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Diario n°:

185

IL MOMENTO GIUSTO
Liviana Rose

IL MOMENTO GIUSTO

Bradley le teneva le mani sui fianchi e le dava il ritmo. Aveva un seno di Lauren in bocca e lo gustava come un chicco d’uva dolce.

Si muovevano a tempo di una musica immaginaria, di quelle che spesso risuonavano in casa.

Non c’erano candele profumate in giro, o foulard ad ingentilire l’atmosfera dell’abat-jour o ballon con dell’ottimo cognac francese a sprigionare i propri umori imprigionati per trent’anni nelle barrique.

C’erano i loro corpi sudati che luccicavano ai raggi del sole pomeridiano che filtrava dalle persiane.

Lauren si sfiorava il clitoride col dito medio mentre con la mano destra si teneva alla testata del letto. Non voleva aprire gli occhi per paura che quella sensazione di benessere si dissolvesse.

Le gocce di sudore scorrevano tra gli addominali di Bradley alla disperata ricerca di un approdo.

Venne prima lei, accelerando la frequenza dei respiri, lui la seguì a ruota scaraventandola sul lato libero del materasso e cospargendola di sperma tra i seni e la pancia.

 

C’è un momento sbagliato per dire ti amo? Perché quello gli pareva proprio uno di quei momenti.

La loro storia era finita, come in un film quando compaiono i titoli di coda e si sta seduti al cinema ad aspettare qualcos’altro magari delle scene tagliate o un secondo finale.

Lauren, madre svedese, padre italiano, un talento per la tastiera del pianoforte, non voleva più aspettare un ti amo che non arrivava e scoprire ogni santo giorno di venire dopo tutto e tutti.

Bradley, mercante di vino con l’olfatto iper sensibile, era un uomo cordiale, intelligente ma anaffettivo. Stare insieme ad una persona significava chiacchierare, bere un drink in compagnia e fare del buon sesso. I sentimenti era meglio tenerli nascosti se mai si fossero manifestati. Era innamorato di Lauren ma aveva mandato tutto a puttane.

L’aveva tradita, l’aveva illusa e, come tutti gli sciocchi, si era accorto di quello che aveva avuto per le mani quando ormai non era più suo.

Non facevano più l’amore ma solo sesso, di quelli senza baci, una ginnastica da camera per sfogare un po’ di frustrazione.

Non c’erano più gli abbracci, i massaggi ai piedi, le prime colazioni a dividere una tazza di caffè poco zuccherato, le passeggiate in bicicletta della domenica al parco.

 

In casa risuonava Beethoven e Beethoven era tristezza per Lauren.

Quando invece pensava ancora che tutto si sarebbe potuto aggiustare, in casa risuonava la serenata numero 13 di Mozart o qualcosa così.

Stavano cercando casa, ognuno per conto proprio. Lauren la desiderava in periferia dove avrebbe avuto il necessario silenzio per suonare e comporre.

Per Bradley nulla era più importante. A quarant’anni aveva mandato all’aria l’unica opportunità per essere felice ma piangere lacrime di coccodrillo dopo aver fatto di tutto per remare contro la loro reazione, gli pareva parecchio ipocrita.

Lauren era timida, Bradley era estroverso, Lauren era di una intelligenza che ti leggeva dentro, Bradley era brillante e già alla prima occhiata sapeva decifrare le persone che aveva di fronte dai gesti e dalle espressioni.

Una volta la madre di Lauren, erano ancora all’inizio di quella storia, le disse che un’accoppiata così non sarebbe potuta andare avanti a lungo, troppo intelligenti entrambi.

Nel tempo avevano perso le loro amicizie da single, ma non ne avevano fatte di nuove e si ritrovavano a quarant’anni a non sapere ancora cosa volessero fare da grandi e senza avere costruito nulla di proprio. Perché, come soleva ripetere Lauren che era stata tradita da Bradley, perdonandolo, all’inizio della loro relazione, costruire le fondamenta di una storia sulla sabbia non poteva dare buoni esiti.

La sera si infilavano sotto le coperte voltandosi le spalle e mettendosi a leggere, lei con l’abat-jour accesa e un libro attinto dalla sua biblioteca, lui con la luce spenta sfogliando il suo tablet. Nemmeno in quello erano simili.

A Bradley dava fastidio quell’odore di polvere che si avvinghiava alle pagine dei libri, Lauren odiava non sapere per quante pagine avrebbe ancora potuto tenere con sé i personaggi del suo romanzo.

Due vite da single che ogni tanto convergevano in un groviglio di lenzuola.

O nell’acqua.

Avevano affittato quella casa perché il bagno aveva una vasca idromassaggio. La usava solo Lauren che ne approfittava appena aveva mezz’ora di tempo e la maggior parte delle volte leggeva con della musica in sottofondo e delle candele profumate accese: le piacevano particolarmente le fragranze agli agrumi. Ma, quando le capitava di essere in casa da sola, allora dentro l’acqua si masturbava, perché sentiva il bisogno dell’orgasmo così pressante come quello del caffè del mattino. Non lo voleva da Bradley, lo desiderava solo da se stessa.

 

Un giorno Bradley era entrato in bagno mentre lei era immersa nella schiuma rigogliosa con i capelli raccolti a crocchia sopra la testa. Le aveva chiesto se doveva lavarle la schiena: aveva preso la spugna abrasiva, l’aveva intinta nell’acqua e aveva iniziato a lavarla delicatamente con gesti circolari. Le aveva raccontato la sua giornata, una giornata di merda, dove tutto era andato storto e si capiva che voleva un supporto dalla persona al suo fianco. Lei non era stato in grado di dire niente, non voleva, non aveva più energie da spendere in quel rapporto. Lui si era arrabbiato, lo si vedeva dalla ruga che gli si era formata in mezzo agli occhi. Aveva lasciato andare la spugna a galleggiare sull’acqua ormai tiepida e con la mano era sceso lungo la spina dorsale di Lauren fino all’incavo tra le natiche.

Aveva infilato una mano sotto e le aveva messo, senza grazia alcuna, un dito nel culo. Lauren aveva protestato lanciandogli dell’acqua addosso; lui si era infradiciato la camicia e i capelli, la stoffa che gli si era appiccicata addosso come una seconda pelle gli segnava i capezzoli e il groviglio di peli sul petto. L’aveva afferrata per un braccio e tirata fuori dall’acqua lasciando partire una sberla che aveva colpito con un suono acuto la sua natica destra. Poi l’aveva fatta mettere in ginocchio con la pancia appoggiata al bordo della vasca tenendola ferma con tutto il peso del corpo. Si era spalmato sulle mani un po’ di olio per massaggi che aveva trovato sul muretto della vasca, le aveva lubrificato il buco e l’aveva inculata strappandole un urlo sordo. L’aveva tenuta per la crocchia di capelli e ad ogni affondo si sentiva il rumore di frizione contro l’acqua e la pelle calda di Lauren sbatteva contro il freddo della vasca. Ogni tanto Lauren, che era una signora e non imprecava mai, lo mandava affanculo, tra un affondo e l’altro, quando riusciva a riempirsi di nuovo i polmoni di aria, dopo che lui li aveva fatti svuotare dandole spinte poderose e sberle alle sue natiche al vento. Il viso di Lauren ad ogni spinta sfiorava il pelo dell’acqua, allora si era riempita la bocca di acqua e sapone e si era voltata per sputargliela contro. Avevano battagliato, avevano maledetto, poi si erano accorti di una cosa: lei non era mai stata così eccitata e lui non era mai stato così duro.

Quegli improperi che si erano lanciati contro, l’una a parole, l’altro a gesti, erano stati la discussione più vera che avessero mai avuto.

Lui aveva preso un flacone di bagno schiuma cilindrico e glielo aveva infilato nella fica bagnata e mentre la inculava coi movimenti del bacino riusciva a farla penetrare anche dal flacone. Lei ci aveva messo non più di tre minuti a venire. L’aveva dovuta sostenere per non farla annegare nella vasca. Aveva tolto il tappo per far defluire l’acqua e aveva finito di scoparla al ritmo che più gli piaceva: forte e non ritmato.

Era venuto poco dopo, nel culo, e quando era uscito da lei, il suo sperma le era colato lungo le cosce e l’aveva rimirata come un’opera d’arte.

«Bastardo» aveva detto lei.

«È stato bellissimo, e non dire che non ti è piaciuto» aveva risposto lui.

«Vaffanculo» aveva rilanciato lei.

«Non ti chiederò scusa» aveva risposto categorico lui.

«Stronzo.»

«Non siamo mai stati così in sintonia.»

«Figlio di puttana.»

«Ti amo.»

«Vai a farti fottere.»

«Tu non dici mai parolacce. Ti amo Lauren.»

«Ti amo anche io, ed è davvero un disastro... Hai trovato il momento perfetto. Sembra impossibile ma questo era davvero il momento giusto per dirmi ti amo.»

 

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