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Diario n°:

40

DITELO COI FIORI
URANIO

DITELO COI FIORI

La incuriosiva la sua treccia. Era in qualche modo antica. Le ricordava la madre, la sua voce dietro di lei mentre le annodava le ciocche lunghe di quel dorato cangiante che ti rende sempre indecisa sulla dichiarazione da fare per la carta d'identità: bionda o castana? La sua invece era nera, abbondante, lunghissima. Un serpente nero che sembrava uscirle dalla testa e che per scendere a terra sceglieva la via sicura delle sue spalle. Riflessioni delle prime ore quando il mondo ti appare tremolante oltre l'aria riscaldata della prima tazza di the bollente, aspro e senza zucchero. Il vapore che appanna il vetro, il dito che impietoso svela il mondo con un gracidio da Last al limone. Fissava quel serpente nero che ondeggiava senza vederlo. Non è che vedessi altro, intendiamoci. È come quando guardi senza vedere: attraverso le file di auto, attraverso quel chiosco da fioraio che era una piccola giungla, una micro foresta pluviale dove il serpente nero sembrava di casa. No, non vedeva nulla di tutto ciò mentre lo sguardo si estendeva alla ricerca del filo logico che doveva portarla fuori dal torpore del mattino. Microbilancio di previsione: programma della giornata. Di solito il segnale era quando il the smetteva di fumare. Allora le sorsate diventavano più lunghe mentre si muoveva verso il bagno per il quotidiano appuntamento con lo specchio. Invariabilmente cominciava con la lingua. La tirava fuori come davanti ad un medico. E finiva sempre che faceva le boccacce. Poi tirava giù la pelle sotto gli occhi sempre pronta a prendere atto dell'insorgere del temuto ittero da stravizi. Poi ravvivava i capelli. Non ci voleva molto. Li portava a spazzola, tutti tesi sulla testa come mister "io ti spiezzo in due" di Rambo o, se preferite, modello Ombretta Fumagalli Carulli. Cominciava a strofinare i denti con lo spazzolino. Maledetto rubinetto, schizzava dappertutto, mi bagnava il pigiama sul seno. Via tutto. Seduta sul water mi liberavo ma non mi perdevo di vista. Si, aveva uno specchio davanti al water. E allora? Eccentricità da single, forse. Ma quell'immagine la prendeva sempre. Perché l'Eros si annida là dove meno te lo aspetti ed è così insolito vedere te stessa mentre stai seduta sul cesso che finisci col pensare che stai guardano un'altra che fa quello che vuoi tu. Contorto? Forse ma vedere quella lì che si appoggia le mani sulle ginocchia e le separa con dolcezza rivelando la fontanella castana, fa sempre un certo effetto. Poi vederla chinarsi in avanti, far penzolare i seni appuntiti, dondolarli e guardare i capezzoli che si animano, si allungano nel tentativo di riuscire finalmente a strofinarsi sulla pelle delle cosce di nuovo unite. E sollevare la testa e guardarsi negli occhi alla ricerca di una conferma, di quel lampo selvaggio che ti dice che sei ancora viva. Il resto va via liscio: la doccia, la stuoia ruvida che ti arrossa ogni millimetro di epidermide e poi il sollievo consolante dell'accappatoio morbido. Poi le creme fredde, i capezzoli che tornano all'erta, la pelle che si tende. Vestirsi in fretta, i jeans, la felpa, la giacca di panno, le dr. Martens viola che adora. Chiudi tutto, via, fuori. Verso il serpente.

La incrociava ogni mattina. Intenta a sistemare i fiori nei vasi. E ogni volta la treccia le scivolava di lato e quasi si imbrogliava con le foglie delle piante. E lei, le mani occupate, cercava di toglierla via scuotendo la testa. Il serpente volava, le ricadeva sulle spalle, quasi le frustava le natiche che indovinava piccole e muscolose sotto il grembiule azzurro. Indovinava, appunto. Il grembiule non lasciava margini per la previsione tanto era largo e sformato. Consentiva solo la divinazione e ci si abbandonava con la presunzione di chi ha tanta fretta da essere disposta comunque all'assoluzione. L'auto era sempre lì vicino e quando mi mettevo alla guida e istintivamente guardavo lo specchietto retrovisore, la vedevo tra i suoi fiori. E sempre vedevo che guardava verso di lei. E questo bastava a fare in modo che il semplice movimento delle cosce impegnate a guidare i piedi su frizione e acceleratore fosse sufficiente a contribuire ad un certo riscaldamento. Così riscaldava i suoi 65 cavalli vapore, ma anche il singolo cavallo dei miei jeans. E quando si fermava al distributore per fare il pieno di benzina verde, aveva già fatto il pieno di quel cocktail contraddittorio fatto di fantasie e di buoni propositi. Il giorno che trovai i "nontiscordardime" sul parabrezza era convenientemente un giorno di primavera inoltrata, non aveva particolare fretta ma era particolarmente distratta. Così si accorse del mazzetto di fiori solo quando aveva già messo in moto ed ero uscita dal posteggio. Al primo semaforo c'era Kaled con la sua spugna. Ormai erano amici e la pulizia del vetro era ormai uno dei riti del mattino. Ma quel giorno Kaled mise dentro la mano col mazzetto.

«Ehi» disse «tu hai amico che lui vuole tu fidanza» e si allargò nel suo solito inopinato sorriso. Prese i fiori senza rispondere. Già la tempestavano dietro con i clacson.

«Scappo, Kaled, a domani.» Inserì il pilota automatico che la portò dritta allo studio dell'architetto dove sta cercando di imparare qualcosa in materia di arredo urbano. Era sola. Mise i fiori in una tazza di ceramica che aveva riempito a metà. Mise la tazza sulla scrivania e cominciò a guardarla tenendo il mento appoggiato a una matita con la punta conficcata in una gomma. Era stata lei, lo sapeva. Doveva essere stata lei. Non poteva che essere stata lei. Guardò l'orologio ma erano le nove e un quarto. Era appena arrivata. Ne aveva fino alle due. Non le andava di lavorare, non accese neanche il computer né il plotter. Accese la radio, evitò "3131", sopravvisse ad alcuni secondi di "radioanchio", si fermò su Radio Oidar e cominciò a studiare i fiorellini cercando tra i petali il volto della piccola fioraia. Ma come si chiamava? Già, che sapeva di lei a parte quel camice sformato e una divinazione sulle fattezze del suo culo? Dondolò il mento facendo perno sulla matita. I suoi seni si strofinavano contro il bordo della scrivania. Sotto la camicetta bianca, sotto il reggiseno virginale di semplice cotone, quei diavoletti si indurivano come segugi esperti che avevano gia' fiutato la pista dei suoi pensieri. Non fece nulla per evitare il contatto tra i suoi capezzoli, i suoi pensieri e il bordo della scrivania. Anzi, accentuò il dondolio del busto mentre Radio Oidar dava un esasperante pezzo dei Doors. La pensava. Sì, la pensava. Il suo lungo serpente si apriva e diventava come una grande medusa scura i cui tentacoli la liberavano dal camice rivelandola, chissà perché, vestita di una di quelle sottanine con le bretelline che sembrano continuamente voler scivolare via. Immaginava piccoli seni, piccolissimi capezzoli, un petto senza ombre né chiaroscuri. E mutande bianche con piccole stelline blu. Roba da mercatino. Vedeva la sua bocca carnosa e perfetta, i suoi denti bianchi con gli incisivi un po' più grandi del normale. Il naso piccolo e gli occhi grandi come i personaggi di un Manga giapponese. E la sua pelle liscia, sottile, tiepida, bianchissima. E il bordo della scrivania aveva ormai avuto ragione dei suoi indumenti. Ora era nuda sulla poltroncina di velluto, le mani tra le cosce, gli avambracci stretti a unire le mammelle e a spingerle in avanti. Certe cose si fanno ad occhi chiusi. E lei li chiuse. E fece certe cose. Le fece con le mani, Le fece con un grosso pennarello color indaco e poi di nuovo con le mani spargendo i suoi umori sulla pelle sensibile dell'interno delle cosce, allargandosi, separando la peluria e ascoltando il piccolo sisma che saliva dentro di lei e la scuoteva prima piano poi sempre più violento fino a farla quasi cader giù dalla poltroncina, le gambe incrociate, strette sulle due mani impietose sul sesso ormai spremuto. Respirò, prese i capezzoli tra le dita, li allungò, li rotolò, li guardò, fece in modo che un po' di saliva le colasse giù dalla bocca per bagnarli. E quando furono unti e luccicanti li strinse ancora tra le dita. E la marea tornò inattesa e magnifica a portarla via, lontano dalla spiaggia noiosa come noiosa può essere la spiaggia conosciuta quando in mare aperto si sente già il profumo di un atollo sconosciuto.

 

Sabato 24 gennaio 1998

Tremava dalla testa ai piedi, senza controllo e i capezzoli duri vibravano come due diapason. Si guardava intorno, l'ufficio luminoso come un luogo sconosciuto che riprendeva lenta fisionomia man mano che rientrava in sé dopo la fuga fantastica verso il chiosco di fiori. La matita spezzata giaceva sulla scrivania bianca, la poltroncina di velluto denunciava il suo piacere umido nelle macchie che ne cospargevano il sedile. Si rivestì in fretta, passò dal bagno a ravvivarsi il viso e nello specchio vide quel lampo selvaggio che conosceva bene. Torno nello studio, lascio un rapido messaggio all'architetto, lo informò che un improvviso malore le consigliava di tornarsene a casa. Indossò la giacca e uscì. Fuori il sole aveva asciugato l'umidità e la foschia del mattino aveva lasciato il posto ad una mattinata che avresti detto radiosa. Troppo? Forse, ma oggi il suo umore non ammetteva mezze misure. Con il mazzolino di fiori infilato nel taschino esterno della giacca, salì in macchina e tornò verso casa. Posteggiò e si avviò verso il chiosco di fiori. Lei era lì, intenta nei suoi soliti traccheggi con i vasi e le piantine. Le dava le spalle. Lei non sapeva da dove cominciare. Eppure non era certo timida, non era alle prime armi e nel corteggiamento era di solito aggressiva e sbrigativa.

«È permesso?»

La ragazza ebbe un leggero sobbalzo e si girò. La guardo leggermente perplessa.

«Prego, desidera?»

«Un mazzetto come questo...»

«Ah... sì, nontiscordardimé…»

«Esatto, proprio quelli. Qui ne avete tanti che li regalate...»

Sorrise guardandola

«Sono contenta che le siano piaciuti. Io mi chiamo Dorotea. La vedo sempre uscire da casa.»

«Piacere Dorotea. Io mi chiamo Silvia. Grazie per i fiori. Ma perché proprio a me?»

«Così, senza motivo. Fiori piccoli per un piccolo pensiero. M'è venuta su così... Non dovevo?»

«Ma si certo. Perché no? Anzi, mi hai fatto ricordare che devo prendere delle piante per il soggiorno. Piante grandi e resistenti. Ho visto che avete le durantelisie.»

«Vero, eccole li. Davvero le vuole?»

«Sì, almeno sei. E poi...»

Così si rifornì di piante. Ne comprò tante che la sua casa si sarebbe trasformata in una serra. Dorotea prendeva nota diligentemente.

«Le manderò tutto nel pomeriggio.»

«Va bene, ma ho bisogno di aiuto per sistemare ogni pianta nel modo migliore. Non sono una grande esperta.»

«Mi lasci pensare... Facciamo così: dopo la chiusura vengo su un attimo e le do una mano, posso?»

«Ci mancherebbe, certo che può. Ma non vorrei disturbare… magari l'aspettano a casa. Oppure il fidanzato...»

«Ah ah ah... niente di tutto questo. A casa non ho problemi e il fidanzato non ce l'ho. Quindi tutto ok.»

«Va bene, allora ti aspetto.»

 

Salì le scale di corsa in preda a un'euforia che non provava da tempo. Andò direttamente in bagno e riempì la vasca. Si tolse tutto e si immerse nell'acqua caldissima piena di schiuma. Vide la sua pelle diventare rossa, sentì mancare il respiro ma poi si abituo e si rilassò. Dopo il bagno si avvolse in un telo di cotone poi cominciò a massaggiarsi il corpo con una crema balsamica molto profumata. Cosa indossare? Aprì l'armadio e scelse la biancheria: slip neri di cotone, piccoli, molto elastici. Reggiseno molto scollato anche se non proprio a balconcino, con l'apertura sul davanti. Poi una gonna corta e scampanata e una polo con le maniche lunghe che le cascava addosso e sembrava essere tenuta su solo dai seni sporgenti. Poi scarpe nere col mezzo tacco, niente calze. Rimase a lungo davanti allo specchio ad osservarsi. Si toccò i seni per fare inturgidire i capezzoli e verificare se si notassero sotto la maglia. Fece tutte le prove possibili di movimenti per controllare quanto lasciasse intravedere. Mise una poltrona davanti allo specchio e si sedette provando tutte le posizioni. Poi si truccò: una cosa leggera ad esclusione delle labbra che dipinse con un rossetto molto appariscente. Erano le otto quando bussarono alla porta. Andò ad aprire col cuore che le scoppiava. Dorotea era li sul pianerottolo. Deliziosa. Deliziosa. Deliziosa. Un abitino corto corto blu scuro con le maniche corte. Scarpe basse anche quelle blu, un foulard verde al collo. Tutto faceva risaltare la sua carne bianchissima e la sua treccia nera. Silvia notò subito che Dorotea aveva il seno piccolissimo ma che certamente non doveva indossare il reggiseno perché riusciva a vedere sotto il vestito la forma dei capezzoli. La fece entrare e le indicò il salone dove la seguì. Sorrise pensando al camice sformato che indossava al chiosco e alle sue fantasie sul suo culo. Era bello, altroché.. Tondo, piccolino e, a guardare i muscoli della parte posteriore delle cosce, doveva essere stretto e asciutto.

 

«Ecco, vedi vorrei mettere le piante grandi con un certo criterio. Inutile metterle tra i divani oppure davanti alle finestre, ti pare?»

«No, infatti. Davanti ai divani proprio no. Sono messi di fronte e le piante impedirebbero a due interlocutori di guardarsi. Sarebbe uno spreco. Vediamo un po'...»

Spostò alcuni vasi tra i divani orientandoli in modo che la luce delle finestre colpisse i rami e le foglie.

«Ecco, così va ben. Venga, proviamo, si sieda su quel divano, io mi metto qui e vediamo se le piante danno fastidio.»

Si sedette prima di lei quasi lasciandosi cadere. Forse credeva che il divano fosse più duro certo è che sprofondò e istintivamente le cosce si disunirono e Silvia notò le mutandine bianche. Senza perderla di vista si sedette di fronte a lei senza curarsi di controllare gli svolazzi della gonnellina svasata. Anche Dorotea guardava. Non si parlarono. Silvia teneva le mani in grembo, giocava con l'orlo della gonna. Silvia teneva le mani sul divano ma non accostava le cosce e aveva lo sguardo perso sotto la gonna di Silvia.

Dorotea si alzò.

«Vediamo un po'. Ha già annaffiato?»

Si alzò e si mise accanto ad una delle piante. Poi si chinò dando le spalle a Dorotea. L'abitino fece il suo dovere e salì lentamente scoprendo gli slip bianchi e la pelle candida. Silvia era in piena vertigine, Non si rendeva conto di tenere una mano tra le gambe e quando Dorotea si voltò senza curarsi di tirare giù l'abitino elasticizzato le scocco un malizioso sorriso e si passo la lingua sulle labbra carnose. Si mosse verso di lei. Le si parò davanti con le gambe leggermente divaricate.

«Dillo.»

«Cosa?»

«Dai, dillo…»

«Ma cosa?»

«Che mi vuoi.»

«Non capisco che vuoi dire…»

«Mi vuoi, lo so. Ti voglio anche io e lo sai. Te l'ho detto con i fiori e tu lo hai capito…»

«Ti ho vista guardarmi, i tuoi occhi addosso erano come mani. Li sentivo dietro, su per le cosce. Ormai mi ero abituata a cambiare le mutandine dopo che te ne eri andata in ufficio. La mattina ne inzuppavo già un paio a forza di vederti dalla finestra, di sentirmi addosso i tuoi occhi... Lo sapevo che non capivi per via del camice. E adesso?»

Si mosse velocemente e fece scivolare il vestito sulle spalle scoprendo il seno. Quasi piatto, candido, appena accennato. In compenso capezzoli lunghissimi, scurissimi su aureole molto piccole e scure anch'esse. Capezzoli già durissimi che lei cominciò ad arrotolare tra indice e pollice mentre la guardava.

«Ora fallo anche tu.»

Silvia cominciò a sbottonare la camicetta, poi l'aprì. I seni ancora dentro il reggiseno. Si mise in piedi e cominciò a dondolare sempre più velocemente e, a ogni dondolio, qualche millimetro di pelle sfuggiva al controllo e alla tutela della stoffa del reggiseno. Alla fine solo i capezzoli erano ancorati al bordo e le aureole erano già scoperte per metà. Dorotea allungò le mani, anzi, le dita. Le affondò nel reggiseno, prese i capezzoli e tirò verso l'alto facendo sgusciare i seni di Silvia fuori dell'indumento. Poi senza lasciarla, l'attirò a sé schiacciando i capezzoli contro i suoi e prendendo tra indice e pollice il suo e il proprio. E Silvia si sentì morire.

Si aggrappò a lei tremando mentre smaltiva un orgasmo violento, repentino. La bocca semi aperta, la testa abbandonata sul petto di Dorotea, la sua bocca ansimante accanto al suo capezzolo ancora eretto. Dorotea le sollevò il volto, si inumidì un dito e lo passò sulle sue labbra, poi cominciò a baciarla piano. La sua lingua le forzò le labbra e prese possesso della sua bocca scandagliandola doviziosamente. Poi avvolse la lingua di Silvia nella sua e la risucchiò nella bocca schiacciandola contro il palato per imprigionarla. Le sue mani le stringevano i glutei allargandoli mentre le sue dita percorrevano la divisione.

Silvia cominciò a rianimarsi. Anche le sue mani si misero in movimento e cominciarono a percorrere le cosce di Dorotea che se ne stava ancora in piedi con le gambe larghe. Silvia ne approfittò per accarezzare l'interno delle cosce. E finalmente poté davvero guardarla tra le gambe. Il sesso di Dorotea era assolutamente privo di peli, sembrava finto, perfetto, chiarissimo, molto stretto, lucido di umori. La afferrò per mano e la fece sedere sul divano e Dorotea appoggiò la testa sulla spalliera abbandonandola e abbandonandosi. Silvia cominciò a passarle le mani sui seni quasi inesistenti poi prese un capezzolo tra le labbra e cominciò a stringere sentendolo allungarsi. Si lasciò scivolare in ginocchio e la sua lingua cominciò a leccare la pelle delicata dell'interno delle cosce sin quando non arrivò al sesso che cominciò a titillare con rapidi coli della sua lingua. Con le dita morbide separò le labbra e fece sgusciare il cappuccio del clitoride sul quale soffiò. Lo vedeva indurirsi e lo prendeva tra le dita massaggiandolo. Anche Dorotea cominciò a tremare piano e Silvia affondò il volto tra le sue gambe e cominciò a leccare il sesso aperto cercando di andare in più possibile in profondità. Dorotea le afferrò i capelli stringendo ancor di più la sua testa tra le proprie gambe e cominciò a godere con un lamento lungo e di progressiva intensità.

«Uff?ce ne hai messo prima di deciderti.»

Silvia se ne stava distesa sul divano con la testa appoggiata sulle cosce di Dorotea.

«Sì, vero, ho perduto tempo. Ti volevo ma non sapevo. Ho dovuto aspettare il tuo mazzo di fiori per decidermi.»

«Il mio motto è: Ditelo con i fiori.»

«Il tuo motto è: ditelo con il fiore, quell'orchidea che tieni tra le cosce?»

«Hai la mia parola che non te la farò mancare.»

«Lo credo bene, non ne riuscirei a fare a meno.»

«Ma sarai capace di venirmi dietro.»

«Ragazzina, sono più grande di te.»

«Non vuol dire nulla. Io sono stata più coraggiosa, ricordi? E sono anche più intraprendente di te proprio perché sono più giovane. Guiderò io, lo hai capito no?»

«Guiderai tu?»

«Certo. Ancora non sai cosa ti aspetta. Devi ancora conoscermi bene. Devi conoscere cosa mi piace, come mi piace, con chi mi piace. Se sei pronta dillo. Altrimenti mi rimetto le mutande, ti lascio sul tavolo il lucidante per le foglie e me ne vado a casa. Da domani torno al chiosco come se niente fosse accaduto. Che mi dici?»

Silvia si sollevò, si mise davanti a lei, le prese i capezzoli tra le dita e cominciò a metterli in tensione e a tirare verso di sé. In questo modo riuscì a metterla in piedi fino a trovarsela proprio di fronte. La guardò negli occhi e, senza lasciare i capezzoli, le disse

«Quando si comincia?»

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