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Diario n°:

238

DIALOGHI
Uranio

DIALOGHI

«Salvo, quanti sono, dieci?»

«Quasi undici.»

«Quasi undici... e tu sempre uguale.»

«Insomma Giovanni, non proprio. Ricordi che bagordi? Le nottate, i bagni sotto la luna, le mangiate, le bevute; Be', adesso solo una di queste cose alla volta. Dieci anni, quasi undici, si contano nel fatto che le "e" sono diventate "o": non più le bevute e le nottate ma le bevute o le nottate.»

«Meglio che niente. D'altra parte pure io, sai... freno un po'. Ma solo un po', non ti credere…»

«Immagino, sempre esuberante tu. Eppure la tua è una vitaccia. Lo hai sempre detto.»

«Sì ma sai, son cose che si dicono giusto per non ammettere di essere felici che poi ti attassano di malocchio. Sono sempre in giro, mi sono trasferito nella Capitale dove, certo, non ci si annoia, grazie al cielo non mi mancano le possibilità, non ho grandissimi legami... Cosa vuoi di più?»

«Sì, posso capire, l'aria del Continente ha sempre avuto un grande fascino su noi poveri provinciali. Sbarcati oltre lo Stretto, gettiamo via la coppola e mettiamo il cilindro pronti per il "tabarin". E al ritorno, se torniamo, che racconti, che nebbie voluttuose e piene di sensualità, abitate da Mata Hari e da Isadora Duncan mentre lo chaffeur si prende cura della Isotta Fraschini posteggiata in strada. Ed eccoci trasformati in personaggi di Brancati. Ma poi la realtà è che a casa siamo il bell'Antonio e in continente magari siamo Rocco e i suoi fratelli. Per fortuna tu sei caduto in piedi.»

«Quello che dici è vero ma io non partivo con la valigia di cartone, ricordi? La mia laurea l'ho presa e al Credito Isolano sono entrato per concorso, non per raccomandazione. E quando mi hanno assegnato a Roma per coordinare il settore delle agenzie fuori zona e per l'estero, è stato perché ero bravo, e tu lo sai…»

«Scusami Giovanni, hai ragione. Il fatto é che oggi sono di cattivo umore. È vero, tu non sei un parassita né uno scemo. Non saresti amico mio. Sarai un po' troppo fimminaro e superficiale per i miei gusti, ma degli amici bisogna accettare anche le parti che ci piacciono meno. E poi lo sai come sono. Sai quanto brontolo e anche tu mi accetti perché sei un vero amico.»

«Ci mancherebbe, Salvo. Ma dimmi di te, dopo tanto tempo. I tuoi? Tuo padre?»

«Mio padre è in pensione. Rompe un po' le palle a mamma che invece continua a lavorare, per fortuna. Sarebbe impossibile andare dietro a mio padre che si sente il re della casa senza esserlo mai stato per quarant'anni. Mio fratello Gino si è sposato pure lui, tre anni fa. Insegna fisica al Cannizzaro, ti ricordi il liceo scientifico?»

«Certo come no, lo stesso che abbiamo fatto noi. C'è sempre il bidello ubriacone?»

«No, no. Adesso stanno con l'uniforme, pensa un po'...»

«Non c'è più religione...»

«Già, altri tempi. La moglie di Gino è impiegata alla Regione ma da un anno non va per via del bambino, Salvuccio. Tra gravidanza, parto e allattamento sta fottendo un sacco di soldi alla Regione. Tutto buono e benedetto.»

«Salvuccio? Lo hanno chiamato come te? Un bel gesto...»

«Sì, non ti dico mia madre che avrebbe voluto che lo chiamassero Carmelo come mio padre. Ti immagini? Così Gino le ha detto: Carmelo non lo chiamo neanche se reciti la Novena a testa sotto e piedi all'aria. Ma per salvare mezza tradizione lo chiameremo Salvatore come il mio fratellone. Lo sai quanto mi sia legato Gino, no?»

«Sì, appunto dicevo. E tu niente figli? Mi sarei aspettato un elenco lunghissimo: i bambini ti sono sempre piaciuti o mi sbaglio?»

«No, non ti sbagli. Ma è andata così, pazienza.»

 

«Macché pazienza e pazienza. Parli come se avessimo settant'anni. A quarantadue anni è troppo presto per dire pazienza, ti pare? E poi, non per farmi i cazzi tuoi, ma come mai non vengono? C'è qualche problema? Roba di salute, dico.»

«No, per fortuna no. Io e Angela abbiamo semplicemente deciso di non averne. Non so, forse lei non è pronta per diventare madre e pensa alla carriera. E io, sai com'è, una cosa è dire: mi piacciono i bambini, un'altra è averci a che fare, le responsabilità, il tempo. Io per un verso e Angela per un altro, siamo sempre in movimento. Certe volte in un mese ci vediamo tre quattro volte; non dico che é sempre così, ci mancherebbe, però accade spesso. Allora dovremmo fare un figlio e consegnarlo ai nonni o alla baby sitter? Noi pensiamo che è meglio non averne. Ormai il mondo è pieno di figli dei nonni.»

«Ma tu com'è che sei sempre in giro?»

«Quando tu sei venuto qui quasi undici anni fa io stavo ultimando il dottorato, ricordi?»

«Come no, eri il cervellone della comitiva, sempre con la testa tra le nuvole, è il caso di dire.»

« Eh eh, si appunto. Dopo alcuni mesi sono stato selezionato per far parte di un progetto del Cnr, all'istituto di fisica cosmica. Abbiamo realizzato delle apparecchiature che adesso volano su un satellite. Io mi occupo dell'analisi dei dati che arrivano per telemetria ad Arcetri. Adesso c'è un ufficio qui dove una volta al mese ci riuniamo per discutere dei dati. Vengono da tutta Italia e dell'America. Sono ricerche di radioastronomia a raggi x..»

«Fermo, fermo... non volevo una tesi di laurea... e vai anche all'estero?»

«Sì, quando abbiamo lanciato questo satellite sono stato sei mesi negli Usa a Cape Canaveral.»

«Gagliardo...»

«Sì ma si finisce col sentirsi un pacco postale. E Angela la vedo una volta ogni tanto. Pure lei si muove assai.»

«Che fa?»

«È medico. Ma fa parte di un'associazione di volontariato legata alla Caritas. Per questo partecipa a convegni e meeting. È pure membro di Medici senza Frontiere.»

«Sì ne ho sentito parlare nei tg. Sono quelli che sono andati in Bosnia, vero?»

»In Bosnia, in Albania, in Somalia, dappertutto. E qualche volta è andata anche Angela. Lei è pediatra.»

«Be', certo mi rendo conto, non ci si vede spesso vero? Ma quando vi vedete eh eh....»

«Sempre lo stesso tu, eh? Hai la testa sempre al cacio. Tu, invece, solo, senza problemi. Chissà quante ne ha viste questa casa e i divani sui quali siamo seduti...»

«Salvo, la vuoi sapere una cosa? Non mi posso lamentare...»

«Racconta…»

«Come?»

«Racconta, no? Raccontami qualche tua avventura. Così sento qualcosa che non siano scintillatori, lampi Gamma, fotoni e neutrini…»

«Dici davvero? Ma poi non divento uno di quelli che dicevi prima, quelli che scopano con Mata Hari e Isadora Duncan? Che fai poi torni giù e racconti a tua moglie: sai ho rivisto un amico dopo undici anni e mi ha riempito la testa di avventure… ma saranno tutte minchiate...»

«Ma dai: intanto ti conosco bene e se mi prendi per il culo me ne accorgo. Poi sai bene che non sono uno che coltiva pettegolezzi e racconta in giro storie del genere. A mia moglie meno che mai. In fondo non c'è una grande confidenza tra noi e quando si spoglia lei spegne ancora la luce. Dai racconta, sono certo che sono meglio le tue storie dei miei programmi serali. Se non ti incontravo sarei andato a vedere Titanic. Ma di mala voglia, non mi piacciono i naufragi. Specie quando mi sento la stiva piena d'acqua...»

«Ma che dici Salvo?»

 

«Niente Giovanni, lascia perdere. Allora racconti si o no?»

«Ma insomma, così, a freddo? E poi lo sai come sono. Non ci perdo tanto tempo. Forse hai ragione, sono superficiale. Ma solo nella storia presa come scatola intera. Dentro la storia al contrario curo i particolari, i dettagli. Costruire un'avventura è come costruire un puzzle. Deve venir fuori poco a poco, c'è un momento in cui hai davanti qualcosa e non sei certo cosa possa significare, allora fai le tue ipotesi e la storia comincia come a stratificarsi, a sovrapporsi.»

«Per essere un superficiale sei abbastanza complicato. Vedo che non hai perduto le radici: siamo troppo barocchi e contorti quando pensiamo. Capaci di dire una cosa con le parole e il suo contrario con gli occhi e i gesti. Mi rendo conto che per un corteggiatore questo vuol dire disporre di un'arma letale. Ma in fondo, stringi stringi, e come quando si gioca al biliardo: l'importante è stecca salda e palla in buca...»

«Ma guarda, adesso lo scavezzacollo sembri tu... Comunque non è come dici. Una storia di sesso non è banale solo perché magari è priva d'amore nel senso classico. Guarda che non é facile tessere la trama dell'eccitazione con l'ordito della sensualità. Uno può essere eccitato ed esprimersi in modo grezzo o violento. Ma l'eccitazione e la sensualità sono sempre una pietanza delicata, mai un panino con la mortadella, per quanto buono possa essere quest'ultimo...»

«Buona teoria. Accettata. Veniamo alla prassi. Sarà perché vivo tra i numeri, sarà perché Angela non ama tessere trame e orditi, resto in attesa di conoscere le ultime avventure di Gianni "Canna al vento"… ti ricordi che ti chiamavamo così? Dal libro della Deledda, passando per il tuo amore per le canne di hashish, per finire alla leggenda metropolitana dei tuoi attributi fuorimisura eh eh eh...»

«Che stronzo... ah ah... allora, che dirti? Tralasciamo le storie brevissime. Quelle non sono molto interessanti anche se... sì qualcuna da raccontare c'è ma non te la racconterò perché tanto non ci crederesti.»

«E che te ne fotti? Tu raccontale, può essere che non ci crederò ma mi piaceranno lo stesso. Mica si leggono solo i giornali, sai? E anche quelli poi... certo nessuno deve insegnargli ad inventare le storie... dai, attacca.»

«E va bene. Ti è capitato mai di essere sedotto sull'autobus?»

«A chi, a me? Ma certo: ogni mattina. Come a tutti, d'altra parte.»

«Ecco, lo vedi? Minchia, ci casco sempre...»

«Ah ah ah, dai dai, scherzavo scimunito...»

«Stronzo... insomma un giorno andando in ufficio buco una gomma, la riparo. Dopo il lavoro esco e trovo che anche la ruota di scorta è a terra. Erano le sei del pomeriggio e decido di venire a casa in autobus. Vado in corso Vittorio e aspetto il 64 che mi lascia proprio qui sotto davanti all'ingresso. Aspetto cinque minuti e l'autobus arriva. È stracolmo non sai quanto...»

«E tu ti ritrovi accanto Naomi Campbell e Clauda Schiffer…»

«Per fortuna non erano loro altrimenti non sarebbe successo nulla.»

«E invece...?»

«E invece su uno dei sedili lungo i finestrini c'era seduta una donna. Avrà avuto poco più di trent'anni. Niente di che, ma a guardarla bene non le mancava niente. Aveva uno splendido seno, da quel che si capiva. Indossava una camicetta semplicissima ma molto blusata e malgrado questo, la quantità si notava. Un paio di bottoni sfibbiati lasciavano intravedere, dalla mia posizione, lo stretto canale tra i due seni che si perdeva dentro un reggipetto nero di quelli della Standa. La donna aveva i pantaloni e tra le gambe teneva un sacchetto della spesa.»

«Insomma sei un autentico maniaco: una povera casalinga che non sapeva ancora quale mostro si apprestava a ghermirla...»

«Sì, sì, tu pensa sempre che, poverette, sono vittima di noi mostri... Io pensavo ai cazzi miei, figurati.»

 

«E hai fatto una descrizione tanto accurata delle sue tette. Pensa se non avevi la testa ai cazzi tuoi, che autopsia ne veniva fuori...»

«Che minchia c'entra: certo, col senno di poi.»

«Va be', va: vai avanti…»

«Insomma c'era una folla che non te lo posso dire. Da dietro mi spingevano e io mi sono trovato con l'inguine all'altezza della sua faccia.»

«Alt, adesso non continuare dicendo che ti ha fatto una pompa: rovineresti una balla che finora ha retto abbastanza bene...»

«Salvo, ma allora sei proprio stronzo. Una pompa sull'autobus, ma può essere mai? Quella si che é roba da racconti porno. E poi non è una balla, uffa! Ma sono state proprio queste spinte che mi hanno indotto a guardarla anche perché ero imbarazzato. Lei mi ha guardato. È stato un attimo, non so dirti come né perché ma ho capito che si era accesa qualcosa. Ha indugiato proprio un attimo, frazioni di secondo ma sufficienti per inviare un'intera sfilza di dati. Che ti posso dire, forse le sono piaciuto, ha rivissuto in un attimo mesi di insoddisfazioni, umiliazioni o indifferenza, insomma, cazzi suoi. Certo è che il suo sguardo in pochi secondi mi ha detto quello che noi spesso ci ritroviamo a pensare di una donna: cazzo questo non è male, un capriccio me lo passerei. Naturalmente è possibile che lei pensasse alla bolletta della luce oppure se nella carbonara si mette l'uovo intero oppure solo il tuorlo. Certo è che dopo avermi guardato non si è spostata di un millimetro. Anzi, poi si è spostata, in effetti, ma per spingere la sua spalla a contatto del mio inguine. Mi sono sentito sfiorare leggermente. Non mi sono mosso, lei neanche ma ad ogni curva dell'autobus la sua spalla e il mio inguine premevano l'una contro l'altro. La guardavo. Anche lei mi guardava. Splendidi occhi verdi sotto una zazzera corta tra il castano e il rossiccio. Poi sai che ha fatto?»

«No Giovanni, non c'ero...»

«Con la mano si è aggiustata la spallina della blusa proprio dove la spalla si appoggiava al mio inguine. Io, naturalmente, mostravo, come dire…, tutti i segni del mio favore per quel contatto e lei, per una frazione di secondo, ha sfiorato la mia durezza con le dita. Un gesto casuale? Forse. Ma io avevo seguito quel gesto con lo sguardo e lei ha incrociato il mio con il suo e mi sono accorto di un impercettibile movimento delle sue labbra. Mi è sembrato che avesse leggermente sollevato un angolo della bocca. Insomma era diventata una sofferenza: erano le mie fantasie da guardone oppure stavo veramente ricevendo un messaggio di disponibilità? La mia moneta stava ancora rotolando in aria in attesa di cadere sulla testa o sulla croce quando lei si è alzata dal sedile e si è fatta largo verso la bussola. Nel farlo ha strofinato in modo evidente le sue natiche sul mio inguine e prima che la bussola si aprisse alla fermata si è girata a guardarmi. È stato un attimo: sono sceso anche io.

«Minchia...»

«Ora dimmi: come finisce questa storia?»

«Io? Te lo devo dire io? Che cosa è un quiz? Un test psicoattitudinale?»

«Ma no Salvo, è per misurare quanto una storia vera può essere incredibile e dove può arrivare l'immaginazione. Quello che ti ho raccontato potrebbe finire lì: lei scende e sparisce, io scendo e mi sento un fesso. Oppure...»

«Oppure... ah, adesso capisco perché vuoi che sia io a dirti, secondo me come va a finire... allora ti dico una cosa, Giovanni: credo che la storia continui. Lei ti ha mandato dei segnali chiari. Intendiamoci: non sono ancora certo che sia una storia vera ma in un modo o nell'altro mi ci hai fatto entrare dentro. Che cazzo, se non è vera, a raccontare te la cavi benissimo. Se è vera... be', avrei voluto essere al tuo posto. Con Angela facciamo la pianificazione mensile, altro che avventure improvvise sull'autobus... Dunque dicevo che secondo me la storia continua. Non so come, me lo dirai tu, spero. Non vorrai lasciarmi cosi?»

 

«Naturalmente no. Sì, la storia continua. Naturalmente l'ho seguita. Mi sentivo imbranatissimo. Sì, sarò fimminaro come dici tu, ma queste sono cose da maniaci o da ragazzini. Ma la dovevo seguire, quella donna apparentemente insignificante mi aveva inquadrato nel suo radar mortale, capisci? A pensarci adesso mi sembra incredibile. Insomma, ripeto, l'ho seguita: camminava con aria stanca. Siamo arrivati davanti all'ingresso di un edificio né alto né basso, né lussoso né povero, né antico né nuovo. A ripensarci non avrebbe potuto abitare in un posto diverso: identici. È entrata e che ha fatto? Senza girarsi ha tenuto il portone aperto con una mano come quando si sa che c'è qualcuno dietro di te. Io, la gola secca e la minchia che non ti posso dire, mi sono imbucato dietro lei che aveva cominciato a salire le scale a piedi ignorando l'ascensore. Al secondo piano si è fermata davanti all'ingresso di un appartamento, ha infilato la chiave nella toppa, l'ha girata, ha aperto ed è entrata lasciando la porta aperta dietro di sé. Mi sono fermato esattamente sulla soglia. Salvo, sai cosa ho pensato in quel momento? Che avrei voluto vedermi in faccia, che dovevo avere l'espressione più cogliona che avessi mai avuto in tutta la mia vita, peggiore di quella che dovevo avere quando tua zia Pina ci scoprì sotto il tavolo mentre ci facevamo una sega guardando le sue cosce, ti ricordi?»

«Ah ah ah... certo che mi ricordo Gianni. Che risate. E poi la zia Pina ci rovesciò addosso un secchio d'acqua. Dici che dovevi avere l'espressione peggio di quella volta? Impossibile...»

«E invece credo di sì. In realtà io non sapevo davvero che cosa fare. In altre parole avevo lasciato del tutto a lei l'iniziativa. In fondo era stato così fin dall'inizio. Lei si è girata e finalmente mi ha guardato chinandosi di fianco per posare a terra il sacchetto della spesa. Poi è rimasta immobile, le braccia lungo i fianchi, ferma. Saranno passati molti secondi, forse perfino qualche minuto. Poi ho pensato che qualcuno poteva scendere o salire le scale e incuriosirsi per quelle due mummie che si fronteggiavano. Così ho fatto un passo avanti. Lei ha guardato la porta aperta dietro di me. Ho capito che dovevo chiuderla e l'ho fatto. Finalmente si è mossa verso di me, mi ha infilato una mano tra i capelli e ha cominciato a pettinarmeli con le dita all'indietro. Non mi ha afferrato il cazzo, non mi ha messo la lingua in bocca, né ha strofinato il suo sesso contro il mio. Niente di tutto questo. Mi ha accarezzato i capelli a lungo. Sentivo le sue unghie appuntite sulla testa. Erano insistenti, quasi grattavano. Non so se hai mai provato, ma a me fa impazzire. Avere strofinata la testa è una cosa che mi manda in orbita e lei sembrava ne fosse perfettamente consapevole e lo stava facendo. Era alta quasi quanto me e si è avvicinata infilando la faccia nell'incavo della mia spalla con il mento appoggiato alla scapola. Avevo la sua bocca accanto all'orecchio. Lei continuava ad accarezzarmi e la sentivo respirare. Era un respiro affannoso, crescente. Non parlava, non diceva una parola ma il suo respiro era una conferenza sulla sensualità, mi devi credere. Poi ho cominciato a sentire un contatto sul petto. Lei premeva il suo contro il mio ed evidentemente le si erano induriti i capezzoli. Pensa che io avevo una maglietta di cotone ma abbastanza spessa. Quanto li avrà grossi, mi sono detto? Vedi un po' cosa si va a pensare in questi casi: perfino al rapporto tra i capezzoli e la Lacoste. Comunque premevano...»

«Madonna mia Gianni, mi pare di essere là.»

«...sul mio petto e io, non sapendo che fare le ho appoggiato le mani sulle natiche spingendola istintivamente verso di me. Lei mi ha appoggiato le mani sul petto e mi ha spinto con le spalle contro la porta. Poi si è inginocchiata davanti a me. Era di nuovo col viso davanti al mio inguine ma questa volta non eravamo in autobus. Ha aperto la mia cintura, ha tolto tutti i bottoni dalle asole, ha afferrato la stoffa dei jeans dalle mie cosce e ha tirato giù. Con i pantaloni sono venuti giù anche gli slip e io mi sono ritrovato con il coso duro davanti al suo naso. Lei ha tirato indietro la testa, ha sorriso e lo ha guardato a lungo senza toccarlo. Lo guardava di fronte, di lato, di sotto. E sorrideva. Lui si presenta bene e ha fatto numerose riverenze tornando sempre in piedi dopo ogni... saluto. A questo punto lei si è girata e, rimanendo sempre inginocchiata, ha spinto indietro la testa in modo che la sua nuca ha cominciato a strofinarsi contro il mio coso. Non ti posso descrivere, Salvo: mai provato prima. Allora: strofinava la nuca contro la punta del mio sesso. Poi si spostava in avanti e poi di nuovo indietro ma questa volta facendo in modo che il cazzo le si appoggiasse su una spalla. Allora lei piegava la testa in modo da accarezzarmelo con la guancia. Oppure in modo da strofinarlo sotto il naso. In questi casi sentivo il suo torace riempirsi e capivo che aspirava il mio profumo. Ogni tanto lo sfiorava con un angolo della bocca. Poi di nuovo dietro la nuca e poi con l'altra spalla. Una vera tortura.»

«Gianni, hai un po' d'acqua?»

«Eh eh eh... sì certo.... eccola. Dunque ti dicevo, mentre era in questa posizione, inginocchiata davanti a me, ma dandomi le spalle, ha cominciato ad aprirsi la blusa, tirandola fuori dai pantaloni. L'ha allargata ed aperta del tutto senza tuttavia toglierla. Poi ha portato le mani indietro a ha fatto scivolare ancora i miei pantaloni facendo uscire un gambale e spingendo poi le mie gambe in modo da aprirle a compasso. Lei, sempre in ginocchio, si è piegata all'indietro fin quando la sua bocca non si è trovata sotto le mie palle. Ha cominciato a leccarle mentre con una mano mi ha afferrato il cazzo e ha cominciato a masturbarlo energicamente. Poi ha cominciato a farlo con tutt'e due le mani. Io credevo di impazzire e lei deve essersene resa conto. Quando ha sentito che stavo per venire ha continuato a masturbarmi con una mano dirigendo però il mio cazzo verso una delle coppe del reggiseno che ha allargato con l'altra mano. Insomma ha fatto in modo che le venissi dentro la coppa del reggiseno. Ha spremuto il mio cazzo sino all'ultima goccia e io vedevo il mio sperma che le inondava l'indumento che cominciava ad assorbirlo. A quel punto lei si è girata mi ha fatto avvicinare, mi ha passato una mano dietro la nuca e ha spinto la mia testa sul suo seno. Poi con la mano ha cominciato a spremere il capezzolo attraverso il reggiseno. Il tessuto spremuto insieme al capezzolo lasciava uscire il mio sperma ed era come se le uscisse il latte, capisci? Io succhiavo e lei continuava ad accarezzarmi i capelli come fossi un bimbo. Ancora adesso mi pare di impazzire. Ti rendi conto che contorsione? Alla fine si è rimessa in piedi, ha abbottonato la blusa, si è piegata a raccogliere il sacchetto della spesa, mi ha spostato di lato, ha aperto la porta, poi si è voltata e si è diretta verso l'interno dell'appartamento. L'ho guardata allontanarsi a bocca aperta, poi mi sono reso conto di essere con i jeans giù e a culo nudo. Mi sono ricomposto rapidamente e me ne sono andato. Non ci eravamo detti neanche una parola.»

«Finita?»

«E che volevi?»

«No, lo dicevo per me... Adesso mi toccherà comprare il Messaggero e fare qualche telefonata?»

«....?»

«Be' Gianni, ogni volta che vengo qui nella Capitale, cerco un po' di compagnia.»

«Con le buttane?»

«Sì, con le buttane. E allora? Mica mordono. E ce ne sono di deliziose. Dico davvero.»

«Ma non hai paura? L'Aids e robe del genere?»

«Per essere uno che va dietro a miss mistero incontrata sull'autobus, hai delle preoccupazioni eccessive. In ogni caso metto il preservativo.»

«Be', racconta tu adesso.»

«Io? E che ti devo raccontare? Sono solo un povero bacchettone che trascorre troppo tempo col naso all'insù e si perde troppo spesso il passeggio di quaggiù.»

«Ma falla finita con quest'aria da secchione. Non me la racconti giusta. Però dalle buttane ci vai. E come le scegli? In quegli annunci c'è di tutto. Salvo, ti scongiuro, non mi dire che sei uno di quelli che adorano vestirsi da camerierina e leccano i tacchi della troia vestita di pelle...»

«Ah ah ah... no, stai tranquillo.»

«Allora che ti piace? Dai, dimmelo.»

«E va bene...»

 

 

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