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Diario n°:

266

IL MODO DI DIRE LE COSE
FURIO A.

IL MODO DI DIRE LE COSE

1

 

«Sabry, te lo ripeto. Non riesco a venire in montagna. La tesi è più complicata del previsto e devo mettermi d’impegno per finirla in tempo.»

«Avevi promesso che mi avresti raggiunta. Puoi studiare qui. Anch’io devo preparare l’esame di Diritto Costituzionale» insistette Sabrina, incerta se piangere per la rabbia o per la delusione.

«Dai, Sabry, non fare questi paragoni. Tu l’esame puoi rimandarlo quando vuoi. La mia tesi ha tutt’altra importanza.»

Il tono paziente dall’altra parte del telefono, di un maestro che cerca di far ragionare una bambinetta un po’ ottusa, le tolse ogni dubbio.

«Allora vaffanculo tu e la tua cazzo di tesi» strillò furente, rossa in viso. «Vaffanculovaffanculo e non farti più sentire.»

Staccò la comunicazione e buttò il cellulare sul divano, accanto a lei.

Lisa, la sua migliore amica, era seduta su una poltroncina proprio di fronte, intenta a mettersi uno smalto rosso vivo sulle unghie dei piedi. Alzò il capo, la fissò per consolarla, poi riprese a spennellare con molta cura.

«Perché non ti decidi a mollarlo?» le chiese, come se fosse la soluzione più semplice del mondo.

«Credo di averlo appena fatto. È uno stronzo, non si fa così se vuoi bene a una persona.»

Lo disse con un nodo alla gola. Era convinta della decisione, ma una rottura è sempre brutta.

«Non credo sia quella la causa dei vostri litigi» disse Lisa, sempre con gli occhi fissi sulle unghie. «Cioè, è vero che Marco è uno stronzo, ma per me proprio la storia è sbagliata.»

«Per quale motivo lo dici?» chiese Sabrina.

Una lacrima le spuntò dalle ciglia e la asciugò nervosa con la mano.

«Ti sei messa con lui al liceo. Avevi sedici anni e dopo quattro anni siete ancora insieme. Sei troppo giovane per fossilizzarti su una relazione. La vita è piena di sorprese e di persone interessanti. Devi farti le tue esperienze.»

Sabrina non disse nulla, perché sapeva che Lisa aveva ragione. Diverse volte aveva sentito il bisogno di andare per conto proprio e seguire certi piccoli richiami. Lo sguardo intrigante di un ragazzo, una vacanza con le amiche in quei villaggi dove si va prima per rimorchiare e poi per il mare, la voglia di essere sola e pensare liberamente al proprio futuro, senza il condizionamento di Marco.

«Le mie storie le ho avute anch’io» ribatté.

Lo disse poco convinta, più che altro per darsi un tono.

«Capirai» disse divertita l’amica. «Una storia di una settimana perché Marco ti aveva lasciato, poi ti sei rimessa con quello stronzo. E una avventuretta di una sera, sempre perché quell’infido ti aveva fatto piangere.»

Sabrina si sentì studiata dallo sguardo incuriosito di Lisa.

«Non ho mai capito che cosa c’è stato con quel ragazzo di una sera. Era un bel figo.»

«Qualcosina, non tanto» cercò di tagliare corto Sabrina.

Lisa però era veramente interessata e non si accontentò.

«Solo qualche bacio? Spero di no, sarebbe stato un peccato sprecare quel bronzo di Riace» insistette.

«Un po’ di più» rispose Sabrina, imbarazzata.

«Bocca?» chiese impudente Lisa.

Sabrina arrossì. Si erano conosciute alle scuole medie ed erano diventate subito amiche per la pelle. Non si erano mai lasciate e si conoscevano alla perfezione. Lei era molto riservata in certe cose e Lisa si divertiva a stuzzicarla.

«Mano» corresse, con il vano tentativo di mantenere un tono di voce sicuro.

«Ah… meglio di niente» commentò Lisa scoraggiata

«Poi, per tua notizia, era più dotato dei due bronzi messi insieme» aggiunse Sabrina.

Entrambe si misero a ridere. Sabrina si alzò e si inginocchiò davanti a Lisa, che iniziò ad agitare un foglio sui piedi per asciugare lo smalto.

La abbracciò alla vita e le mise il volto sulle ginocchia. L’amica aveva appena fatto una doccia ed era coperta solo da un grande asciugamano, e lei sentì il calore della pelle sotto la stoffa ancora umida.

«Ogni tanto mi capita di non sapere cosa fare della mia vita» mormorò, malinconica. «Mi fa paura tutto. Sono fortunata ad avere te come amica, mi sei sempre vicina.»

Lisa le carezzò i capelli castani.

«Quanti sbagli avrei fatto senza di te, Sabry» le rispose affettuosa. «Siamo due parti indivisibili, che si completano fra di loro.»

Rimasero un attimo in silenzio, poi Lisa riprese.

«Come va con Diritto Costituzionale?»

«Non mi entra in testa. Mi piace, ma è un mattone. O forse è solo un momento difficile.

Lo ripasseremo insieme al ritorno, per adesso non pensiamoci.»

Da quando si erano conosciute, avevano impostato la vita l’una in funzione dell’altra. Avevano scelto lo stesso liceo classico e poi si erano iscritte a Giurisprudenza. Il settore legale era in forte crisi, ma il papà di Lisa era un avvocato e loro due sarebbero andate a lavorare da lui. Sempre insieme.

«Adesso fatti la doccia, mangiamo qualcosa e poi usciamo» disse Lisa.

Sabrina si mise in piedi. Aveva bisogno di rilassarsi sotto un getto d’acqua. Si erano alzate presto e avevano fatto una lunga camminata sino a un rifugio in cima a una vetta. Prima sentiero, poi tracce di sentiero e infine pietraie. Era sfinita, aveva i muscoli indolenziti e i piedi doloranti.

Si sfilò la canottiera e si tolse reggiseno e mutandine. Rimase nuda, ma era diventato naturale fra lei e Lisa.

L’amica la guardò, un po’ invidiosa.

«Vorrei capire perché tu sei sempre perfetta, mentre io passo delle ore in palestra e sono sempre grassa.»

A conferma delle sue parole scostò un lembo dell’asciugamano e pizzicò un fianco. Fra le dita rimase un millimetro quasi invisibile di polpa, che Lisa fissò sconsolata.

«Lisa, sei bellissima» rise Sabrina. «Sembri una statua, solo tu ti vedi dei difetti.»

«Se li vedo, vuol dire che ci sono» rispose afflitta l’amica.

Sabrina si racchiuse i seni fra le mani. Erano duri e sodi.

«Io ho le tette troppo piccole. Tu invece hai una bella terza.»

«Le hai piccole ma belle. Poi tutto è soggettivo, dipende dai gusti. Per Giorgio io avrei dovuto avere una quinta, Luca invece diceva che le avevo troppo grosse e che preferiva la prima misura.»

«Be’… Luca ha scoperto all’improvviso di essere gay. Il suo giudizio sulle tue tette non fa testo. Gli altri tuoi fidanzati cosa dicevano?»

«In linea di massima erano soddisfatti. E ho avuto a disposizione un numero rappresentativo di fidanzati» rispose spontanea Lisa.

Sabrina scoppiò a ridere. L’amica in effetti era molto vulcanica nelle sue relazioni.

«Se ci fosse anche per questo una tessera Mille Miglia, l’avresti quasi completata.»

A Lisa la battuta fece effetto e rise sino alle lacrime.

Sabrina si sentì un po’ rallegrata e si apprestò ad andare in bagno per farsi la doccia. L’amica le si mise davanti e la baciò sulla guancia.

«Se un giorno diventerò gay anch’io, tu sarai la prima che vorrò scopare» disse maliziosa.

Le strinse i capezzoli fra le dita, per gioco. Erano lunghi e teneri, e Sabrina si era resa conto che attiravano l’attenzione. Quando era in topless sulla spiaggia o quando parevano bucare la maglietta, gli occhi degli uomini, ragazzi e vecchi si fissavano sui bottoncini rosa.

Sabrina provò uno strano brivido al tocco. Si passò la lingua sulle labbra ed ebbe l’impulso del tutto nuovo di baciare Lisa sulla bocca. Fissò le labbra dell’amica e le vide dischiudersi, umide, quasi come un invito, poi entrambe si ritrassero di scatto, imbarazzate.

«Vado a fare la doccia» disse Sabrina, con un tremito incontrollato nella voce.

Chiuse la porta del bagno e si guardò allo specchio, scombussolata. Tutto era durato un attimo, che però era stato piacevole e seducente. Scosse le spalle. Non aveva mai avuto interesse per le donne. Era timida, insicura, ma le piacevano gli uomini.

Regolò la temperatura dell’acqua e si mise sotto il forte getto tiepido. Si passò la spugna schiumosa su tutto il corpo ed ebbe una reazione che non si aspettava, ma inconfondibile. La pelle divenne sensibile, i capezzoli si indurirono e il respiro si fece profondo. Forse era conseguenza dei discorsi con Lisa, o della rabbia verso Marco, o forse era solamente una reazione fisica agli sforzi della lunga camminata, ma un brivido partì dal basso ventre e risalì sino al cuore.

Portò la spugna al pube e lo strofinò con movimenti lenti, che la fecero gemere. Strusciò con maggior forza, il clitoride si inturgidì e le grandi labbra si dischiusero, grondanti di acqua e di umori.

Sabrina smise di resistere alla tentazione e si arrese. Lasciò andare la spugna e infilò le dita fra i riccioli castani del pube, ricoperti di schiuma, alla ricerca delle zone che più la eccitavano. Del resto le era sempre piaciuto masturbarsi, anche se negli ultimi tempi era diventata un’abitudine un po’ troppo frequente.

Si appoggiò con una mano alla parete della cabina e con l’altra stimolò con movimenti circolari il clitoride, diventato duro e impaziente. Chiuse gli occhi e si lasciò guidare dal piacere sempre più insinuante. Si strofinò fra le gambe con l’intera mano, all’inseguimento di un orgasmo che voleva intenso e liberatorio. Rallentò i movimenti quando lo sentì vicino ma ancora acerbo, li aumentò quando i brividi si fecero più frequenti e infine il culmine la colse quasi all’improvviso. Avrebbe voluto ancora ritardarlo ma non ebbe la forza di fermarsi e si morse un braccio per attutire i gemiti. Venne a lungo, con palpiti successivi, e fu un orgasmo veramente liberatorio.

Il movimento della mano rallentò e si penetrò con un dito, per carezzare la pelle vellutata della vulva ormai appagata. Aveva ancora gli occhi chiusi e nel buio le comparve la figura di Lisa, nuda sul letto. E lei inginocchiata fra le sue gambe, con la bocca incollata alla fessura bagnata. Cercò di allontanare quell’immagine ma il piacere che le procurava era troppo intenso e vi si abbandonò, confusa.

Rimase un paio di minuti immobile sotto il getto d’acqua. Le gambe le tremavano e aveva la bocca asciutta. Non si era aspettata un orgasmo così forte, e, a pensarci bene, non le parve più nemmeno troppo strana l’immagine di lei e Lisa insieme. Anche se, naturalmente, nessuna delle due aveva alcuna intenzione di realizzarla.

 

 

 

2

 

Lisa era davanti allo specchio, di spalle, e si contorceva per verificare che i vestiti le stessero bene.

«Questa gonna non mi fa il sedere troppo grosso, secondo te?» chiese, dubbiosa.

Sabrina diede un’occhiata per scrupolo, ma conosceva già la risposta. Il sedere era tondo e perfetto.

«Le tue chiappe sembrano due mele da mordere, tanto sono sode» rispose paziente.

L’amica annuì, soddisfatta, e lei la guardò con affetto. Era diventata quasi una missione convincerla che i suoi immancabili difetti erano immaginari e che era molto, ma molto carina.  

 

Era alta un metro e settanta circa, come Sabrina, ed era snella ma con le curve giuste. Come Sabrina. Aveva i capelli neri lisci, con una corta frangetta, e le linee un po’ dure del viso erano addolcite dalla vivacità degli occhi verdi, luminosi e indiscreti. Tette, fianchi e gambe avevano una linea armoniosa che Lisa, normalmente, faceva in modo di non nascondere troppo.

Questa volta poi aveva dato il massimo. Il trucco perfetto e l’abbigliamento studiato in ogni particolare facevano prevedere l’obiettivo della serata.

«Hai intenzione di fare impazzire quel povero ragazzo, questa sera?» chiese Sabrina.

«Sì, Alfonso mi sta dietro e ha tutti i pregi. ネ bello, simpatico e gentile. Ed è anche ricco. Molto ricco.»

«Però ha un nome così antico. Alfonso non è un nome molto comune.»

«È il nome del nonno, poi del nonno del nonno e così via. La sua è una di quelle famiglie antiche, tutte tradizionali.»

Sabrina le guardò la gonna castigata lunga al ginocchio.

«È per quello che ti sei vestita così pudica? Non è da te. Vuoi conquistarlo con uno sfoggio di “bon ton”?»

«Voglio stupirlo» rispose Lisa, innocente.

Il suo sguardo la preoccupò. Era lo sguardo delle grandi sorprese, e Lisa non poneva limiti alla propria intraprendenza.

La vide tirare su lentamente la gonna, scoprire prima le autoreggenti e poi il triangolino nero, soffice e curato, che spuntava provocante fra i bordi delle calze scure.

«Sei incorreggibile!» esclamò Sabrina, scandalizzata.

«Alfonso troverà un regalo inaspettato, se oserà avventurarsi.»

«E come farà a resisterti, Lisa. Sei una strafiga, questa sera.»

«Però sarò insieme a una pericolosa avversaria» rispose Lisa, allegra. «Tu riesci a essere bellissima con qualunque cosa.»

Sabrina si guardò allo specchio, poco convinta. Era giù e non aveva avuto voglia di farsi bella. Si era vestita casual, con scarpe da ginnastica, jeans attillati, un maglioncino rosa a V, perché la temperatura era ancora fredda nonostante fossero già a giugno, e un chiodo dalla pelle morbida. Si ravviò i capelli castani, lunghi quasi fino al seno, e decise di raccoglierli in una coda alla nuca, con un elastico fucsia.

Solo un po’ di rossetto, un velo di crema sul viso per colorirlo, un leggero contorno agli occhi e fu pronta.

«Possiamo andare» disse.

Si incamminarono per le stradine, che già si stavano scurendo per il calare della sera. Rimasero in silenzio per alcuni minuti, immerse nei loro pensieri, senza notare gli sguardi ammirati degli uomini che incrociarono.

 

«Sai che cosa mi faceva imbestialire di Luca, in particolare?» sbottò Sabrina, che ancora rimuginava sulla relazione e sulla rottura.

«Ti potrei fare un elenco interminabile, Sabry, ma sarebbe sempre incompleto. Poi arriverei arrabbiata al bar e tratterei male Alfonso.»

«Il modo in cui diceva le cose» continuò Sabrina, imperterrita. «Non si apriva mai completamente con me. Non diceva tutto quello che pensava, ne teneva sempre nascosta una parte e io ci stavo male. Forse non mi considerava all’altezza.»

«Hai impiegato quattro anni per rendertene conto? Si capiva subito da quel suo sguardo sfuggente.»

«Aveva un modo distaccato di parlare, a volte mi sembrava un estraneo. Credo che non gli interessasse nemmeno discutere con me, sapere come stavo, i miei pensieri. Solo quando eravamo a letto si apriva un po’, ma dopo ritornava come prima. Non era sincero.»

«Non pensarci più, Sabry. Ricorda che ogni esperienza è importante, anche questi quattro anni ti sono serviti a maturare. Siamo giovani, due belle ragazze, intelligenti e simpatiche. Puoi avere il mondo ai tuoi piedi.»

«Mi basterebbe una persona sola, ma quella giusta» rispose malinconica.

«La persona giusta non la trovi dietro l’angolo. Devi provare e conoscere. Io non l’ho ancora trovata, e continuo a cercarla.»

Sabrina la guardò, con affetto.

«Tu ti diverti, Lisa. È il tuo modo di vivere la vita. Ti invidio per la tua spontaneità.»

«Non credere, Sabry. Io voglio le medesime cose che vuoi tu, solo che le cerco in un modo diverso. Quante volte mi hai tenuta abbracciata mentre piangevo?»

«Guarda!» esclamò Sabrina. «Il tuo Alfonso è già davanti al bar, che ti sta aspettando.»

Aveva cambiato discorso per allontanare la malinconia. Voleva che Lisa fosse in forma per l’appuntamento. Aveva capito che quell’Alfonso le piaceva veramente.

 

La serata passò come sempre, con le medesime persone, ma in fondo fu divertente. Sabrina aveva bisogno di starsene tranquilla, ridere e rilassarsi. Mangiò un gelato, per integrare gli zuccheri persi nella camminata in montagna, tenne a distanza il ragazzo che le faceva un filo asfissiante da giorni, nonostante sapesse che aveva un fidanzato e non sapesse ancora che lo aveva appena mollato. Era belloccio, ma scontato e presuntuoso, e neanche particolarmente simpatico. Anche Lisa lo aveva subito escluso dalla sua lista.

Partirono poi tutti in macchina per andare in altri locali alla ricerca di amici, nei paesi vicini, e in uno di questi trasferimenti Lisa e Alfonso scomparvero, con la Audi di Alfonso.

Alla fine il gruppo decise di andare in discoteca, e Sabrina si defilò. Era quasi l’una, era stanca, ancora un po’ malinconica e voleva solo tornare a casa. Dovette respingere i tentativi del suo spasimante che insistette in modo irritante per accompagnarla, nella infondata speranza di un bel pomiciamento, e finalmente si trovò sola.

Avrebbe dovuto percorrere cinquecento metri a piedi. Faceva freddo ma l’aria era limpida e il cielo stellato. Le previsioni davano bel tempo e decise che la mattina sarebbe partita per visitare una chiesetta in cima a una punta. Era un tragitto impegnativo, ma aveva bisogno di sfinirsi di stanchezza per scaricarsi dei suoi pensieri.

Era giunta quasi a casa e si fermò. Un po’ non aveva molta voglia di rientrare, la passeggiata le aveva fatto passare il sonno, e un po’ si trattenne al pensiero che avrebbe potuto trovare Lisa e Alfonso in camera.

Di per sé, non sarebbe stato un grande problema. Si sarebbe sistemata sul divano e i due non si sarebbero neanche accorti della sua presenza. Però… le era già successo un paio di volte, e nonostante si fosse messa due cuscini sulla testa per non sentire, i gemiti di Lisa l’avevano tenuta sveglia. I gemiti, i bisbigli, il fruscio delle lenzuola e i movimenti dei corpi.

Arrossì al ricordo. Si era eccitata e aveva immaginato di infilarsi nel letto con loro. Entrambe le volte si era masturbata sul divano, nuda, con l’occhio sulla porta per la paura di essere scoperta.

Poco lontano, in una traversa, le insegne luminose dell’ultimo bar aperto attirarono la sua attenzione. Era un bar storico della cittadina sciistica, molto esclusivo. Le venne voglia di bere qualcosa e rilassarsi, ma non voleva incontrare altre persone. Si sarebbe avvicinata e avrebbe controllato dalla vetrina, poi avrebbe deciso.

L’interno era vuoto, c’era solo il barista dietro il bancone, indaffarato a completare gli ultimi lavori prima della chiusura. Era un bell’uomo di una quarantina d’anni, dall’espressione tranquilla, e decise di entrare. Un bicchiere di qualcosa e via.

Il barman alzò gli occhi al rumore della porta che si apriva, e l’aria distratta si tramutò in interesse quando la vide. Sabrina vi era abituata, ma fu contenta del comportamento discreto del barista. Il suo fu uno sguardo fuggevole, manifestò un apprezzamento quasi da gentiluomo e non si soffermò, come spesso capitava, sugli occhi, sul collo, sulle tette, sui fianchi, sulle cosce e sui piedi.

Rimase sulla porta, incerta se procedere.

«È troppo tardi? Sta già chiudendo?»

«Per nulla, ora che il locale si è riempito.»

Sabrina sorrise per ringraziare e si sedette al bancone, su un alto sgabello. Il barista la guardò, in attesa dell’ordinazione, e subito provò simpatia per lui. La sua disponibilità era naturale, lo aveva capito dal tono della voce e dal modo di parlare. Forse aveva semplicemente voglia di compagnia. La stagione era ancora morta.

«Vorrei bere qualcosa, ma non so cosa.»

Appena lo disse si sentì stupida, come una ragazzetta entrata in un posto da grandi senza sapere come comportarsi.

L’uomo allargò le braccia e la guardò rassicurante.

«Io sono qui per questo, signorina. Ci penso io a lei.»

Prese uno shaker in metallo dal retro del bancone, gli fece fare una giravolta e si mise a osservare le bottiglie di liquore esposte sui ripiani.

“Io sono qui per questo, signorina. Ci penso io a lei.” Era una frase che di per sé non voleva dire nulla. Poteva essere una frase banale, o una battuta o un semplice approccio da barista.

Nella bocca dell’uomo era stata la frase giusta.

Si era sentita una stupida per quelle parole impacciate e lui l’aveva rimessa subito a proprio agio. Spontaneo, simpatico, senza altri interessi se non la voglia di parlare. Anzi, con più precisione, di comunicare. Un modo affettuoso di trattarla.

Lo guardò mentre studiava le bottiglie da utilizzare per il cocktail, e confermò la prima piacevole impressione. Era un bel tipo, biondo, abbronzato, alto e snello. Portava un panciotto colorato sopra la camicia azzurra, una specie di divisa, e l’insieme dava un’impressione di eleganza. Sabrina fu sicura che fosse il proprietario.

«Brutta giornata o pessima giornata?»

La frase la riportò alla realtà. Rimase sorpresa dalla domanda, poi si mise a ridere.

«Orribile settimana.»

Era vero, eppure ora la sua situazione non le apparve proprio così orribile.

«Non ci crederà, ma esiste un cocktail proprio per le orribili settimane.»

Versò nello shaker alcuni liquori e uno sciroppo, con gesti sicuri e occhio preciso per le dosi. Shakerò, riempì una coppa, la abbellì con una ciliegina sotto spirito e la appoggiò sul bancone, sopra un grazioso sottobicchiere.

Sabrina si sentì strana. Il barista era in attesa, e sembrava veramente interessato al suo giudizio.

Fissò il liquore di un bel colore verde, invitante, e ne approfittò per osservare di nascosto l’uomo. Le piaceva. Era gentile, una gentilezza di altri tempi, e ogni suo gesto sembrava studiato per rasserenarla. Aveva visto una ragazza molto giovane che stava attraversando un brutto momento, e si era messo in testa di aiutarla a superarlo.

Bevve un sorso. Il cocktail era fresco, perfettamente equilibrato e poco alcolico.

«È buonissimo» esclamò, convinta.

«Una parte dolce, per togliere l’amarezza, una parte secca, perché è necessaria un po’ di durezza per riconquistare la fiducia in sé stessi.»

«E leggero, per rimanere lucidi e non trovare rifugio nell’alcol» concluse Sabrina.

Il barista la guardò stupefatto, ma soprattutto ammirato.

«Brava!» esclamò. «Quasi nessuno lo ha mai capito.»

Sabrina si accorse che era veramente contento di lei, e rise.

 

«Questa è filosofia, barista» disse per scherzo. «Mi ha fatto scoprire che esiste una vita sconosciuta dietro il bancone, con le sue regole e i suoi segreti.»

L’uomo non rispose e si limitò a guardarla, ammaliato. Come lo era lei. Gli occhi dell’uomo sapevano leggere nelle persone. Anzi, di più. Sapevano entrare nelle persone. Quegli occhi azzurri rivelavano sensibilità, sicurezza e sincerità.

Era l’uomo che avrebbe voluto ai suoi piedi. L’uomo che sapeva come dire le cose, perché le sue parole uscivano dal cuore, non dalla testa.

Era l’uomo di cui aveva bisogno, almeno in quel momento.

Pensò a Lisa. A Lisa che faceva l’amore mentre lei era nell’altra stanza. A Lisa che si presentava a un appuntamento senza mutandine, perché aveva il coraggio di affrontare la vita con ironia e entusiasmo.

Erano due parti che si completavano, lei e Lisa.

Quella sera sarebbe stata un po’ Lisa.

Posò la coppa sul bancone, scese dallo sgabello e, senza togliere lo sguardo dall’uomo, si sfilò il maglioncino. Rimase in reggiseno, un bel reggiseno giallino molto ridotto.

«È ora di chiudere, barista» gli bisbigliò. «Una cliente ha bisogno di te.»

L’uomo rimase bloccato. Non vi era sorpresa nei suoi occhi, forse non era la prima volta che gli succedeva. Non riusciva però a distogliere lo sguardo dal volto di Sabrina, come se volesse scolpirlo nella mente per non dimenticarlo più.

Superò d’un balzo il balcone e la baciò sulla bocca. Un bacio forte, possessivo. Era il modo giusto per dirle che la considerava il più bel regalo che avesse mai ricevuto. Le parole non sarebbero riuscite a comunicare le stesse emozioni.

«Il barista si chiama Remo, come il fratello del primo re di Roma» le disse divertito.

«La cliente si chiama Sabrina, come… come il film.»

L’uomo andò a chiudere la porta e lei si avvicinò a un biliardo posizionato in un angolo riparato.

Remo era di spalle, e lei si spogliò in silenzio. Il cuore le batteva forte, l’emozione le fece tremare le mani mentre abbassava zip e sganciava gancetti, ma non le venne alcun dubbio su quanto stava facendo. Non aveva nessuna intenzione di fermarsi

L’uomo spense le luci, si voltò e la vide nuda, stupenda, in piedi davanti al biliardo. Si avvicinò lentamente, per prolungare il piacere dell’attesa, per lui e per lei.

La raggiunse, la baciò di nuovo sulla bocca e lei rabbrividì. Non si era mai eccitata in quel modo. La pelle fremette, i seni si gonfiarono e i capezzoli spuntarono duri dalle areole. La bocca calda ne racchiuse uno, lo stuzzicò con la lingua e Sabrina chinò il capo all’indietro. Gemette, era bagnata, e passò la mano sul panciotto dell’uomo.

Lo allontanò di poco. Ansimava dal desiderio e non poteva aspettare.

«Togliti tutto. Voglio vederti nudo.»

L’uomo si spogliò, emozionato ma senza affanno, e lei si sciolse i capelli, che ricaddero morbidi sulle spalle.

Quando fu nudo si inginocchiò di fronte a lui. Era bello, dal fisico forte con i muscoli scattanti, ben delineati. Gli sfiorò con le mani i pettorali, scese sugli addominali e gli afferrò i fianchi. Avvicinò il volto al pene eretto, grosso, dalla pelle chiara e liscia, e lo prese in bocca.

Nessuno dei due sentì la necessità di un corteggiamento. Si conoscevano già. Le frasi e gli sguardi che si erano scambiati li avevano legati come due amanti. Erano affamati l’uno dell’altra, volevano possedere ed essere posseduti, godere e fare godere.

Sabrina scivolò con le labbra sull’asta, e il membro le riempì la bocca. Il sapore così intimo la eccitò, vibrò insieme a lui e iniziò un movimento profondo. Prima di quella sera non le era mai piaciuto molto farlo. Con Remo non riuscì a smettere, e si interruppe solo perché glielo chiese lui.

Si alzò, appoggiò il bacino sulla sponda in mogano del biliardo e si coricò sul ripiano. Rimase immobile, ansimante, con le gambe che pendevano mollemente. Allargò le cosce, e nella semioscurità, rischiarata solo dai riflessi dell’insegna luminosa che brillava sul marciapiede, la vulva si rivelò calda e bagnata, pronta per essere presa. Il barista si inginocchiò e iniziò a baciarla lì. Prima la carne tenera dell’interno delle cosce, poi gli inguini e, millimetro per millimetro, raggiunse le grandi labbra.

Sabrina gemette. La lingua risalì sino al punto in cui le labbra si riunivano, e lei si protese. La carezza umida sfiorò la parte inferiore del clitoride, e lei urlò. Spinse il volto dell’uomo contro la vulva e socchiuse le labbra, in un gemito silenzioso, quando si sentì leccare la cresta turgida.

L’uomo la succhiò, la lasciò, affondò la lingua nella fessura e ritornò al clitoride. Sabrina si lasciò condurre, inerme e arrendevole, verso un orgasmo così intenso da sembrarle quasi irreale. Chiuse gli occhi e il piacere si trasformò in lampi accecanti che attraversarono il buio nel quale si era rifugiata.  

Tenne bloccato il volto dell’uomo contro la sua parte più intima, ansante, fremente, poi, senza forze, si lasciò andare sulla stoffa verde del biliardo. Era bagnata di sudore, i peli del monte di Venere erano incollati fra loro e i capezzoli duri vibravano per il semplice contatto con l’aria. Le parve di galleggiare in una condizione di benessere totale e si disse che la beatitudine doveva essere proprio così. Malinconie e insicurezze erano lontane e prive di significato.

Remo le si coricò accanto e la baciò sulla bocca. Sabrina gli leccò il mento, per raccogliere le gocce di umore del proprio piacere.

«Ho questo gusto?» chiese, raggomitolata contro il suo petto.

«Dovrei metterlo come ingrediente di un cocktail» rispose Remo. «Diventeremmo ricchi.»

Lui le sfiorò i capezzoli e lei gli carezzò il pene, duro come il ferro. Lo strinse e iniziò a muovere dolcemente il polso. Remo rabbrividì, le baciò i seni e scese con la mano sino alla fessura, ancora tumida e bagnata.

Sabrina aumentò il ritmo. Era felice di dargli piacere, anche se non credeva di riuscire a restituirgli la stessa intensità che aveva provato lei. Con sua sorpresa, Remo la fermò.

«Se continui così, non riuscirò a trattenermi» sussurrò.

«Non vuoi godere anche tu?» chiese, imbarazzata.

«C’è ancora tempo, Sabrina.»

Ricominciò a baciarla, a carezzarla ovunque e Sabrina scoprì nuovi segreti su sé stessa. Fino a quel momento, un orgasmo per lei era sempre stato sufficiente. Dopo averlo raggiunto non aveva mai sentito bisogno di altro, e si era convinta di non essere molto portata per il sesso.

Ora si ricredette. Vide le cose in modo diverso. Molto diverso. Sentì il corpo risvegliarsi, i sensi riaccendersi, e lei stessa provò il desiderio di ricambiare i baci e le carezze. Cercò il pene di Remo per leccarlo, si fece leccare, si bagnò come una fontana, il membro la penetrò ed ebbe la conferma che anche lei poteva avere un secondo orgasmo. Anche un terzo, si disse dopo un po’, stupita. Alla fine, non si stupì più.

 

 

 

3

 

Aprì la porta di casa con cautela, per non fare rumore. Erano le cinque di mattina, il sole non era ancora sorto e il piccolo alloggio era immerso nel silenzio totale.

La giacca di Lisa su un divano le disse che l’amica era già tornata e stava dormendo. Chiuse piano piano la porta, con la voglia irresistibile di svegliarla e raccontarle subito tutto. Non poteva aspettare sino al mattino.

Le gambe le tremavano ancora per l’eccitazione e per le sensazioni che aveva provato. Era felice, come poche volte le era successo. Aveva conosciuto un uomo stupendo che le aveva aperto gli occhi su tante cose, sulla vita e su sé stessa. Con lui aveva scoperto la libertà e il significato della trasgressione, emozionante e vitale.

Sapeva che la sua storia con Remo non avrebbe avuto un futuro. Remo le aveva indicato la strada, ora toccava a lei continuare. Si era presa una cotta fulminante per lui, lo avrebbe ricordato per sempre, ed era certa che anche Remo non si sarebbe mai dimenticato di lei, ma entrambi avevano le loro vite da portare avanti.

Si diresse verso la camera da letto e disseminò il salottino con i suoi vestiti. Era sfinita. Avevano fatto l’amore due volte, Remo sembrava non stancarsi mai. E lei era venuta molte più volte. Non sapeva quante. Aveva perso il conto. Ora non vedeva l’ora di coricarsi e abbandonarsi a un sonno sereno, pieno di sogni sereni.

Era rimasta in reggiseno e mutandine. Si inginocchiò sul letto di Lisa e la guardò. Dormiva e doveva essere immersa in un bel sogno, perché la bocca era distesa in un lieve sorriso. Russava leggermente, e Sabrina le sfiorò la frangetta.

«Lisa» bisbigliò. «Svegliati, devo raccontarti una cosa bellissima.»

L’amica, ancora addormentata, si voltò verso di lei, le sorrise nel sonno, le mise un braccio attorno al collo e la tirò verso di sé. Sabrina fu presa alla sprovvista, non fece resistenza per non svegliarla troppo bruscamente, e Lisa appoggiò la bocca sulla sua.

Provò un brivido nel sentire la lingua aguzza insinuarsi fra le sue labbra e rimase paralizzata dalla sorpresa. Lisa non si rendeva conto di quanto stava facendo, probabilmente sognava di essere ancora con Alfonso, ma era irresistibile, calda di sonno e di desiderio, e Sabrina restituì il bacio. Le succhiò la lingua ed ebbe l’impressione di bere da una coppa profumata.

La sentì mugolare di piacere e provò un senso di colpa. Non era giusto approfittare dell’amica addormentata. Cercò di staccarsi, ma Lisa dischiuse le labbra morbide, alla ricerca della sua bocca, e lei non riuscì a resistere. Riprese a baciarla e iniziò a bagnarsi. 

Abbassò la copertina leggera e le scopri il busto. Lisa era nuda, dormiva sempre nuda, e Sabrina si soffermò a guardarle i seni sodi che si sollevavano dolcemente, mossi dal respiro regolare. Volle sentire ancora il sapore della sua bocca e le racchiuse una tetta soda nella mano, sempre più eccitata.

La mammella si inturgidì, il capezzolo divenne duro e Lisa socchiuse gli occhi. Guardò l’amica un po’ confusa, nel dormiveglia, poi si irrigidì, spalancò le palpebre e si svegliò di colpo. Si fissarono entrambe, pietrificate dall’imbarazzo ma con le bocche ancora incollate fra loro, poi con un gemito si abbracciarono e le lingue ricominciarono a cercarsi.

Sabrina le strofinò il capezzolo eretto con la punta delle dita e Lisa le slacciò il reggiseno.

«Come è andata con Alfonso?» chiese Sabrina, fra un bacio e l’altro.

«Benissimo, ma ti racconto dopo» rispose Lisa in un bisbiglio, e le mordicchiò il collo.

Sabrina le prese il capezzolo in bocca e lo succhiò, tenero e turgido.

Lisa la carezzò in mezzo alle gambe e la trovò inzuppata.

«Come mai sei arrivata così tardi?» chiese, ansimante.

Sabrina si sfilò le mutandine e si infilò sotto le coperte, per stringersi al corpo che si offriva caldo ed eccitato. 

«È successa una cosa bellissima, ma ti racconto dopo» rispose sottovoce.

Le appoggiò la coscia sulla fessura e la pelle fu ricoperta da un velo di umori bollenti.

«Sì, dopo. Abbiamo tutto il tempo» le mormorò Lisa all’orecchio.

La baciò ancora e raggiunse con il viso il monte di Venere, fragrante di desiderio.

Sabrina fremette, chiuse gli occhi e allargò le gambe.

“Anche Lisa ha un suo modo così bello di dire le cose”, pensò, poi una lunga, umida carezza sul delicato interno delle cosce la portò ad altri pensieri.

 

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