una donna guarda un uomo.
Era alto, più di Valerio, e massiccio. Aveva spalle larghe e torace possente. I capelli castano chiaro sembravano sforbiciati alla meglio, anche se era chiaro come, invece, quanto ne avesse cura. La mascella era scurita dalla barba di qualche giorno. Tommaso aveva una bocca volitiva e una mascella squadrata che lo rendevano davvero attraente, ma il suo tratto più interessante erano gli occhi, di un azzurro così chiaro da rasentare il bianco, ornati di lunghe ciglia scure.
«Valerio ha un'altra donna. Jenny.»
«Jenny è la tua amica.»
«Appunto.»
E certo che la conosceva bene Jenny, lui: erano usciti insieme qualche tempo prima, per quasi un anno, ma alla fine la relazione tra i due non aveva funzionato, perché Tommaso era troppo serio, secondo Jenny, anche se a letto era un dio.
«Capisco» sussurrò lui, riportando l'attenzione sulla ferita aperta e ora dolorante «andiamo a sistemare questo taglio.»
Era dolce, gentile, mentre la trascinava verso la cucina, sicuro, come se fosse il suo.
Adelaide lo seguì, docile, senza prestare attenzione ad altro che ai propri passi.
«Resta ferma qui, vado a prendere l'occorrente per darti una sistemata» le disse, afferrandola per la vita per sollevarla sul ripiano della cucina.
Lei ubbidì, e Tommaso uscì dall'appartamento e tornò dopo soli alcuni istanti, fissandola in uno strano modo, poi scosse la testa e cominciò a ripulire la ferita sul braccio con movimenti sicuri. Essendo un volontario dei servizi d'emergenza, era ovvio che sapesse come trattare una ferita come quella, e Adelaide rimase a guardarlo mentre, efficiente, disinfettava e fasciava il suo avambraccio.
«Sanguina ma non è profonda, per fortuna. Tienila pulita per qualche giorno, guarirai in breve tempo» la rassicurò, prima di tornare a farsi duro. «Mi spieghi che stavi facendo?»
«A…» cominciò incerta, abbassando lo sguardo sulle proprie ginocchia «All'improvviso, era diventato tutto sbagliato.»
«Cosa era sbagliato?»
«Tutto quanto.»
E gli raccontò di come, per errore, avesse ascoltato una delle (era certa) numerose telefonate erotiche tra Valerio e Jenny, di come si chiedevano di toccarsi l'un l'altra, dei baci e dei sospiri che aveva udito.
«Ne hai parlato con lui?»
«No.»
«Potrebbe esserci una spiegazione per tutto.»
Scoppiò a ridere, di una risata sinistra, vuota.
«E che spiegazione potrebbe mai esserci, secondo te?»
Tommaso tacque, rifletté, riprese a parlare.
«Hai ragione. Non ci sono spiegazioni se li hai beccati. Solo… perché fare a pezzi il soggiorno?»
«I quadri di Jenny, il divano su cui hanno scopato… non so. Era… era tutto così grottesco, così infelice, così… sbagliato.»
«Che farai ora?»
«La valigia. Torno dai miei» mormorò tristemente.
«Capisco.»
«Grazie» disse, saltando giù dalla cucina.
«Di nulla. Cerca solo di non farti troppo male, quando dai fuori di testa. Per lui, non ne vale la pena.»
«Hai ragione» sussurrò, in tono non troppo convinto.
«Io vado, ciao.»
«Ciao.»
Adelaide lo seguì fino alla porta, ammirando quella schiena ampia e muscolosa, celata solo dalla misera maglietta di cotone che indossava.
«Sicura che posso fidarmi a lasciarti da sola?» domandò, tornando a guardarla prima di uscire.

Si scoprì a chiedersi come fossero quelle mani che tanto amorevolmente l'avevano curata, se nell'accarezzare la pelle scivolassero leggere o stringessero con forza. E si chiese se quella bocca si sarebbe fatta strada in ogni piega e in ogni anfratto di un corpo femminile o si sarebbe limitata a vagare qua e la, senza meta, sulla pelle accaldata. Si scoprì eccitata a quei pensieri, e si odiò quando alcuni commenti di Jenny circa il sesso con lui le tornarono alla mente.
Tommaso è un dio del sesso: non ne ha mai abbastanza, e non dimentica mai niente.
Allungò una mano e la posò sul suo petto.
Tommaso la guardò serio, immobile. Richiuse la porta quando Adelaide si fece più vicina e cercò la bocca con la propria per baciarlo.
«Cosa stai facendo, Adelaide?»
«Scopami.»
«Tu sei pazza.»
«Per favore.»
«E io sono più pazzo di te.»
Rispose al bacio, prendendo il controllo della situazione da subito; la strinse con forza tra le braccia, fino quasi a soffocarla. Adelaide sentì la potenza di quei muscoli avvolgerla, e anziché averne timore gli si abbandonò contro, desiderosa solo di un maggior contatto fisico con quell'uomo, così da accantonare, almeno per il momento, quel senso di inadeguatezza che l'aveva colta e accompagnata fin dal momento in cui aveva carpito quella maledetta telefonata.
Sentì le mani di Tommaso scivolare lente lungo la schiena, superare le reni e afferrare i glutei, stringendola contro i propri fianchi, mentre la lingua disegnava tracce umide sulle labbra, senza mai entrare nella bocca. Le sue dita si mossero sul tessuto della gonna e lo sollevarono, arrotolandolo sui fianchi, poi la riprese dalle natiche e la sollevò al proprio livello.
«Troviamo un posto più comodo dove poter fare gli stronzi ai danni di quell'imbecille del tuo compagno.»
«Nessuno fa lo stronzo, visto che ha cominciato lui.»
Tommaso ridacchiò.
«Fammi strada» incalzò.
«Vieni.»
Lo stava usando, e ne era perfettamente consapevole, proprio come sapeva che tra Tommaso e Valerio non correva troppo buon sangue, per via di una discussione fin troppo accesa su una questione condominiale, e che quindi anche lui la usava per una specie di rivalsa, ma non le importò di niente.
Una volta in camera la posò sul letto con più delicatezza di quanta avesse pensato potesse possedere, e la coprì immediatamente con il proprio corpo, spostando la bocca sul lato del collo. Le mani coprirono e strinsero i seni, mentre le labbra seguivano lo scollo generoso della blusa leggera.
Adelaide gli sollevò la maglietta sulla schiena, strattonandola, e Tommaso si alzò lo spazio necessario perché gliela sfilasse.
Gemettero all'unisono, quando i loro sessi si toccarono attraverso il tessuto dei rispettivi indumenti intimi.
Frenetiche, le dita di Adelaide accarezzavano la pelle scoperta dell'uomo, cercando maggiore intimità. Lo strinse con le gambe e lo assecondò quando le sfilò la gonna e la blusa, lasciandola con la sola biancheria, poi si sollevò a guardarla dall'alto, abbozzando un sorriso alla vista del seno appena contenuto che si sollevava e si abbassava al ritmo affannoso del respiro.
«Dio, quanto sei bella» commentò, prendendola per i fianchi; la tirò su, le fece sentire la forza della sua eccitazione.
Adelaide gemette. Valerio era stato, fino a quel momento, il suo primo e unico amante, insegnandole i piaceri della carne.
Tommaso si alzò da letto e la fissò ancora per un istante, poi, veloce, si liberò di pantaloni e boxer, restando completamente esposto al suo sguardo.
Era un bell'uomo, alto, massiccio, con tutti i muscoli ben delineati, abbronzati e forti, le gambe lunghe e il sesso eretto che dava bella mostra di sé in un nido di ricci scuri.
«Togli tutto anche tu, Adelaide. Muoio dalla voglia di vederti nuda» le disse, aiutandola a liberarsi degli ultimi indumenti che ancora la coprivano e si lasciò guardare, ammirare. «Così sei ancora meglio.»
Tutti quei complimenti erano una novità, così come lo era la piena luce del giorno in attività così peccaminose.
Arrossì, e Tommaso si abbassò per catturarle le labbra in un bacio profondo ed esigente, mentre si sosteneva con una mano e con l'altra accarezzava la sua pelle nuda. Si chinò e baciò, leccò, entrambi i capezzoli sodi, li stuzzicò fino a renderli quasi doloranti, imploranti di carezze. Adelaide sussurrò il suo nome, gli affondò le dita tra i capelli e tentò di trattenerlo, persa in un turbine di piacere che non riusciva a controllare, quando Tommaso scivolò più in basso, intuendo le sue intenzioni solo quando la colpì con la lingua intimamente.
«Tommaso!»
«Godi, tesoro» furono le sue sole parole, mentre tornava a lambire la carne morbida e usava le dita per farsi strada nel suo corpo.
Adelaide si inarcò e cercò la sua mano, non si negò mai né a lui né a se stessa. L'orgasmo la fece gridare e la scosse poco dopo, e Tommaso non le diede tregua, seguitando a mordicchiarla e a succhiarla, portandola al piacere altre due volte, prima di decidersi a farla sua.
Entrò nel suo corpo fremente con un'unica, poderosa spinta, e continuò a muoversi dentro e fuori di lei a ritmo sostenuto, incessante.
Adelaide perse il conto delle volte in cui il suo corpo aveva raggiunto l'apice del piacere, cadendo vorticosamente come dalla cima di una montagna e veloce risalire in vetta, solo per ricadere di nuovo.
Sapeva di lasciare segni sulla pelle dell'uomo con le unghie affilate, ma anche se aveva tentato più volte di controllare quel suo graffiare, alla fine si era arresa anche a questo, incalzata dall'ardore dell'amante che molto più tardi, finalmente sfinito, le ricadde su una spalla con il corpo scosso da sussulti e il respiro rotto.
Esausti, i due amanti si appisolarono quasi subito appagati l'uno tra le braccia dell'altro.

Adelaide aprì gli occhi che il sole le puntava contro, lasciando vagare lo sguardo nella propria camera ben arredata. Arrossì, ricordando quanto accaduto solo poco prima. Chissà da quanto tempo dormiva, poi!
Lentamente, si alzò dal letto, infilò la maglietta che Tommaso aveva abbandonato e i propri slip leggeri e si avviò alla ricerca del proprio ospite. Lo trovò in cucina, intendo a trafficare con padelle non sue e cibo vario.
«Ben svegliata» salutò lui, quando si accorse della sua presenza.
«Ciao. Che ore sono?»
«Quasi mezzogiorno. Hai fame?»
«Sì.»
«Meglio, perché c'è quasi pronto.»
«Queste non sono padelle mie.»
«Infatti sono mie» spiegò. «Ho fatto un raid a casa mia per darti da mangiare.»
«Grazie.»
«Di niente.»
Tommaso sorrise e tornò a dedicare la propria attenzione ai fornelli, approntando in breve tempo un pranzo ben strutturato. Il pasto poi fu veloce, buono, e le rivelò che il suo vicino, così schivo e misterioso, era anche un bravo cuoco, molto meglio di quanto non lo fosse lei.

Nel primo pomeriggio, Tommaso salutò, dicendo che lo aspettavano per il turno pomeridiano e serale e raccomandò di tenere a bada il suo caratteraccio; Adelaide annuì e dopo si richiuse la porta alle spalle, restando di nuovo sola in casa.
Il soggiorno distrutto le rammentò la telefonata che aveva sconvolto la sua vita perfetta.
Sorrise, ricordando all'improvviso che la casa era di sua proprietà, e che, quindi, non avrebbe dovuto lasciarla.
Si diresse alla camera, aprì cassetti e armadio. Con una cura particolare, tirò fuori tutti gli abiti di Valerio, e li ripiegò in una pila ordinata sul letto, poi passò al bagno, raccolse tutti gli oggetti personali del compagno e li dispose sul materasso, e così fece con le tele regalate dalla madre di lui come corredo e altre cianfrusaglie che scovò per casa.
Era già quasi sera quando risalì dal garage con le tre valigie comprate insieme e le riempì meglio che poté; infine, sistemò le ultime cose personali del compagno in alcuni sacchetti della spazzatura, prima di portarli sul pianerottolo della piccola palazzina, in modo che Valerio li notasse subito, al proprio rientro. I quadri rovinati di Jenny fecero compagnia a tutto quanto, e Adelaide si apprestò a ripulire i danni fatti.
Il fabbro suonò il campanello pochi secondi dopo. Aveva preso contatto con l'artigiano perché venisse subito a cambiare la serratura, offrendogli duecento euro in più sul prezzo della toppa per venire in giornata; inutile dire quanto lui si fosse rivelato entusiasta dell'intervento, e ora che anche quella cosa era sistemata, Adelaide si lasciò ricadere su quello che un tempo era stato il sofà di casa, ora semi distrutto.
Dovrò riempire di nuovo le pareti, pensò, osservando il vuoto lasciato dai quadri. Avrebbe ridipinto tutto di un viola acceso, magari con pennellate color oro. Avrebbe anche rimpiazzato il divano in pelle scuro con uno chiaro, in alcantara, come aveva sempre voluto.
Il campanello cominciò a suonare mezz'ora dopo, e lei si rifiutò di aprire, intuendo chi fosse alla porta.
«Apri!» gridò Valerio, confermando la sua intuizione.
Un sorriso le increspò le labbra piene, e seguitò a limare le unghie ben curate, a soffiarle appena e ad ammirare la manicure.
«Adelaide, aprimi! Che significa tutto questo?» sbraitò ancora l'uomo, battendo forte sull'uscio «Adelaide, apri o chiamo la polizia.»
Si decise ad alzarsi e a fronteggiarlo solo in quel momento. Raggiunse la porta e la socchiuse, e fu felice di aver usato il fermo quando lui la spinse con forza verso l'interno, per aprirla.
«Fammi entrare.»
«La tua roba è giù» gli disse serena. «Buona fortuna.»
Il sorriso che le curvava le labbra era genuino, e la sentiva fino in fondo all'anima, quella nuova pace che le mitigava il cuore. Forse era stato l'interludio con Tommaso a sanare quella ferita, o forse solo lo sfogo di distruggere ed esorcizzare le scoperte scomode, o forse, più semplicemente, la consapevolezza di non essere poi così innamorata di lui.
«Non so che è successo ma…»
«Ti ho sentito con Jenny, stamattina. Non devi aggiungere altro.»
Valerio impallidì e fece un passo indietro.
«Posso spiegarti.»
«Cosa dovresti spiegarmi, di grazia?»
«Fammi entrare.»
«Ti ripeto, buona fortuna» disse ancora, chiudendo la porta. Poggiò la testa al legno pesante, e si lasciò ricadere sulle ginocchia. Le lacrime cominciarono a scendere sulle guance. Come poteva continuare ad altalenare da un'emozione a un'altra in quel modo? Si chiese, vedendo se stessa come di fuori del proprio corpo, all'esterno. Ripensò alla ferita che, si rese conto, si era procurata di proposito, inconsciamente, per spostare il dolore su un piano diverso. Sentì il rumore di passi che si allontanavano, e poi il rumore assordante del silenzio e dei propri singhiozzi.
«Adelaide, aprimi.»
I battiti alla porta erano leggeri, stavolta, la voce gentile, mentre le chiedeva di entrare.
Ubbidì, sentendo il bisogno di affidarsi a qualcun altro in quel momento così terribile.
«Io…» cominciò, asciugandosi una gota arrossata.
Tommaso allungò le braccia e la strinse a sé, chiudendo la porta ed estraniandoli dal resto del mondo.
«Zitta. Piangi e basta, parlerai più tardi.»
E così fece, seguendo il consiglio dell'uomo che conosceva così poco e che si rivelava così sensibile ai suoi guai.

 

Epilogo

Adelaide non incontrò più Valerio, dopo il giorno che decretò la fine della loro relazione. Attraverso amicizie comuni, però, seppe che si era dapprima trasferito a casa di Jenny, e poi aveva accettato un lavoro all'estero ed era partito, seguendo la propria vena professionale.
I genitori avevano preso le rispettive parti dei figli, dandosi le più disparate spiegazioni, in modo da accettare al meglio la fine di un legame in apparenza perfetto: la famiglia di Adelaide si schierò completamente dalla parte della figlia, dichiarando di aver sempre saputo di come Valerio fosse un poco di buono, mentre quella del giovane, aveva decretato che se lui cercava l'affetto di un'altra donna, certo doveva esserci qualche problema di fondo nel rapporto con Adelaide.
Lei ne aveva riso, rifiutandosi di lasciare che quelle dicerie pesassero sulla propria autostima.
Jenny, invece, l'aveva contattata quasi subito e si era scusata più e più volte, dicendosi pentita nel profondo per l'errore commesso. Seppur perdonandola, Adelaide non era più riuscita a ritrovare con lei il rapporto di fiducia e allegria che c'era prima del tradimento. Prendevano di tanto in tanto l'aperitivo insieme, ma i loro scambi non superavano mai la soglia della magra conoscenza.
La casa tornò lentamente quella di prima: Adelaide apportò le modifiche che aveva spesso fantasticato e mai eseguito, per via della convivenza con il compagno; fece così realizzare un piccolo affresco sulla parete accanto alla finestra e acquistò un grande divano e una chaise-longue. La routine quotidiana non cambiò: casa, lavoro, amici, aperitivi, serate… forse aveva più tempo per se stessa, che usò iscrivendosi a un corso di ceramica e uno di cucina.
E Tommaso? Di lui, da dopo il loro interludio, non si era più avuta notizia. Certo, da buoni vicini s'incontravano sulle scale, scambiavano convenevoli, sorrisi, ma nulla in più. Adelaide notava il suo sguardo accompagnarla, e lui era sempre teso, come se volesse dire qualche cosa ma non avesse il coraggio poi di farlo. Lei stessa avrebbe voluto dire qualcosa su quello che avevano condiviso, eppure, nessuna occasione sembrava mai quella giusta per parlare.
Il campanello suonò più volte, distogliendola dai pensieri. Stava cucinando, quel giorno, una delle nuove ricette imparate al corso, e temeva di bruciare tutto, se avesse abbandonato il forno in quell'istante.
«Arrivo, arrivo» mormorò, sbuffando risentita. Si pulì le mani nel grembiule e percorse il breve tragitto che la separava dalla porta d'ingresso. «Sì?»
«Sono il tuo vicino» strillò quello, da fuori.
Tommaso? Si disse, sentendo lo stomaco torcersi dalle emozioni.
Adelaide sorrise, aprì.
«Ciao! Qual buon vento?»
«Vento di roba buona da mangiare» rise lui, mostrandole una bottiglia di vino. «Pensavo che, magari, potrei autoinvitarmi a cena.»
Lo guardò allibita: tutto quel tempo senza nessun contatto, e ora quell'uomo così schivo e sexy si ripresentava alla sua porta in quella maniera, con un'espressione così fintamente innocente e fanciullesca che, suo malgrado, la conquistò.
«Mmm. Pensi bene. Dai, entra» gli disse, facendosi da parte.
Non aveva idea di dove avrebbe portato il suo assenso, di quello che le riservava il futuro con quell'uomo, se un occasionale amplesso o una vita, ma decise di affidarsi alla piccola voce nascosta nell'anima che la invitò a proseguire.
Tommaso le passò accanto, osservò il nuovo soggiorno e lo lusingò, poi si rivolse direttamente a lei, allungò un braccio e la cinse in vita, prima di attirarla a sé e stringerla contro il petto.
«M-mi si brucia la cena.»
«Chiameremo lo speedy-pizza» ribatté, abbandonando il vino sul divano. Si chinò e la baciò lentamente, a lungo, prima di tornare a guardarla negli occhi e abbozzare un sorriso. «Mi chiedevo com'era rispetto all'altra volta.»
«Se mi fai bruciare la cena ti strangolo con le mie mani.»
«Sei diventata manesca» rise lui, sciogliendo l'abbraccio; recuperò il vino e la seguì in cucina.
Adelaide controllò il cibo, valutò la cottura e tornò a guardare verso di lui, che nel frattempo si era accomodato a tavola e la osservava con l'aria di chi non ha un solo pensiero al mondo.
«Che c'è?»
«Pensavo…» rispose il giovane.
«A cosa pensavi?»
«A quello che è successo, a te, a me» disse. «Pensavo che magari potremmo anche provare a uscire insieme.»
«Mi pare una buona idea» si trovò d'accordo istintivamente Adelaide, andandogli vicino. «E mancano ancora circa dieci minuti prima che il forno suoni.»
«Idee per far passare il tempo?» domandò Tommaso, intuendo le sue intenzioni. «Sono troppo vecchio per solo baci, tesoro.»
«Non sei così vecchio» lo canzonò, sedendogli in grembo.
«Brucerà tutto là dentro.»
«Chiameremo lo speedy-pizza.»

 

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