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Diario n°:

78

I PULLMAN SONO ARRIVATI PUNTUALI
FABER

I PULLMAN SONO ARRIVATI PUNTUALI

I pullman sono arrivati puntuali.

Hanno percorso la strada di calcestre e ghiaia fino al piazzale. Davanti alla villa padronale, ora sono lische di un pesce colorato di blu, azzurro, indaco e rosso, un pesce irregolare, che ha calcato solchi dove la ghiaia la sera prima è stata pazientemente pettinata, spazzolata, in attesa dei visitatori, sconvolgendone le dune e i solchi acquisiti nella settimana. Un pullman di tedeschi, uno di bolognesi.

Poi una. Due. Tre auto.

Che scompaiono inghiottite tre le sagome maestose dei granturismo-wc-ariacondizionata-radio-tv coi motori bollenti, spenti, sul piazzale davanti alla vecchia villa padronale.

La piccola Golf grigia scompare. Inghiottita tra i due pullman che sembrano navi all’ancora, attraccate.

È dal parcheggio che parte il primo sms.

Solo due parole, sono arrivato.

La piccola folla in visita al podere e alle cantine si assiepa sotto la pergola, dove viene dato il benvenuto ai visitatori. E offerto un primo assaggio, è un morbido rosato, fresco di cantina a rompere il riarso delle gole e preparare gola, testa, palato e occhi.

Come se gli occhi stessi andassero, al pari dei bicchieri, anche essi avvinati.

È lì, in mezzo al piccolo gruppo sceso dal pullman targato Bologna, quello con i cartelli in tedesco ai vetri del cruscotto, Weinstrasse, che, celato alla vista di lei dalla piccola folla, la vede.

E ha, vedendola, non visto da lei, un moto di piacere, sorride.

È bella col vestito chiaro, la gonnellina corta sulle gambe di donna, che danza ad ogni movimento, senza bisogno di volerla tale, già da sola, maliziosa. Ha legato i capelli, la piccola coda chiara, ha un elastico di velluto nero che la tiene serrata. Secondo sms.

Solo tre parole.

Brava, hai obbedito.

La vede sussultare al trillo del messaggio in arrivo, scusarsi con lo sguardo, quasi che fosse stata presa di soprassalto, con la coppia di tedeschi un po’ assillanti, a cui illustrava con aria seria non si sa bene cosa. Forse la villa, oppure il vino purpureo che luccica nel bicchiere e gioca a fare anelli dentro la coppa, tra le sue dita di prestigiatore, lei che li fa apparire al moto circolare e poi li lascia svanire.

Legge il messaggio al volo, e si rassetta con la mano, gesto automatico, quasi a controllare che non siano scappati i capelli dal loro legaccio, la testa con le dita. Al tocco soddisfatto sul fascio perfetto, legato ancora stretto, il volto le si apre in un sorriso. Le piace obbedirgli.

Quando lo fa si sente leggera, come da bambina.

Torna a prendersi cura dei visitatori, lei e gli altri anfitrioni fanno strada dentro alla villa antica.

Sa benissimo del fascino immediato, sui visitatori, di quei muri, di quegli intonaci che forse necessiterebbero di restauri ma che, così, nei toni pastello dei rosa e ocra antichi, sembrano avere assorbito per magia, tutta loro solo, cento e cento anni di luci, ombre e attutito migliaia di passi e rumori. È lì, nella sala grande, con la penombra fresca che accoglie tutti e le sagome dei ritardatari, che si stagliano indistinte e indistinguibili, in controluce sulla porta del giardino, la sua compresa mentre armeggia col suo cellulare, che manda il terzo messaggio a lei.

Ha fatto in modo di poterla seguire, invisibile a lei, nei suoi movimenti, si è nutrito dei suoi sussulti al primo, al secondo e ora anche al terzo messaggio, come cogliendo brividi al passaggio delle sue dita in punta sulla sua schiena. Ha fatto in modo che lei, girandosi a cercarlo con lo sguardo nella folla al suono del suo stesso cellulare non potesse mai trovarlo.

E ora ci gioca. Ha scritto prima di arrivare alcuni dei messaggi, che avrebbe potuto scegliere di usare nel copione che aveva in testa. Questo ora gli torna perfetto, quando l’aveva preparato nemmeno sapeva se sarebbe riuscito a creare i presupposti per l’invio.

Sei così sicura che io sia qui vicino a te? Non lo sarei al posto tuo, piccola prigioniera mia.

Da invio. Celato nella penombra, sagoma scura in controluce la guarda girare il volto a cercarlo. Invano perché lui si priva di parte del piacere del vederla quasi in ansia, fragile, in attesa, e si nasconde oltre lo stipite. E pensa a quante volte lei da bambina deve aver giocato a nascondersi in quella villa, come deve averne vissuto la vastità e i misteri, gli odori del sole e quelli delle ombre, e poi quelli di mosto e lievito delle cantine. Verso cui ora, raduna con pazienza e guida il gruppo dei visitatori.

Quarto sms, appena lei si volta e offre a lui, che è scivolato definitivamente nella sala, in fondo al gruppo dei turisti, la schiena nuda e già abbronzata nella profonda scollatura del vestito. Ha un attimo di attesa prima dell’invio, l’uomo, guardando il gioco di ombre che le corre lungo la schiena fino a infossarsi, alle reni, nel tessuto e continuare non visto a correre lì sotto, facendosi carne celata.

Hai un modo per sapere se io sono qui davvero, mia piccola schiava. Entra nella prima stanza un attimo solo, da sola, poi torna e fai quello che sai. Da brava.

Quarto sms, quarto suo sussulto.

Poi lei, che chiede un attimo il cambio, e scivola in silenzio nella prima porta a lato. E che ne esce con il golfino di cotone bianco posato sul braccio. Che riguadagna il gruppo e la testa e spiega della casa e delle vigne. Dell’annata che si preannuncia per la qualità e non per la quantità.

Della storia di uve antiche che hanno imparato a farsi nelle mani e nella pazienza dell’uomo nettare e vino. Lei che si fa nettare nelle sue mani, gira nervosa il golfino chiaro tra le dita, poi, portando il gruppo a vedere da vicino gli affreschi alla parete, antichi, lascia il golf sul tavolino, con il suo piccolo tesoro celato, nascosto, sotto. Per lui.

Che scopra come sia già mosto e ribolla di voglie, lei, tra le sue cosce, mentre cammina, ora.

«Quando sarai nella sala dovrai trovare il modo di obbedirmi e sfilarti le mutandine, e di tornare e lasciarle perché io le prenda e le porti via, mie come tu sei mia» le aveva detto al telefono soltanto il giorno prima, dettandole le istruzioni del loro gioco. Indugiando col tono della voce come sapeva a lei piacere, così tanto da farla diventare un piccolo lago di voglie, anche quando le sue richieste magari erano così indisponenti da suscitare in lei la voglia di gridare un no istintivo e chiudere il discorso subito.

«Ma come faccio in mezzo a tutti...» lei aveva cercato di obiettare. Pentendosene, perché aveva colto subito un attimo di disappunto nel silenzio di lui al suo recriminare. E poi in effetti non era così difficile da farsi, come seccamente le aveva ricordato lui, in due parole, col tono di chi non ammette deroghe o repliche al suo gioco. L’avrebbe insultato, quella volta e mille altre per quel tono e quel modo di fare.

Si era accontentata di passarsi una mano tra le cosce, seduta, al telefono, scoprendosi bagnata, quasi fosse stato già allora il momento di sfilare l’indumento e non soltanto il giorno dopo. L’aveva trovato umido nel tessuto, sotto, al tatto, esattamente come lo avrebbe trovato, celandolo sotto il golfino sul braccio il giorno dopo.

Esattamente come lui lo sente ora, umido e odoroso di lei e del suo sesso, sfilatolo dal golf che lo celava. Portatolo al viso un attimo e poi a nascondersi, nella tasca dei suoi pantaloni di lino, stretto, umido di lei, tra le sue dita, nella sua mano.

Si accosta alla parete, facendosi scudo di un gruppo di tedeschi che probabilmente sono più affiatati tra di loro e costituiscono una fortuita e utile barriera, un paravento umano, oltre il quale non essere scorto ma poter guardare comodamente lei.

Compone, mentre lei in tedesco parla delle uve in fase di maturazione nelle differenti vigne che conosce sin da bambina e della qualità eccezionale del vino che matura dallo scorso anno nei barrik e nelle botti, un nuovo sms.

L’uomo aveva appositamente lasciato cadere al suolo il golf, invece di posarlo ancora sul tavolo di legno scuro dove lei l’aveva poggiato, privo del suo segreto umido celato sotto.

Raccogli tu il tuo golf, donna distratta, non farlo prendere a nessun altro, chinati tu. E non cercare di coprirti le gambe mentre ti chini a farlo.

Ancora un sobbalzo che solo lui e pochissimi altri colgono in lei.

Poi una pausa nella sua esposizione di aromi e sapori e misteri di cantina profumati e caldi, e quasi con indifferenza, lei ha già letto il messaggio.

Sì.

Aveva sorriso, leggendolo, lui ne era certo.

Nel messaggio era implicito che lui fosse lì, lei aveva temuto per un attimo dal messaggio precedente che il gioco fosse in corso ma lui lontano, assente. Si era diretta col suo codazzo di turisti, alcuni già rossi sulle guance dalla pur lieve degustazione del benvenuto verso il tavolino e la porta da cui erano entrati poco prima tutti. Solo allora lo ha finalmente visto.

Aveva sorriso e poi nascosto velocemente quel sorriso.

L’aveva visto perché lui aveva voluto a quel punto del loro gioco essere visto. Ma non salutato o abbracciato o baciato, se no non sarebbe rimasto così lontano da lei, silenzioso a guardarla, con quello sguardo da un po’ da stronzo, provocatorio sulle labbra.

E lei si era chinata.

Guardandolo si è flessa, sulle ginocchia, a raccogliere il golf leggero di cotone dal pavimento.

Nella discesa le si sono allargate fisiologicamente e logicamente le ginocchia. La gonna del vestito, già corta e svolazzante sui muscolo delle cosce si è alzata.

E lì, lui, nella penombra malcelata e malcelante della corta gonna, tra le cosce aperte di lei china, ha scorto, lui e non solo lui, per un attimo reso da lei interminabile, nude la labbra del suo sesso.

Si è fermata flessa un attimo in più, interminabile, per lei stessa, di quanto sarebbe stato necessario. Permettendo a tutti quelli che con lui stazionavano accostati alla parete fronteggiante di vedere il taglio della carne schiuso lì sotto.

Ma si saranno accorti che è lucido e fradicio, si chiede mentre si rialza, guardando sempre lui negli occhi ed evitando accuratamente di incrociare quelli di chiunque altro potesse aver visto il suo spettacolo così offerto.

Lo vede armeggiare alla tastiera. Veloce.

Una sola parola.

Brava.

Poi la giovane donna richiama la piccola folla e fa loro strada verso le cantine di invecchiamento.

Il passaggio è stretto, verso le celle dei barrik.

L’odore dei muri di mattoni rossi, vecchi, sottili, cotti e fatti ancora a mano quando né lei né il padre né il nonno, né il padre del nonno erano ancora nati. Né il padre del padre del padre.

Quei corridoi con quell’odore di vino e terra rossa cotta, che le avevano colpito le narici sin da bambina, quando andavano a nascondersi lì sotto.

Non c’era grande luce, le botti allineate e posate sulle forti assi di rovere delle mensole che le reggevano non chiedevano altra luce per maturare ciò che il sole aveva già maturato prima a dovere nei grappoli e loro, con i ventri tondi, e forti, avvolgevano il nascituro nel buio. Perché tutto maturasse una seconda volta, transitando il succo a nettare, finalmente, a farsi tondo di gusto e perfetto per il piacere di chi avrebbe rinnovato nella bottiglia aperta l’esplorazione e la scoperta.

Si nascondeva lì, bambina.

Dove non avrebbe dovuto andare, dietro le botti, a volte facendosi sottile dietro un palo di legno teso dal pavimento al soffitto, quasi fosse bastato a celare a chi la cercava, ormai non più così bambina, l’esplosione delle sue nuove forme di donna.

«Sai, quando giocavo lì sognavo che la cantina più piccola, la più sottile e stretta, la più buia fosse la mia cella. E io fossi prigioniera lì.»

«Prigioniera così?» e nel letto lui aveva usato le calze di lei, dopo averle imprigionato i polsi, per legarglieli. Alla testata del letto, e poi aveva dato libertà di vita alle sue mani, alle sue dita, alle ginocchia tra le cosce. Aveva stretto e rilasciato, torto e carezzato seni, labbra umide tra le cosce, insinuato un ginocchio ad allargarle le gambe come se fosse stato il suo cavallo, poi celato dita in lei, dietro, davanti, facendola contorcere su quelle dita, appesa per le calze tese tra legno del letto e braccia sollevate alte. Lei aveva chiuso gli occhi, era tornata da quel letto in quella cantina stretta,  l’aveva chiamato padrone, bastardo, amore.

Al cambiare del moto delle dita dentro di lei l’aveva amato e odiato. E poi amato e odiato, odiato e amato. Aveva cercato l’odore di quei muri, di quel legno, di quelle generazioni di vino transitate in quelle interminabili notti lì sotto, mentre godeva. Come un’eco nei ricordi.

Gli aveva parlato mille volte di quelle cantine. Fino a far conoscere persino a lui l’odore di quelle stanze senza che mai vi avesse messo piede ancora. E il gioco del farsi fare prigioniera, del sottomettersi al piacere che le donavano i suoi giochi e i suoi capricci, persino quando non dispensavano piacere, si era ripetuto. Da quel giorno in cui lei aveva vissuto il letto di una stanza come la cantina di quando era bambina, mille volte.

Non mille forse ma così tante volte da perderne il conto entrambi e far sembrare a lui, al suo primo ingresso in quelle stanza di botti e vino, ora, un ritorno l’essere lì e non una scoperta.

L’sms, l’ultimo, fu una vera corsa.

Lui ha paura che lì non prenda il campo e di non riuscire a darle le ultime istruzioni.

Quando torneremo indietro resta ultima, affida il gruppo a chi vuoi, tu vedi di attardarti.

Lei commenta le scritte che illustrano le singole botti ed evocano vigne differenti e differenti vini, come se stesse degustandoli sapientemente con gola e piacere. Sa, è cosciente e compiaciuta di come anche solo nel parlarne sia lei a far nascere il desiderio di gustarne e portarsene via scatole di bottiglie nei visitatori. Ha un modo quasi innamorato di parlare di quei vini.

E chi la sente, persino in una lingua che non è quella natale di lei, capta la magia di quel rapporto di possesso olfattivo, visivo, di gusto, che anima lei parlando di quei vini ogni volta.

Come se fossero persone dal carattere così diverso, affascinate, unico e irripetibile da emozionarsene.

Lui la prende per il braccio, lei che chiude la processione sulla strada del ritorno, obbediente. La trascina con sé nella più piccola delle cantine, dove si era infilato, nascosto ad aspettarla.

Lei aveva obbedito, era piano piano, eludendo le domande di una coppia di tedesche parecchio petulanti, riuscita a scivolare fino alla coda del piccolo serpente di persone che animatamente risaliva. Attratto verso l’uscita dalle cantine dalla prospettiva di vedere nudi nei bicchieri i vini finora solo percepiti come fantasmi a tentarli con l’olfatto, tra le botti.

La afferra per il braccio e la trascina nella piccola stanza, la spinge al muro, le conficca la coscia tra le cosce. Sente quasi all’istante il tessuto dei suoi pantaloni farsi bagnato e caldo dove il lino si posa sulla labbra nude di lei sotto la corta gonna.

«La mia piccola cagna, si è eccitata a farsi guardare sotto i vestiti dai tedeschi» e sostituisce la mano al ginocchio e le dita cominciano a farsi strada dapprima lungo poi dentro il suo ventre.

«Ti punirò sai? Sei prigioniera, non come da bambina, lo sei davvero adesso, indietro non tornerà nessuno a cercarti» le dice piano, scivolando le parole con la lingua dietro e poi dentro l’orecchio, dopo averla voltata con la faccia al muro, standole aderente al culo e alle spalle. Lo dice, carezzandole l’attaccatura dei capelli dietro l’orecchio con la lingua, mentre il rumore della porta di accesso alle cantine che si chiude, separandoli da tutti, rimbomba lontana nel buio che si fa all’istante totale per un attimo, lì sotto.

Uscendo oltre alla porta hanno chiuso anche l’interruttore generale. Tutte le luci gialle delle lampadine tacciono.

Ora è soltanto ombra nell’ombra, odore di vino, generazioni di vino, muri di mattoni rossi e legno gonfio e teso delle botti.

L’uomo si toglie la cravatta, ne cinge i polsi di lei che tiene stretti e prigionieri nella mano destra, accavallati. Lei schiacciata contro il muro.

Fa girare la cravatta in alto, intorno al palo squadrato che con altri paralleli regge la volta della cella. Imprigiona così i suoi polsi.

Poi le solleva la gonna, il vestito, infilandone il lembo dell’orlo posteriore nella scollatura sulle reni. Il culo di lei resta nudo.

Nella poca luce cui i suoi occhi cominciano ad abituarsi lo vede, il solco di pesca che divide nette le sue natiche, tra loro fa correre la mano, il taglio del dorso delle dita affiancate, poi le dita a giocare a prendere, uncinare, tendere e tirare. Lei ha gemiti e rantola, non voce, ma richiamo del suo ventre, suono dalla gola di un animale prigioniero, al prendere e squarciare voglie dalle dita.

Inarca le reni.

Lui la colpisce. Due, tre volte, sulle natiche, secco, improvviso, brusco.

Con le mani, le dita unite, quattro, cinque volte. Lei si inarca, mugola dopo lo stupore del primo colpo, quasi volesse offrirsi più vicina ai colpi che ne arrossano le carni.

«La mia bambina, va punita.»

Lei offre il culo ancora più alto.

La mano allarga le dita, si sciolgono da colpi in carezze, sempre di più. Ad ogni ritorno sulla pelle.

«La mia bambina è prigioniera, si è arresa e va premiata.» Le mani a liberarsi il sesso dai pantaloni e poi ad allargare lei, inforcandola da dietro.

Fermo dentro di lei, le ginocchia un poco flesse per poterla prendere così in piedi. Lei a muoversi, appesa per i polsi alla cravatta, che ad ogni suo spingere e accoglierlo, serra il suo nodo e li segna più stretti. Dondola sul suo cazzo.

Godono entrambi. Fino a che lui ha urgenza e spinge. La tiene, affonda, si svuota in lei, violento.

Schiacciandola contro il palo a cui sono ora appesi entrambi. Le bacia il collo, la morde, la lecca. Affonda il viso nei capelli di lei che nel frattempo sono sfuggiti al legaccio quasi completamente e sono liberi sul collo. Corre con le mani al seno di lei, di fronte, lo stringe, lo abbraccia, abbracciandola da dietro, lo carezza.

Oscilla ancora con le reni come a volersi svuotare una seconda volta del suo seme. Ansima.

Lui. Ansima anche lei, mentre il seme di lui le comincia a colare, dandole nuovi brividi lungo la coscia nuda, tra le gambe.

La scioglie, si baciano, sembrano disperati nel baciarsi, non parlano.

Ascoltano il silenzio del vino, dei mattoni rossi, del buio e delle botti. Respirano quell’odore di cui lei tante volte aveva parlato a lui, sognandolo, mentre glielo descriveva ad occhi chiusi, stretti nel letto, dopo l’amore.

Poi lei ride.

Come ama fare quando è felice.

«Andiamo prima che vengano a cercarci.»

«Ho anche sete, tu no? Non hai ancora assaggiato uno solo dei nostri vini, cosa ci fai qui allora, adesso?»

«Sono sicura però che se assaggerai il vino della bottiglia che aprirò per noi, amerai lui più di me e ne sarò gelosa follemente» e finge la tristezza e il broncio. Ma subito ride, libera come quando si nascondeva lì di nascosto, da bambina, aspettando chi la liberasse o la imprigionasse, ogni volta, sola e in silenzio.

Ride felice, è bella, lui la sa, e la vede anche al buio, bella in quella risata, mentre a memoria, senza specchio, lei si rassetta abito e capelli.

Sotto una botte, nascosti con un piede, lasciano una cravatta strappata e un paio di mutandine di cotone bianche, volute da lui di quel colore e quella foggia.

Torneranno a cercarle, nel buio, nel silenzio e negli odori antichi di vino e legno, nei giorni successivi, almeno un paio di altre volte. Senza più ritrovarle.

Volutamente.

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