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Diario n°:

219

ELENA
Nia Shore

ELENA

Io e Giovanni avevamo litigato.
Ed ero furiosa, la rabbia mi rendeva paonazza.
Non riuscii a mangiare nulla; continuavo a pensare alle parole che gli avevo lasciato nella posta elettronica.
Parole dure, di donna ferita.
L'unica magra consolazione era l'effetto che speravo gli sortissero; volevo che stesse male, che provasse quello che avevo provato io, che si sentisse offeso, umiliato.
Così ci ero andata pesante. Gli avevo scritto cose che in fondo non pensavo veramente, mi ero lasciata prendere dalla rabbia, che mi aveva confuso le idee.
Rigiravo il cucchiaio nella minestra che si freddò mentre quei pensieri scaldavano il mio animo già ferito.
Mio marito continuava a guardarmi; sotto gli occhiali spessi i suoi occhi erano indagatori, mi scrutavano; forse si chiedeva perché ero più taciturna del solito e come mai non avessi appetito.
Eppure, non mi domandò niente. Continuò a mangiare, come se nulla fosse e, prima di versarsi del vino nel bicchiere di terracotta, pigiò un tasto sul telecomando e si dimenticò completamente di me dedicandosi allo zapping, il suo passatempo preferito.

Qualche giorno prima gli avevo promesso che saremmo andati a fare spese insieme quel pomeriggio, ma non ne avevo più voglia. Nonostante non fosse lui la causa del mio malumore, avrei voluto inventare una scusa, per correre dalla mia amica Chiara e raccontarle quello che era successo fra me e Giovanni.
Di lei mi fidavo, mi avrebbe dato buoni consigli.
Ma non ne fui capace.
Lavai i piatti in silenzio, mentre Mario guardava la televisione e io mi sentivo soffocare.
Ritirai il bucato, feci una doccia veloce e mi infilai in camera da letto.
Sperai che Mario venisse a prendermi fra le braccia, a fare l'amore con me, per ritrovare il calore di un tempo.
Mi sentivo sola, disperata; tutto franava sotto i miei piedi.
Per mio marito ero diventata invisibile, mi trattava come fossi un complemento d'arredo, una sua proprietà.
Ero semplicemente parte della sua vita, una consuetudine; madre dei suoi figli e governante della sua casa.


Avevo le mie amiche, e Chiara, che era per me come una sorella.
E poi c'era lui, Giovanni.
Conosciuto in chat, poco più di un anno prima.
Fra di noi era stata dapprima amicizia disinteressata; poi, piano piano, eravamo diventati più intimi.
Ci eravamo scambiati tutto: pensieri, confidenze ed anche tanti baci infuocati quando, dopo qualche mese, finalmente eravamo riusciti a incontrarci.
Aveva preso un aereo ed era venuto a trovarmi.
Avevamo passato il pomeriggio in albergo, a fare l'amore.
Avevo detto a mio marito che andavo ad aiutare Chiara con le pulizie di primavera, e lei era stata mia complice.
Ci eravamo rivisti a distanza di mesi, altre due volte, ed era stato bellissimo. L'ultima volta era rimasto per tutto il fine settimana. Mio marito aveva accompagnato l'anziana madre in una clinica ai confini con la svizzera per un delicato intervento chirurgico, e noi due avevamo vissuto quelle ore come rapiti in uno spazio atemporale.
Quella era stata l'ultima volta che avevo fatto l'amore.

Io e Mario non avevamo rapporti da anni ormai, e Giovanni era stato la prima e l'unica trasgressione che mi fossi mai concessa.
Ero stanca.
Stanca di dormire al fianco di un uomo che mi dava la buonanotte con un bacio sulla fronte e poi si girava dall'altra parte lasciandomi sola con le mie angosce.
Stanca di chiudermi in bagno tutte le volte che sentivo la necessità di un orgasmo per toccarmi freneticamente e godere per provare un piacere illusorio che liberava un bisogno fisico insieme a una voglia irrefrenabile di piangere.
Ero stanca della mia vita, di lui, di me, e del mio essere così miserabilmente patetica.

Mi osservai allo specchio.
Nonostante avessi passato da qualche mese i fatidici quarant'anni, ero ancora una bella donna.
Lunghi capelli neri, curve morbide, gambe affusolate, un seno prorompente e labbra carnose.
Indossai un completino nero e calze a rete autoreggenti.
L'ultima volta che mi ero vestita così era stata per Giovanni.
Per lui avevo scelto biancheria grigio perla, con inserti in pizzo nero. Ma l'avevo tenuta su giusto il tempo di arrivare nella stanza d'albergo, dove, in men che non si dica, mi ero ritrovata nuda sul letto avvinghiata a lui.
Scacciai quei pensieri che mi facevano sentire in colpa e mi riportavano nello stato di rabbia in cui mi aveva fatto piombare Giovanni con le sue accuse infondate.
Spensi la luce, accesi l'abat jour e mi sedetti sul letto.
Lasciai la porta aperta.
Quando eravamo più giovani, quello era il nostro segnale di "via libera".
Nei momenti in cui avevamo voglia di coccole eravamo soliti lasciare la porta della nostra camera aperta e la luce della lampada accesa.
Erano altri tempi... in cui avevamo una vita sessuale piena ed appagante; prima che lo scorrere inesorabile del tempo ci dividesse, sorprendendoci come estranei a condividere gli stessi spazi.
Ci legavano le esperienze passate, quello che avevamo costruito insieme e i nostri figli, due maschi, che dopo la laurea erano rimasti a lavorare fuori.

Cominciavo a sentire freddo.
Feci rumore aprendo un cassetto del comodino e richiudendolo forte. Sperai di attirare la sua attenzione.
Mario, seduto sul divano, se solo avesse voltato lo sguardo a destra avrebbe potuto vedere, in fondo al corridoio, la luce soffusa della lampada provenire dalla camera aperta.
Ma nulla.
Attesi qualche altro istante, poi lo chiamai.
«Mario?»
Non rispose.
«Mario? Potresti venire un momento?»
«Cara… si sta facendo tardi. Faresti meglio a sbrigarti. Conto di stare al centro commerciale per le ore sedici. Non vorrei ritrovarmi nella ressa.»
«Ho un problema con la lampo.»
Non terminai la frase che mi ero già pentita.
Cosa stavo facendo?
E speravo di riaccendere cosa?
Un fuoco spento sotto il ghiaccio dei suoi occhi?
Ma era già troppo tardi.
Mario era sull'uscio della porta, dove rimase per degli istanti che mi parvero interminabili.
Poi si tolse gli occhiali, li posò sul comò affianco alla lampada accesa e si sedette al mio fianco.
Mi prese le mani e le tenne nelle sue, con lo sguardo basso.
Attesi tacendo che parlasse, temendo il silenzio più di qualsiasi altra parola.
I secondi scorrevano lentamente, ne sentii l'eco martellante nella testa.
Non riuscii ad attendere. Ruppi il silenzio, con un bacio.
Il suo sapore familiare si mescolò al mio, ma fu l'unica cosa che riconobbi dell'antica passione che ci aveva uniti.
Non provai niente. Solo un senso di vuoto.
Tuttavia non mi fermai.
Gli salii sopra, a gambe aperte.
Continuai a baciarlo.
Mi posò timidamente le mani sul sedere.
La sua bocca era incerta, riservata.
Non riconoscevo in quell'uomo l'amante di un tempo: passionale, audace, divertente.
Era freddo, distaccato, assente.
Ero disperata.
Sentivo che in quel momento mi giocavo tutto e che se non avessimo fatto l'amore, per me… per noi, non ci sarebbe stato più futuro.
Diventai più audace, come forse non lo ero mai stata; speravo di riuscire così a suscitare in lui una reazione... qualcosa.
Gli tolsi la cravatta, e la camicia.
Gli slacciai i pantaloni e tirai fuori il pene.
Lo presi in bocca.
Cominciai a succhiare dolcemente, mentre con le mani gli accarezzavo il petto e i testicoli.
Ma lui non reagiva.
Cambiai il ritmo, aiutandomi con la lingua e con la mano che facevo salire e scendere sul suo membro.
Lui continuava ad accarezzarmi dolcemente la testa, con gli occhi chiusi.
Ma nulla.
Mi alzai in piedi, di fronte a lui, che aprì gli occhi e mi guardò con occhi lucidi. Nel suo sguardo sconforto, disperazione, vergogna.
Feci finta di niente.
Gli chiesi di toccarsi per me, mentre io toglievo gli indumenti, ad uno ad uno.
Lui obbedì. Prese nella mano il suo pene e cominciò a masturbarsi.
Tolsi prima il reggiseno, poi le mutandine, e restai così, come sapevo che piaceva a lui: in autoreggenti.
Improvvisai una danza facendo oscillare fianchi e ventre, mentre mi accarezzavo il corpo sensualmente; prima i seni, poi i morbidi fianchi e infine fra le cosce, dove con le dita mi procurai un piacere che mi fece gemere.
Mario smise di toccarsi. Mi afferrò per il braccio, sedette sul letto e mi disse:
«Scusami Rosa. Non ce la faccio. Perdonami, non è colpa tua. Tu sei bellissima ma non ci riesco…»
Le parole gli morirono in gola. Mi attirò a sé cingendomi le braccia attorno ai fianchi e scoppiò in lacrime soffocando i singhiozzi sul mio ventre.
Rimasi immobile.
Nella mia testa un turbinio di pensieri.
Forse avrei dovuto consolarlo, fare delle domande, dire qualcosa.
Ma non riuscivo a pensare ad altro se non alla sua bocca così vicina alle mie grandi labbra e al mio bisogno spasmodico di godere.
Gli presi la testa fra le mani e la spinsi dolcemente fra le mie cosce, offrendogli le mie intimità già scosse da quel desiderio irrazionale.
Cominciai a strofinarmi sulla sua faccia, sperando che Mario capisse di che cosa avevo bisogno in quel momento.
Dopo, ci sarebbe stato tutto il tempo per parlare, chiarire, domandare.
Ma lui non capì. Si ritrasse scostandosi.
In quel momento avrei voluto tirargli addosso l'abat jour, gli occhiali, le mie scarpe; sputargli contro la mia rabbia, le mie angosce, la mia solitudine.
Tuttavia restai immobile.
«Hai un altra?» gli chiesi.
«No. Nessuna donna. Perdonami ti prego. Non so spiegarti.»
«Andiamo. Si sta facendo tardi» dissi mentre raccoglievo noncurante la biancheria che avevo lasciato cadere sul pavimento.
Tirai fuori dal mio armadio un pantalone e un maglioncino e corsi in bagno per rivestirmi.
Facemmo la spesa al centro commerciale; poi al bar prendemmo un cioccolato caldo che sorseggiammo in silenzio, evitando di guardarci negli occhi.
Non tornammo sull'argomento; sentivo che lui non voleva affrontare il discorso ed io non ero nello stato d'animo giusto.

L'indomani mattina mi chiamò Chiara.
Il suono del telefono mi fece balzare fuori dal letto. Erano quasi le dieci di mattina.
«Dormigliona? Sei ancora a letto?»
«Mmmm... sì, dormivo. Non so cosa sia successo, non ho sentito nemmeno Mario uscire questa mattina.»
«È l'età mia cara... è l'età!»
«Ma quale età! Sei solo due anni più piccola, non pavoneggiarti!»
«Ah ah ah. Dai Rosa, muoviti. Preparati alla svelta così vieni con me all'aeroporto.»
«All'aeroporto? E cosa ci vai a fare all'aeroporto?»
«Ma come? Non ricordi? Oggi arriva Elena, mia cugina!»
«Si, scusami. L'avevo dimenticato!»
«Sì.. chissà dove hai la testa ultimamente. Hai mezz'ora di tempo. Passo a prenderti.»
«No Chiara, non posso venire. Ho da fare. Son già la dieci e qui è tutto in alto mare.»
«Sì, figuriamoci. Sei la solita. Prima il dovere e poi il piacere. Ma questa sera non puoi mancare. Usciamo con Elena, io e te. Andiamo a prendere un aperitivo in centro e poi a mangiare qualcosa al FLAMBE'. Non puoi dirmi di no, ci tengo a farti conoscere mia cugina.»
«Va bene. Dove ci vediamo?»
«Passiamo a prenderti noi, usciamo a piedi. Alle otto siamo sotto casa tua.»
«A stasera.»
«Mettiti carina. Dopo cena si va a bere qualcosa.»
Avevo chiuso la comunicazione sorridendo. Chiara riusciva sempre a mettermi di buon umore.

Mario arrivò puntuale come sempre, per l'ora di pranzo.
Mentre mangiavamo l'unico suono che rompeva quel silenzio assordante era quello delle nostre bocche che masticavano i crostini che avevo disposto a raggiera nella zuppiera,a guarnire il passato di verdura.
Mentre sorseggiavamo il caffè gli anticipai il programma per la serata.
«Nessun problema, vai pure. Io rimarrò a casa a guardare la partita. Che ora pensi di fare?»
«Non faremo molto tardi, non preoccuparti. Si va a prendere un aperitivo, poi a mangiare e bere qualcosa.»
«Tranquilla. Mi fa piacere che tu ti prenda un po' di tempo tutto per te.»

A un quarto alle otto Chiara ed Elena erano di sotto che mi aspettavano.
Avevo indossato una gonna a tubino nera ed una camicetta bianca; mi infilai il cappotto di cachemere e scesi di corsa le scale.
«Caspita che schianto! Faremo conquiste questa sera. Tre gnocche alla riscossa!» proferì divertita Chiara, abituata a vedermi in Jeans e scarpe comode.
«Mi hai detto di mettermi in tiro, e io l'ho fatto!» le risposi contenta che apprezzasse.
«Ti presento Elena!»
«Ciao Elena, finalmente ti conosco. Chiara mi ha parlato tanto di te.»
«Sì, Rosa, lo so. E ha parlato tanto di te a me che mi sembra di conoscerti già da un bel po'. Sei molto più bella dal vivo che in fotografia.»
Ci stringemmo la mano sorridendoci.
Elena era splendida.
Una donna dai tratti somatici spigolosi, con un grande fascino; forse non il tipo di donna comunemente definita bellissima ma femminile, carismatica.
Entrammo subito in empatia, ma credo che con lei fosse davvero difficile non esserlo.
Prendemmo uno spritz con campari in un bar del centro, a due passi da casa mia e chiacchierammo allegramente del più e del meno.
Elena si tratteneva in zona per il fine settimana e Chiara era al settimo cielo.
Era elettrica; parlava in continuazione e non riusciva a star ferma un momento.
Aveva una gonnellina scozzese e un maglioncino rosso che faceva pendant con le sue guance paffute; nella foga del suo gran chiacchierare aveva dimenticato di togliere via il basco che a stento comprimeva la moltitudine di ricci castani.
La osservavo divertita. Non l'avevo mai vista così esagitata.
Nel locale c'era un bel po' di gente: una famiglia con bambini seduta al tavolo alla nostra destra, una comitiva di allegri ragazzi che aveva occupato gli sgabelli e consumava da bere sul piano snack a ridosso delle grandi vetrate affacciate sull'esterno, due coppie ai salottini e tre uomini in piedi al banco.
Notai come tutti loro fossero incuriositi da Elena.
Le donne la guardavano di sottecchi e gli uomini con grande ammirazione.
Aveva un sorriso contagioso, un portamento fiero ed elegante, uno sguardo seducente e birichino.
Mi sorpresi a studiarla, come tutti gli altri.
Elena aveva catturato anche la mia attenzione.
Fisico asciutto, curvilineo. Aveva calze con la riga nera e un abito nero di tessuto stretch a collo alto, lungo fin sotto al ginocchio.
La fasciava come fosse una seconda pelle.
Capelli biondi, corti, riccioluti; taglio sbarazzino, faccia pulita e labbra rosse, come le unghie e le scarpe col tacco a spillo.
Ascoltava sorridendo i discorsi concitati di sua cugina e sorseggiava lentamente il cocktail reggendo il bicchiere nella mano destra, che faceva oscillare per giocare con i cubetti di ghiaccio che galleggiavano fra le cannucce colorate.
Interruppe il monologo di Chiara poggiandomi delicatamente la mano sinistra sul ginocchio.
«Mia cugina mi ha detto che fai degli ottimi manicaretti. Mi ha parlato di un risotto con zucchine e gamberetti come fosse un opera d'arte.»
Quel tocco mi fece sussultare.
Mi guardava, aspettando che dicessi qualcosa.
Ma feci fatica a rimettere in ordine i pensieri.
Le sue parole erano state solo un confuso brusio per le mie orecchie; la mia attenzione era ferma alla sua mano, alla sua bocca e all'improvviso rossore che sentivo bruciare sulle mie gote.
Capì il mio imbarazzo ma non spostò la mano.
«Il risotto con i gamberetti è in pole position, seguito, se non ricordo male, dalla focaccia con le olive e dal cheesecake alla nutella.»
Con un po' di fatica afferrai il suo discorso.
Cercai di ricompormi per evitare che il mio tono di voce tradisse il turbamento che provavo.
Lanciai uno sguardo a Chiara, sperando che intervenisse dicendo qualcosa; ma frugava nella borsa cercando il cellulare che squillava.
«Sì, cucinare è una delle mie passioni» proferìi tutto d'un fiato.
«Una delle tue passioni? E quali sono le altre?» mi chiese.
Stranamente, non riuscìi a trovare nulla di interessante da dire.
«Cose banali. Come la musica, o i libri» le risposi intontita dall'aperitivo alcolico, dalla sua mano sul mio ginocchio e dal profumo che arrivava da lei attraverso la sua bocca rossa.
«Banali? La musica e i libri sono strumenti necessari alla nostra anima. Attraverso di loro possiamo viaggiare nello spazio e nel tempo restando seduti sul divano di casa! Anche io adoro la musica e i libri!»
Mentre parlava continuavo a chiedermi cosa mi stesse succedendo e perché all'improvviso avevo bisogno di piacerle.
Non avevo mai avuto pregiudizi o preconcetti, né mi ero mai sentita attratta da una donna.
Ma con Elena era tutto diverso.
La sua carica erotica, quel modo di parlare, di camminare, di guardare...
Sesso. Questo esprimeva. E lo trasudava da tutti i pori.
Stavo per risponderle. Avrei voluto dirle che trovavo la sua affermazione bellissima e che amavo la musica e i libri per lo stesso motivo, ma Chiara ci interruppe.
«Ragazze era il mio amico del FLAMBE'. Dice che se ci muoviamo può tenerci libero un tavolo nella saletta vicino al piano bar. Che ne dite se ci avviamo?»
Raggiungemmo il ristorante a piedi, che era poco distante dal bar dove avevamo preso l'aperitivo.

Venti minuti più tardi ordinavamo arrosto misto, insalata e dell'ottimo vino rosso.
La musica di sottofondo era rilassante e la conversazione continuò piacevolmente fra ricordi d'infanzia e aneddoti divertenti, finché Chiara non mi chiese:
«Come vanno le cose con Mario? E Giovanni? Lo hai più sentito?»
In quel momento avrei voluto infilarle un fegatino in bocca perché si strozzasse. La guardai furiosa.
«Rilassati! Elena è una di noi.»
Il fatto è che me ne sarei fregata di essere smascherata... io e le mie debolezze; non mi avrebbe importato il giudizio di un altra donna, i suoi pensieri, le sue accuse, se questa non fosse stata Elena.
D'un tratto ebbi il terrore di apparire patetica ai suoi occhi.
Io, la mia vita grigia al fianco di un uomo che non mi toccava da anni; un amichetto conosciuto in chat con il quale avevo avuto tre incontri clandestini nel giro di un anno e che erano stati l'unico momento di sesso fuori dalle consuete e tristi masturbazioni con le quali mi consolavo in solitudine, chiusa a chiave in bagno anche quando ero da sola in casa.
Probabilmente Elena si accorse del mio improvviso cambiamento d'umore.
Si avvicinò con la seggiola e questa volta mi prese la mano.
Quel tocco mi rassicurò.
Le sue dita accarezzavano dolcemente le mie mentre provai l'istinto quasi irrefrenabile di abbracciarla, di sentire il calore del suo corpo, di farmi scaldare da lei.
«Chiara mi ha raccontato qualcosa. Rosa, io non ti giudicherei mai. Anche io ho i miei scheletri nell'armadio, come tutti!»
Sentìi che era sincera.
Complice quell'intuizione, il bisogno di parlare e qualche bicchiere di troppo, mi lasciai andare.
«Ieri ho provato a sedurre mio marito, ma lui non è riuscito ad avere l'erezione. Mi sono sentita stupida, umiliata. Mi sono vergognata tantissimo. Avevo indossato lingerie sexy e autoreggenti… credo di non piacergli più. Fra di noi è tutto finito. Siamo come fratelli, come due amici che non hanno niente da dirsi. Con Giovanni ci ho litigato. Mi ha fatto pressioni perché vuole incontrarmi e mi ha accusato di essere immatura e vigliacca. Io gli ho scritto un messaggio pieno di cattiverie, nel quale gli dico che non lo voglio più vedere né sentire. Ma non è così, io ho bisogno di lui…»
Un pianto improvviso ruppe le mie parole.
Chiara cercò di consolarmi ed Elena tirò fuori un fazzoletto di cotone dalla sua borsetta, col quale mi asciugò le lacrime.
Mi alzai scusandomi e raggiunsi la toilette per cercare di ricompormi.

Cinque minuti più tardi Elena mi raggiunse.
«Tutto bene?» mi chiese mentre mi sistemavo il trucco.
«Sì, va meglio grazie» le risposi.
Lei si avvicinò, mi tolse il contenitore della cipria dalle mani dicendo:
«Dai a me. Faccio io.»
Non obiettai. Mi diede la cipria sul viso picchiettando delicatamente, mentre con la punta delle dita guidava dolcemente il mio mento, facendomi spostare il capo.
«Chiara è andata via di corsa. Mi ha chiesto di scusarsi con te. Ti chiamerà domani mattina, appena avrà tempo. In ospedale c'è un emergenza. Hanno bisogno di lei.»
Quella notizia non mi dispiacque. Ero contenta di restare da sola con lei, di non doverla dividere con nessuno.
Finì con la cipria, mi ordinò di chiudere gli occhi e mi soffiò sul volto per togliere la polvere in eccesso.
Frugò nel mio porta trucchi da borsetta per cercare il rossetto.
Mi chiedevo se anche lei si sentisse attratta da me e sperai che quelle attenzioni particolari che mi rivolgeva, quel suo modo di fare intimo e affettuoso non fossero segno di un carattere espansivo, ma espressione evidente di un omosessualità latente.
Chiara, parlandomi di lei, mi aveva più volte detto che Elena fosse una mangia uomini; una donna avvezza ai piaceri della carne che viveva la propria sessualità senza tabù. Era stata sposata, in passato, e aveva figli.
Ma le domandai niente, non volevo che qualche mia curiosità inappropriata smorzasse la magia di quel momento.
Mi chiese di schiudere le labbra.
Sperai che mi baciasse.
Mi passò il rossetto avvicinando la sua bocca alla mia, tanto vicino che potevo respirare il suo respiro.
I nostri corpi incollati, le sue gambe affusolate fra le mie che tenevo aperte per farle spazio, i suoi seni sui miei, piccoli e sodi.
Mi ero accorta che non portava il reggiseno al bar, quando aveva tolto il cappotto e il cambio repentino di temperatura aveva fatto inturgidire i suoi capezzoli.
Provai l'istinto di toccarla, ma rimasi immobile, respirandola.
Ero inebriata dalla carica erotica di quella donna e dalle sensazioni che mi dava.
Non mi chiesi se fosse solo voglia di sesso, se in quel momento avrei reagito in quel modo nei confronti di chiunque mi avesse mostrato un certo tipo di interesse; in cuor mio avevo deciso che sarei andata fino in fondo, di qualsiasi cosa si trattasse.
Mi passava il rossetto sulle labbra e con la lingua emulava quel movimento sulla sua.
Era molto eccitante.
Forse avevo ragione.
Non mi sbagliavo, le piacevo.
D'un tratto entrarono due donne, precedute dal loro chiacchiericcio che proveniva dal piccolo disimpegno antistante.
Elena non sembrò imbarazzata. Richiuse il rossetto e lo ripose in borsa.
Si sistemò i capelli, mi guardò sorridendo, mi prese per mano e mi tirò fuori dal bagno dicendo:
«Paghiamo il conto e andiamo via. Il caffè lo prenderemo a casa.»

Raggiungemmo a piedi l'appartamento di Chiara.
Respirai a pieni polmoni quell'aria fresca, e il venticello che soffiava sollevando le foglie cadute dagli alberi che adornavano il viale che percorrevamo, mi fece sentire libera.
Nel piccolo appartamento c'era una temperatura tropicale.
Chiara era freddolosissima e amava tenere al massimo la stufa a pellet anche quando non era in casa.
Le piaceva rientrare e trovare "casuccia calda", come era solita dire.
Tutto il contrario di mio marito che preferiva indossare un maglioncino in più pur di risparmiare sulla bolletta del gas, e poi sperperava i soldi per le battute di caccia a cui partecipava o durante le partite a carte con i suoi amici.
Una scelta di vita, la sua, che ero costretta a subire, come tutte le altre.
Ci togliemmo i cappotti, lasciandoli sulla poltroncina nel piccolo ingresso.
Elena cominciò a spogliarsi; dapprima le scarpe, poi sfilò il vestito, che lasciò cadere sul pavimento mentre si dirigeva in camera da letto.
Restai a guardarla.
Era come me l'ero immaginata.
Sinuosa e conturbante. Fisico atletico, ventre piatto, sedere sodo e seni ben fatti, che non tradivano né i suoi trentanove anni appena compiuti, né le gravidanze avute.
Si voltò; era in piedi, davanti a me, in perizoma e autoreggenti.
«Faccio in un attimo. Metto qualcosa di comodo e preparo un caffè. Fai come se fossi a casa tua, conosci questo posto meglio di me» mi disse mentre si toglieva gli orecchini di oro bianco.
In effetti a casa di Chiara mi sentivo come a casa mia.
Misi un po' di musica. Scelsi un cd che raccoglieva i successi di David Bowie e poi mi spostai in cucina per mettere su il caffè.
Elena tornò scalza, avvolta in una maglia di cotone che le lasciava una spalla scoperta scivolando morbida sul corpo fino a metà cosce.
«Bella musica, adoro Bowie, specialmente quello degli albori. A dire il vero sono una nostalgica, mi piace la musica anni ottanta. Torna di là, ci penso io al caffè.»
Le risposi che mi faceva piacere e che ero abituata a occuparmi io di certe cose.
«Lasciati coccolare per una volta» mi disse mentre mi accompagnava in salotto e mi faceva sedere togliendomi le scarpe.
Si inginocchiò sul grande tappeto nero ai piedi del divano e mi tolse gli stivali.
Cominciò a massaggiarmi i piedi e la sensazione di benessere che provai mi fece chiudere gli occhi.
Mi rilassai, poggiai la testa sul morbido schienale e mi concentrai sul tocco delle sue dita sotto la pianta dei miei piedi e sul timbro caldo della sua voce.
«Ogni tanto è bello prendersi qualcosa dalla vita; non c'è sempre un prezzo da pagare.»
La sua voce era morbida come le sue mani.
«Io ho imparato a prendere» continuò.
«In passato anche io ho sofferto. Mi sono sposata che ero ancora troppo immatura per capire cosa volessi davvero dalla vita, legandomi all'uomo sbagliato. Gli sono stata accanto per anni, reprimendo tutto ciò per cui adesso darei la vita. Fino a che non ho avuto il coraggio di ribellarmi. L'ho lasciato. Dopo di lui, solo i miei figli, e qualche avventura senza conto. Non rinnego nulla. Ho conosciuto uomini e donne che mi hanno lasciato tanto, anche se qualche volta è durata solo il tempo di una notte. Oggi sono una donna libera. Non cerco l'amore eterno, credo che non esista. Vivo ogni giorno come se fosse quello decisivo, come se ogni istante fosse l'ultimo concessomi per amare. E va bene così.»
L'ascoltavo rapita. Le sue mani salirono sulle caviglie, poi sui polpacci; si insinuarono sotto la gonna per tirar giù i collant. Sollevai il bacino, per aiutarla.
Aprìi gli occhi. Era in piedi, resa ancora più bella dalla luce soffusa della lampada sul mobiletto dello stereo. La musica che si diffondeva per la stanza sembrava uscire da lei. I suoi movimenti erano una danza.
Mi bendò, con i collant. La lasciai fare.
Quelle calze strette attorno agli occhi mi privarono della meravigliosa vista di lei, ma al contempo mi fecero sentire più sicura, disinibita.
Allargai le cosce, per offrirmi.
Sentii il suo respiro caldo scorrere sul mio collo; le sue mani che slacciavano i bottoni della camicetta.
Avrei voluto pregarla di toccarmi, di baciarmi; la desideravo follemente. Ma lei non aveva fretta.
Dopo la camicetta, finita per terra dietro al divano, fu la volta della gonna, che fece scivolare dolcemente lungo le mie gambe tremanti.
Mi tolse il reggiseno.
Sentivo i miei capezzoli appuntiti tendere verso di lei come se volessero chiamarla, quasi ad implorare la sua lingua, la sua splendida bocca.
Quando finalmente prese in bocca un mio seno non riuscii a trattenere un gemito. La sua lingua calda dardeggiava i capezzoli provocandomi in piacere che era fuoco in mezzo alle gambe. La bocca succhiò come fosse quella di un bimbo profumato che beve la vita dalla sua stessa carne.
Mi baciò le labbra.
Accolsi quella lingua dolce come miele nella mia bocca; i suoi baci erano profondi, voluttuosi, pieni.
Le presi la testa fra le mani, affondando le mie dita nei suoi riccioli biondi. Guidai il suo viso sul mio ventre, dove tracciò vortici con la bocca languida.
La sentii tirar giù le mie mutande, e lo fece con la bocca, stringendo fra i denti l'elastico, perché in quell'istante le sue mani furono nelle mie, che stringeva forte; e ci rimasero per tutto il tempo in cui la sua lingua leccò, succhiò e assaggiò il mio piacere, fra le mie cosce aperte.
Un indescrivibile godere mi scuoteva tutta; sensazioni che non avevo mai provato prima di quel momento.
Mi lasciò le mani.
Sentìi che si faceva largo dentro di me, dolcemente, con un dito che spinse fino in fondo, sollecitando un punto preciso della mia vagina che mi fece provare un piacere indicibile.
Mentre faceva entrare ed uscire il suo dito dalla mia carne tesa e bagnata, mi poggiò l'altra mano sul basso ventre, dove pigiò leggermente, effettuando una pressione che favorì le contrazioni e la stimolazione del clitoride, che finì tutto nella sua bocca.
Mi baciò quel punto preciso come fosse un piccolo pene.
Sentivo la sua lingua e la sua bocca penetrarmi il ventre.
Tirai via le calze dagli occhi. Volevo vedere, volevo guardare quella donna che mi amava come nessun uomo aveva mai fatto prima.
Volevo che l'immagine di lei china su di me fosse come una fotografia che avrei custodito nel cuore come un preziosissimo ricordo.
I nostri occhi si incontrarono. Nel suo sguardo desiderio, passione. Aveva le guance rosse, e i capelli arruffati. Era meravigliosa.
Sentii salire l'orgasmo che esplose dentro di me quando Elena mi sussurrò con voce roca:
«Lasciati andare e godi, son qui pronta a bere tutta la tua voglia.»
Non mi lasciò, per tutto il tempo in cui quell'onda violenta mi scosse tutta liberando un piacere sconosciuto; fino a che, quando ero ancora scossa da spasmi involontari, non mi chiese di sedermi sulla sua faccia.
La accontentai. Avrei fatto qualsiasi cosa per lei in quel momento.
Aprii le gambe e le offrii il mio frutto come fosse un calice, da cui bevve succhiando lungamente.
Quando ebbe finito si asciugò la bocca con il dorso della mano, proprio come un bimbo che tira via gli avanzi di cibo dal viso.
«Sai di buono» mi disse.
Avrei voluto ringraziarla, dirle che ero stata bene, che non avevo mai provato niente di simile prima di allora, ma mi limitai a stendermi sul tappeto, affianco a lei, e ad abbracciarla forte.
Mi accarezzava la nuca e la schiena.
Ci baciammo ancora. Sentivo che lei era eccitata, che voleva godere, ma qualcosa paralizzava le mie mani.
La guardai, cercai i suoi occhi.
«Scusami» le dissi. «Mi piaci tanto ma dimmi tu cosa devo fare.»
Mi sorrise dolcemente e fra un bacio e l'altro mi disse:
«Stai tranquilla.»
«Rimani fra le mie braccia.»
«Stringimi.»
«E dammi la tua bocca.»
Così feci. Baciarla era emozionante. Bocca morbida e pelle liscia. Ero al settimo cielo quando la sentìi godere mentre si strofinava sulla mia gamba.
Godeva come una gatta, contorcendosi tutta.
In quel momento il suo era un fare animalesco che nonostante tutto non le toglieva la sensualità innata.
Erotica come poche.
Quella donna era nata per fare l'amore.
Restammo abbracciate fino ad addormentarci.

La mattina dopo mi svegliò di buon ora.
«Buongiorno tesoro, questo è il tuo caffè. Ci ho messo un po'… ma te l'avevo promesso. Sul tavolo di là ci sono latte e biscotti. Facciamo colazione e una doccia prima che Chiara rientri da lavoro.»
Erano anni che non mi risvegliavo con il sole dentro.
Mario mi aveva chiamato più volte.
Dopo la doccia gli feci una telefonata per rassicurarlo.
Gli dissi che avevo alzato un po' il gomito e che avevo deciso di passare la notte a casa di Chiara.
Quella notte… che mi cambiò la vita.
Avevo dimenticato di essere viva e mi ero riscoperta tale fra le braccia di un’altra donna.

Elena ripartì qualche giorno dopo.
Facemmo l'amore ancora una volta.
Quando ci salutammo la riconsegnai all'universo che me l'aveva donata per qualche ora perché capissi che potevo ancora essere felice.
Dopo di lei, provai ad avvicinarmi ad altre donne, ma con nessuna riuscìi ad andare oltre.
Penso che Elena fosse un camaleonte del sesso... un entità ibrida; capace di farmi dimenticare in quei momenti tutte le credenze su cui avevo fondato la mia sessualità.
Singolare e rara, Elena era l'unica donna con la quale sarei mai andata a letto.

Due mesi dopo lasciai Mario e mi trasferìi da Giovanni.
I miei figli non capirono. Mi abbandonarono, voltandomi le spalle.
Non risposero alle mie telefonate, ai miei continui messaggi.
Non mi aprirono quando bussai alla loro porta con un regalo per il giorno del loro compleanno.
Furono mesi duri, nei quali senza l'affetto del mio compagno e quello di Elena e Chiara con le quali mi sentivo spesso, non ce l'avrei mai fatta.
Fino al giorno in cui, finalmente, non me li ritrovai in casa, per la vigilia di Natale.
Insieme al mio compagno che apparecchiava la tavola per la cena c'erano i miei figli, Elena con i suoi, Chiara, il suo nuovo fidanzato e mio marito Mario.
Le mie amiche e il mio compagno erano riusciti a trovare il modo per riunire la mia famiglia e mi avevano reso la donna più felice del mondo.
Sono passati cinque anni da quel Natale.
Elena ha un fidanzato, con cui vive insieme ai suoi figli, un uomo davvero speciale.
Chiara si è sposata e ha avuto un bambino, un mocciosetto riccioluto che ha un diavolo per capello.
I miei figli si sono fidanzati, tutti e due; sembrano storie importanti e io sono fiera di loro.
Mario ha un'altra donna, più giovane di lui di qualche anno.
Se la passa bene. Finalmente è uscito dal torpore nel quale era caduto quando eravamo insieme. Viaggia, esce la sera e frequenta le balere. Insomma… rinato… anche lui.
Io e Giovanni aspettiamo una bimba.
Non abbiamo più vent'anni, per cui abbiamo appreso la notizia con enorme sorpresa.
Dopo i primi momenti di panico, ci siamo sentiti al settimo cielo.
Questa bimba è un dono.
È speranza, riscatto, vita nuova.
Passione che riscalda, entusiasmo che non muore, ma nasce.
La chiameremo ELENA.

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