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Diario n°:

18

IL PARADISO PROPRIO VICINO ALL'INFERNO
Falcosirene

IL PARADISO PROPRIO VICINO ALL'INFERNO

«Perché non mangi ?»

Lo guarda. È seduto sulla panchina, mentre un piccione sta girando intorno ai suoi mocassini. Con il capo abbassato, lasciato cadere verso il petto, stanco.

«Vuoi parlare?»

Lui si china, cerca di accarezzare le piume.

Tenta di arrivare a toccarle, solo con le sue dita, allungandole il più possibile, senza estendere, ne muovere il braccio.

Torna indietro. La sua schiena curvata lungo la gobba della panchina. Le braccia di nuovo lungo il corpo.

«Ehi… mi ascolti?»

Lei si fa più insistente. Si allunga davanti a lui, e lo fissa.

«Oggi… panino?»

Lui gira il capo a guardare oltre gli alberi lì attorno. In alto uccelli in volo, verso il sud.

Chiude appena le ciglia, e il poco sole, bianco, non giallo, lo scalda appena, come ormai gli è sufficiente.

«Venti chili sono troppi, sai?»

Lei alza la mano, e con un solo dito accarezza lieve quella barba appena brizzolata, e le labbra, che lui dice avere carnose.

Prende la mano di lui nella sua, la bacia. E le unghie, una per una.

«Sebastiano… tesoro…»

Forse sta arrivando il tramonto. Presto, come sempre in autunno.

Lei alzandosi, lo prende sottobraccio e insieme percorrono il viale che porta fuori dal parco.

Pochi rumori. Le foglie cadute che si alzano al loro passare, e forse qualche auto, lontana.

L'auto verde acquamarina, così piccola, li aspetta ancora lì, dove lei l'ha posteggiata. Sorride. Li ha visti arrivare.

Salgono. Lei alla guida, per arrivare presto, prima possibile, a casa, lassù sulla collina.

Dalla collina, lontano si vede il mare. Blu e calmo. E punti bianchi di barche.

Sulla porta della casa la pianta di olivo, e dietro le vigne di vino "rossese". Rosso, forte e aspro come la collina, bruciata dal sole d'estate e umida dell'autunno corto della riviera.

La casa di pietra ancora viva, dopo i pastori e i vecchi. Ancora lì ferma. Sa tante cose.

Conosce le stagioni e gli uomini.

Li accoglie. Non potrebbe fare altrimenti.

L'ingresso pieno di libri, e vasi di fiori lilla e gialli, di campo e giardino. Le tende trasparenti un po' impolverate, e una vecchia bottiglia sporca di cera della sua candela.

«Siediti… dammi la giacca…»

Lui si distende sulla sedia di vimini, così solo per farle piacere. Chiude gli occhi, la stanchezza lo prende, e forse vorrebbe dormire.

«Aspettami qui… arrivo subito.»

Di là, oltre le scale, il bagno di ceramiche azzurre, è ampio e illuminato dal tetto di vetro.

La vasca bianca coi rubinetti dorati si sta riempiendo dell'acqua calda del giorno.

Lei apre il mobiletto delle essenze e sceglie la più dolce per lui.

Con la sua mano mischia e rigira acqua ed essenza, e si china sopra a sentire il profumo di bergamotto e primavera.

Poi dall'armadio, prende l'accappatoio più grande, quello di lui, bianco candido.

Lo appoggia alla maniglia della finestra che guarda il mare. Esce.

«Tesoro… vieni… vieni di là… è pronto…»

Lo accompagna tenendolo per mano. Lui si lascia portare.

Davanti alla vasca lui è fermo immobile, e aspetta le mani.

Lei lo libera piano di ogni vestito. La felpa e camicia, pantaloni e cintura. E poi i calzini, boxer e maglietta. Ogni cosa piegata piano e in ordine sulla cassapanca degli asciugamani.

Ora è nudo e aspetta le mani.

«Entra… è calda…»

Con i piedi prima sente il tepore, e piano ancora le gambe, il suo corpo tutto, nell'acqua calda e l'essenza dolce del bergamotto.

Giù, fino ad averla negli occhi. E le orecchie senza suono, solo il rumore del mare.

E aspetta le mani.

Arrivano presto, e care. Percorrono tutto il suo corpo e portano via ogni pensiero.

La stanchezza del giorno, il tempo che passa, la paura di vivere.

La spugna forata piena di schiuma lo massaggia dai piedi alle ginocchia e su verso il petto, sul cuore.

«Un figlio… ti manca?»

E ora lui risponde, per la prima volta.

«Sì… t'invidio per questo… tu hai già il tuo capolavoro…»

«Per una donna è difficile sai… essere sola e gestire ogni cosa…»

«Io non ti avrei lasciata da sola… lo avrei voluto anch'io… con me… ed ora sarebbe ancora il mio compagno di giochi…»

«A sedici anni i figli scappano dalle loro madri… vanno in cerca dei padri, e corrono presto, veloci, senza guardare indietro…»

«Devono farlo… per cominciare a vivere…»

«E non le ascoltano…»

«Hanno grandi pensieri e cuori gonfi di tutto…»

«L'assoluto, il meglio, il di più, il sempre e per sempre… sì lo so, ma non posso capirlo… lui è tutto per me, un pezzo di me… metà del mio cuore e della mia mente…»

Le lacrime cadono nell'essenza di bergamotto e scaldano ancora, di nuovo, l'acqua sul corpo di lui.

«Stai meglio tesoro?»

Scivola piano sui capelli bagnati e lungo la barba corta e appena pungente.

«Ora ti bacio… qui sulla fronte… calda …»

Prende il viso di lui tra le mani e guarda i suoi occhi scuri.

«Sei triste? Perché?»

«La vita è passata, e senza di me…»

«Vuoi imparare a correre… correre forte ?

«Non ho più tempo…»

«Non avere paura… c'è una strada lunga da fare… là fuori… sul mare…»

 

Fuori della vasca, nel caldo della stanza, l'accappatoio bianco candido lo copre e protegge dal buio della notte che sta per arrivare. Lei è lì. Vicina. L'abbraccia forte, ma non può arrivare fino in cima, da lui. Solo sentire il suo pensiero profondo. E battere il cuore.

Vanno di là, verso la scala, e sopra, dove sta il letto antico di ferro battuto, pieno di cuscini di pizzo.

«Hai freddo?»

«No… non più…»

Lei alza il piumone, e lui affonda nel sonno. La mano di lei accarezza il lenzuolo piano, senza far rumore e la notte scende sui sogni.

I loro occhi chiusi non possono vedere la casa di pietra.

E quando il giorno sta per tornare passa prima da lei, e la chiama.

Non ancora cosciente, sente la luce arrivare e la sua mano scivola, a cercare la pelle di lui.

È ancora calda, di bergamotto e di sonno. L'accarezza piano, dolce.

«Sei sveglia?»

«Sì…»

«Mi vuoi?»

Lui si gira verso il viso di lei così sincero e fermo. La gamba ad allargare quelle di lei. La mano a cercare il sesso abbandonato.

«Sei calda…»

«Sono qui…»

«Dammi le mani… qui tra le mie… fammi sentire il sangue che scorre…»

«Prendimi le spalle… e il collo, i capelli…»

«E la tua lingua… spalanca la bocca… voglio entrare…»

«Entra… è aperta…adesso…»

«Entro… dentro di te…»

«Bagnami e bagnami ancora…»

«Voglio… morire… dentro di te…»

«Vieni… a vivere… dentro di me…»

La casa di pietra li guarda uno dentro l'altro e ascolta i rumori.

«Urla… più forte…fammi venire… qui… dentro… di te…»

«Arrivami… in gola… e…»

E sudano del piacere della mattina, e caldo della notte.

 

Nel pomeriggio appena coperto di nuvole, e un sole lontano, più in là, lei esce da casa. Fuori. Sul grande prato che copre la collina, davanti alla casa di pietra.

Il piccolo stereo e le casse, sotto la pianta di olivo. E dagli scaffali il disco della sua gioventù, ingenua e incosciente.

«Sebastiano, vieni…»

Insieme, distesi sul prato, guardano il cielo, e i loro piedi scaldano quelli dell'altro.

Le braccia sotto le loro teste, sollevate dai fili d'erba e fiori gialli selvatici.

Quell'"Ummagumma" pieno di righe.

 

Pink Floyd per il loro pensiero verso il cielo.

Careful with that axe, eugene inizia a suonare con le chitarre basse, appena accennate.

I loro occhi si chiudono perché il viaggio da fare deve essere puro.

Libero da ogni immagine e luce del giorno.

Montano le batterie, e in lontananza le voci di uomo, perso nel vuoto.

Le loro mani aggrappate alla navicella su cui stanno viaggiando. Il decollo è iniziato.

Le voci più alte. E le chitarre impazzite.

L'urlo finale. L'uomo nel vuoto che ha paura.

L'urlo più lungo della loro gioventù. Scoppia nella testa e si spande sul prato.

Tremano i muri della casa di pietra.

Lui che vola più in alto di lei, ora, la vede.

E nuda, finalmente.

Affonda le mani nei capelli di lei, li tira e le morsica il viso.

Riempie le sue mani grandi, di seni, bocca e orecchie di lei.

La lingua si asciuga e si bagna su quella pelle di donna, che aspetta di essere presa.

E la prende.

Mentre l'urlo ancora non smette, e circonda ogni nuvola o raggio di sole.

E l'essenza del suo essere maschio affonda con forza e fatica nella carne rosa bagnata.

E più in fondo.

Sempre di più, mentre l'urlo non smette.

Lei, ai bordi della navicella, senza paura, accetta il suo destino.

Quello di amare l'uomo silenzioso e triste, sul prato in cima alla collina.

E donare il suo corpo. Alla paura di vivere che lui ha fin dentro le viscere.

E farsi catturare la mente dalla sua debolezza.

E forse impazzire, un giorno.

Lui, sfinito, svuota tutta la sua anima in lei.

Mentre l'urlo, fortissimo, è arrivato alla fine.

 

È di nuovo sera.

Le cose di lui nella valigia. I libri. La musica. Il suo cioccolato fondente.

«Allora è arrivato il momento… devi partire…»

Il silenzio pesante cade sulle tende piene di polvere, e la candela di cera, ormai quasi finita.

Lui non parla. Non spiega. Deve partire.

La giacca sulle sue spalle. E nessuna lacrima ancora da piangere.

 

Dopo gli anni passati, seduta sulla sedia di legno, davanti alla porta della casa pietra, sotto l'olivo, e vicino alle vigne, lei ormai vecchia e stanca, guarda il sentiero che sale.

 

E aspetta.

Dal fondo della valle, lungo il sentiero, ecco arrivare una lunga fila di uomini, uno dietro l'altro, come soldati.

Tutti i suoi uomini. Lì, verso di lei. Forse ai suoi piedi.

Tutti quelli che lei ha amato. I suoi mariti. I suoi amanti. Quelli che non hanno mai saputo del suo amore per loro. Quelli che la guardavano passare e avevano voglia di lei.

Quelli che incontrandola le dicevano ancora "sei sempre bellissima".

Quelli che non ha mai dimenticato.

Quelli che non hanno dimenticato lei.

Quelli che vorrebbe trovare nel suo paradiso. Lì, proprio vicino all'inferno.

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