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Diario n°:

187

IL SAPORE DEL BUIO
Ashara

IL SAPORE DEL BUIO

«Sei bellissima, stasera. Sei sempre bellissima.»

La voce, poco più di un sussurro ma così vicina al mio orecchio da sentire il fiato sulla pelle, taglia a metà la mia risata nel buio. Intorno a me il rumoreggiare delle persone riunite in questa stanza, di cui non sono in grado di valutare le dimensioni, non ha perso di volume e le mie amiche, alla mia sinistra e di fronte a me, continuano a ridere e a strillare, cercando di versare l’acqua nel bicchiere senza rovesciarla ovunque. Solo il mio cuore ha perso un battito, solo il mio respiro ha avuto un colpo d’arresto prima di riprendere a fluire. Ok, un po’ è stato lo spavento di avvertire all’improvviso e senza alcun preavviso una presenza così vicina, forse troppo vicina, di sentirmi rivolgere la parola da una direzione inaspettata. Un po’... quella frase, quel tono. Denso, carezzevole, come il sussurro intimo di un amante. Qualcosa che non ho da un pezzo, insomma. E che fino a un secondo fa non sapevo mi mancasse così tanto. Sei semplici parole, anzi tecnicamente quattro perché due erano anche ripetute, ma mi hanno ribaltata dentro. Il bello della faccenda? Non sono nemmeno sicura di chi ci sia alla mia destra.

 

«Andiamo a una cena al buio?» Quando Anna ha posto quella domanda, qualche sera fa davanti alla solita birra nel solito pub, siamo scoppiati tutti a ridere.  

«Sì, in gruppo. Mi sembra proprio un’ottima idea!» Ha esclamato Nicola ghignando.

«Hai trovato la proposta su un sito di orge?»  

«Su quello dell’Associazione Ciechi e Ipovedenti, cretino!» Un’altra risata.  

«Maddai, che cavolo stai dicendo? Che fanno, mettono anche a disposizione le stanze?»

«Ma quanto siete stupidi... Una cena, non un appuntamento al buio! Si mangia senza poter vedere nulla, così ci si immerge nel mondo come lo percepiscono i ciechi.»  

A quel punto siamo tutti ammutoliti. Anna ha proseguito la spiegazione.  

«Sono stata a una di queste cene qualche mese fa: tappano le finestre e le porte del ristorante e spengono tutte le luci, fanno sparire led eccetera e ovviamente sono vietati telefonini, macchine fotografiche, perfino gli orologi con le lancette fosforescenti. Insomma, qualsiasi fonte di luce, anche minima, è bandita.»

«E come si fa a vedere quello che c’è nel piatto?»  

«Non lo vedi, è quello il bello.»

 

Quindi alla fine eccoci qua tutti quanti, immersi nel buio più totale di una stanza che non ci è stato permesso di osservare prima che la blindassero, accompagnati a sedere a due a due dai camerieri non vedenti. L’intero tavolo a cui sono seduta è riservato alla nostra compagnia, ma a parte Chiara che è entrata con me e sta alla mia sinistra e Anna di cui ho riconosciuto la voce di fronte a me, non ho ancora capito come sono disposti gli altri. Il sussurro nelle mie orecchie non aveva un’inflessione sufficiente a farmi indovinare chi stia alla mia destra, so solo che si tratta di un uomo. I miei sensi sono tesi in quella direzione al punto che mi pare di percepire il calore della coscia appoggiata alla sedia a pochi centimetri da me, ma non mi arriva alcuna voce, alcuna risata dalla persona che mi ha parlato. È come se fosse una statua immobile e silenziosa, come se facesse apposta a non lasciarsi scoprire da me mentre mangiamo l’antipasto. Stavolta avverto il leggero spostamento d’aria, una lieve zaffata di profumo, un appena percepibile fruscio dei vestiti prima di sentire di nuovo una frase sussurrata al mio orecchio: mi accorgo che, in questa oscurità impenetrabile, tutti i sensi che non siano la vista si sono acuiti.

«Perché non mi parli mai, Arianna?»

Le sue labbra mi sfiorano il lobo dell’orecchio, non so se intenzionalmente o per un calcolo sbagliato delle distanze, ma so che il brivido che mi corre lungo il collo e la schiena è reale. Ho capito anche chi è colui che mi sta parlando e che ora, lieve come la caduta di un fiocco di neve, mi sta accarezzando una spalla coperta dal maglioncino di lana. Seba. Seba dagli occhi di ghiaccio, che scrutano freddi e severi tutto ciò che li circonda. Seba il serio, quello che parla poco e che non partecipa mai agli scherzi e ai lazzi della compagnia. Quello carino, che puoi trovare col naso in un libro anche mentre attraversa la strada, che non balla e che non esce mai con nessuna. Quello che mi mette a disagio perché ogni tanto lo colgo intento a guardarmi con una severa intensità che non mi so spiegare, ma che mi fa contrarre il ventre e lo stomaco. Il suo volto è ancora vicino al mio, sento il suo respiro sulla guancia, il suo profumo sempre più intenso nelle narici.  

«P-perché non ti capisco.» Butto fuori, mormorando, subito pentita della mia uscita infelice. La sua risata, bassa e roca, mi accarezza l’orecchio.  

«Non c’è bisogno di capirmi, stasera. Devi solo sentire.»  

Mi sfiora il lobo con le labbra, ancora.  

«Percepire.» Le sue dita risalgono la clavicola, superando l’orlo del maglione per carezzarmi il collo.  

«Assaporare.» Una falange mi tocca le labbra, spingendo con paziente delicatezza per poter entrare. Le dischiudo quasi inconsapevolmente e con la punta della lingua gli sfioro il polpastrello, sentendo sulle papille il suo sapore. Il sospiro che gli esce dalla bocca fa vibrare i miei sensi, l’udito, il tatto, l’olfatto e si condensa in basso, molto più in basso del punto in cui stanno il mio orecchio, il mio naso e il tratto di pelle che il suo alito sta lentamente torturando come un tizzone ardente. Così in basso che le mie cosce si contraggono, cullando nel mezzo la mia femminilità ora sveglia. Seba si riprende il dito e ancora sussurra, suscitando nuovi brividi.  

«Vuoi?» Incapace di parlare, stupita di me stessa, delle mie reazioni e dal desiderio che provo di continuare, annuisco.  

«Devi dirlo, Arianna, sai che non ti posso vedere.»  

«Voglio.» Esalo, mentre alla mia sinistra una risata più forte delle altre accompagna il rumore di qualcosa che cade. Strilli, altre risate, vetro che tintinna.  

«Nico ha rovesciato una bottiglia!» Gorgoglia Chiara, ma io non riesco ad associarmi agli schiamazzi, perché Seba ha ricominciato a carezzarmi il collo con le sue dita, che ricordo lunghe e armoniose, e io non riesco a concentrarmi su altro. Si stacca solo al sopraggiungere del cameriere, che porta via i piatti dell’antipasto e ci mette davanti il primo. Faccio per prendere la forchetta ma una mano forte mi ferma, percorrendo il braccio dalla spalla fino al polso.

«Aspetta. Voglio darti io il primo boccone.» Di nuovo una carezza che risale, dita che sfiorano il volto, cercano le labbra e poi qualcosa di duro e odoroso di spezie preme sulla bocca. La apro appena e mi lascio imboccare. Al buio, l’esplosione di sapori e di sensazioni mi pervade, facendomi quasi gemere sul boccone di pasta al ragù. Non è possibile...

«Sai quanto mi piacerebbe sentire questo suono mentre sei sotto di me... intorno a me?» Se si arrossisce nel buio, vale lo stesso? Non lo so, ma sento le mie guance avvampare mentre un nuovo gemito, di natura diversa, mi sale alla gola. Lui torna ad accarezzarmi la spalla, il collo, e di nuovo sussurra.

«Mangia, ora, o si accorgeranno che c’è qualcosa che non va...»  

Sorrido, anzi rido, e obbediente mi porto una forchettata di pasta alla bocca. Mica facile prendere il cibo dal piatto e mirare il punto giusto della faccia al buio, mica facile con l’attenzione concentrata sui punti che lui sta toccando, delicato ma pressante, eppure in qualche modo riesco a finire tutto il piatto. Ho fame, fame di cibo, fame di vita, di sensazioni. Fame del contatto con l’uomo alla mia destra, che ora ha smesso di accarezzarmi con le dita per iniziare a farlo con le labbra lungo la mia giugulare. I brividi a cascata pervadono il mio corpo, da capo a piedi, e mi stupisco di quanto la situazione stia facendo emergere una parte di me primordiale, basilare, che prende il sopravvento spingendomi a fare qualcosa che non avrei mai pensato di poter fare, non così, non in mezzo a una stanza affollata. Cercandola a tentoni nel buio prendo la mano di Seba, quella che stringe la forchetta, e la porto sul mio ventre, facendola poi salire fino a sfiorare la curva del seno. Sibilo quando il suo pollice mi stuzzica la pelle morbida, sfiorando e premendo. Sibilo di nuovo quando, salendo e svincolandosi dalle mie dita, le sue mi sfiorano il capezzolo, lo trovano turgido, lo stringono. Le mie mani fremono per il desiderio di toccarlo a mia volta in un modo ancora più intimo lì, in mezzo a tutta quella gente ignara, di sentire la sua pelle nuda contro la mia pelle nuda e il suono dei suoi gemiti nelle orecchie. Cosa mi sta succedendo? Cosa sta succedendo? Come andrà a finire, poi? Mi importa? Sento i denti che si chiudono intorno al lobo del mio orecchio e mi do da sola la risposta, gemendo di nuovo e posando la mano sulla sua coscia, in alto, dove essa si fonde con l’inguine. Qui dentro, ora, stanotte, non sono più la solita Arianna. Stanotte. Sento.

 

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