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Diario n°:

222

IL PARADISO DEI DOLCI
DanzaSulMioPetto

IL PARADISO DEI DOLCI

"Il Paradiso Dei Dolci", un'insegna così promettente meritava almeno una sbirciata, soprattutto quando si vive in una piccola città e le novità scarseggiano.

Era da tempo che osservavo quel locale, che da circa tre mesi era sul procinto di aprire, ed ero molto curioso di vedere a cosa sarebbe stato adibito.

Varcai la soglia accompagnato dal suono squillante dell'acchiappasogni che continuò ad suonare nel piccolo ambiente per alcuni minuti.

Nella vetrinetta accanto al bancone erano esposte diverse torte, tutte molto invitanti a giudicare dall'aspetto, ma sembrava non ci fosse nessuno a venderle.

Il locale era avvolto nella penombra colorata dalla luce che filtrava attraverso il vetro della porta, sembrava fosse abbandonato e mentre passeggiavo tra i tavolini, cominciai a pensare che forse era ancora in fase di allestimento.

Ero quasi sul punto di uscire, ma il rumore della tendina che nascondeva l'ingresso sul retro mi fermò.

«Il mio primo cliente!» disse sorridendo la ragazza dai capelli ramati che emerse dalla tenda.

«Ciao, io sono Daria» aggiunse tendendomi la mano da dietro il bancone.

La strinsi delicatamente, sentendo il tepore della sua pelle vellutata abbandonarsi con dolcezza nella mia mano.

La bellezza che brillava nei suoi occhi e sul suo viso, mi impedì di articolare le parole e mi ritrovai quasi a balbettare come un timido scolaretto.

Lei allora rise, di un riso fresco come una sorgente pura e incontaminata, fui travolto da quel suo modo di fare così tenero ed espansivo e non dovetti darle una buona impressione con la mia aria imbambolata, che in compenso sembrò divertirla e alimentare la gioia della sua risata.

«Bene, mio caro primo cliente, quale torta vuoi provare? Naturalmente offre la casa.»

«Veramente non saprei, non ho avuto ancora il tempo di decidere.

«Oh sì, certo… se posso, ti consiglierei la crostata di fragole, è la mia specialità!»

«Mi fido di te allora.»

«Bene, accomodati, te la servo subito» disse prendendo la crostata dalla vetrina e tagliandone una fetta.

Anche il modo in cui tagliava la torta mi sembrò molto sensuale, ero sorpreso dal fascino che la sua figura irradiava ad ogni più piccolo movimento, anche il più semplice.

Era senz'altro la musa che attendevo da tempo, per uscire dall'ormai lungo periodo di inattività e di assenza di ispirazione che mi stava perseguitando.

«Buonissima» dissi dopo il primo boccone, rispondendo al suo sguardo che divenne subito luminoso alle mie parole.

«Come primo cliente, vali più di tutti quelli che non sono ancora venuti messi insieme.»

«Avresti dovuto distribuire qualche volantino, di sicuro ne avresti avuti molto di più di clienti.»

«Pensavo che trattandosi di una piccola città, non ce ne fosse bisogno.»

«Sì, qui le voci girano velocemente, ma hanno comunque bisogno di tempo.»

«Con te però non sono stati necessari i volantini.»

«È vero, ma solo perché io ho l'abitudine e la possibilità di girovagare, quindi è stato un caso.»

«Perché, gli altri non hanno la possibilità di passeggiare?»

«Sì, certo? ma non quanto me.»

«E cosa fa di te un privilegiato?»

«Il fatto che sono un pittore e non ho orari di lavoro, quindi passo molto tempo a vagabondare in cerca di ispirazione.»

«Sei un'artista, fantastico! E ha dato buoni frutti il tuo vagabondaggio di oggi?»

«Direi di sì… credo di aver trovato una splendida musa» risposi osservandola a lungo.

«Ehi, non ci starai provando per caso?»

«Ma no… forse solo un po'.»

«Se è solo un po', meriti un'altra fetta di torta per il complimento» disse sorridendo.

 

Nei giorni seguenti il numero dei clienti aumentò vertiginosamente, per quanto sia possibile in una piccola città, e naturalmente io divenni uno di quelli abituali, il primo ad entrare e l'ultimo ad uscire.

L'intimità, quella spontanea affinità che si era creata fra di noi fin dal primo istante, giorno dopo giorno cresceva, avvicinandoci sempre di più l'un l'altro.

Passavo intere giornate a studiare ogni singolo movimento di Daria, ogni espressione del suo viso e soprattutto i dolci sorrisi che spesso mi rivolgeva.

Quei sorrisi li sentivo vibrare nell'aria come il dolce arpeggio di delicate melodie e il suono della sua risata era come un canto di sirena per me.

Ero rapito dal suo fascino, che mi trascinava sulle ali di sogni indistinti che si riflettono tra le gocce di rugiada che brillano nell'alba e cercavo di rubare quella luce che splendeva nel suo volto per poterla dipingere, ero certo che con lei avrei creato il mio capolavoro.

Lei si divertiva nel vedermi sempre lì, seduto al bancone, ad osservarla incantato per tutto il tempo, mentre lei serviva ai tavoli.

«Sai che non è bello starsene così, senza far nulla tutto il giorno?» mi disse dopo circa una settimana, quando il locale era ormai vuoto e si preparava a chiuderlo.

«Ma io non sto senza far nulla.»

«Ah, sì? E sentiamo, cos'è che faresti tutto il giorno seduto al bancone?»

«Accarezzo la tua immagine e cerco la tua anima per poterla stringere.»

«Ci stai di nuovo provando?»

«Ti sto semplicemente adorando… come si fa con una musa.»

«Parli ancora del ritratto? Ma io non ti ho ancora dato il permesso.»

«Non me lo hai neanche negato.»

«Solo perché tu non me lo hai più chiesto? sto ancora aspettando che tu mi convinca.»

«Ma non mi hai detto ancora come.»

«Insomma? non crederai che sia così facile ottenere i favori di una musa, dovrai guadagnarteli» disse ridendo.

 

Mentre parlavamo, lei uscì da dietro il bancone e venne a sedersi sullo sgabello accanto al mio, sembrava sempre più divertita e lusingata dalla mia proposta.

«Allora, cosa sei disposto a fare per la tua musa?» disse con gesti teatrali, atteggiandosi come una regina seduta sul trono.

«Qualsiasi cosa tu voglia… sarò il tuo servo» dissi alzandomi e poi inchinandomi davanti a lei, come un suddito al cospetto della sua sovrana.

«Bada che potrei prenderti in parola.»

«Non chiedo di meglio mia incantevole musa… sono ai tuoi ordini.»

Ormai ero in ginocchio davanti a lei e chinai ancora di più il capo, accompagnando le parole con un quel gesto cavalleresco e sottomesso.

Lei fece scivolare un piede fuori dalla scarpa e lo infilò sotto il mio mento, poi con la punta mi fece sollevare il viso, fino ad incrociare il sguardo.

«Sei davvero disposto a questo pur di ritrarmi?»

«Posa per me una sola volta e io sarò il tuo schiavo ogni volta che lo vorrai» dissi prendendo il suo piede tra le mani e lambendolo con un bacio.

«Non c'è che dire, davvero una proposta a cui è difficile resistere… vedremo allora se anche nei fatti saprai convincermi.»

 

Col piede mi accarezzò il viso, lasciando che io continuassi a baciarlo, con dolcezza si abbandonò al lieve e umido contatto delle mie labbra che scivolavano sulla sua pelle.

 

«Ora è meglio se ti alzi… potrebbe arrivare qualche cliente e, come hai detto tu, in una piccola città come questa le voci girano velocemente, soprattutto in casi come questo.»

Quando il suo piede si allontanò da me, io ne precedetti i movimenti… feci scivolare la mano lungo il suo polpaccio, fino alla caviglia, e l'aiutai a calzare nuovamente la scarpa.

«Spero che il tuo non sia semplicemente un modo molto poetico per corteggiarmi… sai, noi muse non cediamo tanto facilmente, quindi sappi che dovrai impegnarti più di così per conquistarmi.»

«Sei tu che mi hai conquistato, io desidero solo adorarti» le risposi trattenendo il suo piede tra le mani.

I suoi occhi brillarono a queste mie parole e io sentii il desiderio ardere ancor più prepotentemente dentro me.

«Devo dire che il tuo corteggiamento da poeta è molto seducente, ma si sa che voi artisti e poeti siete tutti bugiardi… quindi non aspettarti che io ceda tanto facilmente.»

Liberò il piede dalla mia presa e si alzò, muovendo qualche passo per allontanarsi, ma io prontamente la raggiunsi e mi prostrai a baciare la punta della scarpa che le avevo calzato.

«Credi ancora che sia un bugiardo?» le chiesi rialzandomi.

«Non è da tutti e immagino tu ne abbia conquistate molte di donne così… ma io non sono una delle tante e se questo è il tuo gioco, sappi che non la spunterai tanto facilmente.»

«Mettimi pure alla prova e vedrai che non mento… sarò il tuo schiavo, se lo vorrai.»

«Allora vieni domani, schiavo… c'è molto da lavorare per mandare avanti una pasticceria.»

Daria accettò la mia proposta come se si trattasse di una sfida, un gioco infantile che la incuriosiva e le procurava una gioia innocente e spensierata.

Io non delusi le sue aspettative, la mia adorazione per lei era sincera e si faceva strada dentro me come un fiume impetuoso, sarei stato davvero disposto a tutto per lei, per potermi dissetare alla fonte di quel suo sorriso che fin dal primo momento mi aveva incantato.

 

«Bene, visto che vuoi essere il mio schiavo, mi aiuterai a preparare le torte… del resto mi ci voleva un po' di aiuto, la mole di lavoro è aumentata ultimamente» disse conducendomi nel retro del locale.

 

Una volta giunti nella cucina, lei si tolse le scarpe e iniziò a preparare le torte, chiedendomi di volta in volta di prendere gli ingredienti che le servivano.

Come una ninfa, danzava scalza tra i dolci e i suoi piedi disegnavano delicate forme sul pavimento che poco a poco si ricopriva di zucchero e farina.

«Si vede che ti appassiona molto il tuo lavoro.»

«Sì, sì? l'adoro! È stata sempre la mia più grande passione preparare torte» disse con l'entusiasmo di una bambina tra i suoi giochi.

«Come mai scalza?» le chiesi indicando i suoi piedi.

«Non so, provo un senso di libertà… e poi provo una gran soddisfazione quando finisco e vedo le tracce del mio lavoro che mi ricoprono le mani e i piedi.»

«E anche sul viso» dissi sfiorandole la punta del naso sporca di farina.

«Ecco, uno schiavo che mi aiutasse a ripulirmi era proprio ciò di cui avevo bisogno» disse ridendo e con un dito segnò il mio viso con la farina.

Poi un'idea lampeggiò nei suoi occhi ed iniziò a sbottonarmi la camicia, scoprendomi il torace.

«Perché non scriverlo?» disse.

Intinse il dito nel cioccolato fuso per guarnire le torte, ed iniziò a scrivere sul mio petto, "Schiavo di Daria", fu il risultato finale della sua opera e dopo averlo letto ad alta voce, scoppiò in un'allegra risata.

«Ora sei mio per sempre… schiavo» aggiunse mettendosi a sedere sul banco di lavoro.

«Sì, mia Padrona» le risposi inginocchiandomi.

Daria poggiò il piede sul mio petto, strofinandolo su di esso, il tepore della sua carezza mi procurò lievi brividi di piacere ed accarezzai la sua gamba, mentre lei continuava a giocare.

«Ora non si legge più» disse come una bambina delusa osservando il mio petto impasticciato con il cioccolato della scritta e le impronte di farina lasciate dal suo piede.

«Ma la scritta impressa dentro me è indelebile, non si è cancellata» le risposi prendendole il piede e avvicinandomelo alla bocca.

Mentre le tenere carezze del suo sguardo piovevano su di me, iniziai a baciarle le dita, le succhiai leccandole dolcemente, sentendo il sapore del cioccolato e della farina mischiato a quello della sua pelle.

La sentivo fremere tra i miei baci e quando vide il suo piede libero dalla farina, mi offrì subito l'altro, per ricevere le stesse attenzioni.

Con la lingua seguii il disegno della pianta, fin tra le dita, che si offrirono come un gustoso frutto alla mia bocca sempre più avida di quel sapore.

Poi lei mi chiamò a sé con uno sguardo colmo di desiderio, tirando su la gonna, mentre io ero ancora intento a succhiarle le dita.

Allora con le labbra risalii lungo le sue gambe che vibravano nella trepidante attesa del mio passaggio.

Lentamente giunsi fino all'inguine, ma lei mi allontanò e sì sfilò le mutandine umide del suo piacere e me le gettò.

Mi inebriai del suo profumo baciandole a lungo, finché lei non aprì le gambe offrendomi il suo fiore caldo e succoso.

«Adorami» sussurrò.

Sospirai sulle sue labbra, prima di sfiorarle con le carezze della mia bocca, dissetandomi delle gocce che stillavano, mentre la mia lingua le lambiva insinuandosi tra di esse.

Le succhiai lasciando che si schiudessero sempre di più, per poter giungere in profondità, negli antri più remoti del suo piacere.

Scivolai su e giù fino al suo clitoride che strinsi delicatamente tra le labbra, per poi scendere sempre più giù, indugiando con la punta lingua tra le sue natiche, che lei mi offrì generosamente, lasciando che tutta l'intensità della mia adorazione si riversasse su di lei.

Le sue cosce si strinsero attorno al mio collo nell'impeto dell'orgasmo che copioso sgorgò nella mia bocca mai sazia del suo sapore.

Risalii sul suo ventre mentre lei si sollevava il vestito, scivolai lungo le sue mammelle, mordendo i suoi capezzoli turgidi.

Il suo corpo risuonava come un pregiato strumento, le cui corde vibravano al lieve tocco dell'eccitazione che lo attraversava.

Assaggiai la sua lingua, avvolgendola con la mia, mentre entravo nel suo ventre caldo ed accogliente, che mi strinse dentro sé in una travolgente danza che ci trascinò nell'estasi di un abbraccio selvaggio, finché i suoi gemiti non si confusero con i miei unendoci nel bacio dei nostri orgasmi, che lasciarono i nostri corpi umidi e intrecciati, come sulle rive di un mare che si calma dopo la furia della tempesta.

«Penso proprio che alla fine te lo darò il permesso di ritrarmi» disse con una risata che risuonò sul mio petto mentre la stringevo tra le braccia.

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