Abbiamo 244 visitatori e nessun utente online

Diario n°:

59

IL GIOCO
Michele Cogni

IL GIOCO

«Faccia tre copie della lettera, quindi le invii ai clienti, signorina.»

L’avvocato Damiani terminò di dettare alla segretaria il testo e rimase a osservarla. La ragazza era giovane, magra… forse anche troppo, pensò. In fondo lui aveva una predilezione per le donne più prosperose e mediterranee, mentre Francesca era quasi androgina, alta e praticamente priva di seno, capelli neri molto corti e occhiali sottilmente rettangolari che donavano un’aria insieme seria e provocante al suo viso affilato.

Lei appoggiò la penna sul blocco per appunti, che ora era appoggiato sulle sue ginocchia. Le sue gambe lunghe e magre erano unite, strette, e formavano un angolo quasi perfetto; la sua gonna era abbastanza corta da far immaginare la parte alta della coscia, ma non abbastanza da diventare volgare. I suoi tacchi, alti e sottili, consentivano alle ginocchia di essere esattamente alla stessa altezza del suo sedere, stretto, alto e muscoloso, tipico di chi pratica molto sport.

Dopo molti secondi di silenzio e attesa, la ragazza si leccò e poi morse il labbro inferiore, quindi parlò piano.

«Ha ancora bisogno di me ,dottore, oppure posso andare?»

Lui rimase immobile, continuando a guardarla profondamente negli occhi, occhi in cui leggeva chiara la sua solita aria di sfida. Restò ancora in silenzio, pensoso, poi si passò una mano sul viso, accarezzandosi la barba appena accennata, quindi qualcosa in lui, precisamente tra le sue gambe, parve convincerlo a prendere una decisione.

Protese il corpo leggermente in avanti, sulla scrivania e la guardò in maniera ancora più intensa, con uno sguardo serio e imperscrutabile, da abile pokerista qual era. Disse poi una sola parola:

 «Blu!»

Gli occhi di Francesca si spalancarono e le sue narici si dilatarono, mentre respirava più a fondo. Senza parlare, sempre guardandolo negli occhi, si alzò in piedi, scostò l’alto sgabello girevole su cui era seduta, e si posizionò nel centro del grande studio. Sollevò lentamente la gonna dai lati, quindi afferrò il sottile elastico delle sue mutandine e le fece scendere rapidamente lungo le chilometriche gambe nude. Alzò prima un piede e poi l’altro, facendo passare l’intimo oltre le décolleté nere con listino, quindi riabbassò la gonna, fece due passi in avanti e posò il sottile indumento appallottolato sulla grande scrivania in mogano.

Era un sensuale perizoma in pizzo.

Blu!

Sul viso di Marco si spalancò un sorriso ampio ed eccitato: aveva indovinato! Finalmente aveva vinto lui. Sentiva ancora dentro di sé il lungo, intenso dolore e l’umiliazione provati quando lei lo aveva fottuto con un enorme strap-on nero, poco più di una settimana prima, ovvero l’ultima volta in cui aveva di nuovo tentato il loro gioco, e aveva ovviamente perduto.

Ora finalmente lei era sua. Si alzò in piedi anche lui, girò intorno alla scrivania e si posizionò alle spalle della ragazza. Erano mesi ormai che attendeva quel momento, e ora voleva gustarsi totalmente ogni istante. Avvicinò il volto a quello di lei, assaporando il suo profumo, quindi lambì con la lingua il suo collo, scivolando dietro l’orecchio sinistro e spostandosi verso il destro senza smettere di leccarla, godendo dei brividi che percorrevano la sua pelle nuda.

A un tratto la sua mente fu sopraffatta dal desiderio. Il suo cazzo stava ormai premendo durissimo sotto i pantaloni gessati blu, ergendosi in una protuberanza quasi ridicola a vedersi. Le strinse il collo con una mano e la spinse a piegarsi in avanti, contro il bordo della scrivania.

 

Ricordava ancora bene la prima volta, che era iniziata in maniera quasi scherzosa.

Quella ragazza era sempre troppo seria e sembrava impermeabile a ogni suo tentativo di complimento, provocazione o approccio leggero. Un giorno in cui si era presentata con un tailleur grigio, troppo serio e castigato per la sua età, almeno secondo l’opinione di Marco, l’aveva davvero provocata, presa in giro e stuzzicata. Alla fine aveva sostenuto che sicuramente anche sotto indossava qualcosa di troppo serio e antico, di casto e ridicolo, tipo le mutandone della nonna di Bridget Jones.

Francesca aveva finalmente sorriso, anche se in modo enigmatico, poi aveva detto a bruciapelo: «Vogliamo scommettere? Per me lei non indovinerebbe neppure il colore, figuriamoci il modello.»

Marco ne era rimasto davvero sorpreso e, stuzzicato dall’idea di una scommessa, aveva prontamente accettato: era da sempre un appassionato giocatore e in studio probabilmente ormai lo sapevano tutti.

«Ci sto» aveva replicato. «Ma cosa ci giochiamo? Una cena? Un aperitivo?»

 le aveva chiesto sorridendo.

Lei lo aveva guardato con sufficienza prima di commentare.

 «Che banalità, dottore. Possibile che lei non abbia un po’ più di fantasia?»

Lui, sempre più perplesso, non aveva potuto far altro che obiettare: «Perché, Francesca? Lei che propone?»

La segretaria gli aveva sorriso maliziosamente, quindi si era avvicinata e gli aveva parlato da molto, molto vicino, abbassando la voce.

«Se indovinerà il colore del mio intimo sarò sua e potrà farmi ciò che vorrà nella prossima mezz’ora.»

Marco aveva deglutito saliva a vuoto, a quel punto. Quella ragazza riusciva sempre a spiazzarlo, a renderlo nervoso e a disagio! C’era qualcosa in lei che lo confondeva, sempre.

«E se non indovinerò?» aveva replicato.

«Allora lei sarà mio, per qualsiasi cosa vorrò farle» aveva risposto seria lei, senza traccia di ironia, né tentennamenti, nella voce.

Lui era rimasto in silenzio per diversi secondi, come se fosse preda di un dubbio atroce nonostante avesse in realtà aveva già deciso. Non avrebbe rinunciato a quel gioco con lei per nulla al mondo! Sempre parlandole a stretto contatto con le bocche che quasi si sfioravano, aveva fatto la propria mossa.

«Bianche, secondo me sono bianche» aveva sentenziato, inspirando forte e pregando dentro di sé di avere indovinato.

Lei, senza allontanarsi e continuando a guardarlo negli occhi da pochi centimetri, aveva fatto scivolare una mano sotto la gonna e si era sfilata l’intimo senza però rivelare nulla. Posatolo sul palmo della mano, poi, lo aveva avvicinato ai suoi occhi e lui aveva sentito l’intenso profumo dell’eccitazione di lei. Il suo pene aveva sussultato nei pantaloni quando si era reso conto che, purtroppo, aveva sbagliato: si trattava di un semplice e liscio perizoma nero.

Marco aveva sorriso, leggermente nervoso, e aveva cercato in qualche modo di allentare la tensione che permeava la stanza in quel momento.

«Ha vinto, e ora? Dovrò aumentarle lo stipendio?» aveva chiesto, ridendo.

Lei non aveva mutato minimamente la propria espressione, seria in viso, e aveva infilato nel taschino della giacca di Marco le nere e umide mutandine, quindi, senza parlare, con le mani che premevano forti sulle sue spalle lo aveva spinto in ginocchio di fronte a lei.

Lo aveva afferrato poi per i capelli con la mano destra, spingendo giù e costringendogli il viso verso l’alto. Con la mano sinistra si era sollevata la gonna sul davanti e lo aveva spinto contro di sé. Marco si ritrovato così la bocca e il naso premuti conto la sua fica che fino a quel momento aveva solo intravisto mentre lei si sfilava l’intimo: piccola, rosea e totalmente depilata.

La gonna era ricaduta sulla sua testa e lui era rimasto al buio, totalmente avvolto dal suo odore, con il naso e le labbra bagnati dell’eccitazione copiosa di lei. Sempre stingendogli forte i capelli, facendogli persino un po’ male, la segretaria lo aveva costretto a muovere le labbra su e giù e lui, a quel punto, aveva compreso cosa voleva.

Aveva aperto la bocca e iniziato a leccarla. In fondo aveva sempre amato il sesso orale e si riteneva anche molto bravo in quello, quindi si era applicato al meglio, e aveva continuato, variando intensità e profondità, spingendosi in fondo con inserimenti ritmici e poi stuzzicandole il clitoride, succhiandolo e muovendosi in cerchi concentrici. La mano di lei, che lo guidava e accompagnava, a volte lo spingeva più a fondo, a volte lo tratteneva. Si era sentito curiosamente usato, quasi fosse un nuovo genere di strumento di piacere femminile e nulla più.

Dopo un tempo che non era riuscito veramente a quantificare, l’aveva sentita stringere di più i suoi capelli e il suo sapore era mutato nell’esatto attimo in cui era venuta nella sua bocca con un orgasmo forte e intenso. Infine la donna aveva aperto la mano e fatto un passo indietro. La testa di Marco era scivolata fuori dalla gonna e lui era rimasto immobile in ginocchio, ancora incredulo e visibilmente eccitato sotto la stoffa dei pantaloni.

Lei si era rassettata i vestiti, lisciandone le pieghe, quindi, mantenendo un espressione assolutamente neutra quasi non fosse successo nulla, aveva preso le cartelline dei documenti dalla scrivania e gli aveva detto: «Avvocato, vado a terminare queste pratiche. Mi chiami se ha bisogno di me. Buongiorno.»

La donna si era voltata e, camminando molto lentamente, era arrivata alla porta. L’aveva aperta ed era uscita dall’ufficio, lasciandolo ancora in ginocchio, senza parole.

Da quel giorno, Marco aveva tentato altre sei volte di indovinare il colore delle sue mutandine. Aveva sempre sbagliato... e subìto. Il suo desiderio di lei stava diventando assolutamente immane, quasi un’ossessione.

Finalmente oggi aveva vinto.

 

La guardò a lungo, piegata sulla scrivania con la gonna sollevata. Aveva un culo davvero splendido. Brutalmente, le allargò le gambe con un piede, si sbottonò con studiata lentezza i pantaloni e si avvicinò, poi entrò in lei con prepotenza e voracità. Era bagnata, molto, ma anche stretta, e la sentì aderire perfettamente al suo membro durissimo quando iniziò a muoversi dentro di lei. Il piacere che in quel momento Marco provava era incredibile. Non aveva mai desiderato prima una donna con tanta frustrazione e lussuria.

Dovette fermarsi un paio di volte per paura di godere troppo rapidamente. Lei non parlava, si sentiva solo, ogni tanto, un suo lieve e trattenuto gemito. Aveva però voglia di sentirla di più, sentirla gridare, magari. Uscì così da lei e le allargò con le mani il sedere. Puntò il glande sul suo piccolo, roseo orifizio anale e iniziò a spingere, lentamente, ma senza tentennamenti.

Il suo culo era davvero stretto, segno che non era una via praticata con regolarità. La sentì mugolare sempre più forte, a labbra chiuse, mentre il pene durissimo si faceva sempre più strada in lei. Poi, con un’ultima spinta, Marco le fu completamente dentro, risucchiato e avvolto strettamente. Iniziò a fotterla.

La sodomizzò a lungo, godendo di ogni istante, ogni mugolio più forte, ogni urlo trattenuto. Ogni tanto la sculacciava, mentre la possedeva, magnificandosi del calore e rossore che prendevano sempre più consistenza sulla pelle liscia e soda della sua segretaria. Non resistette molto, comunque, e alla fine venne copiosamente dentro di lei.

Restò fermo, spossato, abbandonato su di lei qualche minuto, poi si staccò. Il suo pene, ancora parzialmente eccitato, scivolò fuori e lui lo ripulì con il fazzoletto che teneva nella tasca destra dei pantaloni. Si riabbottonò i pantaloni mentre lei si sollevava dalla scrivania, con il viso visibilmente arrossato e un’espressione di rabbia e piacere insieme. La osservò rassettarsi gli abiti mentre alcune gocce del piacere di lui le scivolavano, lente e lucide, lungo l’interno delle cosce, giungendo fin sulle ginocchia.

Lui a quel punto le tese il fazzoletto con un ironico inchino, e lei lo prese e se lo passò sulla pelle umida delle gambe mentre Marco si sedeva nuovamente sulla sua grande poltrona di pelle dietro la scrivania, con un sorriso sazio e soddisfatto.

«Può andare, Francesca, se avrò nuovamente bisogno di lei la chiamerò.»

Un poco malferma sulle gambe, la segretaria si avviò verso la porta.

«Arrivederci, Dottore, buongiorno» gli disse, non senza lanciargli un’ammiccante occhiata da sopra la spalla, poi uscì.

Marco distese le braccia al cielo, stirandosi sulla poltrona. Con la mano sinistra prese il perizoma blu, ancora intriso di umori, e se lo passò sul viso, assaporandone il profumo intenso, quindi lo mise nel quarto cassetto, insieme alle altre mutandine di Francesca che aveva conservato gelosamente.

Allungò la mano destra sul mouse e portò il cursore sulla X rossa della finestrella della webcam aperta sullo schermo del pc. Ora stava inquadrando semplicemente la sedia di fronte, dal basso, ma prima… la microcamera, che la sera prima aveva personalmente installato sotto la scrivania, aveva puntato perfettamente tra le gambe della sua segretaria.

Certo, non era stato così facile come pensava, distinguere quel blu, e avrebbe anche potuto essere un viola o un verde scuro, ma non gli era stato possibile resistere, aveva rischiato e finalmente vinto. Ora avrebbe potuto valutare meglio, di volta in volta, e giocare solo quando fosse stato ragionevolmente certo del risultato.

E poi, chissà, qualche volta sarebbe potuto essere eccitante anche perdere ancora, pensò seguendo con la mente un lato di lui che non credeva prima di possedere.

Con un clic del mouse chiuse la finestra.

 

Specifiche

2.0/5 di voti (3 voti)

Share this product

Lascia un commento

Please login to leave a comment.