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Diario n°:

48

IL PROFUMO DI TIGLIO
Anna Luce Bergamasco

IL PROFUMO DI TIGLIO

Una mano sicura, qualche lentiggine come segno distintivo dei capelli rossi di un tempo, magra, nervosa, appoggia delicatamente la puntina nel solco e, dopo un leggero fruscio, ecco la musica spandersi nell'aria calda del tramonto.

Poi, quella mano sicura, un accenno appena di solfeggio come a dirigere l'ouverture, si sposta sulla guancia della donna. È un marchio, un segno di possesso, non è una carezza gentile.

Non ha bisogno di parole con lei, il suo sguardo ha tutte le sfumature dell'alfabeto.

Le intima di voltarsi, di appoggiare le mani al parapetto del terrazzo e di scrutare l'orizzonte.

La sente la musica che fila dal giradischi farle ribollire il sangue? La sente la sua mano scendere dalla nuca, spostare i riccioli ribelli, disegnare il contorno della colonna vertebrale, sfiorarle la curva delle natiche, afferrare il bordo del vestito, sollevarlo, controllare che sia già umida e prenderla con un spinta decisa? Lo sente?

Quattro mani affiancate stringono la ringhiera. Le ombre, fino a qualche minuto prima allungate, ora sono sparite. Il profumo di tiglio ha preso possesso di tutto, pungente, quasi assordante. Ti entra dentro e ti scatena tutti i ricordi delle estati passate, ricordi belli.

Si deve mettere in punta di piedi per sentirlo meglio, lui è alto, molto alto, i pantaloni appena aperti sono nascosti dallo svolazzare del suo vestito leggero. La scollatura è ampia e morbida e, agli affondi più impetuosi, un capezzolo fa capolino come a volersi liberare della stoffa.

Caldo il ferro della ringhiera, calde le sua labbra sul collo, calde le parole sussurrate al suo orecchio, caldo il cazzo dentro di lei.

Se qualcuno passasse per strada in quel momento, se non fosse particolarmente malizioso, non si accorgerebbe nemmeno dell'amplesso: vedrebbe due persone incastrate l'una nell'altra, guardare il tramonto, ascoltare musica e cullarsi di quel perfetto momento di bellezza.

Tanto bagnata, tanto felice di aver finalmente esaudito quel suo pazzo sogno di essere scopata sul balcone di casa.

Come tutti gli altri desideri, quelli che poi non ha mai avuto il coraggio di realizzare perché, talmente vivida la sua fantasia, non riusciva più a discernere il sogno dalla realtà.

È sogno o realtà? Apri gli occhi. Li apre fissi sulla strada e sul fiume appena in là.

È realtà. L'umido, la pienezza, il senso di godimento come una ciliegia matura sull'albero che basta una mano per afferrarla. È tutto lì, bloccato tra la musica, il profumo di tiglio e la ringhiera.

 

L'ouverture è quasi finita, la conosce a memoria, la suonava col pianoforte nei pomeriggi d'estate dalla nonna.

Apri gli occhi. L'orgasmo è lì, potrebbe allungare una mano tra le cosce ed afferrarlo. Ma non vuole lasciar andare la ringhiera, per paura. Per timore di perdere l'equilibrio, per paura di non sentirlo più dentro di lei, così duro e tozzo, così giusto. Perdere il solletico della barba morbida nella pelle tenera dietro l'orecchio. Anche lei ha le lentiggini sulle mani. I capelli sono più scuri, ma là sotto, nel punto di congiunzione dei loro corpi, ecco là sotto c'è ancora il colore di un tempo. Vivido.

Manca qualcosa. Manca il rumore del vento tra le foglie, manca il canto degli uccellini, il frinire dei grilli, l'abbaiare dei cani, le chiacchiere e le stoviglie dei vicini.

 

Sta dormendo. Sta sognando. Lui non è lì. Il suo sogno non si è realizzato. Eppure lo stava aspettando. Le aveva promesso che sarebbe arrivato. Avrebbero finalmente smesso di giocare con gli sguardi, di alludere, di tergiversare, di desiderare.

«Ti lascio la porta aperta» gli aveva detto «sono a casa tutto il pomeriggio e tutta la sera. Mi distendo sul divano.»

«Ho voglia di te» aveva aggiunto per essere sicura che non lo dimenticasse «ho voglia di essere tua e di farti mio.»

Possesso, così ingiusto sentirne il desiderio.

Ho bisogno di allontanarmi da me stessa, per ritrovare me stessa – gli aveva scritto - sei il punto più lontano e potresti diventare quello più vicino.

Lui è un tipo silenzioso, concreto, forte, un cedro del Libano, imponente. Ma sa essere delicato e lieve, presente proprio nel momento in cui se ne ha bisogno.

Ed ecco che, entrato dall'uscio appena accostato, la trova rannicchiata come una bambina nell'angolo del divano, la gonna arricciata sulle cosce, i capelli sfuggiti alla coda che le coprono il viso addormentato, le unghie dei piedi laccate di rosso cupo, come le fragoline di bosco che ha appena rubato dalla pianta all'ingresso, È diverso il sapore delle fragoline di bosco, più intenso, più seducente.

La immagina, o meglio spera, che sotto quella gonna non abbia le mutande. Anche lui ha voglia di lei. Non è stato un desiderio travolgente il loro, è stato un crescendo di parole, immagini, pensieri, sensazioni. Ogni notte, ormai da qualche settimana, va a letto col cazzo duro pensando a quella donna complicata. Al suo seno prosperoso e sodo, a quel ricciolo particolarmente ribelle che si forma dietro l'orecchio e che vuole sempre andare all'insù.

Lo sa che vuole realizzare un sogno. Forse è anche stupido aiutarla nell'intento, perché i sogni quando poi si realizzano perdono quel sapore di euforia e diventano ricordi. Ma se la realtà si discosta molto dal sogno, i ricordi poi rimangono amari.

Lui invece ha in bocca quel sapore dolce, intenso e selvaggio delle fragoline e pensa che sia perfetto. Si avvicina, non vuole spaventarla. Le sfiora una coscia infilando la mano sotto la stoffa leggera dell'abito estivo.

Lei si gira appena sul fianco, apre gli occhi, ma sono gli occhi annebbiati di chi nuota in un limbo.

«Apri le gambe» dice senza remore «in modo osceno.»

Lei obbedisce, incastrata nell'angolo del divano, il sedere un po' sporgente, l'abito aggrovigliato alla vita. È lì che si vede il colore dei suoi capelli, nella piccola striscia di peli che mal cela la sua figa.

È gonfia, umida, odorosa, aperta.

Lui la guarda per un istante negli occhi, proprio dentro, dove sa di poter trovare la risposta che cerca.

Vuole una donna che sappia chiedere, che non si neghi nel dare, che abbatta ogni barriera abbattibile e che dimostri cosa prova.

«Dimmi cosa pensi che ti farò» sussurra con una voce profonda che le fa rimpicciolire i capezzoli «dimmi cosa farà adesso la mia bocca e raccontami quello che provi.»

Respira, sospira.

La tua bocca mi conoscerà dopo che l'ho desiderata per tanto tempo, sognata, immaginata – risponde lei aprendo ancora di più le gambe, spingendo coi muscoli per fare uscire tutto il liquore che la inonda.

Lui lo raccoglie con un dito, lo porta alle labbra, lo assaggia.

Poi appoggia il dito sulle labbra della donna per farle gustare sé stessa mentre con i denti e con la lingua inizia a divorarla.

È morbida, vellutata, profuma di pesca, di sudore, di eccitazione.

«Parlami» le dice mentre la lingua la invade nel profondo.

«Ho bisogno che mi scopi, che tu mi prenda senza carinerie, voglio quel piacere così simile al dolore» non riesce a mettere filtri ai propri pensieri.

«Lo hai capito vero che non sono uno a cui piacciono le cose normali» e mentre lo dice sorride sulla figa della donna riflettendo su cosa sia poi la normalità.

Le infila un dito liquido nel culo.

Lei sussulta ma poi si rilassa perché non si è mai sentita così al sicuro e a proprio agio come con lui e con la sua bocca e la sua barba che gratta tra le cosce.

Arriccia le dita dei piedi. Vuole toccarlo ma non ci arriva, messa così con le gambe spalancate e le braccia incastrate sotto di sé.

Allora lo tocca coi piedi, dove arriva, su una spalla, sulla schiena. Lui è tutto vestito e non sentire il contatto con la pelle la fa impazzire.

«Voglio toccare il tuo petto» gli dice per farlo spogliare «in verità voglio toccare e leccare ogni centimetro del tuo corpo.»

Lui ha una chioma ribelle, un ciuffo gli ricade sulla fronte e non riescono a guardarsi occhi negli occhi. Però si capiscono e si sentono. Lui si rialza, inginocchiato com'era tra le sua cosce, con la barba lucida di umori, gli occhiali storti sul naso. Le si para davanti e le dice «Spogliami.» Lei obbedisce come una bimba davanti ad una vetrina di giuggiole.

Gli sbottona la camicia, gliela sfila delle spalle, poi gli apre i pantaloni, non porta intimo, e il cazzo duro si libera come una molla. Se lo trova davanti dritto e fiero e non resiste un secondo a farlo suo come il più saporito dei lecca-lecca. Pensa a quale stereotipo le sia passato per la mente, ma accantona presto le banalità e lo succhia e lo assapora come se non ci fosse un domani.

Seduta sul divano, il sedere nudo e la figa fradicia appoggiati sulla stoffa ruvida, la mano di lui che la afferra per la coda e la guida, sugge l'uomo che le si è parato innanzi in tutto il suo nerbo.

Ne ha succhiati tanti, più di quelli che ci si aspetterebbe da una donna, meno di quelli che avrebbe voluto, eppure le pare di non aver mai trovato quel gusto. Riesce ad ingoiarlo tutto, fino ad affondare il naso nei peli pubici dell'uomo, rossi come i suoi.

Guardando in su viene attratta dall'ombelico e poi dai capezzoli, rosa e sporgenti, e dal petto glabro e dalle sue labbra celate dalla barba. Lo scala come si farebbe con una montagna. Si arrampica sul suo corpo. Sale in piedi sul divano e lo bacia dall'alto in basso. Lui le afferra le natiche allargandole come a volerla aprire in due. E, mentre le loro labbra mischiano il sapore delle fragoline a quelle del sesso, entra dentro di lei e diventa la cosa più vicina a sé che quella donna passionale possa avere.

 

Tre, forse quattro orgasmi, ha perso il conto, le ci sono voluti per rilassarsi nuda tra le lenzuola, con tutte le imperfezioni del suo corpo disegnate dai fili di luna che filtrano dalle tapparelle, i pensieri strani e i sogni non realizzati.

Poi pensa che con la volontà si può realizzare ogni sogno ma, ad un punto imprecisato della vita e senza motivo, è diventata pigra e preferisce starsene così, distesa sul letto, con le proprie teorie a tormentarla, ma col corpo dolente solo di sensazioni buone.

 

Lui non c'è. Le manca. La morbidezza della sua pelle in contrasto con l'ispido dei suoi peli, dove le piace leccarlo.

Poi torna, sempre col ciuffo ribelle, gli occhi azzurri che si fanno verdi.

«Se mi fai fare questa cosa» dice come chi non ammette rifiuti «poi ti scopo sul balcone.»

È diventata una leggenda ormai, non doveva raccontargli quella maledetta fantasia.

Armeggia con una valigetta, ne ricava un pennello e una boccetta di tempera.

«Ti ho ascoltata» le dice senza guardarla «anche nei tuoi silenzi. Mentre ti scopavo e mentre tu scopavi me.»

La guarda davvero dentro, oltre le maschere e le barriere.

«Adesso scriverò sul tuo corpo, poi ti rivestirai e non cercherai di cancellare le mie parole fino a quando ti permetterò di farlo» il tono schietto e senza sentimenti.

In piedi, in mezzo alla stanza, vulnerabile, diventa la sua tela, chiudendo gli occhi, assaporando la frescura del colore che le scivola sul ventre, sul seno, sulle cosce e sulla schiena.

Quando il lieve solletico del pennello termina, si rimira nello specchio dell'armadio.

Legge.

Si gira tenendosi il seno con una mano per vedere meglio sul fianco.

POSSESSO.

Perché adesso sei mia.

ANIMA.

Perché siamo andati oltre la pelle.

PIACERE.

Perché ce lo siamo donati a vicenda.

MENTE.

Perché noi due siamo teste e non corpi.

RESPIRO.

Perché io respiro te, tu respiri me. È una fase imprescindibile di uno scambio.

Lei sfiora le scritte con le dita e riflette. Il primo pensiero che le passa per la testa è che non le dà per niente fastidio essere la sua pergamena.

La seconda cosa a cui pensa è di rimettersi il vestito, perché quelle scritte lì le deve vedere solo lui.

Si infila l'abito dalla testa e sigilla quelle parole, solo sue, in un caveau di cotone leggero.

Va a prendere una bottiglia d'acqua fresca dal frigorifero.

Ne beve un sorso a collo anche se non si fa.

Mangia una ciliegia e una fragolina di bosco che ha raccolto il giorno prima.

Esce sul balcone avvolta dal profumo di tiglio.

Si appoggia alla ringhiera coi gomiti, incrocia le caviglie, e lascia vagare lo sguardo.

Abita in un posticino fatto di silenzio, davanti il fiume e gli alberi, dietro i campi di frumento e papaveri.

È nei momenti come quello, dove sente ogni fibra del suo corpo urlarle di essere donna, che ha bisogno di averlo.

Lui è la sua coscienza, il suo desiderio, la sua forza, i suoi bisogni. Lui è aria, un'idea, un albero, una macchia di tempera verde.

Una donna sciocca che crede ancora all'incastro perfetto.

Poi lui esce sul balcone, vero, vivido, alto.

Si appoggia alla ringhiera coi gomiti e, con quella sua voce roca, le racconta altri sogni.

Sogni che non avranno tempo di decantare ed ingigantirsi perché verranno esauditi sul nascere, ancora embrioni nel petto.

«Sarò quello che vorrai» gli dice.

Una mano sicura, qualche lentiggine come segno distintivo dei capelli rossi di un tempo, appoggia delicatamente la puntina nel solco e, dopo un leggero fruscio, ecco la musica spandersi nell'aria calda di una notte limpida irradiata dalla luna. Una ouverture poderosa e poi delicata, insinuante.

Si avvicina da dietro, appoggia una guancia alla sua schiena, lo avvolge con le braccia, scende ad aprirgli i pantaloni, trova pelle calda. Li abbassa, cerca il suo cazzo. Si inginocchia dietro di lui, gli apre le natiche, lo lecca fino a dove la lingua arriva, lo penetra, lo assaggia.

Lui respira forte, come un cavallo che sbuffa dal naso, deglutisce quando la lingua esce, grugnisce quando la lingua rientra. Lo cerca con un dito, poi con due. Gli scrive SEI MIO con la lingua dentro il culo. Si siede tra le sue gambe, lo succhia da sotto, lo munge. Lo tocca ovunque le sue mani riescano ad arrivare, lui gode nella sua bocca. Lo annusa. Sa di tiglio e di fragoline di bosco.

Si distende sul pavimento ancora tiepido di sole sebbene sia già notte fonda.

Lui la guarda da in cima al monte: silenzi fatti di mille parole.

È una promessa.

E, detto tra noi, la realtà è mille volte meglio di uno sciocco sogno.

 

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