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Diario n°:

249

Due ragazzi, un'estate
Kolakovic

Due ragazzi, un'estate

A vederli li si sarebbe presi per fratelli, ma lui, il ragazzo, non aveva neppure i soldi per comprarle una coca cola.

C’era anche un’altra differenza,  questa visibile. La ragazza si copriva sempre con un abito da spiaggia, il ragazzo sembrava avesse come unico bene il costume da bagno; lo indossava da mattina fino a tarda sera, per cambiarli con dei vecchi jeans e una maglietta che portava come una sofferenza. La ragazza passava la giornata distesa sotto l’ombrellone, lui correva da lei ogni volta che si liberava dai lavori che il bagnino titolare gli faceva fare. Sedeva sulla sabbia, abbassando la testa, felice per il solo fatto di averla vicina. A pranzo Martina raggiungeva il padre nella sala da pranzo dell’hotel. Suo padre non scendeva mai in spiaggia, a lui piaceva lavorare d’agosto e riposarsi bevendo tè freddo in cui far scivolare del gin nella hall con il suo abito da pomeriggio, dove i ventilatori tenevano fresco per il loro unico ospite.

Il padre non sapeva del ragazzo e non chiedeva di meglio che continuare ad ignorarlo. Anche al ragazzo andava bene. Quell’uomo massiccio, i capelli ai lati delle orecchie come fossero stanghette di occhiali e l’espressione perennemente imbronciata  gli avrebbe potuto togliere Martina con uno schioccare di dita e lui non l’avrebbe rivista più. L’amore della sua vita, di cui non conosceva il cognome, né la città.

«Cosa ti interessa? Vuoi venirmi a fare visita?» rispondeva prendendolo in giro quando le sue domande si facevano insistenti.

Sul lido si sentiva solo la voce di Gino che lo chiamava. Non sembrava che il ragazzo ne facesse una buona. Diceva in giro che era un suo nipote, per tenerselo al nero. Il ragazzo veniva da un posto poco lontano, dove non c’era il mare e lui era contento di potersi fare così un po’ di vacanza. Era venuto già magro, ora il sole e il mare gli avevano dato un’aria di salute, anche se aveva perso altri chili. Sapeva nuotare appena, aveva rimediato buttandosi in acqua sicuro che in un modo o in altro avrebbe galleggiato. Gino lo recuperò giusto in tempo e poi lo prese a scapaccioni per la paura che gli aveva fatto prendere.

«Vatti ad affogare da qualche altra parte, tu guarda che idiota mi doveva capitare.»

Il ragazzo sentiva la fame nello stomaco mentre trascinava ombrelloni e lettini sulla spiaggia. Parlava poco e molti clienti pensavano fosse straniero, per quei suoi capelli biondissimi, che sembravano decolorati, ricci.

«Non sai proprio niente.» Per Martina era una continua fonte di divertimento vederlo meravigliarsi per ogni piccola cosa. Il suo cellulare, il suo tablet, lo smalto alle unghie. «Da dove vieni? Dalle caverne?» Il ragazzo non si offendeva. Rispondeva sorridendole e a lei piacevano i suoi denti e quanto pendeva il labbro superiore. Come avrebbe reagito se l’avesse morso, sulla bocca?

A volte venivano a trovarla i suoi amici, stavano in un altro lido. A lui non piacevano. Si davano delle arie. Fortuna che Gino li rincorreva quando li vedeva.

Ma la sera Martina usciva con loro per andare a ballare. L’aveva pure invitato, una sera, ma più per educazione che per altro. «Cosa ci vengo a fare?» si era schernito lui e non ne avevano parlato più.

Il ragazzo rimaneva in spiaggia, vicino al mare, l’acqua fumava, ci si poteva buttare la pasta. Quando non c’era Martina il ragazzo pensava sempre e solo al cibo.

Il ragazzo non portava le scarpe. L’unico paio che aveva con sé, quello con cui era venuto, lo conservava sotto la branda. A settembre gli sarebbe servito. I piedi si erano induriti al punto da poter camminare sui vetri. E l’avrebbe fatto, se Martina gliel’avesse chiesto. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei. Alla sera provava una fitta, non meglio definibile, tra le scapole. Finché non vedeva la luce della duecentosei accendersi. Voleva dire che Martina era tornata. Una volta, però, ci vide due ombre dietro la tenda, vicine l’una all’altra. Nella stanza accanto la luce era spenta. Il padre di Martina si coricava presto. Gino aveva fortuna con le straniere, riusciva spesso a convincerne qualcuna a seguirlo nel bungalow. Allora cacciava il ragazzo dal suo angolo. «Che ci fai qui? Divertiti, alla tua età!» gli diceva bonariamente, lui che era un orco tutto il resto de tempo.

 

Il ragazzo camminò buona parte della notte. Seguì i binari dismessi della linea ferroviaria, andavano avanti, sempre più avanti. Alla fine decise fosse abbastanza e ritornò indietro. Nessuno si era accorto della sua assenza. La luce della duecentosei era spenta, mancava poco alla colazione.

«Vuoi vederla una cosa?» Martina era alle sue spalle. Gli aveva chiuso gli occhi con le mani. Il ragazzo fece cenno di sì. Due spilli gli pungevano la schiena. Erano i suoi capezzoli, da sotto la maglietta. «Resta così.» Gli raccomandò. Martina gli prese le mani nelle sue, le portò in basso, all’indietro, a cingersi i fianchi.

«Ti piaccio?» Il suo alito sul collo era appiccicoso, non gli piacque. La prima cosa che non gli piaceva di lei. Ma non voleva se ne andasse.

«Cosa mi faresti?»

Il ragazzo non rispose. Non sapeva che dire.

«Cosa mi faresti, porco?»

Lui ebbe un moto di protesta. Lei rise e gli allontanò le mani.

Si abbracciò il petto. Pareva pensare.

«Cosa mi faresti?» Tornò a chiedere, stavolta disillusa come un’adulta.

«Tutto.» Disse il ragazzo. Lei se ne andò, lasciandogli il dubbio che avesse detto o fatto qualcosa di sbagliato.

 

Quella parte di notte avanzata il ragazzo si immerse nel mare e nuotò. Si sentiva bene, bracciata dopo bracciata, finché non gli venne paura. I muscoli smisero di essere indolenziti. Si guardò indietro e la spiaggia e l’hotel parevano lontanissimi. Si immaginò che gli amici di Martina fossero là a sfidarlo, per vedere se si arrendeva. Ogni volta che immergeva la testa nell’acqua per darsi lo slancio spalancava la bocca per gridare muto la sua frustrazione. Non sono migliori di me, non lo sono, si diceva. E intanto odiava suo padre che non gli dava i soldi che non aveva, che gli impediva di essere come tutti gli altri ragazzi della sua età.

 

Quel giorno Martina non scese in spiaggia. Il ragazzo si comportava strano. Gino pensò avesse un colpo di sole e lo spedì al coperto, per evitare complicazioni con i titolari. Qualche ora dopo bussarono alla porta. Aprì e si trovò di fronte due svedesi che ridacchiavano. Non sapendo come spiegargli dove fosse Gino richiuse abbastanza sgarbatamente. Si assopì e di nuovo bussarono.

Si alzò come una furia e spalancò l’uscio. Era Martina.

«Posso entrare?»

Il ragazzo era imbarazzato lei vedesse il posto dove stava.

Martina sedette sul divano letto. «Dormi qui?»

Il ragazzo scosse la testa. «Ci sta Gino, lì.»

Martina si rialzò strofinandosi i palmi sul vestito.

«Mostrami dove stai tu.» E gli diede la mano perché la conducesse.

Il ragazzo si mosse al rallentatore. Indicò in fondo, la sua brandina.

«Posso sedermi?» E non aspettò la risposta. Poi si sdraiò su un fianco.

«Vieni accanto a me? Vuoi?»

Le loro fronti si toccavano. «Perché non mi guardi?»

 

Il ragazzo rialzò la testa.

Martina gli accarezzò una guancia.

«Sei cattivo con me, mi stai evitando? Perché? Non mi vuoi bene?»

La risposta del ragazzo venne da molto profondo. Pescò nel suo petto quel “si”, da una fabbrica di altre risposte uguali da spendere in una vita intera.

La ragazza accettò la cosa.

«Tutti quelli che dicono di volermi bene sono cattivi con me.» Constatò.

E lo baciò. No, non morse quel suo labbro superiore, vi ci si appoggiò, mentre spingeva la sua lingua in avanti. Il ragazzo la accolse e cercò di imitarla.

«No, non così.» Però sembrava contenta. Impresse un movimento contrario e prolungò il bacio a lungo.

D’istinto il ragazzo le coprì i seni, ritraendosi subito, come scottato. Lei vi riportò sopra le sue mani.

Ma c’era qualcos’altro che lo attirava. In basso, tra le sue gambe lisce, a restituire il calore, l’amore che vi aveva versato per un mese intero. Annusò le dita che ci aveva strofinato. Un odore forte come quello dei ricci di mare quando ne apri i lembi. Lei inarcò la schiena, premendosi al ragazzo. L’erezione sorprese prima lui, come un corpo estraneo. Martina lo accolse all’interno delle cosce, non dentro di lei. Lui quasi non si accorse della differenza. Rimaneva passivo, mentre lei si strofinava avanti e dietro. Il ragazzo pensava a quando era lontano, nel mare e a quant’era bello invece adesso, con una persona da stringere.

«Vi piace così, vero?» La sua voce rovinò tutto. Come il suo sorriso furbo. Il ragazzo si ritrasse senza impedire il primo spruzzo. Subito lei andò all’indietro, poggiando un piede sul pavimento, per non venirne investita. «Potevi avvisarmi.» Era in piedi. «Hai dei fazzoletti? Aspetta, faccio io.» E pulì anche lui, sulla coscia e sul pube.

Neanche allora era arrabbiata. Ma non era neppure altro. Sembrava adesso che stesse lei allontanandosi a bracciate. Cercava intorno qualcosa. «Stanno bene i capelli?» Chiese, visto che in giro non c’erano specchi. «Domani io e papà torniamo a casa. Ci sarai qui l’altra estate?» Il ragazzo era ferito della sua disinvoltura, da come l’aveva buttata lì. Sentiva l’inverno tra di loro e prima l’autunno e dopo una inutile primavera. Un intero anno senza di lei, dopo averla vista tutti i giorni per un mese. E a lei non importava? Pensava agli amici in città, con la testa era già lì, alla scuola, forse a un fidanzato. Non le aveva mai chiesto se in città avesse qualcuno. Il ragazzo era un racconto che lei avrebbe confidato, forse, alle amiche; in parte l’avrebbero giudicata e in parte non le avrebbero creduto.

Perché l’hai fatto, perché sei venuta da me? Premette le nocche sulla bocca per soffocare le parole e altro.

Gli faceva quasi rabbia ora che era finita. Si coprì, con un sentimento indefinito di vergogna.

Martina gli tirò un pugno per finta, visto che se ne stava zitto, annichilito di fronte ad un piano che doveva funzionare in ogni dettaglio e che andava oltre le sue forze, forse persino la sua volontà. Doveva convincere Gino a riprenderlo, cominciando dal metterci tutta la buona volontà a smontare lo stabilimento man mano che si svuotava e chissà se anche Gino non avrebbe cambiato lavoro, se i genitori gli avrebbero fatto fare un altro anno di scuola prima di mandarlo a lavorare sul serio e, ammesso che lei fosse sincera e non si sarebbe innamorata nel frattempo, il padre non l’avesse portata da un’altra parte. E se non fosse stato il padre, qualcun altro gliel’avrebbe portata via, aveva tutto il mondo contro.

«Ehi, ho detto, ti troverò qui l’estate prossima?» E dal tono si vedeva che anche lei aveva cominciato a pensare a quello che aveva chiesto e che era una cosa più grande di loro e che un’estate non poteva contenere.

 

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