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Diario n°:

119

I DON’T LIKE MONDAY
Agata

I DON’T LIKE MONDAY

Il traffico del lunedì mattina uccide.

Sarà perché la domenica ci si rilassa, ci molli un po’, ma alla ripresa della settimana sembra che la gente non ricordi nemmeno dove sono i pedali e il volante.

Dai, tengo botta solo perché tra poco arriverò sotto casa sua.

Mi manca Lili, è da venerdì che non la vedo, tornava a casa dai suoi e loro ancora non sanno di noi.

Dice che ci vuole un po’ di tempo, lei è sempre la loro bambina, anche se da due anni vive lontano per frequentare l’università.

Mi ha chiesto di avere pazienza.

Come faccio a dirle di no?

Eccola là, sotto casa:

«Ciao!» Esclama saltando sul sedile accanto al mio e gettando lo zaino dietro di noi.

Già la mattina ha un altro colore, penso mentre si sistema la cintura di sicurezza e si mette a rovistare dentro al suo zaino.

«Ti ho preso le brioche al forno prima, tieni!»

E mi porge un sacchetto.

Adoro queste sue tenerezze, sembra un cucciolo quando fa così.

«Ma ti sei pettinata questa mattina?» Le chiedo gettandole una sguardo.

Ha una massa di ricci pazzeschi, volano da ogni parte, e poi quelle ciocche colorate!

«No, non ne avevo voglia! Sono tornata tardissimo stanotte e non ho fatto in tempo a lavarli» borbotta infilandoci le mani dentro.

Vorrei poterlo fare anch’io, intrufolare le dita tra i suoi capelli e giocare con uno, due, cento riccioli ribelli.

«Come è andata dai tuoi?» le chiedo facendomi forza per non tirarmela contro e baciarla fino a farla soffocare.

«Bene! Mi sono divertita moltissimo!» risponde con un sorriso.

Lei si divertiva, io affogavo nella solitudine e nella voglia del suo corpo e della voglia di fare l’amore con lei.

Intanto ho acceso la macchina e l’ho fatta inghiottire dal fetente traffico del lunedì mattina.

«E cosa hai fatto di bello dai tuoi?»

«Sabato sera sono andata ad una festa, era il compleanno di Marco e c’eravamo tutti, i vecchi amici del liceo, la vecchia compagnia.»

Marco.

Una fitta nascosta di gelosia, Marco era il suo ragazzo al liceo, sono stati assieme fino a quando lei è partita per venire qui.

Ma non voglio che se ne accorga, quindi fingo un interesse eccessivo per le manovre di guida in mezzo al traffico.

«Non avevo una gran voglia di andarci a quella festa, ma poi mi sono davvero divertita, è stato fantastico tutto!»

La guardo di sottecchi e sento un colpo al cuore.

Ha gli occhi che ridono.

Lo stesso sguardo allegro che le nasce dentro ogni volta che stiamo assieme.

Quante volte dopo averla vista godere ho assistito al nascere di quel sorriso negli occhi che la illuminava fin da dentro?

Un sorriso che viene da dentro, luminoso e arruffato, che sbocciava in quegli occhi straordinariamente scuri e sotto quei ricci ribelli.

E quello sguardo ha un nome, un solo nome.

Marco.

«E come è andata con Marco?» le chiedo con finta indifferenza.

«È andata bene, è stato bello rivederlo!»

Gli aghi roventi della gelosia iniziano a stuzzicarmi il cuore, graffiandone le pareti fino a farle sanguinare.

Lei parla, parla e non se e accorge.

«Mia sorella mi aveva prestato delle cose sue da mettermi addosso e quindi ero anche tutta in tiro, figurati che mi ero messa la gonna, ti rendi conto?! Erano almeno tre anni che non ne mettevo una!»

Lo so, ormai i suoi pantaloni militari con il cavallo basso che compra al mercatino e quelle magliette sdrucite con la faccia di Bob Marley o di Che Guevara sono diventate la sua divisa da non so quanto tempo.

«Mi sono messa la gonna, si vabbè era una gonna un po’ hippy, lunga e avevo una maglietta nera liscia, ma figurati che mi ero perfino truccata!»

Marco per poco non sveniva quando mi ha vista!

Di nuovo Marco.

Non ha fatto che parlare di lui da quando è salita in auto.

«Come è andata la serata? Avete fatto qualcosa di carino?» chiedo sperando che la mia voce non tradisca il tormento che mi brucia il cuore.

Un minuto di silenzio.

Un minuto che sembra lungo un’eternità.

«Ti arrabbierai…» mormora girandosi verso il finestrino.

No, non mi arrabbierò.

Ma morirò, di sicuro morirò di gelosia.

«No, non mi arrabbio… dimmi cosa è successo… dimmelo» rispondo.

«Beh, lì alla festa è stato tutto come al solito, sai si beve, si mangia, si fa casino, c’era della musica, le solite cose… ero contenta di rivedere tutti i vecchi amici, era tantissimo tempo che non stavo con loro. Ho bevuto parecchio, lo sai che a volte lo faccio, girava anche del fumo ma non mi andava, stavo già così bene!»

Sta girando intorno alla cosa, non so se per paura di ferirmi o per paura di qualcos’altro.

Io non parlo, potrei aiutarla, ma non ho né forza né voglia di farlo.

«Poi sono andata in bagno, sai cosa mi succede quando bevo così tanto… e quando sono uscita c’era Marco che mi aspettava lì fuori…»

Marco.

Marco, Marco, Marco…

«Io non so cosa è successo, non lo so davvero… so solo che me lo sono trovato davanti aprendo la porta del bagno e un momento dopo me lo sono trovato addosso, appoggiati al lavandino, le sue mani sulle tette e la sua lingua in bocca…»

Gelo, gelo dentro.

Fuori tutto è come prima, io dentro sto gelando.

«Vai avanti…»

Come fa la mia voce ad uscire normalmente non lo so.

«Lui mi baciava e intanto le sue mani salivano sotto la mia gonna, ho sentito le sue dita che entravano dentro le mie mutandine e che iniziavano a toccarmi…»

Si ferma all’improvviso, resta in silenzio girata verso il finestrino.

«Senti, forse è meglio lasciar perdere… ti prego…» mormora.

«No, lo sai che i nostri patti sono quelli di dirci tutto, anche se fa male, voglio sapere cosa è successo, raccontami tutto…» le rispondo.

Si gira e mi guarda.

Ho capito, adesso ci andrà giù dura.

«Bene… mi ha fatto scendere le mutandine in fondo alle caviglie e si è chinato sotto la mia gonna… la sua lingua ricordava perfettamente la strada per eccitarmi… ha iniziato a leccarmi e io ti giuro stavo impazzendo…»

Io devo farla impazzire, non Marco.

Io sto impazzendo.

Mi guardo intorno, sembra tutto come prima, le auto che corrono come al solito, le gente cammina, io respiro come sempre, ma dentro sono a pezzi.

«Ero eccitata da morire, stavo per venire quando lui mi ha fatta girare e mi ha spinto contro al lavandino. Mi guardava negli occhi attraverso lo specchio mentre mi ha presa da dietro… sono tornata indietro di un sacco di tempo sentendolo entrare dentro… le sue mani mi stringevano le tette, mi tirava i capezzoli e i suoi colpi forti mi facevano morire, davvero…»

Vorrei gridarle di smetterla, ma voglio sentire tutto, non so se è masochismo o troppo amore, non lo so.

Ma devo sapere.

Tutto.

«Mi continuava a scopare, forte… spingeva forte e io stavo per venire… era bello sentire il suo cazzo dentro… dopo tanto tempo…»

Ha la voce calda mentre racconta, non so se lei se n’è accorta, sembra ancora eccitata.

«Mi ha girato la faccia e ha iniziato a baciarmi mentre stavo venendo… io gridavo nella sua bocca per non farmi sentire… anche se con il casino che c’era… però io volevo farlo venire, mi piaceva farlo venire… mi sono seduta sulla vasca e l’ho fatto godere con la bocca...»

Dai Lili, uccidi ora.

«Mi è sempre piaciuto fargli i pompini, lui perde la testa… mi teneva stretta contro di lui mentre io continuavo a leccarlo… e a succhiarlo… e quando è venuto è stato bellissimo… era tanto che non lo facevo…»

La guardo, ha un’aria sognante come se stesse rivivendo la scena.

«Lo so, è tanto che non ti succede, vero Lili?» mormoro.

«Fare l’amore con te è diverso, Daniela… lo sai che ti amo… ma fare l’amore con un uomo ogni tanto mi manca, riesci a capirlo?» dice mettendomi una mano sul braccio.

Il suo tocco mi brucia addosso, l’amo in un modo disperato, ma sapere che lei sente la voglia di un uomo, di come lui le fa l’amore mi fa morire.

Sono mesi che l’amo, che me la porto dentro, erano anni che non mi sentivo così.

Ho cercato di non pensare alla sua età, ai miei dieci anni di più, alla sua paura di renderci visibili.

Ma non avevo mai pensato alla sua voglia di un uomo.

Come ho fatto a fermare la macchina vicino al marciapiede non lo so.

Forse nella nostra mente possiamo ripescare delle risorse che mai avremmo immaginato di possedere.

Spengo la macchina.

Silenzio.

Non riesco a dire niente, non so cosa fare.

«Dani, dimmi qualcosa, ti prego…»

La sua vocina da cucciolo mi scuote.

«Cosa vuoi che ti dica, Lili?» rispondo a fatica.

«Non lo so… che va tutto bene forse…»

«No Lili, non va tutto bene… non andrà più tutto bene… tu hai scoperto che ti piacciono ancora gli uomini… e io non lo sono… e non so cosa fare…»

«Allora non mi vuoi più, Dani?» chiede sottovoce.

«Mi hai tradita Lili… e con un uomo… io non ho le armi per combatterlo quindi basta… vattene via.»

La sento armeggiare con le sue cose, aprire la portiera e scendere.

Se n’è andata e già mi manca, il mio cucciolo.

Appoggio la mano al sedile che ancora ha il suo calore, annuso l’aria dove ancora è rimasto il profumo della sua pelle giovane.

Ho voglia di piangere, ma lo farò dopo, da sola.

La gente intorno continua a vivere, le macchine a correre.

Odierò sempre il lunedì.

 

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