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Diario n°:

115

E-MAIL
creaxxx

E-MAIL

Lunedì, 4 aprile 2005, ore 8,57.
Hai 1 nuovo messaggio!
“Ciao. Sei bellissima”.
Proprio quello che ci voleva, oggi, lunedì mattina presto.
Voglia di lavorare meno di zero e voglia di rispondere a queste e-mail ancora meno.
Da un mittente sconosciuto, poi!
rxcbrd@tin.it, chi diavolo sarà mai?
Il mio collega dell’EDP dice se può trattarsi di virus, anche se innocui.
Meglio non leggere il contenuto e cancellare, non si sa mai.
L’oggetto “Ciao. Sei bellissima”, mi è bastato.
È incredibile come i due terzi di e-mail che mandiamo e riceviamo non parlino nemmeno lontanamente di lavoro! Barzellette, foto spinte, scherzi e chi più ne ha, più ne metta! A volte manco le giro più alle mie colleghe, sono davvero troppe! Molte sono anche veramente stupide e fanno solo perdere del tempo.
Questa poi… “Ciao. Sei bellissima”.
E chi sarà mai?
Via. Nel cestino. Eliminata.
Non lo dico neanche a Valentina, la mia collega con la quale sono più in confidenza e che lavora con me all’ufficio del personale. Oggi, che è lunedì, parleremo, come al solito, alla macchinetta del caffè, di quello che abbiamo fatto nel fine settimana, di quanto sia palloso lavorare, del traffico, dei figli, e così via. Il solito tran-tran, insomma. Poi ci sarà il pranzo al solito baretto, i discorsi su come e quanto è rincarata la vita, i gruppi di maschi che parlano  (anzi, urlano!) di calcio, e la chimera delle prossime vacanze.
Perché lamentarsi  poi?
Ci sono milioni di persone che fanno questa vita.
E poi ce ne sono miliardi che stanno peggio.
Posso dirmi felice, a quarantadue anni, sposata, con una figlia quattordicenne che di problemi non ne dà. Ma si sa, siamo nati per lamentarci di qualsiasi cosa e non ci accontentiamo mai. Nemmeno di una e-mail che ci dice che siamo “bellissime”.

Faccio scivolare via questa giornata un po’ grigia, aspettando le 17,30. Uscirò, e dopo una ventina di minuti di metropolitana, sarò nei pressi di casa mia. I soliti giri (lavanderia, fruttivendolo, la mamma) e poi a casa. Casa dove mi attende l’altra routine quotidiana. Preparare da mangiare, mettere a posto i vestiti, rassettare un po’ la casa, parlare un po’ con Eleonora, mia figlia, della scuola e di altre cose e via dicendo. Poco dopo dal lavoro arriverà Alessandro, mio marito. E anche con lui sarà, dolce, routine. Già… di che lamentarsi, dopotutto?

“Valentina, oggi non mi passa proprio più!”.
“Dai, Martina! Mancano solo venti minuti”.
Valentina ha il potere di mettermi di buon umore. È sempre positiva e con lei si lavora davvero bene. Grazie a Dio, i nostri capi non sono dei rompiscatole e anche questo dovrebbe aiutarmi a non lamentarmi più di tanto.
“Ciao. Sei bellissima”.
Di nuovo l’e-mail! Di nuovo quel mittente sconosciuto.
Vorrei dirlo a Valentina, ma mi trattengo.
Sono curiosa. E voglio ammazzare la noia di questi ultimi venti minuti di lavoro.
Rispondo.
“Ciao. Posso sapere chi sei, visto che non ti firmi?”.
Invio. Rimango in attesa della risposta. Invano.
Arrivano le 17,30 ed è ora di uscire. Appena fuori dalla porta dell’ufficio quella e-mail non è nemmeno un ricordo.

Ammetto che sono impaziente di andare in ufficio, oggi, martedì. Sono impaziente e curiosa di leggere la risposta di quell’“ammiratore” segreto. Nessuna risposta.Sono un po’ delusa. Lo ammetto.
Ma che mi credevo? Va a capire chi l’ha mandata e da dove. Meglio concentrarci sul lavoro, ma a Valentina nemmeno una parola. Anzi, provvedo a cancellare la posta.

Martedì, 5 aprile 2005, ore 15,33.
Hai 1 nuovo messaggio!
“Ciao. Scusami, ma devo rimanere anonimo. Sappi solo che non sono lontano da te e che non ho cattive intenzioni”.
Come un fulmine a ciel sereno, quella e-mail mi fa sobbalzare dal mio torpore pomeridiano.
“Qualcosa che non va?”.
“No. Tutto ok, Valentina”.
Dopo aver tranquillizzato la mia collega, rispondo un po’ seccata all’anonimo scrittore.
“Meno male che non sei malintenzionato! Un po’ maleducato sì, però!”.
Invio.
Fisso il video e continuo a schiacciare il tasto dell’invia e ricevi del mouse.
Niente. Sino alle 17,30, niente.
“Stronzo!”.
“Ehi, Martina! Con chi ce l’hai?”.
“Ehm, con…con Berlusconi. Lui e il suo taglio delle tasse!”.
Le dico la prima cosa che mi passa per la mente.
Cancello l’e-mail e vado a casa, ripromettendomi che l’indomani non avrei dato più seguito a quello scambio di corrispondenza elettronica.
Come no!

 

Mercoledì, 6 aprile 2005, ore 11,38
Hai 1 nuovo messaggio!
“Ciao. Perdonami se non ti ho risposto. Ho pensato a lungo a ciò che avrei voluto scriverti e ieri non ce l’ho fatta. Ci provo oggi, dopo averci pensato tutta la notte.
Non posso mostrarmi a te. Non voglio sconvolgere la tua esistenza. Ma non posso nemmeno trattenere quello che ho da dirti, perché tu hai sconvolto la mia, di esistenza.
Ti ho incontrata e veduta una volta soltanto. Una volta soltanto ho sentito la tua voce, ma ciò è bastato. È bastato per devastarmi l’anima, per impossessarsi del mio essere, per non farmi pensare ad altro. Il cuore batte a mille anche ora che sto scrivendo. Le parole devo ribatterle mille e mille volte, perché l’emozione mi fa sbagliare. La vista si appanna, perché le lacrime riempiono gli occhi e le devo asciugare. Sono lacrime miste di gioia e di dolore: la gioia di averti incontrata, il dolore di essere consapevole che non potrai essere mia.
Un’emozione che toglie il respiro e che mi impedisce di vederti di nuovo. Potrei svenire.
Ho un immagine ferma nella mia mente di quell’unica volta che ti vista e sentita. Un fermo immagine scolpito ed indelebile che appaga tutti i sensi.
I miei occhi : hanno incrociato i tuoi, nerissimi e profondi, solo un po’ celati dagli occhiali, i tuoi capelli, lunghi, corvini e indisciplinati, le gote pronunciate e rosee, le tue gambe sinuose e le tue forme che danno il là ai pensieri più inconfessabili.
Le mie orecchie : deliziate dal tono della tua voce, suadente, vellutata e calda, che dà calma e pace.
Le mie mani : hanno stretto le tue, in quella fugace presentazione, ma tanto è bastato perché si imprimessero per sempre sul mio corpo, attraversandomi lo spirito come un raggio di luce fortissima.
Il mio naso : che ha percepito il tuo profumo. Sì, il tuo profumo, e non quello di una qualsiasi mescolanza di aromi ed essenze racchiuse in una boccetta di vetro. Quel profumo che si è impregnato nella mia mente, per sempre.
Ecco. I miei sensi sono soddisfatti. Si sono cibati di te, in quell’attimo fuggente.
La mia anima, però, non si è saziata e aveva bisogno che ti scrivessi queste poche righe.
Il mio cuore, però, batte ancora all’impazzata e aveva bisogno di comunicarti quello che ho scritto per calmarsi un po’.
Non odiarmi, se non mi mostro a te. Non voglio sconvolgerti.
Ma che ti amo devo scriverlo. Non posso negarmelo.
I miei occhi hanno bisogno di essere asciugati di nuovo e le parole di essere continuamente ribattute.”

“Martina! Cos’hai? Perché piangi?”.
“No… Niente… Si è spostata una lente a contatto. Vado in bagno a sistemarmi”.
Raccatto in fretta a furia la mia borsetta e corro in bagno.
Mi chiudo dentro e apro l’acqua del lavandino per fare rumore.
Ora posso piangere davvero.
Quelle parole. Mi hanno toccato l’anima. Sono bellissime!
Non so chi le ha scritte. Vorrei solo che non si trattasse di uno stupido scherzo.
Un minuto e mi ricompongo. Torno in ufficio e tranquillizzo Valentina. Ora la mia curiosità è forte. Molto forte! Chi sarà mai?
Continuo a leggere e rileggere quelle parole, cercando di capire chi possa essere mai quel misterioso ammiratore.
Mi ha incontrata, questo è sicuro. La descrizione che ha fatto di me è perfetta. Sa anche che non metto alcun profumo addosso e qualcuno ci ha presentati. Si deve essere trattata di una presentazione fugace come ce ne sono a decine nel mio lavoro. In questa azienda multinazionale c’è un andirivieni di gente da far paura.
“Valentina, scusami…Ti ricordi l’ultima presentazione che abbiamo dovuto fare io e te al personale in entrata?”.
“Sì. Era più o meno all’inizio dell’anno. Era un gruppo di una ventina di persone. Perché me lo chiedi?”.
“No... così… hai per caso l’elenco?”.
Valentina mi passa quell’elenco dal quale scarto le donne. C’erano dodici uomini, quella volta. Nei nostri archivi abbiamo anche le foto. E poi, doveva essere molto bravo con i computer, per mandare la posta elettronica con un mittente sconosciuto.Cerco di soddisfare la mia curiosità, ma nell’animo ridondano le parole di quell’e-mail ancora aperta sul mio terminale.
Nessun indizio nei file. E poi, poteva essere una presentazione precedente. O una, sporadica, successiva. Poteva essere uno straniero che parla e scrive maledettamente bene in italiano. O un ragazzo. O uno scherzo. O qualsiasi cosa.
Restituisco le cartelle a Valentina. Cancello l’e-mail. Svuoto il cestino. Ma non basta. Quelle parole non si possono cancellare. Cerco di non pensarci e di concentrarmi sul lavoro. Spero che non mi scriva più.
Meglio ricevere qualche e-mail volgare da colleghi colti da tempeste ormonali che lettere di questo tipo.
Il pomeriggio vola, per fortuna, e vado di corsa a casa, preda delle mie routine. Vorrei dire che non penso a quelle parole. Vorrei dirlo e pensarlo anche ora, mentre sto facendo l’amore con Alessandro. Ma non è possibile. Anzi, questo provvede ad aumentare il mio piacere. Perversione? Sì, forse. Ma ora non riesco a controllarla. Dovrei soddisfare  definitivamente la mia curiosità. Conoscerlo, vederlo, parlargli. Basterebbe questo per smettere di pensare. Esserne magari delusa, in modo date da risolvere questo mio “problema”. E se accadesse il contrario? Se mi sconvolgesse, come io ho sconvolto lui?
Magari è tutto uno scherzo, Martina. Domani, nessuna e-mail. E nessun pensiero strano, mentre Alessandro dorme già pesantemente al tuo fianco.

 

Martedì, 12 aprile 2005, ore 9,42.
Eh, già. Non mi ha più scritto. Povera illusa! Uno scherzo, lo sapevo.
Ho atteso trepidante per giorni un’altra sua e-mail.
Per assurdo, ho sperato che il fine settimana volasse per poter essere in ufficio lunedì, aprire il mio computer, scaricare la posta e leggere di lui.
Niente. Meglio così. Forse. Dai, concentrati sul lavoro, che è meglio.
Hai 1 nuovo messaggio!
“Ciao. Non sono stato bene. Non ho potuto scriverti”.
“Ora come stai? Sei guarito? Cosa hai avuto?”.
Gli ho risposto subito! Senza pensare. Preoccupata del suo stato di salute! Pazzesco. L’ho fatto seguendo l’istinto. Ma ho scritto a chi, poi? La verità è che mi era mancato così tanto che non potevo più farne a meno. E di nuovo il mio dito sul mouse in spasmodica attesa di una risposta.
Hai 1 nuovo messaggio!
“Meglio, grazie. Ma non ti devi preoccupare per me. Ti scrivo per chiederti se vuoi che la smetta. Come ti ho già scritto, io non voglio sconvolgere la tua esistenza. Ti ho scritto quello che ho provato per te  (e che provo tuttora ), ma non voglio essere un assillo”.
“Vorrei conoscerti, sapere almeno chi sei. Non capisco se questa è una cosa vera o uno scherzo di qualcuno abile con la posta elettronica”.
Hai 1 nuovo messaggio!
“Nessuno scherzo. Però non cercare tra gli archivi dei dipendenti o tra i giustificativi di malattia di qualche giorno fa. Non sono un tuo collega”.
Chi diavolo poteva essere mai? Un consulente? Il ragazzo della macchina del caffè? Un addetto alle pulizie? Una delle guardie giurate? La curiosità mi stava rodendo come un tarlo.
“Non voglio che tu smetta di scrivermi, ma vorrei incontrarti”.
Nessuna risposta.
Mi fermo anche oltre le 17,30 con una scusa, ma nulla. Nessuna risposta.
Me ne vado a casa delusa e anche un po’ incazzata, per dirla tutta. Ho voglia di piantarla lì e di non scrivergli più. Ho voglia di segnalare l’accaduto al nostro esperto dell’Edp. Ho voglia che venga subito domani e di leggere ancora le sue lettere.

 

Mercoledì, 13 aprile 2005, ore 13,11
Hai 1 nuovo messaggio!
“Ciao. Così mi vuoi incontrare. Ci ho pensato tutta la sera e tutta la notte. Ma non ho pensato solo a quello. Ho pensato a te. A tutte le sensazioni provate da quel nostro fugace incontro che tu probabilmente nemmeno rammenti. Quelle sensazioni sono esplose come non mai, riflettendosi di nuovo su tutti i miei sensi, impossessandosi nuovamente dell’anima, del cuore, della mente e, per la prima volta, anche del mio corpo. Non è stato difficile immaginarci avvolti nell’abbraccio, frementi di brividi bollenti, pronti ad assecondare e soddisfare i corpi eccitati e pulsanti, ascoltando i gemiti e la passione sfavillare nel buio della stanza, mentre quella musica dolcissima si mescola all’odore dei fiori secchi e alla flebile luce delle candele. Quelle sensazioni sono esplose come il mio seme e come il tuo ardore lasciando quel profumo dolcissimo e caldo che invade tutto”.
Non ho la forza di rispondere. Non ce l’ho perché tremo e fremo, davanti al terminale. Valentina non c’è, è in permesso oggi. Sono sola in ufficio, gli altri rientreranno dalla pausa pranzo fra un po’. Io l’ho saltata come faccio da qualche giorno ormai, da quando lui mi scrive. La porta è chiusa, le veneziane serrate. Non ho la forza di rispondere. Il cuore batte a mille, sento il rossore popolare il mio volto. Sento i seni esplodere e le fantasie galoppare. Mi adagio sulla sedia allungandomi più che posso mentre rileggo quelle parole sul mio terminale. Vorrei dominarmi e non cedere alla tentazione, ma più ci penso e più non riesco a fermare la mia mano che corre verso la gonna. Non riesco a fermare la mia fantasia che immagina lui, che si impossessa di tutta me stessa come, dove, quando e quanto vuole. Possiede la mia mente ora, e il corpo è solo l’ultimo baluardo di piacere. Le dita frenetiche che stanno per indugiare sul mio sesso eccitato sono le sue. Gli occhi sono socchiusi.
Il telefono!
Maledizione, ancora un po’ e mi viene un infarto! Balzo sulla sedia e prendo la cornetta. Il capo! Vuole una statistica e la vuole ora. Al diavolo! Ma la pausa pranzo non la fa mai?
Cerco di ricompormi in qualche modo, ma sono ancora sconvolta. Forse mi vergogno anche un po’, ma non sono sicura di questo. Ma non ho più il tempo di occuparmene.  Il lavoro, questo pomeriggio, assorbe tutto il mio tempo. Il pensiero è altrove.
Devo conoscerlo! Devo vederlo! Devo parlargli!
Non mi importa delle conseguenze, della morale, dei pericoli.
Devo assolutamente conoscerlo!

 

Giovedì, 14 aprile 2005, tutto il giorno
Nessuna e-mail, giovedì.
Ma perché?
Sto male. Malissimo! Valentina se ne è accorta. Le mie scuse non reggono più. Anche Alessandro e Eleonora si preoccupano. Se solo sapessero!
Devo togliermelo dalla mente. Spero che non scriva più, davvero.

 

Venerdì, 15 aprile 2005, ore 12,23
Hai 1 nuovo messaggio!
“Ciao. So che non fai la pausa. Incontriamoci, se vuoi. Da te. Sali all’ultimo piano. C’è l’archivio generale. Troverai la porta aperta. Ci sarò solo io. Non ci disturberà nessuno”.
“Va bene”.
Cancello l’e-mail e dico a Valentina che non vado a pranzo trovando una scusa qualsiasi.
Faccio un salto in bagno per vedere se il trucco è a posto, mentre il cuore comincia già a battere a mille e sento le gambe di gelatina.
Prendo l’ascensore e salgo i tre piani.
All’ultimo piano c’è solo un grande locale adibito ad archivio, solo sporadicamente visitato da noi del personale o da quelli della contabilità.
Chi sarà mai? Il custode? Una guardia giurata? Un collega? Un intruso?  Sicuramente uno che conosce bene l’ambiente.
Non penso nemmeno per un attimo ad un eventuale pericolo, ad un male intenzionato. Devo assolutamente conoscerlo!
L’ascensore si apre, il corridoio è sgombro. In fondo, c’è la grande porta dell’archivio, socchiusa.
Entro.
Buio.
La porta si richiude dietro di me.
Buio pesto, ora.
Il cuore in gola.
Paura?
No.
Eccitazione!
Le gambe sembrano sciogliersi.
I seni sembrano esplodere.
“Ciao. Sono qui, davanti a te”.
La sua voce! Non la conosco e non riesco a vederlo, ma il tono della sua voce, calmo, caldo e profondo, mi tranquillizza. E provvede a farmi ancora di più.
“C... ciao. Sono Martina. Dove sei? Vorrei vederti”.
“Mi sto avvicinando”.
Sento la sua presenza, lo sento avvicinarsi, ma non vedo nulla.
Le sue labbra!
Mi bacia.
Le sue mani intorno al mio collo.
La sua lingua, ora, che sposa la mia.
Mi sciolgo definitivamente, fino quasi a svenire.
Lui mi tiene la testa e l’accarezza.
Il buio pesto, tutto intorno, non dà paura.
Dà complicità, aumenta la percezione degli altri sensi.
Mi piace il suo sapore, il suo profumo, mi piacciono suoi gemiti.
Fa scivolare le sue mani dietro la mia schiena, come per assecondare il mio corpo a sdraiarsi. Lo lascio fare, mentre non smette di baciarmi.
Ora sono sdraiata. Un materassino, forse, o chissà.
Comunque ha provveduto a tutto, io non ci penso, lo lascio fare.
Immersi nel buio, nel buio più totale.
Gli accarezzo il viso, i capelli, il collo, alla ricerca, forse, di qualcosa che mi permetta di identificarlo e di ricordarlo per sempre.
Ma anche questo attimo di lucidità svanisce e mi lascio andare completamente.
La camicetta che si apre, il reggiseno che si slaccia, la gonna che scende, gli slip che calano, il fruscio dei suoi vestiti, i nostri gemiti. La colonna sonora di quella situazione strana, eccitante, conturbante.
Non mi importa più chi è ora. L’eccitazione è così forte che la mente non c’è più. Sono completamente coinvolta. Sono semplicemente sua. Sua, mentre sento scivolare il suo sesso dentro il mio. Sua, mentre non smette un attimo di baciarmi. Sua, mentre assecondo il suo movimento con il mio bacino. Sua, mentre mi mordo le labbra per non urlare il mio piacere. Sua, mentre il mio corpo si culla dondolato dal suo. Sua, mentre sento il suo seme bollente fluire dentro di me. Mio! Ora.
Un attimo, e mi ritrovo in piedi, mi ricompongo, confusa, stordita, appagata.
La porta si apre.
Esco.
Lui non c’è.
Non esce.
La porta si chiude. Non vuole farsi vedere? Chi sarà mai? Non lo so e non mi importa.
So che lo vorrei di nuovo mio.
Aspetterò con impazienza quel momento, mentre penso a quanto è accaduto. Assurdo. Bellissimo. Sconvolgente. Devastante.
Nessun pensiero di pentimento, di vergogna, di tradimento.
Solo un vuoto leggero nella mente, pregna, però, ancora di quelle sensazioni.
Cerco solo un po’ di razionalità, per affrontare la realtà, che mi aspetta.
“Allora, Martina! Andiamo o no? Sono le cinque e mezza passate!”.
Le cinque e mezza? Come è possibile? Sono stata via solo per l’ora di pausa!
“Che…che succede?” domando svanita.
“Come che succede? Sei andata in bagno più di un quarto d’ora fa!”.
“In bagno? Non sono stata in bagno”.
“Ah, no? E dove? Dai sbrigati, che è tardi”.
Rimango in piedi a fissare la mia scrivania. Gesù, sono così confusa!
L’occhio cade sul calendario a strappo con i giorni scritti in rosso. Venerdì 1 aprile 2005.
Uno sguardo al terminale. Nessuna e-mail strana.
Valentina mi ha fatto balzare dal torpore.
“E dove saresti stata, scusa?” mi chiede.
Glielo devo dire.
“Su, all’ultimo piano… in archivio”.
“Martina! Ma che ti sei fumata? Quale ultimo piano? Quale archivio? Questo è l’ultimo piano e l’archivio l’hanno trasferito più di tre anni fa alla sede distaccata, ricordi? Ma ti senti bene?”.
Non rispondo.
Sono confusa.
Cerco di capire, di trovare dei segnali, degli indizi.
Il suo profumo, un suo capello, un suo foglietto lasciato scivolare nella mia tasca con il suo numero di telefono, un cenno dal mio corpo che avevo appena finito di fare l’amore.
Niente. Niente di tutto questo. Sono confusa.
“Sì. Mi devo essere appisolata in bagno”.
Rantolo una scusa qualsiasi a Valentina, mentre cerco di tornare ad essere razionale e di dare una spiegazione a ciò che mi è accaduto. Tutto inventato. Sognato. Immaginato. Niente di reale. Le e-mail, il buio dell’archivio, l’ammiratore segreto.
Venerdì 1 aprile!
Il terrore di tutti è quello di subire un Pesce d’Aprile, oggi. E io me lo sono fatta da sola. E bello grosso, pure! Che stupida! Meglio così. Niente tradimento, niente rimorsi, niente vergogna. Sì. Decisamente meglio così. Forse. Scoppio a ridere mentre Valentina mi guarda stupita.
“Certo che sei proprio fuori di zucca, eh?”.
“Già… ma adesso andiamo a casa, che è venerdì!!!”.
Usciamo in fretta dall’ufficio verso il nostro agognato fine settimana!
 

Lunedì, 4 aprile 2005, ore 8,57.
Hai 1 nuovo messaggio!
“Ciao. Sei bellissima”.

 

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