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Diario n°:

241

GABRI
FALCOSIRENE

GABRI

Dietro lo scaffale dei detersivi, tra le altre persone in coda alle casse, una sagoma.

Ti riconosco. Stai controllando quello che porti tra le braccia. Forse, a mente, stai facendo il conto; è molto probabile che tu non abbia molto denaro con te.

Sei vestita come allora da maschiaccio, ma i capelli ora sono lunghi, liberi e ancora neri sulle spalle. Stessi giubbotti stropicciati su pantaloni larghi e scarpe da ginnastica colorate.

Avevi un profilo bellissimo, un naso importante e occhi profondi neri.

La tua pelle olivastra l'ho accarezzata ancora per molto tempo nei miei sogni, e ad occhi aperti, come se fossi ancora qui.

Ma i tuoi grandi seni e i fianchi larghi, quelli, mi hanno segnata per tutta la vita.

 

Mi fermo. Aspetto che tu mi senta. Qui, poco lontana da te.

Ci sei, ora ti sei accorta di me.

Che bello il rossore del tuo viso, questo non lo ricordavo.

Sei completamente infuocata. So che ti sta battendo forte il cuore.

Come a me. Mi sento scoppiare.

Ti osservo meglio. Ormai avrai circa quarant'anni... e come allora, sembri appena uscita da un "centro sociale".

Arrivi. Mi baci.

Non abbiamo parole.

Silenzio.

«Non ci posso credere... sei proprio tu...»

«Io vivo qui... e tu... dove sei ora, aspetta... sei sempre a Firenze?»

«Sì, sto lì... ma... tu... cosa fai...»

Parole, parole, parole.

Continuiamo così per un po', dicendoci stupide frasi vuote, ma non smettiamo di guardarci negli occhi.

Quanti ricordi. Resto incollata al tuo sguardo e al tuo rossore.

Chissà se anche tu stai rivivendo le mie stesse emozioni.

Oppure sei solo imbarazzata per essere sempre un po' scapestrata, ancora un ragazzaccio, ancora spettinata, ancora con le mani rosse e ruvide anche in estate.

Io invece sono un po’ più "signora" di un tempo, almeno nelle apparenze.

Eravamo diverse anche allora.

Forse erano state proprio le diversità tra di noi, a farci impazzire, l'una dell'altra.

 

Siamo fuori adesso.

«Dammi il tuo numero di telefono...» e mentre lo dici, raccogli un volantino da terra per scriverci sopra. Tipico tuo. Avresti potuto vivere su un marciapiede, fare la barbona, e forse un poco lo sei.

Ho paura. Tu mi ha sempre fatto paura.

È pericoloso lasciare entrare nella propria vita una come te.

Pericoloso? E perché? Sei stata la mia prima donna, e non lo sapevo.

Eravamo alla fine dei mitici anni '70.

Quelli del mio anarchismo, del femminismo, delle droghe facili, dell'incoscienza.

 

Eravamo tutti ragazzi allora. Era una bella compagnia, ma io non avevo capito nulla. Tu eri speciale e piacevi un po' a tutti.

Troppo fascino, troppo.

Avevi iniziato a venirmi a prendere sotto casa per uscire la sera.

Niente di strano. Arrivavamo insieme e ce ne andavamo insieme.

Molto unite. Vicine, ma in un gruppo bello misto.

Tra tutti c'era Carlo, bello come il sole, moro, alto, atletico.

Era il più solare, allegro, positivo. Lavorava già.

Poteva permettersi una bella auto, anche un "buco" dove ci portava a sentire musica e fumare.

Lui piaceva molto a me, e a lui piacevi molto tu. Niente da fare.

E poi Dario, Patrizia, Dolores, Fulvio, Sandro e tanti altri.

Ci sentivamo così profondamente vivi e non potevamo sapere quanto stessimo invece camminando vicini alla morte.

A volte mi sento una soppravissuta. Perché né Carlo, né Patrizia, né Dolores sono ancora vivi, ed altri li seguiranno fra poco.

Perché loro non si sono salvati e una maledizione l'ha portati via.

Ma allora nessuno di noi si era ancora perso, ed eravamo tutti curiosi di ogni cosa. Niente doveva rimanerci oscuro. Avremmo potuto entrare tutti, in toto, nel cast di "RadioFreccia", come tante altre compagnie di giovani di quegli anni innocenti.

Il nostro bar. Le nostre panchine. La nostra spiaggia, di giorno e di notte.

Non era mai abbastanza tardi per tornare a casa.

Le tre, le quattro. In giro in auto a vuoto per ore, fumando e ascoltando Patti Smith o Lou Reed.

Anche quella sera c'eravamo tutti. Il buco di Carlo era sempre accogliente, pieno di cuscini. Tutti per terra, uno sopra l'altro. Teste contro piedi. Braccia intorno al collo e occhi chiusi.

Tutti un po’ fatti, tutti a sognare di partire.

Non ricordo quale fosse la musica, forse stavo sognando, ma non mi chiesi di chi fossero quelle carezze. Le accettai, ad occhi chiusi.

Erano fatte da una mano tremante sui miei occhi e le mie labbra.

Dolci, dolcissime come la lingua che tu, a poco a poco infilasti tra i miei denti, nella mia bocca, dentro di me.

Non era un bacio di maschio. Non una penetrazione.

Solo una carezza bagnata dentro la mia bocca, e un sapore di rosa.

E la timidezza, quella la ricordo bene.

Nessuna arroganza: tu ti avvicendavi lentamente dentro di me, a poco a poco, come se ad ogni attimo attendessi il mio permesso per proseguire.

Quello che successe dopo ogni tanto mi fa svegliare di notte.

Nessuno degli altri aveva fatto particolare caso a noi.

Ma Carlo no. Lui ci aveva osservato per tutto il tempo.

E lo capimmo bene quando ci tirò addosso, infuriato, uno sgabello del bar.

Certamente urlò anche qualche parola, ma per noi non fu nulla confronto allo stupore, la delusione di fronte al suo gesto così violento.

Avevo già conosciuto l'aggressività maschile, la pochezza d'animo, l'insensibilità, l'incapacità di capire...

Tu mi prendesti per mano e uscimmo fuori, in piena notte, quasi mattina, da sole, a piedi, per strada. Caminammo per un bel po’. Fino a che ci fermò una pattuglia.

Ci pensarono loro a portarci a casa.

 

«Vorrei vederti... più tardi, questa sera... puoi?»

«Io... credo di sì... telefonami...»

 

Sono a casa. Seduta vicino al telefono da circa un'ora.

Finalmente squilla e sono già pronta a rispondere.

Mi stai aspettando. Faccio presto, sono già vestita. In un attimo sono in macchina e corro da te.

Eccoti, appoggiata al nostro lampione, sul marciapiede dove una volta c'era il nostro bar.

«Ciao.»

«Sali... ti porto a fare un giro...

Sei qui, e il profumo della sigaretta che fumi mi riempie le narici.

«Sono ancora le Lucky Strike?»

«Hei... te le ricordi...»

«Certo... il più bel pacchetto di sigarette dopo le Gauloises...»

Silenzio.

Rallento, e con una mano tiro fuori una cassetta, la infilo nello stereo. Accendo.

«Tesoro... ma è Patti... da quanto tempo non la ascoltavo più...»

Silenzio.

Mi giro. Ci guardiamo. Hai gli occhi lucidi.

In un attimo il tuo braccio è intorno al mio collo, e il tuo bacio arriva.

Mi fermo, accosto, e il cuore batte all'impazzata.

«Calma... stai calma... aspetta...»

«Sì...»

Mi accarezzi le sopracciglia, il naso e poi scendi sulle mie labbra.

Io tremo. Cerco di scostare tutte le cose che hai addosso per arrivare a toccarti. Il giubbotto, la camicia di jeans... un bottone, l'altro, e ancora.

La tua pelle.

Tu tiri giù il sedile, basso, basso. Non è un prato sotto le stelle, ma che importa, sto sudando, tremando e ho bisogno di baciare i tuoi seni.

Mi metti le mani senza unghie tra i capelli e mi avvicini a te.

Su di te. Ti respiro addosso, sul collo, nelle orecchie, sugli occhi.

Apri la camicia che ti ho sbottonato.

Finalmente. I tuoi seni. Bellissimi, grandi, abbandonati, lì, per me, per la mia lingua golosa. Giro intorno ai tuoi capezzoli con il mio dito, e li succhio, li lecco, li bacio.

«Come sei bella...»

«Ti prego... non parlare...»

Continuo a leccarti, e tu mi spingi più giù.

«Sì... adesso... giù...»

Mi spingi ancora. Ma io voglio farti aspettare, ancora.

«Ti ho desiderata tanto sai... e per molto tempo...»

Mi metti una mano sulla bocca.

«Zitta! Stai zitta...»

«No! devi sapere... Ti ho amata molto, troppo... e tu sei andata via...»

«Basta...»

«E poi, ti ho aspettata... ma... non è servito a farti tornare...

Stai slacciando la cintura dei tuoi pantaloni. Sei incerta ora, tremi anche tu. Mi sali su, tra i collant e apri completamente lo spacco della mia gonna.

«Sono qui adesso...»

Stai piangendo una piccola lacrima. E intanto mi accarezzi tra le gambe. E il mio collant brucia. Strofini e strofini. Ti avvicini al mio viso. Mi morsichi il mento salato. Anch'io ora piango. I nostri visi sono incollati e le nostre lingue scivolano ovunque a leccare le lacrime dell'altra.

Quando finalmente arrivi alla mia clitoride, urlo. È un lamento tra il pianto.

Un piacere come di morte. Urlo più forte, non resisto più perché da troppo tempo ti stavo aspettando. Ormai sono venuta. Troppo presto. Volevo dirti ancora tante cose...

 

«Amore, amore... amore mio...»

Mi culli, mi stringi, mi baci i capelli.

Ti guardo, ancora. Sei una donna, come me. Ma in questo momento vorrei essere un uomo.

«Vorrei avere un cazzo per entrarti dentro, fino in fondo...»

«Non ho mai più imparato ad amare i cazzi, sai... come allora...»

«Vorrei un cazzo... duro, durissimo... e gonfio... per riempirti...» e ti entro dentro con le dita, le mie, quelle che ho, l'unica possibilità che ho per penetrarti con una parte del mio corpo...

«Sei mia... sei sempre stata solo mia...»

Sono dentro la tua bocca con la mia lingua e anche di più, affondo dentro di te per quanto mi è possibile, e con l'unico dito che mi è rimasto fuori, spingo sulla tua clitoride eretta.

Hai finito le lacrime ormai. Solo il tuo respiro forte. E l'odore di piacere.

«Urla... urla, urla! Urla! Ti prego!»

Vieni.

Guardo i capelli sudati che disegnano i tuoi seni.

Insieme facciamo quasi 85 anni, e siamo ancora qui in macchina, come ragazzini, anzi come ragazzine.

«Hai un uomo?»

«Sì. E tu?»

«No. Non mi hanno mai convinto... o io non ho convinto loro...»

 

La mia auto arriva al lampione. Scendi.

«Ti chiamo domani.»

So che non lo farai.

Entro in casa. Franco è già tornato.

«Ciao. Com'è andata?»

«Ma... così, così, normale...»

«Sta bene la tua amica?»

«Abbastanza...»

«Vieni, dai, vieni qui...»

È già a letto, e mi stava aspettando. Alza il lenzuolo. È nudo. Si sta accarezzando.

«Ti stavo aspettando... pensavo che forse al tuo ritorno avresti avuto voglia di me...»

Lo guardo. Non rispondo.

«So a che cosa stai pensando quando mi guardi così...»

Tira fuori le tre sciarpe di seta che gli piacciono tanto. Una per il mio polso sinistro, una per il mio polso destro, una per i miei occhi.

«Come sei calda... sei già bagnata...»

Sì. Sono già bagnata.

E inizia a leccarmi, mentre sono legata e bendata sul letto.

Non vorrei, ma sentirlo dentro di me mi fa sentire persa, e mi abbandono.

Non smette di premere sulla mia clitoride mentre affonda il suo pene, e mi arrendo.

«Brava, piccolina, brava... vieni... vieni...»

Lo sento sorridere. È soddisfatto e potente dall'alto della sua erezione ancora perfetta.

Ed io resto lì, a bocca aperta, bloccata dalle sciarpe di seta.

Non può vedere le mie lacrime salate.

 

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