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Diario n°:

43

VENIRE A LETTO CON TE MI FACEVI SCOPRIRE L'AMERICA
Eliselle

VENIRE A LETTO CON TE MI FACEVI SCOPRIRE L'AMERICA

“Ragazzi, io non so proprio che cosa fare.”
“Riguardo al rilancio?”
“Riguardo la Pina.”
I quattro amici alzarono la testa tutti insieme contemporaneamente e si guardarono negli occhi in silenzio, uno dopo l’altro. Nick, Andy, Iappoz e Clod. I quattro cazzoni. Nello sbigottimento generale che quella frase aveva provocato, Nick riabbassò lo sguardo sul tavolo e tre paia di occhi puntarono dritti e implacabili contro di lui. Servì qualche secondo per digerirla.
“Scusa, fammi capire...”
“Eh.”
“Stiamo giocando a poker e ti viene in mente la Pina?”
“Eh...”
“Proprio adesso ne devi parlare?”
“Questa è la notte sacra, lo sai!”
“Non si può parlare di donne durante la notte sacra.”
“Già, è la regola.”
“Lo so, le regole le conosco anch’io.”
“A me non sembra.”
“Già nemmeno a me.”
“È che c’è un problema.”
“Che tipo di problema?”
“Un problema... di sesso.”
Andy, Iappoz e Clod buttarono sul tavolo le carte tutti insieme contemporaneamente e guardarono Nick negli occhi, in silenzio. Rimasero in attesa qualche minuto. Si potevano quasi sentire i battiti dei loro cuori, fino a quando Nick non si decise a parlare.
“Non ci riusciamo.”
Andy, Iappoz e Clod, intuendo qualcosa di losco, strabuzzarono gli occhi. Nessuno di loro voleva iniziare per primo. Andy prese il coraggio a due mani e fece le domande che nessun uomo al posto suo avrebbe voluto fare.
“Non riuscite a fare ché?”
“Non riusciamo a fare sesso.”
“È una cosa continuativa?”
“Sì.”
“Da quanto tempo va avanti?”
“Da quando abbiamo deciso di farlo.”
“E cioè da quanto?”
“Da un paio di mesi.”
“E lo dici solo adesso?!”
“Pensavo che le cose si sarebbero messe a posto col tempo. In fondo è solo da quattro mesi che stiamo insieme.”
“E per due mesi non te l’ha sganciata?”
“No.”
“Come hai fatto a resistere?”
“Ho resistito.”
Andy prese un lungo sospiro. Poi parlò.
“Tutto chiaro, amico: è un classico trauma da non-scopata. Succede quando trovi quella che te la fa sudare. Prendi il Viagra la prima volta, giusto per abituarti di nuovo all’idea di scopare e col tempo non ci pensi più. Alla fine ti sembrerà solo un brutto sogno.”
Andy schioccò le dita con un’espressione da illuminato sul volto. In una frazione di secondo aveva già trovato diagnosi e soluzione per il suo amico. Si sentì fiero di se stesso. Pacche sulle spalle, brusio d’approvazione generale. Si poteva riprendere il gioco.
Nick scosse la testa.
“Che c’è adesso?”
“C’è che non è così semplice.”
“O merda, non ti farai venire le paranoie da donna, eh?!”
“Ma quali paranoie?!”
“Quelle da donna.”
“Ragazzi, guardate che là sotto funziona tutto perfettamente.”
“Come sarebbe? Allora non hai fatto cilecca?”
“No!! Ve l’avevo detto che non era una questione semplice!”
“E quindi, dove sta il problema?”
“Vorrei saperlo anch’io.”
“Hai un problema inesistente?”
“Vuoi dire che sta tutto nel tuo cervello?”
“Una roba alla Matrix...”
“L’avevo detto io che era una paranoia da donna.”
Nick lanciò le carte sul tavolo e si decise a parlare.
“Insomma basta! Per essere brevi. Io busso ma non riesco a entrare. Ci siamo capiti?”
Dopo qualche istante di mutismo generale, lo investì un urlo a tre voci.
“Una vergine!”
“Cazzo che culo! Te ne sei trovata una vergine!”
“Quanto ti invidio Nick... sei il numero uno.”
“Non è vergine.”
“Come non è vergine?”
“Perché cazzo devi ripetere a pappagallo le ultime parole che dico, eh?”
“Che sfiga. Tanta attesa per una frigida.”
“Non è nemmeno frigida.”
“Deve esserlo per forza se non riesci a entrare.”
“Prova con quelle stronzate che piacciono tanto alle ragazze.”
“Prova a pagartene una, fai prima.”
“Quali stronzate?”
“Che ne so, comprati una rivista femminile e leggiti i consigli delle sessuologhe, no?”
“Ma sì, quella roba sui preliminari...”
“Ah la storiaccia sui preliminari!”
“Vero. Anche a me è capitato, poi ho scoperto la dura legge del cunnilingus e ho capito che c’è un prezzo da pagare per farlo anche con donne per bene.”
“E se non fossero quelli?”
“Prova dell’altro.”
“Già. Tipo i fiori di Bach, quella roba lì.”
“I fiori di chi?!”
“Cosa cazzo sono?”
“Li usa anche la mia morosa...”
“Ecco, allora metti su una piantagione di fiori di Bach.”
“Cos’è, una nuova droga?”
“Ma no, è roba tipo esoterica.”
“Eh?! Ma figurati se posso fare una cosa del genere.”
“Cos’è, non ti piace fare il giardiniere?”
“Al massimo te li coltivo io, faccio un quadratino vicino alle mie piantine di maria...”
“Ma piantala!”
“Eccerto, come sennò?!”
Andy, Iappoz, Clod. E Nick. I quattro cazzoni.
“Lei che ti ha detto?”
“Magari si fa sfondare da un altro e non vuole che tu te ne accorga.”
“Me ne sarei accorto eccome!”
“Perché, tu gliela misuri?”
“Io controllo sempre prima, non si sa mai.”
“Io controllo anche il culo, check up generale, amico.”
Nick si mise le mani nei capelli e lasciò scivolare i gomiti sul tavolo. Aveva fatto un errore. Mai parlare di argomenti del genere con gli amici del poker. Non avrebbe mai più fatto lo stesso sbaglio due volte. Il suo era un problema serio.
“Sentite, non importa. Vedrò di parlarne con qualcun altro. Grazie lo stesso ragazzi.”
”Ma come sarebbe, ci siamo qui noi.”
“Siamo o non siamo tuoi amici?”
“Certo.”
“Perché, non ti fidi?”
“Mi fido, mi fido. Ma magari non è questo il momento. Dopotutto il regolamento parla chiaro. Non si parla di donne durante il poker. Continuiamo la partita, dai.”
“Ok.”
“Ma come sarebbe ok, io mi sto appassionando alla vicenda e tu dici ok?!”
“Se non ne vuole parlare è inutile. Andiamo avanti.”
“Ok.”
“Però non finisce qui. Ricordatelo.”
A Nick quest’ultimo avvertimento suonò come una minaccia.
Meglio pensare alla strategia delle carte.

La prima volta, nella stanza in penombra.
Il letto sfatto, un leggero profumo di vaniglia nell’aria.
La mansarda appollaiata sui tetti di Modena a stringerli in un abbraccio azzurro.
Lei, col suo alito di menta, quelle labbra morbide e rosse come petali.
Quando si era fatta scivolare l’abito dalle spalle e l’aveva lasciato cadere fino ai piedi, Nick aveva sentito il cuore esplodergli nel petto. Non si era tolta le scarpe, i tacchi le sfilavano le gambe e sembrava ancora più alta, mentre lo studiava dall’alto in basso con aria di sfida. Troneggiava su di lui nel suo completino nero, gli aveva sorriso, sorniona, si era insinuata con un ginocchio nello spazio tra le sue gambe, allargandogliele fino a sfiorare la patta dei pantaloni, e gli aveva preso le mani, portandosele al petto.
Seduto sul bordo del letto, lui osservava il movimento rapido delle sue ciglia.
Aveva ascoltato il suo respiro senza mai chiudere gli occhi. Senza mai abbassarli, fissi in quelli di lei che lo guardava, inchiodandolo al suo desiderio.
Il momento in cui si era abbassata a baciarlo, e aveva assaggiato la sua bocca con la lingua, aveva sentito qualcosa esplodergli nello stomaco. Era l’emozione, ingarbugliata alle parole, quelle che non riusciva a pronunciare e che lo lasciavano lì, zitto, mentre lei lo spingeva indietro e lo costringeva a sdraiarsi per montargli sopra, gli slacciava lenta la camicia e gli mordicchiava il collo e i capezzoli, gli sbottonava i jeans e prendeva il bordo dello slip tra i denti, scendendo con la testa per lasciarlo completamente nudo e liberare la sua voglia da ogni costrizione.
O forse non era l’emozione, ma la paura.
E quel pensiero, intrappolato nella gola, che non trovava strada.
L’aveva guardata di nuovo ed era stato strano. Come se lo facesse per la prima volta.
E si era sentito impacciato, imbranato come un ragazzino alle prime armi.
Aveva sentito un tonfo proprio sotto lo sterno e un fischio nelle orecchie, ed era scattato in avanti alzando il busto, lei era scivolata giù ed era rimasta lì tra le sue gambe, attonita e stupita, con gli occhi sgranati, a cercare di capire che cosa fosse successo.
Nick si era chiesto se quel rumore l’avesse sentito solo lui, e quando nel suo sguardo aveva trovato solo un punto interrogativo, si era convinto che sì, doveva essere stata la sua immaginazione. E quando lo aveva capito, l’atmosfera magica ormai era svanita, e non poteva più essere recuperata. Perché lei lo aveva guardato di sbieco, come se si fosse sentita rifiutata, e lui aveva dovuto rassicurarla che no, non doveva nemmeno pensarlo. Che la desiderava tantissimo e c’era stato un equivoco ma no, non dovevano lasciar perdere e sì, si poteva subito riprendere dal punto in cui erano rimasti in sospeso.
Ma lei aveva scosso la testa e aveva detto fa niente, e dopo avergli rinfilato gli slip, si era accucciata vicino a lui.
Era finita così.
Nel silenzio più nero, ad accarezzarsi le braccia a vicenda, facendo finta di nulla.
Nella penombra della stanza, respirando piano, ascoltando il tubare dei colombi sui tetti, a chiedersi cosa poteva essere accaduto.
A dirsi che forse non era quello il momento.
Che sì, forse era soltanto questione di un attimo sbagliato.
Che quello giusto, presto, sarebbe arrivato.

 
“Ragazze, io non so davvero che fare.”
“Riguardo a sabato?”
“Riguardo a Nick.”
Le quattro amiche alzarono la testa tutte insieme contemporaneamente e si guardarono negli occhi in silenzio, una dopo l’altra. Pina, Sara, Lilla e Mary. Le quattro grazie. A quella parola magica, Pina si ritrovò tre paia di occhi puntati addosso e si chiese se faceva bene a parlarne con loro prima che col suo ginecologo. Le servì qualche secondo per ritrovare il filo delle sue perplessità.
“Racconta.”
“Non so sa dove iniziare.”
“Come sarebbe?”
“Quello che ho detto...”
“Da qualche parte dovrai pure cominciare, no?”
“Dai avanti, che aspetti!”
“Non tralasciare nessun dettaglio.”
“Ragazze, lasciatela respirare un attimo.”
“In effetti è difficile da dire.”
“Avrà mica un’amante?!”
“Sarà mica gay?”
“No! È che c’è un problema.”
“Che tipo di problema?”
“Un problema... di sesso.”
Sara, Lilla e Mary lanciarono un gridolino eccitato tutte insieme appassionatamente e guardarono la Pina negli occhi, in silenzio. Rimasero in attesa qualche minuto. Una trentina di unghie picchiettavano nervosamente all’unisono sul tavolino del bar più figo di piazza Grande, proprio ai piedi della Ghirlandina, e si fermarono solo quando lei si decise a parlare.
“Non ci riusciamo.”
Sara, Lilla e Mary, immaginando la scena, si guardarono costernate. Si intuiva che ognuna di loro voleva iniziare per prima, ma ci pensò Sara a bruciare tutte le altre sul tempo e a fare alla Pina le prime domande a raffica. Dopotutto il gossip è tutta una questione di riflessi.
“Non riuscite a fare cosa?”
“Non riusciamo a fare sesso.”
“È una cosa continuativa?”
“Sì.”
“Da quanto tempo va avanti?”
“Da quando abbiamo deciso di farlo.”
“E cioè da quanto?”
“Un paio di mesi.”
“E ce lo dici solo adesso?!”
Il tono stridulo della voce di Sara infastidì la Pina che si lasciò scappare una smorfia.
“Pensavo che le cose si sarebbero messe a posto col tempo. In fondo è solo da quattro mesi che stiamo insieme.”
“E per due mesi hai dovuto subire una castità coatta?”
“Diciamo di sì.”
“Come hai fatto a resistere?”
“Che vuoi che sia...”
Sara prese un lungo sospiro. Poi ipotizzò.
“Ha forse avuto un trauma infantile? Avrà davvero un’amante? Una doppia vita? Si sentirà in colpa per questo? Forse ha tendenze omosessuali e te lo sta tenendo nascosto? Hai provato a chiedergli che rapporto ha con sua madre? E con suo padre? E con la sua ex? Magari è stata quella a inibirlo in qualche modo, ho letto che alcune donne sbeffeggiano gli amanti e i fidanzati e li fanno diventare psicologicamente impotenti. Avete provato ad andare dal sessuologo? E dall’andrologo? E dallo psicoterapeuta? Io vi consiglierei una terapia, fate degli esami, controllate se è tutto a posto, fate dei test psicologici, e vedrai che a tutto c’è rimedio.”
Sara sorrise e Lilla e Mary annuirono. Erano perfettamente d’accordo con lei. Con poche mirate domande era riuscita a trovare ogni possibile causa di quel disastro e aveva anche offerto alcune soluzioni in extremis. Sara si sentiva orgogliosa di se stessa. Ma la Pina scosse la testa.
“Che succede?”
“Succede che non è così semplice.”
“Vuoi dire che c’è dell’altro?!”
“Vuole cambiare sesso?!”
“No.”
“Hai scoperto che di notte va a trans?”
“Beh, quantomeno me ne sarei accorta.”
“Ha fatto cilecca?”
“Non proprio... ve l’avevo detto che non era una questione semplice!”
“Come sarebbe non proprio, dove sta il problema?”
“Vorrei saperlo anche io.”
“Invece di diventare sbarra rimane salsiccia?”
“Forse l’argano pompa ma non esce niente?”
“Che metafore orripilanti...”
“E come facciamo a capirci se tra noi non usiamo metafore comprensibili?”
La Pina alzò le braccia per far tacere le amiche e si decise a parlare.
“Insomma basta! Per essere brevi. Diciamo che io personalmente non gli avrei affidato il progetto del traforo del monte Bianco. Ci siamo capite?”
Dopo qualche istante di muto sbigottimento, la investì un urlo a tre voci.
“Non ha mai avuto una ragazza?!”
“Non l’ha mai fatto?!”
“Ma quanti anni ha?!”
“Aveva la ragazza, e l’ha già fatto prima.”
“E allora sarà inibito.”
“Cosa significa?”
“Che per lui sei troppo gnocca e non riesce a fartisi.”
“Ma smettila.”
“Deve essere per forza un nerd se non riesce a finalizzare.”
“Prova con quelle stronzate che piacciono tanto agli uomini.”
“Quali stronzate?”
“Che ne so, sesso orale, biancheria intima sexy, giochetti erotici.”
“Ma sì, c’è anche quella roba sui massaggi thai...”
“E dite che funziona?”
“Eccome. Anche a me è capitato, col mio ex, poi ho scoperto la dura legge della fellatio e ho capito che c’è un prezzo da pagare per farlo anche con uomini un po’ inibiti. Sai a parlare loro la fanno facile, ma quando si arriva ai fatti, sono dei pecoroni.”
“E se non fosse abbastanza?”
“Prova dell’altro.”
“Già. Tipo farlo in posti strani, ascensori, toilettes, quelli lì.”
“Se è inibito in camera da letto, come diamine fa a disinibirsi in pubblico?!”
“Guarda che per alcuni funziona.”
“Giusto! Allora sorprendilo.”
“Ma figuratevi se posso fare una cosa del genere.”
“Cos’è, non ti piace fare sesso in posti pericolosamente eccitanti?”
“Se vuoi ci provo io, faccio un rodaggio veloce e ti dico se funziona...”
“Ma piantala!”
“Dai scherzavo, mica te la prendi eh?!”
Sara, Lilla, Mary. E la Pina. Le quattro grazie.
“Lui che ti ha detto?”
“Niente. Non dice niente.”
“Uomini!”
“Già. Piuttosto che guardare in faccia al problema, nicchiano.”
“Fanno finta di niente.”
“Fingono che non sia successo, vanno avanti come se nulla fosse.”
La Pina si accarezzò le guance e chiuse gli occhi qualche secondo. Aveva fatto un errore. Mai parlare di argomenti del genere con le amiche dello shopping. Cerchi un appiglio, una soluzione e ti ritrovi ad ascoltare la solfa di quanto sono bastardi gli uomini. Il suo, invece, era un problema serio.
“Sentite, non importa. Vedrò di parlarne con uno specialista. Grazie dei consigli ragazze.”
“Ma come sarebbe, ci siamo qui noi.”
“Siamo o non siamo tue amiche?”
“Certo.”
“Perché, non ti fidi?”
“Mi fido, mi fido. Ma magari non è questo il momento. In fondo siamo qua per divertirci, per non pensare a niente. Divertiamoci, allora.”
“Ok.”
“Ma come sarebbe ok, sta in crisi, io vorrei aiutarla, noi tutte vorremmo aiutarla, e tu dici ok?”
“Se non ne vuole parlare è inutile. Quando si deciderà a farlo, noi ci saremo.”
“Ok.”
“Però non finisce qui. Ricordatelo.”
Alla Pina quest’ultimo avvertimento suonò come una minaccia.
L’unica certezza: doveva assolutamente trovare una soluzione.
Da sola.

Alla Pina non era mai capitata una cosa del genere, e per la verità nemmeno a Nick. Entrambi si trovavano spaesati di fronte a questa pessima novità del sesso impossibile. Non avevano mai avuto problemi di questo tipo, ed ecco che improvvisamente era arrivata la grana da risolvere. Certo, ognuno di loro la raccontava agli amici (o alle amiche) alla propria maniera, ma questo era quasi normale: dopotutto rimanevano pur sempre un uomo e una donna, e che cosa c’è di più lontano e opposto nell’universo di un uomo e una donna? Ovvio che questa sia una domanda retorica, non è necessario perdere tempo a rispondere.

La terza volta, nell’ascensore del palazzo.
Erano entrati di corsa, prima che si chiudessero le porte e il tempo perso ad aspettarlo di nuovo li facesse arrivare in ritardo al ristorante giapponese di via Emilia.
Avevano riso, accaldati, si erano guardati e un pensiero indecente gli era passato per la testa.
Nello stesso, medesimo istante.
In minigonna, le gambe nude, lei era troppo succosa e invitante per non fargli venire la voglia di toccarla. Nick aveva approfittato dello spazio stretto che li teneva vicini e con un dito le aveva accarezzato la coscia, risalendo piano verso l’orlo della gonna. Si era insinuato tra le sue gambe e lei lo aveva provocato strusciandosi contro di lui, come una gatta.
Trascinati da una forza sconosciuta, avevano sciolto ogni dubbio e ogni resistenza, e si erano lasciati prendere dall’eccitazione del momento con una foga inaspettata. Lo sguardo d’intesa aveva acceso la miccia, e non ci avevano pensato due volte: il ristorante li avrebbe aspettati invano, perché sarebbero tornati in appartamento e lo avrebbero fatto senza neanche togliersi i vestiti, direttamente all’entrata, in piedi, dietro la porta chiusa. Si volevano troppo.
I baci si erano fatti infuocati e le loro mani si infilavano dappertutto, uno o forse tutti e due avevano pigiato il tasto 4 senza attendere di arrivare a piano terra, per essere sicuri di rimbalzare subito e tornare alla base senza scocciatori tra le scatole, e fino al secondo piano tutto era andato alla perfezione. Il sapore delle loro bocche mescolato all’odore della loro pelle era un mix potente che dava alla testa e li teneva aggrappati l’uno al corpo dell’altro. I cuori appiccicati e le labbra sigillate, Nick e la Pina attendevano solo il loro momento, quello che desideravano così forte.
Poi, qualcosa nel meccanismo si era inceppato. Di nuovo.
Era come se un motore a mille giri pian piano, con costanza, perdesse potenza fino ad arrivare a zero. Fino a bloccarsi, e spegnersi definitivamente.
Al secondo piano, lei aveva percepito un cambiamento di volume nel rigonfiamento che le premeva sul ventre. Si era irrigidita appena ma aveva cercato di far finta di nulla, non si era fermata e aveva spostato la mano per accarezzarlo con decisione.
Al terzo piano, nonostante i suoi sforzi per rimanere calma, il volume si era dimezzato.
Al quarto era ormai un vago ricordo, e arrivati davanti alla porta dell’appartamento era sparito del tutto. Era accaduto come la volta precedente, nelle stesse modalità, solo che avevano concordato nel dare la colpa al troppo vino che avevano bevuto per sciogliersi un po’, darsi un po’ di coraggio, superare l’imbarazzo del loro fallimentare battesimo di fuoco. Non se l’erano detti esplicitamente, ma l’avevano fatto per quello, e poi avevano esagerato, rovinando tutto. Entrambi si erano ripromessi di bere meno alla prossima occasione, per non replicare il flop. Ma stavolta erano sobri. Non c’era ragione perché non potesse funzionare. Non c’era motivo plausibile che giustificasse lo svanire di quella magia.
Non poteva essere l’alcol la causa di quel nuovo insuccesso.
Forse, però, poteva essere la cura per dimenticarlo.

La Pina si era interrogata a lungo sulla questione e aveva ripassato mentalmente tutti i suoi ex alla ricerca di qualche situazione simile che la aiutasse a sbrogliare la matassa in cui si era impantanata, ma non aveva trovato nulla che facesse al caso suo.
Aveva passato la fase del feticista, che le prime volte l’aveva sconvolta trascorrendo metà dei preliminari con le narici attaccate ai suoi slip ad aspirare i suoi umori terreni. Aveva superato anche quella del masochista, che la implorava di cavalcarlo come un asino e di prenderlo a schiaffi sul sedere. Si era persino destreggiata in un menage a trois tra due bisessuali incalliti. Insomma, era abituata ad affrontare tutte le grandi prove della vita. Nick era il primo essere normale di sesso maschile che le era capitato dai tempi della scuola. Ne era passata di acqua sotto ai ponti, da allora. Non doveva essere così difficile con lui, in fondo. Invece, per assurdo, si era rivelata una vera tragedia.
C’era qualcosa che non tornava.
Nick, dal canto suo, si era posto mille dubbi e altrettanti problemi, quelli classici che vengono agli uomini sani della sua età quando si rendono conto di non riuscire in un momento topico e assolutamente fondamentale come quello dedicato al sesso. Si era chiesto come mai fosse incappato in questa débâcle. Lui era sempre stato uno stallone. Le donne che aveva avuto in passato non si erano mai lamentate di lui, almeno così credeva. Il suo problema, dopo la Pina, era diventato proprio questo: l’incertezza. Passava il tempo a chiedersi se qualcuna di loro avesse mai finto un orgasmo. Si era anche interrogato sulla possibilità di richiamarne qualcuna, e in amicizia chiederle se con lui era stata bene davvero, a letto, oppure se aveva solo recitato da Oscar. E le domande si moltiplicavano all’infinito, se ripensava al passato e lo confrontava col presente.
Era davvero un dio del sesso come credeva di essere? E perché proprio con la donna con cui aveva trovato più affinità che con qualsiasi altra andava ogni volta in crisi? L’amava troppo? Era forse il fatto che non gli permetteva di offrirle il cinema e la cena a provocare la paranoia? Era troppo bella e indipendente? Troppo forte? Troppo determinata? O forse era lui che si era bevuto il cervello e non riusciva a cavare un ragno dal buco quando arrivavano al dunque?
 Quando era solo e pensava a lei, al suo corpo, alle sue labbra, il suo amico scattava subito sull’attenti, mentre se lei gli stava davanti o, ancora meglio, appiccicata a lui, ecco che tutto finiva fuori controllo e si risolveva sempre in un nulla di fatto.
Non poteva essere vero.
No, c’era decisamente qualcosa che non tornava.

“Calo del desiderio.”
“Come prego?”
“Il vostro problema ha un nome: si chiama calo del desiderio. Ne ho viste parecchie, di coppie messe come voi.”
“Ma ehm... mi scusi dottore. Noi non l’abbiamo ancora fatto.”
“Già. Il problema sta qui. Noi ne sentiremmo anche il bisogno, il problema è che, insomma...”
“Arrivati al dunque, niente.”
“E non certo per colpa mia, sia chiaro.”
“Perché, vorresti dire che è colpa mia, con questa precisazione?”
“No, certo che no.”
“E allora?”
“Volevo solo dire che qua funziona tutto.”
“Funziona fino a un certo punto, siamo sinceri.”
“Be’, forse sei tu che sei super aggressiva, e lui lo percepisce...”
“Super aggressiva io? Ma da quando?”
“Capisci quel che intendo, forse dovresti solo rilassarti un pochino.”
“Io non mi devo rilassare. Sono già rilassata.”
“Ecco, allora magari dovresti superare trovare un bilanciamento, avere la spinta giusta...”
“Ah, non sapevo di essere sotto processo!”
“Non lo sei, infatti.”
“Ah no? Mi pareva. E comunque, se non sei capace di mantenere l’eccitazione il problema di chi è?”
“Come sarebbe?”
“Sì, a me pare che la fase uno sia buona, ma poi… puff!”
“Puff un cazzo, scusa eh? Così mi offendi! Magari è perché non sai come maneggiarlo e lui si smonta.”
“Scusami ma nessuno s’è mai lamentato, né dei miei maneggiamenti, né della mia lingua, io so bene come tenerlo bello allegro. E comunque nei preliminari io e te non siamo allo stesso livello.”
“Eh?! Che novità è questa, adesso?”
“Non è una novità. Io ci metto dedizione.”
“Anche io, se è per questo.”
“Ah sì?”
“Sì. Perché, non è vero, forse? I mugolii quando ti lecco, li fa quella del piano di sotto?”
“ORA BASTA.”
Alla voce tonante dello specialista, i due si zittirono di colpo.
“. Grazie. Cerchiamo di ritrovare il filo del discorso principale. Che era...”
“Il calo del desiderio.”
La Pina rispose imbronciata, già pronta per il funerale del suo orgasmo. Le seccava, tutto questo, e le seccava ancora di più essere la causa del proprio imbarazzo: era stata lei a insistere con Nick per andare dallo psicoterapeuta di coppia. Avrebbe potuto fare benissimo a meno del consiglio di Sara, e anche del numero di telefono che quell’idiota le aveva raccomandato di chiamare al più presto.
“Perché il dottor Tersilli è il migliore sulla piazza!”
Migliore di chi o in base a che cosa, doveva ancora capirlo. Aveva lo studio in via del Taglio, guarda caso la viuzza delle osterie e delle enoteche, e a ben guardare, aveva un naso rosso da ubriacone. Poteva pensare a ragione che si fosse bevuto anche il cervello. Se la menava con questo stramaledetto calo del desiderio. Ma quando mai? Lei il desiderio ce l’aveva eccome. Decise di farglielo presente.
“Mi scusi, dottore. Io non voglio dire con questo che lei abbia torto, ma il desiderio non mi manca. Quindi non può essere questo, almeno per me.”
“Magari lei il desiderio ce l’ha, ma non nei confronti del suo fidanzato.”
“Hey un momento, un momento! Si va su discorsi che non mi piacciono per niente, adesso. Io non sono venuto qui per farmi fregare la ragazza sotto al naso, sia chiaro!”
“Ma smettila tu, che sembri l’uomo delle caverne.”
“Cosa?”
“Ma sì, fai pipì per segnare il territorio!”
“Ma quale territorio! L’idea di venire qui è stata tua! Cos’è, cerchi di umiliarmi?”
“Certo che no! Ma che ti sei fumato?!”
“Se permettete...”
“No dottore, queste sono le cazzate, mi perdoni la parolaccia, dicevo, sono le cazzate che gli mettono in testa i suoi amichetti. E a me non sta affatto bene!”
“Ma senti chi parla. Quella che si lascia convincere dalle amichette e va dallo psicologodistamminchia per sviscerare dei problemi che potremmo benissimo risolvere da soli!”
“Se fosse vero non saremmo qui, non trovi?!”
“ADESSO BASTA!”
Il dottore interruppe di nuovo la conversazione, che si stava dirigendo su binari pericolosi, con un pugno sulla scrivania che fece volare via fogli, foglietti, penne e block notes.
“Adesso basta, mi avete stancato. Ormai è un’ora e mezzo che parlate solo voi. Ora parlo io. Non avete fatto nient’altro che discutere. Lei ha rinfacciato alla sua ragazza di avere avuto troppi amanti e uomini troppo eccentrici. Lei ha deriso il suo ragazzo sminuendolo nella sua virilità e nella sua potenza sessuale. Ognuno di voi mi ha elencato minuziosamente il proprio passato senza tralasciare alcun particolare ed entrambi vi siete indignati a sentire gli aneddoti dell’altro. Siete stati solo capaci di fare terapia distruttiva, e qua si viene per costruire. Ripeto, costruire. Avete sottolineato con deplorevole autocompiacimento che non avete mai avuto questo tipo di problema prima d’ora, lasciando entrambi intendere che la colpa sia del partner e non vostra. Se volete provare seriamente a risolvere la situazione, allora vi do una terapia d’urto e qualche suggerimento. Se invece siete venuti qui per farmi perdere tempo e insultarmi, meglio che ve ne andiate subito onde evitare di farmi scialacquare altri minuti preziosi. Dunque, cosa decidete?”
La Pina e Nick si guardarono negli occhi, ammutoliti. Il monologo dello specialista li aveva lasciati senza parole. Forse perché ne avevano già spese parecchie prima.
“Allora, il gatto vi ha tagliato la lingua? Mi basta che facciate sì o no con un cenno della testa.”
All’unisono, i due ragazzi lasciarono cadere in avanti la fronte due volte in segno d’assenso.
“Molto bene. Appena avrò pronunciato quello che vi devo dire, non vorrò sentire una mosca volare, o quant’è vero che mi chiamo Guido Tersilli prendo il mio fermacarte e ve lo tiro dietro. Siete avvisati. Ci siamo capiti?”
“...”
“Vale sempre il cenno della testa.”
Fu di nuovo un sì.
“Bene. Ho riscontrato blocchi in ciascuno di voi. Blocchi differenti che vanno eliminati. Quando arrivate al dunque, il meccanismo si inceppa e questo non va bene. Dovete ritrovare lo slancio. Dovete ritrovarlo singolarmente.”
Né Nick né la Pina capirono immediatamente quello che intendeva Tersilli. Continuarono quindi ad ascoltarlo, tendendo le orecchie.
“Da domani, e per una settimana, dovrete cambiare completamente vita. Sette giorni, non di più. Non potrete vedervi né sentirvi. Non potrete vedere i vostri amici o frequentare i posti che frequentate abitualmente. Siate altre persone. Siate quello che volete. Senza schemi. Senza condizionamenti. Ma soprattutto, regola fondamentale, cambiate partner sessuale ogni sera. Questo è fondamentale.” Prese fiato, poi aggiunse: “Usate le precauzioni del caso, naturalmente.”
La fronte di Nick rivelò un moto di stizza, ma bastò che il dottore se ne accorgesse e alzasse un sopracciglio per bloccare il suo spasmo involontario. La Pina non lo diede a vedere, ma con una certa freddezza mascherò la contrazione dei muscoli delle labbra aprendole in un lieve sorriso. A entrambi passarono pensieri differenti nella testa. Uno peggio dell’altro.
Nick non si accorse del sorriso della fidanzata, con grande sollievo del dottore: data la sua grande esperienza, sapeva bene che avrebbe portato ad altre, immancabili polemiche e discussioni.
Nick alzò il braccio come quando a scuola chiedeva alla maestra il permesso di andare in bagno, sentendosi anche un po’ coglione perché non sapeva se mandare subito il medico a quel paese o aspettare qualche minuto ancora, e Tersilli gli concesse la parola.
“Questo... questa regola. Quella del sesso free.”
“Prego?”
“Il sesso libero” intervenne Pina, anticipando il suo ragazzo che la guardò bieco.
“Ah, il linguaggio giovanile. Dunque?”
“Ecco. A che cosa dovrebbe servire esattamente?”
“A riabituare il corpo ad ascoltare l’istinto e a togliere i blocchi mentali che si creano quando c’è coinvolgimento.”
“Coinvolgimento?”
“Sì, sentimento, amore. Coinvolgimento.”
“Ah.”
“Come sarebbe, ah?”
“Nulla.”
“Già,” riprese la Pina, “come sarebbe ah?”
“Falla finita tu. Zitta.”
“E non dirmi quando devo stare zitta e quando devo parlare!”
“BASTA!”
Tersilli li freddò prima che la discussione potesse degenerare di nuovo.
“Non voglio sentire altro. Da questo momento in poi, non potete più parlare tra voi. Uscirete da quella porta singolarmente, e sarete due sconosciuti per sette giorni. Siate altre persone, fate altre vite, lo ripeto, è vietato qualsiasi contatto. Per quanto riguarda noi, ci rivediamo qui tutti insieme, stessa ora, tra una settimana. E adesso, fuori di qua, il nostro tempo è scaduto. Buona giornata.”

“Mi devi dare il numero di questo medico!”
Luisa la guardò con aria divertita. La Pina si chiese che cos’avesse da sogghignare tanto. Era la sua migliore amica, si sarebbe aspettata come minimo un po’ di comprensione e di partecipazione in più. Era evidente che aveva fatto male i suoi conti: quando si parlava di sesso con donne sposate qualcosa cambiava irrimediabilmente.
“Perché, ne avete bisogno anche voi?”
“Giulio no. Ma io sì.”
“Soffri di calo del desiderio?”
“No, è che semplicemente col tempo ci si annoia.”
“Ma siete sposati solo da due anni!”
“Vabe’. Ma cambiare di tanto in tanto fa bene.”
“Ah sì?”
“Beh. Credo.”
A giudicare dal rossore improvviso comparso sulle sue guance, la Pina ebbe l’impressione che Luisa non gliela raccontasse giusta. Che avesse molto più da confidarle, invece di semplici ipotesi sul sesso occasionale fuori dal matrimonio? Se avesse avuto una tresca, gliel’avrebbe detto. O no?
“Che storia è questa? Avrai mica un amante, adesso.”
“No ma...”
“Ma cosa?”
“Non so.”
“Spiegati.”
“Ipotizzo: una buona dose di sesso incoraggiata e avallata da un medico è un ottimo modo per evadere.”
“E tu avresti bisogno di evadere?”
“Con Giulio? Eh, cara mia, bisogno ce n’è... ce n’è davvero tanto, fidati! Ma lasciamo stare. Tu piuttosto, l’hai già iniziata la terapia?”
“Sì, sono stata... ehm... costretta. Ho cominciato tre giorni fa. Stasera esco di nuovo e stiamo a quattro. Altri tre e sono a posto. Entro martedì prossimo devo concluderla. Cambiare partner ogni sera è una faticaccia.”
“Non lamentarti del brodo grasso. Quindi, come funziona esattamente?”
“Niente di particolare a dire il vero. Esco, vado in posti dove non sono mai stata, rimorchio qualcuno e me lo porto a letto. Fine della storia. Mi sembra di essere tornata al liceo.”
Luisa scoppiò a ridere.
“Non male!”
“Mah, guarda, non so. Tra l’altro non dovrei stare nemmeno qui con te.”
“E perché scusa?!”
“Perché il medico è stato chiaro: vivete altre vite, cambiate giro, non incontrate gli amici! Bla bla bla.”
“Ma dai?!”
“Sì.”
Alla Pina sfuggì un risolino che Luisa colse al volo. Non vedeva l’ora di sapere i dettagli.
“Sembra che la cosa ti diverta assai... eh?”
I primi giorni si era sentita un po’ in imbarazzo, ed era vero. Giocare al ruolo della femme fatale che girava tirata a lucido come una diva tra i lounge bar più chic della città non le si addiceva. Eppure non ci aveva messo molto a ritrovare il piacere ludico della conquista fine a se stessa, quella che le faceva guadagnare qualche ora di puro e semplice piacere fisico. Più si allenava, più si convinceva di essere tornata in gran forma, come ai vecchi tempi, più si alzava il target delle sue prede. E naturalmente, più si dimenticava di Nick e del loro piccolo grande problema.
La prima sera aveva abbordato un tizio sui trentacinque dall’aria pesantemente nerd, un genere sullo stile ex-secchione-new-pseudo-intellettuale che, fosse stata un’altra occasione, si sarebbe ben guardata dal considerarlo come un possibile bersaglio. Era lontano anni luce dai suoi gusti. Ma doveva farlo per forza, quindi aveva deciso di buttarsi: le alternative erano accontentarsi o partire in ritardo con la terapia. Aveva scelto il male minore.
Dopo un paio di stuzzichini e qualche drink, si era ritrovata a ripassare il kamasutra nella sua auto perché la dolce mammina del tizio in questione (guarda caso!) si trovava da lui proprio in quel periodo per una visita di cortesia (quando si dicono le coincidenze!) e non potevano proprio utilizzare il suo appartamento (che peccato!) onde rischiare di svegliarla (la mamma, certo). Nonostante le premesse poco incoraggianti, su cui la Pina non si era permessa di stare troppo a disquisire, non era stata una prestazione completamente da buttare: l’ex secchione le aveva dato la precedenza e l’aveva fatta venire per prima. Era stata lei a imporglielo, gli aveva preso le dita e se l’era infilate negli slip per eccitarlo e fargli sentire quanto le piacesse la situazione. Lui le aveva sapute usare bene, portandola al limite, e al momento della penetrazione la Pina aveva goduto subito, accorgendosi che tutto funzionava alla perfezione. Se l’era trovato dentro in un attimo, e in un attimo anche lui aveva finito.
Beh, aveva pensato, almeno non devo stare qua un’altra mezz’ora.
Ci aveva visto giusto a pretendere la precedenza.
L’eiaculazione precoce a volte è una benedizione, si era detta tra sé e sé.
Così, l’aveva ringraziato e salutato, e se n’era tornata a casa.
Da sola, stesa sul suo letto, al buio, con lo sguardo fisso verso il soffitto, si era chiesta se Nick avesse avuto una serata migliore della sua: a pensarlo con un’altra donna aveva sentito il morso della gelosia strapparle via un pezzo di stomaco.
“Sfondato com’è, avrà trovato solo tettone superfighe.”
“Tu lo sopravvaluti troppo, come al solito. Ma poi? Chi ti è capitato?”
La seconda sera aveva cambiato zona per evitare di incontrare di nuovo il nerd. Per quanto ne sapeva, lui avrebbe potuto anche sperarci. Per questo aveva deciso di usare solo nomi falsi. Non si può mai prevedere. Era andata in un pub alla periferia della città (età al di sotto della sua solita media) dove aveva incontrato un ragazzotto di qualche anno in meno di lei, uno studente universitario che veniva dalla provincia e viveva in un appartamento tranquillo in condivisione con un paio di ragazze. Bella presenza, bel fisico. Ci aveva messo pochi minuti per fargli capire le proprie intenzioni, e si erano compresi al volo. Più che a studiare, alla Pina era sembrato che il fanciullo pensasse piuttosto a scopare. Ma dopotutto era giovane, la cosa era pure comprensibile. E faceva al caso suo. Si erano ritrovati mezzi nudi già sul pianerottolo del terzo piano, e lei aveva iniziato a pensare che sarebbe stata una nottata da ricordare. Non si era del tutto sbagliata. A parte una mezza cilecca all’inizio, giustificata da un semplice e innocente scusami è la prima volta che vado con una donna più vecchia (che sulle prime poteva suonare offensivo, ma poiché è tutta una questione di sfumature la Pina aveva deciso di fare finta di niente e di interpretare l’aggettivo vecchia più come esperta che come ammuffita), con un po’ di pazienza tutto era andato alla grande. Il ragazzo doveva solo essere riscaldato a dovere, dopodiché aveva preso il via e non si era più fermato. Dopo quattro prestazioni, tre orgasmi e un bel colorito roseo sulle guance al mattino presto, si era rivestita in silenzio per non farsi sentire, ed era tornata a casa felice e soddisfatta. Le era piaciuto parecchio, il ragazzo era un talento naturale. Doveva solo sperare di non rovinarsi col passare degli anni. L’avevano colpita soprattutto il suo modo di muovere i fianchi e le sue spinte profonde. Era quasi dispiaciuta di non poter fare il bis, e si era chiesta se avesse potuto fare uno strappo alla regola e tornarci anche la sera dopo.
“E l’hai fatto?!”
“No. Non sarebbe stato corretto. Una terapia è una terapia. Non va presa sotto gamba.”
“Giusto.”
La terza serata era stata la volta di un classico padre di famiglia (ma questo l’aveva saputo solo dopo, visto che il furbone si era tolto la fede dal dito), accalappiato all’happy hour di un rinomato bar della zona est famoso per i suoi mega aperitivi. Distinto ed elegantissimo, lo aveva notato e avvicinato succhiando l’oliva di un Martini e aveva fatto colpo, coi capelli lunghi raccolti e il suo vestitino rosso, quello che le lasciava scoperte le cosce.
“Si vedeva benissimo che cercava qualcuna da montare.”
“E dove l’avete fatto?”
“Mi ha portata nel suo ufficio.”
“Cosa?!”
“Ha le chiavi, è dirigente. Almeno così ha detto.”
“Apperò!”
L’aveva piegata sulla sua scrivania e l’aveva presa da dietro senza troppi complimenti. Le aveva sciolto e afferrato i capelli, trattenendoli nel pugno, passandole la lingua sul collo e sulla schiena, mentre le sussurrava all’orecchio frasi sconce. Una situazione molto eccitante, nonostante non fosse lei a comandare. L’aveva trattata come una puttana, l’aveva persino schiaffeggiata sulle chiappe. Nessuno l’aveva mai sculacciata durante il sesso prima, ma in quel contesto non l’aveva infastidita, anzi, si era addirittura esaltata. Aveva dovuto ammettere che sentirsi in balia di uno sconosciuto non le era affatto dispiaciuto. Era riuscita a venire a tempo di record, cosa che non le capitava più da molto tempo. Altro che blocchi mentali e cali del desiderio, forse qualcosa che non andava c’era, ed era Nick.
“Ma sei sicura?”
“Non lo so. Il dottore mi ha messo confusione in testa. Prima ha parlato di mancanza di desiderio ma poi ha detto che forse la voglia ce l’ho, ma non verso il mio ragazzo, e poi ha parlato di coinvolgimento sentimentale castrante per il sesso. Insomma, un vero casino!”
“Non mi pare abbia le idee molto chiare...”
“Nemmeno a me.”
Erano tre situazioni diverse tra loro, e in tutte e tre non c’erano stati problemi.
“È possibile che il medico si sia sbagliato a valutare il caso, può succedere.”
“Già, ma è presto per dirlo, sono ancora all’inizio. E se poi avesse ragione?”
“Valuterai al momento, presumo. È la cosa più semplice da fare.”
“Tu dici?”
“Sì.”
“Chissà. Forse Sara mi ha mandato da un ciarlatano.”
“Beh, tu il numero dammelo lo stesso, si sa mai...”

“Fammi capire. Adesso scopi con una diversa ogni sera?”
“Solo per una settimana. Ci sto provando. Ma la prima sera sono stato costretto a pagarne una. Che merda.”
Lello lo guardò dritto negli occhi e scosse la testa. Nick si chiese che cos’avesse da non essere d’accordo. Che ne sapeva lui di quanto poteva essere dura affrontare una terapia? Si aspettava un po’ di indulgenza in più dal suo confessore preferito. Era evidente che quel pomeriggio non ne avrebbe trovata neanche un po’.
“Dammene un’altra. Bionda.”
“Era bionda anche la zoccola di tre sere fa?”
“Sì.”
“Dell’Est?”
“Bulgaria.”
“Ah. Le migliori.”
“Già. Gran pompino.”
“Con quello che si fanno pagare.”
La conversazione non aveva preso una bella piega. Nick era andato lì per prendersi una pausa e rivedere una faccia nota. Dopotutto il medico aveva prescritto uscite serali in posti nuovi, ed erano solo le tre del pomeriggio. Si era preso mezza giornata libera dal lavoro per andare al suo bar preferito in via Gallucci.
“Ho bisogno di parlarti seriamente Lello.”
“Perché, c’è qualcosa che non va?”
“Tutta questa cosa del calo del desiderio, dei blocchi. Io non ci ho capito un cazzo di quello che ha voluto dire quello là. La Pina mi ci ha portato pure contro la mia volontà.”
“E ti lamenti? Ha avuto un’idea geniale, se ci pensi. Certo il problema è che scopa pure lei, ma lasciatelo dire da uno che ha vissuto parecchio: c’è sempre l’altro lato della medaglia. C’è sempre un prezzo da pagare. Ma se il ritorno è equo allora...”
“Non lo dovevi dire, Lello. No! Non lo dovevi dire cazzo! Questo è il mio problema, il problema è che scopa anche lei! E sono sicuro che non ha bisogno di pagarli, lei, per farseli accomodare tra le gambe. È una donna. Per loro è tutto più facile.”
“Non mi cadere sul rosicamento, Nick, fai la persona adulta.”
“Persona adulta ‘sta minchia, Lello!”
Lello gli mise sotto al naso un’altra birra e cambiò discorso.
“Allora, raccontami chi ti sei fatto di recente...”
La situazione lo aveva messo in crisi. Non tanto perché avrebbe dovuto farsi qualcun’altra, quanto perché non sapeva né come né dove trovare sette donne diverse e tutte disposte a dargliela senza troppi complimenti. Dopo il corteggiamento di una sera, poi... certe non gliel’avevano sganciata nemmeno dopo sei mesi, figuriamoci. Non era mica il paese del bengodi, non si erano mica trasferiti su Marte, quella era ancora la Terra e quella era ancora la sua città e lì le tipe se la tiravano tutte come se ce l’avessero solo loro. Questo ostacolo da non sottovalutare gli aveva fatto dimenticare quasi subito il piccolo grande problema tra lui e la Pina.
La prima sera si era messo degli abiti casual e aveva deciso di andare verso la periferia dov’era sicuro di non conoscere nessuno. Aveva avuto la tentazione di mandare un sms alla Pina per sapere dove si sarebbe diretta, forse perché voleva evitare di incontrarla, forse perché voleva tenerla d’occhio, ma poi si era convinto di lasciar perdere: conoscendola, si sarebbe incazzata come una iena. Ci aveva provato come un disperato con un paio di ragazze, una cessa l’altra un po’ meno, aveva offerto loro da bere e aveva chiacchierato facendo il simpatico e cercando di essere il più possibile disinvolto, ma non era riuscito a combinare niente così aveva deciso di dare fondo al suo ultimo centone e si era diretto alla Bruciata, la zona delle battone. Qualche trans, qualche negra, qualche vichinga. Se l’era scelta davvero figa: alta, bionda, con due tette di marmo e le labbra carnose. La sua donna ideale. Altro che calendari da camionisti, qua c’era il meglio del meglio della carrozzeria, e a poco prezzo. L’aveva caricata in auto e si era infrattato in un posto abbastanza protetto per starsene un po’ tranquillo insieme a lei, per dare al tutto una parvenza di appuntamento. Ma quando la bionda gli aveva messo una mano tra le gambe, aveva lasciato perdere i convenevoli, si era infilato il preservativo e si era lasciato cavalcare senza preoccuparsi più di altro. La cosa strana era la facilità con cui le era entrato dentro. Era in astinenza da troppo tempo e in pochi colpi era venuto. La bionda non si era minimamente scomposta e continuando a sorridere gli aveva sfilato dalla tasca i soldi, ringraziandolo.
“Una vera professionista.”
“Aaahhh le gnocche esotiche. Hanno una marcia in più. E dopo, che hai combinato?”
La seconda sera si era diretto nella zona nord. Si era vestito in un modo un po’ alternativo e aveva trovato un posto adatto dove giravano anche dark e gothic, quei generi lì. Aveva sempre sentito dire che le ragazze di quel tipo erano avanti, riguardo al sesso, e che non si facevano troppi problemi. Tentare non poteva di sicuro nuocere, non se si fosse mantenuto entro certi limiti. Così, si era seduto al bancone e aveva ordinato da bere. Non era passato molto tempo da che una ragazza smilza dalla pelle bianchissima, piena di piercing, coi capelli neri e fuxia e due occhi verdi da paura lo aveva abbordato chiedendogli se fosse solo. Lui si era affrettato a dire che era nuovo di lì e che sì, era solo. Quando si era sentito rispondere bene, a me piace collaudare quelli nuovi aveva capito di essere sulla strada giusta. La tipa non era affatto male, anche se era molto diversa dai suoi standard abituali. Ma aveva qualcosa di misterioso e questo lo attizzava parecchio.
Nel giro di qualche ora si era ritrovato nel suo appartamento, legato come un salame, con lei che lo dominava facendolo impazzire col solletico e altre diavolerie che non aveva mai provato prima ma che lo divertivano, oltre che a spaventarlo il giusto. Metti che questa darkettona fosse anche una psicolabile serial killer, aveva pensato, ed era bello che fottuto: poi chi glielo avrebbe raccontato alla gente che si trovava lì solo per curarsi, magari con un vibratore taglia maxi infilato nel culo? Non ci avrebbe creduto nessuno.
Dopo un inizio un po’ troppo sadomaso per i suoi gusti, la novella Lilith si era decisa a slegarlo e aveva iniziato a baciarlo, mordendolo e leccandolo come una cagnetta in calore. Non era abituato a donne così aggressive a letto, ma ci aveva fatto quasi subito il callo: trovare una che lo strapazzava dalla testa ai piedi e lo cavalcava e lo pregava pure di metterglielo nel culo non era mica roba di tutti i giorni. Così aveva fatto il proprio dovere con grande piacere, e se n’era andato il mattino dopo ricoperto di lividi e ammaccature, tutto felice e contento.
“Ma quanti anni aveva questa?”
“Non lo so. Era piuttosto giovane. A occhio e croce avrà avuto vent’anni.”
“Ed è già così sveglia? Ti dico che ho fatto una bella cazzata a nascere quarant’anni fa!”
La terza sera aveva avuto la brillante idea di vestirsi elegante e andare a prendere un drink al lounge bar delle tardone. Era un posto mitico, dove si ritrovavano tutte le over quaranta, le più aristocratiche, danarose e spregiudicate della città. Appena entrato, si era reso conto di avere almeno trenta paia di occhi puntati addosso, e la sua sensazione immediata era stata una sola: si era sentito completamente nudo e disarmato, piccolissimo e indifeso davanti a cotanta quantità di estrogeni in odor di menopausa esibita tutta insieme nella stessa stanza.
“In completa balìa di quelle femmine arrapate.”
“Ragazzo mio, dovresti saperlo che dai trentacinque in su è puro fuoco...”
“Alla faccia! Mi ha accalappiato una rossa divorziata e sono finito a scopare da lei prima delle dieci. Con la scusa dell’aperitivo lungo, non abbiamo manco cenato. Alla mattina avevo il pisello in fiamme.”
“Complimenti!”
L’aveva lasciato comandare dall’inizio alla fine, ma era stata tutt’altro che passiva. Gli aveva chiesto che cosa gli piacesse e aveva esaudito tutti i suoi desideri. Gliel’aveva succhiato per un’ora, tanto che aveva perso la cognizione del tempo, e l’aveva fatto con una maestria da vera pornostar. Se l’era messo anche tra le tette, le prime rifatte della sua vita, dopo che se l’era fatte massaggiare e cospargere di olio caldo. Sembravano due sacchetti di sabbia, erano così dure e pesanti che si era chiesto come facesse a tenersele addosso senza sbilanciarsi in avanti. Si vedeva che la mammina si teneva in forma: era tonica e atletica e si piegava in posizioni impossibili da yoga avanzato che l’avevano fatto eccitare come un muflone. Era andato avanti tutta la notte, senza problemi e senza aiutini esterni, come alle volte facevano i suoi amici per non sfigurare con le nuove conquiste. Altro che blocchi mentali e cali del desiderio, forse qualcosa che non andava c’era, ed era la Pina.
“Ne sei sicuro?”
“Non lo so. Quel medico del cazzo mi ha messo confusione in testa. Ha parlato solo di menate e paranoie e ha concluso parlando di un coinvolgimento sentimentale che ci impedirebbe di fare sesso. La verità, secondo me, è che voleva solo farsi la Pina!”
“Non mi pare un comportamento professionale...”
“Nemmeno a me.”
Erano tre situazioni diverse tra loro, e in tutte e tre non aveva trovato nessun problema.
“È possibile che il medico si sia sbagliato, eh, succede spesso.”
“Già, ma è presto per dirlo, sono ancora all’inizio. E se poi avesse ragione?”
“Secondo me è inutile fasciarsi la testa prima di essersela rotta.”
“Tu dici?”
“Sì.”
“Boh. Magari si risolve tutto da sé.”
“Beh, tu la terapia finiscila lo stesso, che almeno ti diverti...”

“Sono contento di rivedervi. Allora, come siamo andati?”
Dalle facce che aveva davanti, Tersilli comprese subito che qualcosa non doveva aver funzionato a dovere. La Pina sembrava avesse mangiato un topo morto e Nick aveva sul viso l’espressione di un assassino seriale pronto a sgozzare la prossima vittima. Rispose la Pina per prima.
“Spero che la seconda parte della terapia giustifichi la prima, altrimenti dovrò prendere dei provvedimenti seri, dottore.”
“Quale seconda parte?”
Entrambi caddero dal pero. I due si guardarono stupefatti, poi si voltarono all’unisono verso il terapista che li osservava da dietro i suoi occhiali con l’aria ingenua di chi affronta un Destino di cui è completamente ignaro.
“Io non ho mai parlato di una seconda parte. Dev’esserci stato un equivoco. La terapia è già finita. Ora si tratta solo di raccoglierne i frutti.”
“Raccoglierne... i... frutti?!”
Nick scattò in avanti prendendo il medico per la gola, e ripeté: “I frutti?!”
La Pina scattò pure lei ma per trattenere Nick e slacciare le sue dita dal collo di Tersilli che guardava paonazzo il suo paziente con gli occhi sbarrati dalla paura.
“Fermo! Ma che ti sei impazzito?!”
“Impazzito un cazzo! Lo sa questo qua che cosa mi ha fatto passare? Eh? Con la sua terapia del cazzo che dice lui non ha una seconda parte perché è già finita? Che tanto si è già fatto un culo di soldi così per manco due ore di consulto e adesso se ne farà altrettanti per questa messa in scena del confessionale in stile Grande Fratello per farsi le seghe stasera sulle nostre storielle sessuali?”
“BASTA! Ma è possibile che con voi non ci sia speranza di intavolare una discussione seria senza sentirsi insultare di continuo? SEDETEVI! Tutti e due! O chiamo la polizia!”
La Pina si sedette trascinandosi dietro Nick per un braccio, e costringendolo a riprendere il suo posto.
“E adesso, per cortesia, tra di voi, raccontatevi quello che vi è piaciuto e che non vi è piaciuto della vostra settimana. Io farò semplicemente da moderatore, e quando vedrò che state andando fuori tema, vi correggerò e vi riporterò sulla retta via. Avanti! Cominci lei, signorina.”
“Ma, io?”
“Sì.”
“Perché io?”
“Perché la precedenza va alle signore.”
Nick fece una smorfia, e rimase in silenzio, in attesa.
Dopo un iniziale momento di imbarazzo, la Pina annuì e prese a raccontare delle sue serate, senza omettere alcun particolare, cosa che fece irritare parecchio il suo fidanzato. Sottolineò il fatto che aveva cercato di variare target ogni sera, che non si era mai ubriacata per evitare guai, che aveva sempre usato il condom e che era stata attenta alla scelta del partner occasionale. Aveva incontrato diversi generi: un trentacinquenne interessante (disse interessante e non nerd per non prestare il fianco alle prese in giro di Nick, come se non lo conoscesse), uno studente universitario, un dirigente di successo, un palestrato ipervitaminico, un quarantacinquenne separato con grande esperienza, un fighettino pieno di soldi del centro e una bisessuale che lavorava nel campo della moda.
“Scus.. scusa? Una bisessuale? Una donna?!”
“Sì, Nick, perché?”
“Ma, scusa, non vale! Eh no, questo non vale!”
“Certo che vale, Tersilli ha detto cambiate partner ogni sera, non ha specificato il sesso.”
“Ma dottore! Glielo dica anche lei!”
“La signorina ha perfettamente ragione. Partner è neutro.”
“Ma perché te la prendi tanto?!”
“Perché ci volevo essere anch’io, cazzo!”
Nick incrociò le braccia, corrucciò la fronte e mise il broncio.
“Ecco, vede come fa? Fa così tutte le volte. Anche quando cercavamo di fare sesso e non ci riuscivamo, lui ha sempre reagito così, mettendo il broncio! Mai che cercasse di sviscerare il problema!”
“Io non mettevo il broncio, quella eri tu! Io ho SEMPRE cercato di risolverlo, il problema, non di sviscerarlo.”
“Non lo si risolve se prima non lo si comprende a fondo!”
“Cazzate. E comunque sei stata a letto con una donna, hai barato. Punto e basta. Come se io per fare un punto in più chiedessi a un amico di venire a letto con me. La stessa cosa.”
A quel pensiero, Nick fu scosso da un brivido. Il solo pensiero lo faceva vomitare. La Pina colse al volo la cosa, e ne approfittò per restituirgli la stilettata.
“Omofobo. Gay represso.”
“Non ti premettere sai!”
“BASTA COSI’! State andando fuori tema. Adesso tocca a lui parlare delle sue esperienze. Prego.”
Nick stette qualche secondo in silenzio, poi iniziò il suo racconto senza guardare in faccia nessuno e fissando un punto indefinito al di là delle spalle di Tersilli. Disse che per lui non era stato un problema trovare materia prima da portarsi a letto, che le donne erano cadute davanti al suo charme ed era stato costretto a comprarsi ben quattro scatole di profilattici da venti perché aveva rischiato di rimanere senza. Alla Pina fumavano le orecchie. Per cominciare, si era portato a letto una bionda mozzafiato con due tette enormi (non disse che l’aveva pagata per scopare per non diventare lo zimbello della Pina), una darkettona amante del sesso estremo, una tigre del materasso tardona, una trentenne fenomenale, una diciottenne esperta in pompini, una casalinga frustrata parecchio porca e una spogliarellista.
“Questa l’hai sicuramente pagata. Non vale.”
“Non l’ho pagata! L’ho sedotta quando sono andato al night.”
“Certo, ci credo, con duecento euro seduci chiunque, nei bassifondi.”
“Non ti permetto di chiamarli bassifondi, non sono mica un disperato. Non ho bisogno di pagarle, le donne, io!”
“Non posso dire di crederti sulla parola, purtroppo.”
“Non ho capito, dottore, donna con donna va bene, ma uomo con spogliarellista no?!”
“Va bene anche questo.”
“Certo, in una logica maschilista va benissimo.”
“Signorina, la prego. Non siamo qui per questo.”
“Ah no certo. Mi scusi. Ed ecco che i due uomini nella stanza dimenticano i propri ruoli e si trasformano magicamente in compagnoni che si spalleggiano a vicenda. Storie già viste.”
“Non le permetto di fare tali insinuazioni.”
“No guardi che si sbaglia, non sono affatto insinuazioni. È  proprio così che stanno le cose, io le riconosco a naso. Dovrebbe farlo anche lei. E comunque...”
“Si sbaglia, io sono un moderatore, in questo momento, e sono super partes.”
“Il latino se lo può anche risparmiare. Facciamo così. Io da questa terapia e dalla presente seduta ho capito tante, troppe cose.  Mi sono ritrovata a stare in questi mesi con un ragazzotto superficiale, assolutamente infantile, incapace di gestire le emozioni, soprattutto la rabbia, potenzialmente violento, e rivelatosi un vero imbecille. Direi che dopo questo quadro assai realistico, posso tranquillamente lasciarlo andare per la sua strada, che tanto ho la mia da seguire.”
“Un momento, cosa cosa cosa? Mi stai mollando Pina? È  questo che stai facendo?”
“Certo. Ho anche un testimone.”
“Io non te lo permetto, hai capito?”
“Ah no?! E chi saresti tu, per dirlo?”
“Quello che ti molla per primo! Non credevo tu fossi così stronza, viziata e soprattutto così troia lesbica del cazzo come ti sei rivelata! Io con te non ci voglio stare più, hai capito? Adesso sì che puoi andare a fanculo, dopo che IO ti ci ho mandata!”
“BASTA! Non era questo l’obiettivo, state andando fuori tema!”
“L’obiettivo se lo ficchi nel culo, pugnettaro cacasotto rompipalle! Io di qua me ne vado!”
Nick si alzò in piedi prese la porta e se ne andò, lasciando un Tersilli allibito e una Pina senza parole a chiedersi il significato della vita. La sua, prima che Nick ne uscisse. Si voltò verso il terapista con gli occhi sgranati, incapace di spiccicare parola. Lui non ci mise molto a interpretare la sua espressione interrogativa e la sua bocca spalancata.
“No. Questo di solito non fa parte della terapia. E sì. È la prima volta che mi capita.”

“E così non l’hai più visto né sentito da quel giorno.”
“No, nel modo più assoluto.”
“Hai poi provato a richiamarlo?”
“Ma che scherzi?! Dopo la figura di merda che mi ha fatto fare? Dopo che si è rivelato così stronzo? No beh guarda, ho di meglio da fare eh!”
“In effetti hai le tue ragioni...”
“No, Laura, IO HO ragione, che è diverso.”
“Beh insomma, solitamente una rottura del genere non avviene a causa di uno soltanto...”
“Cosa sentono le mie orecchie? Intendi giustificare quel porco maschilista, adesso? Ti credevo mia amica, Laura, non pensavo che saresti passata dalla parte del nemico.”
“Ma no, è che ad esempio secondo me sbagli a considerarlo il nemico. Insomma, cos’avete fatto per venirvi incontro?”
“L’ho portato da un terapista di coppia!”
“Sì, va bene, ma anche quelli hanno delle teorie tutte loro, e sono teorie standard, le applicano ai pazienti come fossero delle pedine e non tengono semmai conto delle sfumature, che in una coppia sono le più importanti. Ad esempio, una terapia come quella a me sarebbe andata benissimo ma a Giulio no. È geloso marcio, non sopporterebbe nemmeno il pensiero che io andassi a letto con un altro.”
“Con un’altra magari sì, però.”
“Non lo so. Non gliel’ho mai chiesto, ma bigotto com’è, dubito.”
“Ecco, invece non si può mai dire, dovresti chiederglielo, che poi magari scopri che è qualcosa che piace pure a te e rinvigorisce la tanto sbandierata noia del matrimonio.”
“Ti dev’essere proprio piaciuta ‘sta bisessuale in carriera.”
“Taci taci taci. La sua lingua me la sogno ancora la notte, e non ti dico come mi sveglio!”
Laura scoppiò a ridere e Pina le andò dietro. Nonostante mascherasse bene le proprie emozioni dietro la rabbia e il sarcasmo, ci pensava ancora a com’era finita con Nick. Eppure con lui le pareva che tutto andasse bene, prima della terapia. A parte il sesso. Si chiese intimamente se non fosse stata proprio quella a rovinare le cose tra loro. Si chiese se le cose sarebbero andate diversamente, se non avesse scelto di seguire il consiglio di Sara.
“A che pensi?”
“A niente, tranquilla.”
“Forse dovresti chiamarlo.”
“Io dico di no.”
E così, chiuse senza andare oltre l’argomento Nick.

“E così non l’hai più vista né sentita da allora.”
“No, nel modo più assoluto.”
“Hai provato a chiamarla?”
“Sei fuori di testa?! Mi ha trattato come una pezza da piedi davanti a un emerito sconosciuto solo perché ho scopato quanto ha scopato lei e dopo che l’ho pure accontentata!”
“In effetti hai le tue ragioni...”
“No, Lello, IO HO ragione. È diverso.”
“Beh insomma, solitamente una rottura del genere non succede per colpa di uno solo...”
“Come? Intendi giustificare quella stronza? Ti credevo mio amico, Lello, non pensavo che saresti passato dalla parte del nemico.”
“Ma no, è che sai come sono le donne. Bisogna prenderle in un certo modo. Se non lo sapessi non sarei sposato da vent’anni. Cos’avete fatto voi, per venirvi incontro?”
“Mi ha portato da un terapista di coppia.”
“Ok, a parte questo? Mi rendo conto che quelli sono tutti matti, li vedo anche quelli in tv, hanno sempre una risposta per tutto, e i traumi infantili, e le debolezze, e questo, e quell’altro, una noia. Sembrano onniscenti ma alla fine pure loro secondo me non ci capiscono un cazzo, in realtà, non sono nemmeno del tutto convinti di quello che spiegano, ci metterei una mano sul fuoco. Però anche tu magari avresti potuto spiegare le cose con le buone, piuttosto che montare su come un toro, no?”
“È che non ci ho visto più. È stato più forte di me.”
“E ti sei chiesto perché?”
“Perché... perché il solo pensiero della Pina con qualcuno, CAZZO, mi manda in bestia!”
“Ecco, dovresti dirglielo.”
“Ormai è tardi, Lello. La storia è finita e amen.”
“Come siete tutti mollaccioni, ragazzi miei. Se fossi stato così anche io, chi la sopportava una come mia moglie per vent’anni? Nessuno!”
“T’ho sentito sai?! Torna a lavorare!”
La voce della donna dalla cucina freddò Lello di colpo e Nick scoppiò a ridere di gusto. Cercava di mantenersi lucido e di non fare altre cazzate ma ci pensava spesso a com’era finita con la Pina e a come ci stesse bene con lei, prima che arrivassero i problemi di sesso e la terapia. Si chiese di chi fosse la colpa e se poteva davvero essere stata quella, la scelta sbagliata per loro. Certo anche lui avrebbe potuto proporre a Pina un’alternativa, invece che lamentarsi e basta.
“A cosa pensi?”
“A niente, Lello.”
“Forse dovresti chiamarla.”
“Io dico di no.”
E così, chiuse senza andare oltre l’argomento Pina.

E così, la Pina aveva ricominciato a uscire da sola.
Si era buttata sul lavoro per annegare rimpianti, sensi di colpa e rimorsi, e aveva ripreso in mano la sua vita senza più pensare a Nick. Lo considerava un fallimento e come tutte le volte che le era già capitato di affrontarne uno, aveva deciso semplicemente di metterlo da parte e considerarlo un capitolo chiuso. Come se non fosse mai successo.
Dopo un paio di settimane aveva incontrato un tipo al pub irlandese che le era sembrato subito interessante. Non era a caccia, non stava cercando nulla di particolare, si era seduta al bancone in attesa di Sara che come al solito era in ritardo, quando si era appoggiato proprio vicino a lei un ragazzo alto, piuttosto belloccio e dal fisico atletico, che aveva chiesto una birra al barista. Lei era di spalle, ma al suono della sua voce si era voltata d’istinto per vedere a chi appartenesse: l’aveva colpita per il suo timbro caldo e profondo,  le sembrava di averla già sentita. Lui le aveva lanciato un’occhiata e le aveva sorriso, la Pina gli aveva sorriso di rimando, e dopo un ciao iniziale per rompere il ghiaccio avevano iniziato a chiacchierare con naturalezza. Dopo un po’, parlando del più e del meno, aveva scoperto come mai la sua voce fosse così avvolgente e famigliare: il belloccio si chiamava Mau e faceva il dj in una radio, gestiva uno spazio dedicato alla musica anni Novanta che lei ascoltava spesso e volentieri. Da lì era stato un attimo trovare un punto in comune da cui partire per approfondire con un invito a cena. E la cena era stata così piacevole che ci avevano messo poco a trovare una scusa qualunque per rivedersi a un nuovo appuntamento. E un altro, e un altro ancora.
Una sera, dopo il cinema, la Pina lo aveva invitato a salire da lei.
Avevano passato tutto il tempo della visione del film a baciarsi, avevano continuato in auto a ogni semaforo rosso, non si erano fermati nemmeno in ascensore. C’era una forza che li teneva incollati e non c’era modo di bloccare la reazione chimica. Era qualcosa di inarrestabile e nessuno dei due poteva farci nulla: non potevano opporsi, solo seguire la corrente elettrica che scorreva tra di loro.
L’aveva spogliata sull’entrata, le aveva sbottonato la camicetta e i jeans, glieli aveva sfilati via e si era inginocchiato per baciarle il ventre e toglierle il perizoma. Si era insinuato con la lingua tra le sue gambe e l’aveva fatta quasi venire, ma lei lo aveva fermato un attimo prima sorprendendolo e scostandogli la testa: lo voleva ma non in quel modo. Lo voleva con lentezza, per goderselo fino in fondo.
Si erano guardati, lei lo aveva rassicurato con un sorriso, lui si era tolto la maglietta rialzandosi, permettendole di stringerlo e di stare pelle contro pelle mentre si toccavano e si afferravano e ogni centimetro del loro corpo era diventato bollente. Bruciavano, completamente presi, rapiti nel campo magnetico della loro passione.
Il monolocale mansardato della Pina era piccolo ma accogliente, la stanza da letto a due passi. La luce dell’entrata la illuminava di sbieco, tagliandola a metà.
“Vieni.”
Lo aveva preso per mano, lo aveva portato accanto al letto, si era lasciata cadere e lui le era finito sopra, a baciarla ancora. Aveva fatto scivolare le coppe del reggiseno verso il basso, scoprendole i capezzoli, e si era messo a titillarli con la punta della lingua, facendola impazzire dal piacere. Sentiva i brividi scorrerle fino all’ombelico e da lì verso il clitoride gonfio, umido e caldo.
“Spogliati, voglio assaggiarti.”
Mau aveva eseguito, e si era lasciato fare. La Pina ci sapeva fare, non c’era ombra di dubbio, alternava le labbra alla lingua, succhiava e leccava, lanciandogli di tanto in tanto qualche sguardo per capire se gli piacesse. Era disinibita, era libera, era capace di lasciarsi andare, e questo gli piaceva. Gli piaceva sempre, in una donna.
Quando se l’era ritrovata a cavalcioni su di lui, le aveva afferrato i fianchi e se l’era stretta contro, cercandola come un assetato e trovandola subito, infuocata, accogliente. La Pina lo aveva lasciato entrare e aveva iniziato a muoversi a un ritmo prima lento, poi sempre più veloce, poi di nuovo lento, per prolungare il piacere che la avvolgeva. Mau le calzava a pennello, la riempiva, sapeva dosare le spinte, la tratteneva poi la lasciava fare, si muoveva dentro di lei seguendo il suo respiro, i suoi tempi, fino al limite, poi si staccava per riprendere subito dopo.
La portò sull’orlo dell’orgasmo tre volte. Tutte e tre le volte l’aveva lasciata senza fiato.
“Fammi venire, ti prego.”
Lo aveva implorato, e allora lui si era staccato e l’aveva spinta sul fianco, si era messo in ginocchio tra le sue gambe e aveva ripreso a possederla con forza, mentre lei affondava il viso nelle lenzuola per non far sentire ai vicini i suoi gemiti e le sue urla di godimento.
Le mani salde sul ventre e il fondoschiena della Pina, Mau accolse la sua preghiera e la accompagnò all’orgasmo mentre anche lui sentiva salire il calore dalla spina dorsale fino al cervello e poi esplodere, fino a lasciarlo esausto, accasciato accanto a lei, la testa sul cuscino, le braccia abbandonate, i fremiti sul corpo.
Erano rimasti in silenzio a lungo, ad ascoltare i rumori attorno a loro.
La goccia ritmica di un rubinetto che perdeva.
Uno dei vicini che chiudeva una finestra.
L’abbaiare di un cane nel vicolo sottostante.
Il loro respiro affannoso, che si faceva sempre più regolare.
“Resti qui stanotte?”
La domanda della Pina lo aveva preso alla sprovvista.
“Sono stata bene. Voglio rifarlo.”
Mau aveva riso.
“Sono diventato subito il tuo giocattolo sessuale?”
“Perché no? L’idea non ti piace?”
“Mi piace molto, in effetti.”
La affascinava la sua voce. Era come velluto.
Si erano messi a parlare di tutto e di niente, lasciando che le endorfine facessero il proprio dovere, che i loro arti si rilassassero, che la sensazione di benessere li coccolasse un po’, poi si erano addormentati. Si erano svegliati nel cuore della notte e l’avevano rifatto con la stessa forza della prima. Poi il sonno e la stanchezza avevano avuto il sopravvento.
La mattina dopo, la Pina si svegliò abbracciata a Mau.
Sorridendo nella beatitudine della sua nuova conquista, scacciò dalla testa i ricordi dei sogni confusi della notte precedente. Riguardavano tutti Nick, le parole che avrebbe voluto dirgli, una telefonata mai fatta e una corsa infinita per prendere un treno. Che scompariva all’orizzonte, lasciandola a piedi, sulla banchina, ad attendere fino alla fine dei tempi.

Nick si era ripromesso di chiudere con le storie serie.
Aveva capito di non essere adatto a una continuità, e di preferire la concretezza alla volatilità delle emozioni. Se doveva investire del tempo, meglio centomila volte farlo in cose che rimanessero, non in persone o sentimenti che poi sarebbero scomparsi e lo avrebbero deluso e lasciato solo come un idiota a leccarsi le ferite. Quindi si era dato al bricolage, e si era messo a costruire modellini e plastici.
Si era trasferito in soffitta e aveva predisposto una sorta di mini laboratorio per il fai da te, un paio di cavalletti su cui aveva appoggiato un tavolaccio di legno recuperato da un falegname che lo avrebbe buttato, lo aveva ricoperto di carta e si era messo a costruire una città. Una vera e propria città in stile far west, con la ferrovia, il trenino, i tepee dei pellerossa, l’accampamento degli indiani, le fattorie e gli allevamenti di cavalli, gli steccati, e anche i covoni di paglia e i cactus. Le storie di cow boy e indiani lo appassionavano da sempre, quando al cinema era tornato di moda il genere western aveva fatto la ola, da piccolo suo papà gli aveva fatto vedere tutti i grandi classici e li sapeva a memoria, e vedere rinascere la cinematografia che lo aveva cresciuto era stata una gioia. Ora poteva ricrearsi le sue storie preferite direttamente in soffitta, sul suo plastico, grazie a legno, seghetti, lime, plastica, colla e artigianato. Con le proprie mani.
“Non sai che soddisfazione è creare qualcosa dal nulla. Altro che storie d’amore di ‘sto cazzo.”
Andy lo osservava perplesso.
“Quindi, a che punto sei?”
“Ho completato il paesaggio, ma ci ho messo tanto solo perché mi sono perso a fare le cose senza metodo. Sai, ho provato a fare qualche tenda, poi le casette, poi solo dopo ho fatto il progetto. Iniziare dal nulla qualcosa che non hai mai fatto è dura.”
“Ma poi che fai una volta finito, lo porti alle mostre?”
“Mostre?”
“Sì, mostre di modellismo, roba così.”
“No, ma che dici? È una cosa che faccio per me!”
“Ah.”
L’amico aspettò qualche minuto, poi riprese.
“Fammi capire. Quindi, quando ti chiamiamo per il poker e dici che devi lavorare, è per fare un plastico che tra l’altro nessuno vedrà mai?”
“Certo. È lavoro anche quello. E poi chissenefrega se nessuno lo vede, lo faccio per mia soddisfazione, solo per quello.”
“Già. E hai ripreso a scopare?”
Nick lo guardò di traverso, come se avesse preso una frustata in faccia.
“Scopare è sopravvalutato. Non serve a niente.”
“Sì. Quindi ti smanetti pensando ancora a lei.”
“Lei chi?!”
“Lo sai bene chi.”
“Lei non esiste, Andy. È stata cancellata dal database. Un incidente di percorso.”
“Ok. Quindi ti smanetti pensando ancora a lei.”
“Ti dico che…”
“E io ti dico che sei sfigato, ma sul serio.”
Il tono di Andy non ammetteva repliche, e Nick non ebbe il coraggio di dire nulla.
“Le donne sono strane, e lo saranno sempre. Ma pensare di infilare la merda sotto al tappeto e piazzarci sopra un plastico per non vederla non ti aiuterà ad affrontare la cazzata che hai combinato.”
“Non ho fatto una cazzata, doveva andare così.”
“Un cazzo. Niente deve andare, lo si fa andare in un certo modo per idiozia, disattenzione, menefreghismo. Ma non puoi scaricare la responsabilità sull’universo. Mi stai diventando un cultore di quelle stronzate in stile new age, adesso?”
“Ché?!”
“Lascia stare, meglio così. In ogni caso, chiudersi in soffitta a costruire casette di balsa non è la soluzione. Prima lo capisci, meglio è, e stasera si comincia con la cura disintossicante. Si va insieme in qualche bar a cercare figa, altrimenti a forza di usarla, quella mano, non potrai più costruire nemmeno un aeroplanino di carta. E dopo, addio sogni di gloria col nuovo plastico di cow boy e pellerossa. Dai, hai dieci minuti.”
Umiliato, Nick si convinse a uscire, nonostante non gli andasse per niente.
Si era tenuto la barba che lo faceva più vecchio di cinque anni, ma Andy lo aveva costretto a farsi una doccia veloce e a vestirsi alla svelta, per non perdere l’attimo e rischiare che si inventasse una scusa qualsiasi per evitare l’uscita.
Arrivarono al bar e raggiunsero gli altri due amici, che li aspettavano senza avere un’idea su quale direzione dare alla serata.
“Il nostro Nick ha di sicuro una buona soluzione.”
“In che senso?” rispose lui.
“Ma sì, ultimamente ti sei fatto qualche esperienza in più, che ne dici di condividere con noi il tuo sapere?”
“Già, è giunto il momento di insegnare ai noi discepoli l’arte del rimorchio.”
“Ma quale arte e arte, non prendetemi per il culo ragazzi.”
“Dai, almeno dacci qualche dritta su dei locali dove se la tirino di meno. Qua sono tutte stronze.”
“Va bene, vi porto io in un posto.”
E si diressero tutti insieme al lounge bar delle tardone.
Andy, Iappoz, Clod e Nick, i quattro cazzoni, si ritrovarono immersi in un’atmosfera ovattata, dove senza volere e senza saperlo, erano proprio loro al centro dell’attenzione.
Nick aveva fatto gli scongiuri per non ritrovare la tigre del materasso, e gli aveva detto bene. Una lunga occhiata di ricognizione, e non aveva notato i suoi capelli di fuoco, tranquillizzandosi un po’: ci mancava solo la super milf che gli faceva una scenata perché non si era fatto più sentire, sparendo dopo una sola nottata di sesso da film porno.
“Ragazzi, non saranno delle ragazzine, ma ce ne sono alcune da paura.”
“Sì, guarda quella, sotto la gonna ha un culo che pare di marmo.”
“Stai fissando una che ha la stessa età di tua madre.”
“Sì, ma è evidente che non hanno seguito la stessa dieta.”
“O lo stesso programma di esercizi in palestra.”
“Già, tua madre ha perso tempo per crescere te, invece di pensare a scopare col personal trainer.”
“Se lasciava stare te per godersi la vita era uguale, saresti cresciuto coglione comunque.”
“Basta voi due, quelle là ci stanno osservando, fate i gentiluomini per una volta.”
Le donne si sorrisero tra loro, poi gli fecero cenno di avvicinarsi.

Abituati alle sbarbine che li schifavano o peggio li insultavano, i quattro non se lo fecero dire due volte. Presero i drink e si avvicinarono con l’atteggiamento dei Cavalieri dell’Apocalisse, per darsi coraggio e sembrare meno sfigati di quanto fossero in realtà.
Dopo i saluti, le presentazioni e i convenevoli, i due gruppetti si mischiarono per fare due chiacchiere in compagnia e conoscersi un po’. Stavano parlando delle ultime vacanze e dei prossimi progetti, quando Nick si sentì toccare la spalla. Si girò, e non appena se la trovò davanti, si sentì morire: la rossa infuocata dalle tette rifatte lo aveva riconosciuto e ora, lui lo sapeva, gli avrebbe fatto fare una figura così di merda che se la sarebbe ricordata nei secoli. O meglio, tutti quanti se la sarebbero ricordata nei secoli, maledetto lui e quando si era lasciato convincere a uscire, e quando gli era venuto in mente di sfidare la sorte e portarli proprio lì.
“Ciao caro, è bello rivederti, come stai?”
Come se nulla fosse, l’aveva baciato sulle guance e si era unita a loro.
Come se non fosse successo niente, come se non fosse mai sparito come un codardo.
Lei lo aveva accolto con calore e si era messa a parlare e a ridere con lui e insieme alla nuova comitiva come se fossero amici che non si rivedevano da secoli e che finalmente si erano ritrovati a bere un drink insieme.
Si sorprese a pensare che se fosse stata un’altra, lo avrebbe preso a schiaffi. Invece lei no. Lei sembrava davvero felice di vederlo. Così felice, che se lo portò a casa per un ripasso veloce della prima volta.
Non aveva fatto in tempo a entrare in casa che se l’era ritrovata addosso, avvinghiata a lui come edera. La ricordava focosa, ma non così focosa. Altro che tigre, questa sarebbe stata capace di liquefarlo con un solo sguardo, a distanza, senza nemmeno sfiorarlo con un dito.
Gli strappò via giacca e camicia e iniziò a mordergli il petto, i fianchi, gli addominali.
Si fece scivolare via il vestito per essere libera e lo spinse contro il muro, abbassandogli i pantaloni e prendendolo tutto in bocca. L’erezione gli esplodeva, Nick aveva il terrore di fare una figuraccia e venire subito, dopotutto era da un po’ che non lo faceva e quelle labbra erano troppo esperte per resistergli. Dovette toglierla da lì per non godere. La prese per mano e la sollevò, portandola sul divano, le aprì le gambe e le infilò due dita dentro, mentre con l’altra mano le toglieva gli slip. Era già bagnata, pronta ad accoglierlo, era calda come l’inferno e feroce come una fiera, ma non volle penetrarla. Non subito. Prima la fece venire leccandole il clitoride, mentre le teneva le dita dentro, premendole verso l’alto, per stimolarla al massimo. I suoi gemiti e la sua bocca semichiusa non mentivano.
“Fammi godere ancora.”
Stordita dal godimento e dall’eccitazione, la donna lo spinse sul tappeto e gli afferrò il sesso, spingendoselo dentro. Nick, che non si aspettava un assalto mentre era ancora accaldata dall’orgasmo, cercò di pensare alle cose più brutte del mondo, tipo le malattie, la fame, i bambini morti, il frigo senza birra, tutto per non perdere il controllo. Ma dopo qualche secondo, nonostante lo sforzo immane, dovette cedere e abbandonarsi alla disfatta. L’orgasmo arrivò anche per lui, potente, liberatorio.
Rimasero lì sul tappeto per un po’. Era morbido, doveva costare parecchio. Nick si chiese se per caso dovesse essere smacchiato, e quanto gli sarebbe costato. Poi si disse che l’aveva delusa. Lei voleva continuare.
“Scusami, ma eri troppo sexy.”
La giustificazione arrivò dal nulla, nel silenzio della sala.
Lei lo guardò sorniona.
“Non scusarti. Abbiamo tutta la notte per recuperare, no?”
Lui le sorrise.
Lo aveva capito.
Era una donna che non era abituata a sentirsi dire no.
Ma in fondo, a lui andava bene così.

La storia con Mau aveva preso una piega strana.
Da qualche tempo la Pina faceva fatica a incastrare i suoi impegni di lavoro con quelli di lui, e ogni volta c’era qualche problema sempre diverso per vedersi.
Era vero, lui non lavorava solo in radio ma faceva anche serate in discoteca, e doveva girare su e giù per l’Italia attraverso locali che lei non si sarebbe mai sognata di frequentare. Poi, in fondo, nemmeno Mau le aveva mai chiesto di seguirla, così si vedevano meno.
Il sesso era sempre fantastico, e questo la consolava di tutte le serate e di tutti i week end in cui non riuscivano per un motivo o per un altro a incontrarsi.
L’ultima volta, la settimana prima, si erano beccati per un aperitivo sotto casa di lei poi erano saliti per mangiare qualcosa e stare un po’ da soli, in pace. Avevano fatto l’amore, era stato intenso e sfiancante, e lui era rimasto per la notte. Quando aveva parlato della situazione a Luisa, l’amica si era un po’ stranita.
“Ma scusa, state facendo il percorso al contrario o mi sembra?”
“In che senso?”
“Mah, non so. Di solito si inizia con calma, poi pian piano si aumentano le dosi. Voi invece siete partiti subito ai duecento all’ora, e adesso vi vedete una volta ogni quanto? Una o due settimane?”
“Oddio, be’, non saprei dirti con esattezza...”
“Come sarebbe, non sapresti dire?!”
 “Ma sì, lui fa un lavoro particolare, è sempre in giro.”
“Eh ok, certo, e non si può chiedere a una persona di rivoluzionare la propria vita perché ne incontra un’altra con cui sta bene solo dopo qualche settimana che la conosce, però un piccolo, piccolissimo sforzo potrebbe anche farlo.”
“Nemmeno io faccio sforzi, Lu.”
“Tu sei quella che ne deve fare meno. Non hai un lavoro strambo, fai una vita abbastanza regolare con orari regolari, è lui che dovrebbe adattarsi. Se gli interessasse approfondire, intendo.”
“Intendi cosa?”
“Hai capito benissimo. Sì va bene, ha una voce da paura, tromba da dio, in mezzo alle gambe si ritrova un...”
“Lu! Parla piano! Siamo in un locale pubblico.”
“Sì, ma nessuno ci ascolta. E se anche ascoltasse, non avrebbe che da imparare. In ogni caso, tutte quelle bellissime caratteristiche che mi hai elencato di quest’uomo, alla fine, stringi stringi, a cosa sono utili? A farti una bella scopata? A che altro?”
“Be’ insomma, sì, a nient’altro.”
“Bene, allora prendilo per quello che è. Non aspettarti nulla di più. Quando e se vorrà scendere dal pero e accorgerti che sei anche qualcosa di più di una vagina su misura, allora perfetto. Ma fino a quel momento, non contarci troppo. E guardati attorno. Se trovi qualcosa di meglio prima tu, che se ne vada a quel paese.”
“Certo che in due parole me lo hai demolito.”
“No, ho solo descritto una situazione, qua non c’è proprio nulla da demolire. Diciamo che per come la vedo io, non c’è nulla e basta.”
La Pina amava la sincerità di Luisa. Non per niente era la sua migliore amica.
“Ma dimmi la verità, tu sei coinvolta?”
La Pina ci pensò su.
Era difficile da dire.
“Non saprei.”
“Se è una questione di sesso, lo sai bene che passa. Anzi, non lo sai, ma te lo dico io.”
“Giulio.”
“Sì, certo, chi altri? Siamo sposati e anche se non lo siamo da trent’anni ho capito bene come funziona. Ci siamo rodati in qualche annetto di fidanzamento, prima del matrimonio, e sono arrivata alla conclusione che le scintille sono meravigliose, ma si spengono anche in fretta. Quello che rimane dopo, se rimane qualcosa, è tutto da costruire.”
“E non c’è modo di mantenere le scintille e di costruire, contemporaneamente?
“Ci sto riflettendo da tanto, ma non credo troverò una risposta. E se la troverò, farò un bellissimo trattato e diventerò ricca registrando il mio metodo geniale all’ufficio brevetti.”
Le due donne si misero a ridere.
“Stasera forse ci vediamo, magari gliene parlo.”
“Vuoi parlargli di cosa?”
“Della situazione che si è creata. Non vorrei ci fossero degli equivoci.”
“Forse sì. Forse è meglio che vi chiariate su cosa vi aspettate, e su cosa volete. Ma tu non mi hai ancora detto che cos’è che vuoi da lui.”
“Non lo so.”
“È il sesso ben fatto che ti confonde?”
“Non saprei. Ti dico con sincerità, non lo so.”
E purtroppo, non lo sapeva davvero.

La storia con la divorziata d’assalto aveva preso una piega particolare.
In pratica, era diventato il suo gigolò.
O meglio, questo si sentiva.
Lei usciva con le amiche, lo chiamava solo quando voleva scopare, e basta così.
Non doveva pensare a nulla, perché quando uscivano era lei che pagava. Lui la passava a prendere e le faceva da autista, da accompagnatore, da oggetto sessuale, se lo desiderava rimaneva da lei a dormire, altrimenti se ne tornava a casa coi soldi in tasca e le palle vuote. Era diventato l’uomo più invidiato dagli amici, che a differenza sua, non erano riusciti a rimediare nemmeno un drink con le milf incontrate al lounge bar.
“Dicci qual è il tuo segreto.”
“Ma quale segreto ragazzi, ma non vedete?”
“Cosa?”
“Sono il suo giocattolino, appena avrà finito di usarmi mi butterà via.”
“Be’ quando succederà diccelo, così ci proponiamo per prendere il tuo posto.”
“Sì, una bella audizione, e vedremo chi è il migliore tra i pretendenti!”
Nick scosse la testa.
“Siete dei coglioni.”
“Meglio questo che fare modellini, però.”
La stoccata di Andy lo colse alla sprovvista.
I modellini, nelle sue intenzioni, avrebbero dovuto servire ad allontanare il pensiero di lei.
La nuova situazione invece lo aveva catapultato in una storia di sesso che non portava da nessuna parte, e che lo faceva sentire ogni giorno più ridicolo. Ma non riusciva a staccarsene, perché il sesso era fenomenale, e lui era pur sempre un uomo preda dei propri bassi istinti. Se lo ripeteva dandosi dell’idiota, e nonostante questo ogni volta che lei lo chiamava, lui correva come un cagnolino. La maledizione delle donne forti e indipendenti. La super milf sembrava, gli ricordava... era una Pina all’ennesima potenza, però la differenza di età, chissà come, gli permetteva di farsela senza problemi.
Ecco, la chiave.
Ecco, qual era l’inghippo.
“Andiamo a fumarci una sigaretta” disse a Andy.
“Da quando hai iniziato?”
“Da oggi, vieni.”
Andarono fuori dal locale. L’amico si rese subito conto della luce negli occhi di Nick, quasi febbrile.
“Che hai, che ti è successo?”
“La milf è la Pina!”
“Cosa?!”
“La milf, quella che mi scopo...”
“Eh...”
“È la Pina!”
“Ti sei bevuto il cervello?”
“No! Se ci pensi, è così.”
“Nick, la milf e la Pina sono due persone distinte. Hai ripreso a fare le casette, per caso? Hai iniziato a sniffare la colla con cui le costruisci? Dimmi la verità.”
“Sì, sì, lo so che sono sue, ma la milf è quello che la Pina potrebbe diventare: è forte, è indipendente, è dominante! E io mi sono sempre lasciato affascinare da questo aspetto nelle donne, capisci? Che abbiano carattere, è fondamentale per me. Solo che la milf è una qualunque, mentre la Pina è...”
“La Pina è...?”
“La Pina... è la Pina!”
Andy guardò l’amico cercando di capire se avesse inteso bene il discorso.
Non era facile alle volte interpretare i discorsi di Nick, e quella era una di quelle volte.
“Quindi, che cosa mi stai dicendo?”
“Che quel dottore del cazzo forse aveva ragione.”
“Lo psicologo?”
“Sì. Ricordo che aveva detto una cosa ben precisa: aveva parlato di blocchi mentali che si creano quando c’è coinvolgimento. E io sono coinvolto eccome. Io, della Pina, sono innamorato.”
“Hai detto sono.”
“Sì.”
“Al presente.”
“Esatto.”
Andy rimase in silenzio.
Lasciarono passare qualche minuto senza dirsi niente.
Era uscita un po’ di gente nel locale, ne era entrata dell’altra, gli altri due erano rimasti dentro a bere, insomma, tutto regolare.
“E adesso?”
“E adesso cosa?”
“Come fai a dirglielo?”
“E chi ha mai detto che devo dirglielo.”
“Ma scusa, hai appena confessato che la ami.”
“Sì. Ma ormai è troppo tardi. Recuperare, non si può più.”
L’amico lo fissò, zitto. Poi, riprese a parlare.
“Allora è proprio vero.”
“Che cosa?”
“Casette o non casette, resti proprio un coglione.”
L’aveva freddato con una frase, poi si era girato per rientrare nel bar, lasciandolo lì, solo come un cane. A Nick ormai era passata la voglia anche di parlare. Così non vide altra soluzione se non prendere l’autobus e tornare a casa. Per lui, la serata era finita.

L’aveva inchiodata alla porta.
L’aveva presa in piedi, senza nemmeno toglierle i vestiti.
“Mi sei mancata.”
Glielo aveva sussurrato all’orecchio mentre la penetrava.
Lei si era aggrappata alle sue spalle e sentendolo accelerare nella corsa verso l’orgasmo, si era inumidita un dito per toccarsi e venire insieme a lui. Quando Mau si era staccato da lei, aveva notato qualcosa di diverso, ma non si era posta il problema: non si vedevano da due settimane e mezzo, era troppo presa dalle endorfine e stordita dal desiderio per farsi delle domande. Le risposte erano arrivate puntuali, una settimana dopo, senza che lei facesse loro alcun sollecito.
La Pina e Mau dovevano vedersi la sera dopo, ma lui aveva insistito per anticipare di un giorno perché, a suo dire, gli avevano fissato una serata in una discoteca fuori città, e non si sarebbero più rivisti per un’altra settimana. Non voleva che accadesse. Voleva vederla. Così lei gli aveva preparato una cenetta intima e come sempre, avevano fatto un sesso spaziale e lui si era fermato a dormire da lei. Tutto regolare.
Lei non aveva avuto il coraggio di fare il discorso.
Si era ripromessa di affrontarlo un’altra volta, in tranquillità, senza lo stress da settimana lavorativa e da assenza, e sicuramente avrebbe trovato anche le parole giuste per fargli capire con chiarezza che le sue intenzioni non erano quelle di metterlo in gabbia o ammanettarlo in una relazione, ma solo di capire come vedeva lui il loro rapporto. Per capire se lo vedevano allo stesso modo o se fosse il caso di correggere qualcosa. Insomma, voleva saggiare il terreno per vedere se erano sulla stessa lunghezza d’onda.
Quando gli aveva chiesto della serata dell’indomani, lui le aveva fatto il nome di un locale in cui andava spesso, così, quando Sara le aveva dato buca perché si era beccata il virus gastrointestinale, non le era stato difficile trovare l’alternativa. Aveva cercato il discopub su internet e aveva trovato l’indirizzo. Si era acchittata da serata fighetta, cosa che non faceva da ben cinque anni, pescando nell’armadio delle cosucce un po’ particolari e non troppo fuori moda, creando un mix a cui non era più abituata, ma aveva pensato che sarebbe stata solo per quella sera, e solo per fargli una sorpresa.
Invece, la sorpresa gliel’aveva fatta lui.
Quando era arrivata sotto la consolle, l’aveva beccato con la lingua infilata in gola a una gnocca stellare, che a grandi linee doveva essere una ragazza immagine del locale, o una cubista. I panni che vestiva erano abbastanza succinti, la qual cosa la faceva propendere per la seconda ipotesi.
Lui non l’aveva notata, e lei si era ben guardata dal salire e fare una scenata.
Vederlo così, avvinghiato a una sconosciuta, a cui probabilmente diceva le stesse cose che raccontava a lei, con cui probabilmente faceva le stesse cose che faceva con lei, non le aveva provocato nessuna emozione particolare.
Era come quando osservava le prime foglie cadere dagli alberi all’inizio dell’autunno: nonostante una nota di malinconia di fondo, era normale che succedesse, dovevano cadere, non era affatto una novità, la Pina lo sapeva e non c’era nulla di cui meravigliarsi, o preoccuparsi, o avere paura. Funzionava così.
Anche Mau funzionava così, e lei lo aveva capito prima che fosse troppo tardi. Prima che la malinconica sensazione dell’ineluttabilità potesse essere sostituita da quella della mancanza, quella vera, quella che ti strappa il cuore. Quella che aveva provato con una sola persona, fino a quel momento della sua vita.
Mentre usciva dal locale e cancellava il numero del dj dalla voce straordinaria dalla rubrica del suo cellulare, rifletteva su quello che l’aveva spinta in quella storia così assurda. Rifletteva sulla domanda che le aveva fatto Luisa.
Tu sei coinvolta?
Sì, era coinvolta fisicamente.
Ma a livello mentale no. Al livello profondo, non era arrivato.
Perché se Mau c’era o non c’era, se si vedevano o no, non faceva una grande differenza, in fondo. E la Pina lo aveva capito solo in quel momento, vedendolo baciare un’altra.
Durante la terapia, quando tornava a casa la sera e pensava a Nick insieme a un’altra, le si torcevano le budella e le veniva da vomitare. Solo a immaginarlo, provava quel dolore, e se gliel’avesse visto fare sarebbe impazzita, lo sentiva.
Mau era tutto quello che Nick non era riuscito a essere.
Da Mau aveva avuto tutto quello che da Nick non era riuscita ad avere.
Ma perché?
Perché, se lo amava così tanto?
Forse lui non amava lei, lo aveva dimostrato col suo comportamento, e alla fine non aveva perso niente. Però la rabbia montava come un fiume in piena, perché si era dovuta confrontare suo malgrado col fallimento e con la sensazione di vuoto che aveva provato quando aveva chiuso con Nick, ed quella sensazione era tornata nel momento più inopportuno, quando meno se l’aspettava.
Cazzo, perché con Nick non c’era riuscita?
Perché era dovuta andare proprio in quel modo?
Perché lo desiderava così tanto, e sentiva di non averlo mai davvero avuto?
Le era scivolato via e non era riuscita a fare nulla per impedirlo. Si sentiva persino responsabile per quello che era successo. Se non l’avesse portato dallo psicologo, forse sarebbero rimasti insieme e tutto quel casino non sarebbe successo. Invece come al solito si era impuntata e aveva deciso per tutti e due, e così era finita.
Entrò in auto e si chiuse dentro. Lo faceva sempre, era diventato un movimento meccanico. Lo faceva per evitare problemi e malintenzionati. Poi, mentre guardava la gente entrare e uscire dalla discoteca ridendo, urlando, ballando, appoggiò la testa sul volante e si lasciò andare in un pianto liberatorio.
Era la prima volta che piangeva da quando lei e Nick si erano lasciati.
Pianse per dieci minuti buoni, singhiozzando. Alla fine, si sentiva più leggera.
Poi, infilò la chiave e mise in moto per tornare a casa.

La musica alta nel locale le impediva di parlare e capire che cosa le dicessero le altre.
La Pina decise di abbandonare il tavolo delle amiche e si infilò la giacca di jeans per farsi un giro fuori a fumare una sigaretta. Non ne aveva davvero voglia, aveva pure smesso da qualche mese, ma ne aveva scroccata lo stesso una a Mary per avere una scusa valida e starsene un po’ da sola, riposare le orecchie e il cervello per cinque minuti. Cinque minuti soltanto. Le sarebbero bastati.
Uscì dal pub e si mise a passeggiare avanti e indietro, davanti all’entrata. Erano già passate un paio di settimane dalla sua crisi di pianto, e non aveva avuto il coraggio né la voglia di mettere da parte il suo orgoglio e di richiamare Nick per capire cosa non avesse funzionato, ma sentiva di stare mano a mano riacquistando un po’ di equilibrio. Forse, in fondo, non gliene importava più di tanto. Forse non erano fatti l’uno per l’altra e lei doveva solamente accettare questa verità. Quando sarebbe accaduto, sarebbe stata libera del tutto.
A Sara aveva raccontato il minimo indispensabile, così come alle altre. Non voleva rischiare di ricominciare col valzer dei consigli: l’ultima volta li aveva persino ascoltati, ed ecco com’era andata a finire. Poi era una questione che sentiva di dover risolvere da sola, tra sé e sé soltanto, escludendo chi non ne faceva parte. Le circostanze e il bisogno di quiete le avevano suggerito di starsene zitta il più possibile, e tanti saluti.
Mau era stata la parentesi divertente. Dopo che l’aveva beccato a sua insaputa con l’altra, o più probabilmente una delle altre, lui si era fatto risentire via messaggio, e aveva provato a chiamarla più e più volte. Vedendo che lei non lo cagava pari, era andato a trovarla a casa sua, ma lei non aveva risposto al citofono. E così si era messo a scriverle ogni giorno sms sdolcinati del tipo tu sei l’unica - tu sei la sola, tanto che lei gli aveva risposto per le rime scrivendogli e invece tu sei una sòla. Dal tono che aveva usato, e dagli scambi di messaggi successivi, lui doveva aver capito che il giochino si era rotto e aveva deciso di scomparire dalla sua vita velocemente come c’era entrato, lasciando lo spazio a una sana solitudine.
Laura gliel’aveva detto: le scintille diventano cenere.
L’esperienza di solito è utile a chi ha già affrontato e superato l’ostacolo, non certo a chi deve ancora provarci, almeno lei la pensava così, ma di certo le parole dell’amica le erano state necessarie per ridimensionare il problema e ridurlo a quel che era: un cumulo di inutili perdite di tempo e di energie per un tizio dalla voce arrapante e niente più.
Si sentiva più tranquilla, ora che aveva eliminato le zavorre.
Da lì, poteva solo ripartire più leggera.
Svoltò l’angolo soprapensiero per gettare lontano il mozzicone della paglia, senza accorgersi della figura che si dirigeva di fretta nella sua direzione. Lo scontro fu inevitabile e la fece finire col culo per terra prima di poter realizzare cosa fosse accaduto. Mentre si riprendeva dalla botta, una voce stupita la chiamò per nome.
“Pina?”
Lei alzò gli occhi, colpita allo stomaco da un quintale di ghisa, e se lo trovò davanti.
Aveva riconosciuto la voce.
“Sei... sei tu? Ciao. Come... come va?”
“Va. E tu?”
“Idem.”
Nick le porse la mano e la Pina vi si aggrappò per rialzarsi in piedi.
Non si aspettava affatto di incontrarlo, quella sera. Di solito bazzicavano posti diversi. Avevano amici agli antipodi, e questo comportava differenti locali da frequentare. Ne era la diretta conseguenza.
“Tutto bene?”
“Sì non preoccuparti, non mi sono fatta nulla.”
“No dico, tutto bene il resto, intendo...”
“Il resto al solito.”
Il resto, cosa?
Pina non aveva idea di che cosa dire, sentiva solo un grande imbarazzo salirle dall’esofago sotto forma di bolo alimentare. La sigaretta non aveva aiutato, per non parlare dello scombussolamento dato dall’incontro inappropriato, e deglutiva di continuo per evitare di rigettare proprio lì di fronte a Nick. Pure lui dal canto suo non sapeva cosa aggiungere al suo goffo tentativo di ristabilire un contatto. Forse avrebbe dovuto dirle che non era proprio lì per caso. Ma non trovava la faccia tosta per farlo.
“Senti...” iniziò lui.
Si bloccò poi prese un lungo sospiro e disse la frase tutta di seguito senza interruzioni per non avere il tempo di pentirsene. “So che non ci sentiamo da un po’ ma mi fa piacere vedere che sei in forma. Ti va di bere qualcosa insieme e fare due chiacchiere?”
Pina lo guardò per un attimo sorpresa, all’improvviso perdette l’espressione che aveva dipinta sul volto per diventare paonazza, poi bianca. Infine, prese una leggera sfumatura verde acido, e senza che nessuno potesse farci nulla, si voltò e inondò il marciapiede con un enorme, gigantesco, terrificante spruzzo di vomito. Nick rimase allibito, e tutto quello che gli venne da dire fu un bastava un no, sottovoce.
“Portami a casa, per favore” gli disse lei con la voce affannata.
Nick non poté fare altro che annuire ed eseguire.

“Ho mischiato rum con gin e whiskey e ho mangiato delle schifezze.”
“Non sono stato lì a controllare, ma in effetti l’avevo immaginato, dal colore del vomito.”
“Sei poi simpatico.”
“Eh, ho capito, ma non è mica colpa mia se ti sei ridotta così ieri sera.”
“Mmmhhh.”
“Perché? Non mi starai mica dando la colpa adesso.”
“No, è che non mi aspettavo di incontrarti.”
“E io non credevo di farti questo effetto, ormai...”
“Ma va là.”
La Pina sorrise e Nick si tranquillizzò.
Gli piaceva sempre vederla sorridere.
“Stai meglio stamattina?”
“A parte la sabbia al posto del cervello, sì. Però mai più. Hai dormito bene tu?”
“Sì, grazie. Comodo il tuo divano!”
Nick se lo lasciò sfuggire con naturalezza, senza ironia nella voce.
La Pina ridacchiò.
“La limonata che mi hai fatto era davvero schifosa, lo sai?”
“Non ho trovato nemmeno un’aspirina, ti ho fatto la prima cosa che mi è venuta in mente con quello che avevi nel frigo.”
“Ah, già, non faccio la spesa da due settimane.”
“E dove mangi?”
“Fuori.”
“Ah.”
Nick le chiese se voleva che le andasse a prendere qualcosa giù al bar.
“Mannò. Vieni qui.”
Glielo disse con un tono così caldo e invitante, così imprevisto e disdicevole che non fece domande. Si scostò dallo stipite della porta a cui era appoggiato, e si diresse verso di lei senza dire una parola. Nella stessa stanza c’erano anche un comodino e un armadio firmati Ikea. Lei alzò le lenzuola e lo fece entrare sotto, tirandoselo addosso.
“Riscaldami un po’...”
Era lei quella gattina che si strusciava mite e maliziosa sulla sua pelle?
Era lei quella che lo guardava con due occhi che lo divoravano di passione?
Era proprio lei?
Faticava a riconoscerla. Sembrava una persona diversa da quella che aveva visto, urlante, quasi un mese prima nello studio di uno sconosciuto.
“Non vuoi che parliamo prima?”
“No. Accarezzami.”
Accondiscese alla sua richiesta e iniziò a provocarla percorrendo con le dita l’incavo bianco del collo, i fianchi rotondi e l’ombelico delicato. Portava solo una canotta sottile e un paio di slip e si immaginava tutto. Tutto il suo corpo. Lo conosceva bene, ma era come se lo vedesse per la prima volta. Lo stava riscoprendo, ed era come l’aveva sognato. Senza il bisogno di dirsi niente, di spiegare niente. Come lo aveva sperato.
La Pina si girò e lo guardò negli occhi.
“Voglio che mi scopi. Ne ho voglia.”
Lei non gliel’aveva mai detto così esplicitamente prima, e l’impatto di quella parola, che suonava così volgare e così sensuale tra le sue labbra disegnate, ebbe l’effetto di una diga che si rompe e porta tutto via con sé. Senza più controllo, sentì il sangue fluire veloce prima nel cervello poi in ogni centimetro e in ogni vena del suo corpo. Cominciò a baciarla e ad affondare la lingua nella sua bocca, intrecciandola con la sua.
“Ti scopo, eccome se ti scopo, vieni qui...” e la prese per la vita.
La trascinò sotto di lui spogliandola e lasciandosi spogliare. Si infilò tra le sue gambe senza pensare a niente, guardandola semplicemente negli occhi, e la sentì inarcare la schiena per accoglierlo dentro di sé. Con un dito sentì che era bagnata, le morse il collo e l’orecchio ed entrò dentro di lei con un unico movimento fluido e deciso. Lei gemette e si lasciò penetrare, docile, muovendo il bacino per accompagnare i suoi colpi e schiuse le labbra respirando forte. Nick continuò senza perdere il ritmo dei suoi respiri, chiudendo gli occhi per trattenere l’orgasmo, perché la desiderava, eccome se la desiderava, e voleva che godesse, solo che godesse. La desiderava da impazzire, non sapeva dire quanto.
Lei appoggiò le mani sui suoi glutei per fargli capire che le piaceva che la prendesse così, con quella forza, che non le faceva male e che la stava facendo venire.
“Godo.”
Glielo sussurrò all’orecchio e lui ebbe paura di perdere il controllo, quando sentì che lei si tendeva e lo avvolgeva più forte e le contrazioni del suo piacere avevano iniziato a solleticargli il glande.
“Vienimi dentro, è tutto ok. Vienimi dentro.”
Allora anche lui si lasciò andare, e lasciò fluire il desiderio. E vennero insieme.

“L’avresti detto?”
“Cosa?”
“Questo.”
Stretti sotto alle lenzuola, si accarezzavano le braccia, come facevano sempre quando qualcosa andava storto. Solo che quella volta era andato tutto bene. Era andato tutto alla perfezione.
“Questo cosa” sussurrò lei.
“Questo momento.”
Il giorno prima era ancora convinta che non l’avrebbe mai più visto. Mai avrebbe potuto immaginare avrebbero risolto di colpo anche il problema che li aveva divisi.
“Se devo essere sincera, no, non me l’aspettavo.”
“Non pensavi che sarebbe stato così?”
“Così come?”
“Così bello da scriverci una poesia.”
“Addirittura una poesia?”
“Massì...”
“Non ci vediamo per qualche mese e mi sei diventato un poeta?”
La Pina rise per prenderlo un po’ in giro, e Nick rise insieme a lei.
“Non lo so, ma potrei benissimo diventarlo, dopo un’esperienza del genere.”
“Ah sì? Perché, com’è stata?”
“Mah…”
“Ah, be’, bel poeta che sei!”
“Lasciami pensare un attimo. I poeti sono gente che pensano sai... le poesie non vengono mica così, come bere un bicchiere d’acqua.”
“Ok, ti lascio pensare.”
Giocò coi suoi capelli e gli diede un bacio sulle labbra. Avevano messo da parte le paranoie e si erano goduti quello che avevano. Forse i blocchi c’erano stati davvero, forse no. Ma a quel punto chi se ne importava. Si erano ritrovati. Del resto potevano fare a meno.
“Eccola, ce l’ho!”
“Wow, davvero? Così, subito?”
“Con una musa come te, certo.”
“Vuoi dirmela ora?”
“Certo, voglio dedicartela...”
“Grazie. Sono tutta orecchie.”
“Senti qua...”
La Pina sgranò gli occhi.
Nick corrugò la fronte.
La Pina gli spettinò i capelli.
Nick le prese la mano e gliela baciò.
“Allora?”
“Allora senti che poesia.”
“...”
“Venire a letto con te mi facevi scoprire l’America.”
“Nick...”
“Eh?”
“Sei molto meglio come amante che come poeta.”
E per recuperare il tempo perduto, ricominciarono.

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