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Diario n°:

164

IL SELEZIONATORE
Marco Santorini

IL SELEZIONATORE

Il quarto colloquio della mattina. La ragazza entrò nella stanza salutandolo con cortesia e prudenza. La fece accomodare sulla sedia davanti alla scrivania e si attivò subito per eliminare l’imbarazzo. Una stretta di mano, un sorriso, due battute sul traffico, sulla strada per arrivare. Cose solite. L’aveva fatto nei colloqui precedenti e lo faceva ora. Lo faceva sempre. Sapeva molto bene come condurre un colloquio di selezione, cosa dire, quale atteggiamento assumere. Studiava le tecniche da anni, era stato responsabile delle risorse umane in due grandi aziende, teneva corsi ai giovani manager, era partner di una società di selezione tra le prime a livello nazionale. Conosceva le regole per condurre un’intervista con un direttore generale o con un ragazzo alla prima esperienza. Aveva studiato la Programmazione Neuro Linguistica, imparato a individuare nelle espressioni del viso i momenti di menzogna, creatività, entusiasmo, sapeva dare un significato ai gesti del corpo e si divertiva a leggere le persone dal loro vestiario, dagli oggetti di cui si circondavano, da come si atteggiavano. Esprimeva il primo giudizio prima ancora di ascoltarli parlare e poi trovava quasi sempre conferma. Era il suo lavoro, lo faceva bene, lo conosceva ancora meglio.

Si sedette sulla poltrona della sua scrivania, ad un livello leggermente più alto di quello dell’intervistato, sistemò sul tavolo un foglio bianco per gli appunti e posò di fianco, parallela, la penna. Era pronto. Guardò la ragazza e cominciò il suo esame. In pochi minuti avrebbe potuto dirle più cose su di lei di quanto lei stessa sarebbe stata in grado di fare. Carina, vestita elegante senza eccesso, dal sorriso e dalla parola veloce, nervosa in maniera adeguata alla opportunità di lavoro. Abituata a fare da sé, ad affrontare i problemi e a trovare la soluzione senza chiedere aiuto, probabilmente non propensa a lavorare in team o a rendere conto a un supervisore che deve applicare le procedure dell’headquarter. E questo lei non lo sapeva.

«Mi parli un po’ del suo attuale lavoro» le chiese. Analizzò i gesti delle mani, la postura del corpo. Fece attenzione alle modifiche della posizione quando cambiava le domande e gli argomenti. La interrompeva quando la vedeva troppo sicura, cercando di metterla in difficoltà. Intuiva i punti dove era più debole, lì si incuneava con le domande. Era il suo lavoro. Gli piaceva trovare riscontro alle sue intuizioni. Lo faceva sempre. Anche fuori dalla professione. Se ne era accorto quando studiava gli amici a cena, soprattutto quelli nuovi, oppure quando usciva con una ragazza le prime volte. Ne era incuriosito, attratto, poi diventava un entomologo che mette sotto il microscopio l’insetto, lo seziona, lo cataloga, e poi lo archivia. Ne aveva avute di storie interessanti, di ragazze, e le aveva tutte sottoposte allo stesso trattamento. Aveva usato spesso le sue conoscenze tecniche per portarle a concludere. Le relazioni personali non erano diverse dal condurre una selezione per un lavoro. Si trattava sempre di conoscere chi avevi di fronte e approfittare dei suoi punti deboli, delle aree di dubbio o di compiacimento dove infilarsi. Con le persone per lavoro e con le donne per il sesso. Con Sabina, che voleva il romanticismo, era stato amico di letture di poesie anche se non gli piacevano. Con Chiara, che voleva la disco e il parco giochi, aveva interpretato il compagno giocherellone e si era divertito per un po’. Con Sabrina, a cui piaceva viaggiare e conoscere, era stato esperto di slow food e appassionato scopritore di piccoli villaggi romantici, poi si era annoiato.

Anche con la sua attuale compagna, in fondo aveva fatto lo stesso. Faceva sempre lo stesso, perché cambiare una procedura che funzionava così bene e che aveva una percentuale di successi così alta?

«Bene!» pronunciò, interrompendo la ragazza in mezzo a un discorso sui suoi interessi extralavorativi. «Credo che per oggi possa bastare. Terrò in considerazione la sua candidatura. Devo incontrare ancora altre candidate e poi procederemo a presentarne 4 o 5 all’azienda. Penso che nel giro di 3 settimane le faremo sapere.»

Si alzò con un sorriso cordiale, immediatamente seguito dallo scatto in piedi della ragazza.

«La accompagno» le disse. Il colloquio era inesorabilmente finito. La portò in corridoio, fino alla porta d’uscita dove le strinse la mano, la ringraziò e la salutò definitivamente.

Controllò l’orologio, ritornando verso la sua stanza. Le 12,45. Poteva andare a pranzo. Nel pomeriggio era saltato un appuntamento, la giornata era praticamente finita e anche la settimana visto che era venerdì. Poteva prendersela con calma. Indossò la giacca del vestito che teneva sullo schienale della sedia, avvisò la segretaria e scese per andare a fare pausa, una pausa lunga, tranquilla, si disse. Da solo, come faceva spesso per interrompere il lavoro e prendersi qualche minuto per se stesso. Avrebbe provato un locale aperto da poco, poco distante dall’ufficio. Poteva andarci a piedi, era anche una bella giornata di fine primavera calda. Un wine bar, stuzzicheria, piatti veloci in cui ci si poteva sedere anche da soli sul lungo tavolo, una specie di fratino moderno, che occupava quasi per intero una delle due sale. Si sarebbe sistemato lì con il giornale, avrebbe assaporato il suo momento di calma, osservando le persone.

Camminò senza fretta sul marciapiede, all’ombra dei tigli, la giornata calda ma non afosa. Giugno regalava un cielo azzurro intenso, pulito dalle piogge di qualche giorno prima. Arrivò al locale in 15 minuti e già stava iniziando a riempirsi. In mezz’ora sarebbe stato impossibile trovare un posto libero. Si sistemò al fratino a fianco di un coppia di giovani manager in vestito grigio scuro e camicia azzurra, sicuramente funzionari di banca. Lo diceva l’abito composto, la cravatta di ordinanza, il taglio di capelli curato, l’assenza di borse di lavoro professionali, di pelle marrone per l’avvocato, informali nere per i manager d’azienda, di cartelle porta laptop per gli ingegneri.

Sorrise al pensiero di ritrovarsi ad esaminare ogni persona che capitava dentro il quadro della sua attenzione, ma non poteva farci nulla, era un comportamento inconscio e poi gli piaceva raccogliere informazioni, arricchire il suo catalogo personale di esperienze cognitive e confrontarlo con la realtà. Sbagliava raramente e quasi si dispiaceva ormai, tanto era diventato abile. Poter sbagliare una valutazione era il modo migliore per arricchire il suo archivio ma, con l’esperienza, gli errori erano sempre più sotto controllo.

Ordinò un piatto di cous-cous alle verdure al cameriere e guardò di sfuggita la donna elegante che si sedette sullo sgabello all’altro lato del tavolo, quasi di fronte a lui. La sbirciò togliere i grandi occhiali scuri, riavviarsi i capelli biondissimi, e sistemare la borsa sullo sgabello a fianco, ovviamente, per tenersi spazio libero intorno. Si rese conto che l’aveva vista qualche minuto prima. L’aveva incrociata con gli occhi e aveva pensato che era una donna che meritava un secondo sguardo. Eccola qua, pensò, colpo di fortuna. Doveva trovare il modo di conoscerla, così tanto per tenersi in esercizio, per passare un momento del pranzo chiacchierando con qualcuno di piacevole. Aprì il giornale per far mostra di non essere interessato. La studiò senza farsi vedere e cominciò a riflettere su quale tecnica avrebbe potuto usare per attirane l’attenzione in funzione delle sue caratteristiche. Una bella donna, camicia attillata bianca, giacca grigia di cotone con le cuciture all’esterno, molto alla moda, mani curate, unghie alla francese e rossetto accennato, probabilmente un lucidalabbra. La osservò prendere il cellulare dalla borsa e comporre un messaggio con le dita veloci. Dalla pelle delle mani e dall’assenza di rughe intorno agli occhi le attribuì un’età intorno ai trenta con un errore di un paio d’anni in più o in meno. La vide sollevare gli occhi dal cellulare e con una reazione d’istinto spostò lo sguardo al giornale. Per un millesimo di secondo non rischiò di farsi cogliere a guardarla e sarebbe stato come essere preso in contropiede, da cacciatore a preda. Continuò a far finta di leggere. I due giovani manager avevano iniziato a parlare di banca e di colleghi. Sorrise compiaciuto e annotò nel suo archivio un altro piccolo successo. La donna ordinò al cameriere il suo pranzo. Pomodori pachino, olive nere e bocconcini di mozzarella di bufala su letto di insalata belga. Non male, leggero e appetitoso. Il cellulare vibrò sul tavolo e la osservò sorridere apertamente nel leggere il messaggio, alzando il viso e scuotendo i capelli indietro. Ecco l’aggancio. Le posò addosso uno sguardo curioso e fintamente disinteressato, alzando le sopracciglia e sgranando gli occhi. Poi, gettò l’esca oltre il tavolo.

«Ogni tanto arrivano anche buone notizie» commentò.

«Sì davvero»  gli rispose, inquadrandolo con le pupille color nocciola «è uno strumento di lavoro ma per fortuna serve anche ad altro.» Ammiccò con gli occhi, stringendoli. Aveva rilanciato la risposta. Un chiaro segnale di apertura.

«Verissimo»  continuò lui. «Se si potesse pubblicare un libro di soli sms chissà cosa verrebbe fuori!»

«Decisamente! Però è meglio non pubblicarli certi messaggi. Che restino nella memoria finché non si cancellano! »

Continuava a rispondere senza metter in atto alcuna manovra diversiva di allontanamento.

«Vero, vero. Già lasciarli nella memoria è un rischio. C’è sempre qualcuno che è meglio non sappia» commentò facendo una smorfia con la bocca.

«Infatti, io ho sempre la memoria vuota. Si fa e si dimentica! Oddio, qualcuno direbbe che ho anche la testa vuota!» rise divertita.

Agganciata, pensò.

«Mi chiamo Alessandro» allungò la mano sul tavolo alzandosi sullo sgabello e lei ricambiò la stretta.

«Piacere, Anna.»

Le parole si inseguirono saltellando come pop-corn e quando arrivarono i piatti che avevano ordinato, quasi allo stesso momento, le propose di sedersi vicino a lei, al posto della borsa, solo per superare il rumore del locale diventato troppo forte e che li avrebbe costretti a parlare a un tono di voce innaturale. Una cosa naturale senza secondi fini. Anna spostò la borsa senza esitare e si trovò seduto al suo fianco isolato dal rumore e dalle altre persone che affollavano il locale. Annotò, sedendosi, le gambe fasciate in jeans molto aderenti e i sandali che ondeggiavano sul poggiapiedi dello sgabello. Niente male Anna.

Le raccontò del suo lavoro, in maniera generica senza entrare nei dettagli, evidenziando le cose più importanti, raccontandole episodi che potessero farla ridere, scherzando, giocando, prendendosi in giro. Le chiese anche qualcosa di lei e apprese che gestiva un negozio di moda.

Anna era disponibile, estroversa. Si passava le mani tra i capelli lunghi lisciandoli e inclinando la testa verso di lui. Quando rideva gli metteva una mano sul braccio e azzerava la distanza. Era divertita, complice, e molto divertente.

«Non devi andare al lavoro?» gli chiese, quando il locale cominciava a svuotarsi e l’ora di pausa pranzo canonica era ormai passata.

«No»  le rispose «ho un colloquio con una donna che mi incuriosisce molto.»

Lanciò il suo messaggio chiaro e spontaneo guidato dall’istinto.

«E tu?»  le chiese di rimando «niente lavoro?»

Attese la risposta con la preoccupazione ridotta al minimo, solo per non sentirsi troppo sicuro di sé.

«Uhm, no» lo guardò piegando la testa di lato, i capelli biondi le incorniciarono il profilo del viso, sottolineando il mento affilato. «Devo fare un colloquio con un selezionatore molto affascinante.» Lui le mise a fuoco gli occhi sui suoi e ogni dettaglio gli divenne sfumato e indistinto. Sei mia, pensò esultando.

«Prendi un caffè?» gli chiese per rompere il momento e riprendere il controllo. «Abito qui vicino. Ti offro anche una fetta di dolce, sono molto brava con le cose dolci sai.» La partita era a carte scoperte.

«Adoro le donne che sanno cucinare. Sei più un tipo da dolce o da salato?»

«Di solito dicono che ho un sapore dolce-salato.»

Lo lasciò senza fiato a controllare i battiti del cuore che accelerarono improvvisi. Solo la consapevolezza che era stato lui a conquistarla riuscì a fargli riprendere l’autocontrollo necessario a gestire il momento.

Pagò il conto anche per lei. Anna si alzò in piedi, raccolse la borsa, infilò gli occhiali scuri e compose un altro messaggio sul cellulare. Una donna così avrà avuto decine di uomini pronti a correrle dietro. Per quel pomeriggio, però, la preda l’aveva conquistata lui!

«Ti seguo»  le disse appena fuori dal locale, notando che, con i tacchi, lei era alta quasi quanto lui. Camminarono vicini, toccandosi con il fianco anche se non era necessario. Le sfiorò il seno con il braccio. Aspirò il suo profumo che sovrastava l’odore di smog della città e si mescolava con le note dei tigli del viale. Per attraversare gli incroci delle strade la accompagnava con un piccolo tocco della mano appoggiata sulla schiena. Voleva darle un segnale di possesso. Improvvisamente ogni argomento gli sembrava diventato banale.

«Spero che sia un dolce molto calorico!» disse, infine «camminiamo da 20 minuti!»

«Sei già stanco?» gli chiese. «Contavo su una maggiore resistenza.» Era una sfida continua.

«Oh, per quello so resistere molto a lungo.»  Adorava la schermaglia con le donne.

«Siamo arrivati» pronunciò Anna davanti all’ingresso di un palazzo residenziale con un piccolo atrio al piano terra. «Prendiamo l’ascensore» gli comunicò aprendo il portoncino d’ingresso. «Abito al 5 piano e se sei già stanco, è meglio evitare le scale» rise della battuta, scuotendo i capelli mentre toglieva gli occhiali.

Sentì la camicia appena sudata sulla schiena e si chiese se fosse stata la camminata o la presenza di Anna. Ebbe l’impulso di baciarla ma attese che arrivasse l’ascensore, seguendo le luci dei piani che lampeggiavano decrescenti. Percepì il cuore battere due colpi più forti e poi tranquillizzarsi, sperò che dentro l’ascensore non ci fosse nessuno, e quando lo vide aprirsi vuoto, sorrise alla sua fortuna. Nel vano piccolo e illuminato dall’alto dalla luce al neon, contò i secondi che impiegarono le porte a richiudersi. Erano soli. La attirò a sé con un braccio e la baciò con passione. La spinse contro la parete e fece aderire il suo corpo a quello di lei. Assaporò il contatto della pelle, delle labbra, della lingua. La strinse con un braccio contro la schiena e percepì un piccolo fremito quando sentì le dita delle sue mani accarezzargli i capelli sulla nuca, stringerlo e spingergli la testa in basso per farsi baciare il collo e poi l’attaccatura del seno. La corsa durò troppo poco e le mani tornarono rapide al loro posto al suono dell’ascensore che rallentava e rimbalzava. Si raddrizzò e si staccò da lei sperando che non ci fosse nessuno a guardarli, più che altro per l’imbarazzo di lei. Il sesso spingeva contro i pantaloni violento. La desiderava, la voleva.

In pianerottolo non c’era nessuno e riprese a baciarla sulla nuca mentre apriva la porta di casa. Non ebbe il tempo di guardare l’ingresso, di apprezzare l’arredamento, i tappeti, i libri come faceva sempre, lasciando che il primo sguardo d’insieme gli fornisse le tracce su cui fondare le sue ricostruzioni dei caratteri dei proprietari. Cominciò a spogliarla appena chiusa la porta, nel piccolo ingresso. La strinse contro il muro bianco facendo oscillare un quadro con una foto di due ragazze. Le slacciò il bottone dei jeans per estrarre la camicia. Anna si lasciava fare, lo aiutava con il corpo, allungandosi, curvandosi, scivolando fuori dalla camicia come fosse stata una seconda pelle da abbandonare. Le slacciò il reggiseno con una mano, pizzicandone la chiusura da dietro con due dita. Era maestro in quello. L’avrebbe presa lì, la desiderava troppo.

«Aspetta» lo fermò, togliendosi dal muro. «Vieni...»  lo prese per mano e lo portò nel soggiorno, vestita solo dei jeans slacciati, i piedi nudi sul parquet, illuminata dalla luce intensa della finestra sopra il divano. La seguì in camera da letto, nella penombra da pomeriggio estivo, comprese in uno sguardo il letto, una sedia, un arazzo indiano sopra la testiera e un grande armadio con le porte a specchio.

Toccò a lei iniziare a spogliarlo. Si vide riflesso nello specchio in piedi davanti a lei e l’eccitazione ebbe un nuovo slancio. La giacca cadde per prima. La cravatta le scivolò tra le dita e finì da qualche parte per terra. La camicia si aprì un bottone dopo l’altro e gli fece sentire il tocco delle unghie sul petto e sulla pancia. La sentì sfilare sulle braccia e vide Anna chinarsi a baciargli i capezzoli. Scendere in ginocchio a slacciare la cintura dei pantaloni, i bottoni e la lampo. Afferrare con entrambe le mani i pantaloni e i boxer e farli scendere con un movimento unico forte, deciso.

Vide il sesso rimbalzare davanti alle labbra di Anna e non fece in tempo a pensare che doveva togliersi le scarpe che sentì il calore della sua bocca avvolgerlo. Percepì le unghie che premevano sulla carne dei glutei, una mano che lo stringeva alla base del pene. Sapeva come fare, dove toccare, era decisamente brava. Poi, si fermò. Si alzò in piedi sorridendo e indietreggiò fino a sedersi sul letto.

«Vieni»  gli sussurrò «prendimi.»

Superò l’imbarazzo di slacciare le scarpe, odiava le asole in quelle occasioni, e di togliere le calze lunghe. Anna era sdraiata sul letto, con le gambe a penzoloni. I jeans sbottonati lasciavano intravedere l’inizio del pube ed era una immagine che gli sequestrava ogni attenzione. Lì cominciò a baciarla. Appoggiò le labbra tra la pelle e il bordo delle mutandine. Anna mosse il bacino ondeggiando e lo aiutò a far sfilare e togliere i pantaloni. Si inginocchiò alla base del letto, aspirò il profumo del suo sesso sotto le mutandine di cotone nero intonate con il reggiseno che aveva lasciato da qualche parte. Scostò il lembo di cotone, ancora non voleva toglierle, e infilò la lingua incollandola sulla pelle depilata. La baciò, scambiando la saliva con il suo umore, ascoltando la reazione a ogni movimento, i gemiti, i sussulti. Scostò le mutandine riducendole a un filo che usò per stringerle il clitoride e farlo passare nel solco tra le natiche. Adorava quel momento. Spinse la lingua tra le grandi labbra, senza fretta, e poi dentro in un movimento deciso e sicuro. Se avesse potuto arrivarle fino in fondo lo avrebbe fatto. Poi arretrò, tolse le mutandine bagnate, la guardò sdraiata sul letto infilando con gli occhi la curva della pancia, i capezzoli appuntiti, la bocca e i capelli biondi sciolti.

Si sdraiò sopra il suo corpo, facendo combaciare il suo sesso con quello di lei, la baciò sulle labbra mescolando il sapore della bocca con quello del sesso. Non ebbe bisogno di aiutarsi con le mani, trovò la strada con un movimento dei fianchi e fu dentro di lei. Anna inarcò la schiena, aprì le gambe, inclinò la testa indietro, era bellissima. Lo cinse con le mani sulle spalle e sentì le unghie che potevano anche ferirlo ma non gli importava.
Non sarebbe riuscito a resistere a lungo.

«Fermo» gli disse improvvisa. «Ho voglia di un gioco con te. Mi piaci. Ti fidi di me?»

«Sono qui» le rispose. «Qualunque cosa» si sentì pronunciare in maniera troppo azzardata.

«Togliti»  gli disse «ti farò impazzire se ti fidi di me.»

Anna si mise in piedi e pensò che volesse salirgli sopra, scoparlo e dominarlo. Non gli sarebbe dispiaciuto e neppure l’avrebbe trovato strano, era quel tipo di donna, l’aveva messa a fuoco già da un po’.

«Siediti qui» gli disse, indicando la sedia ai piedi del letto. Eseguì l’ordine e si ritrovò seduto con il sesso che sembrava fargli da antenna. La vide aprire un cassetto vicino al letto, prendere qualcosa e poi avvicinarsi a lui, sedersi sulle sue gambe.

«Ora, fidati di me» gli sussurrò all’orecchio. Gli fece stendere le braccia lungo i sostegni della sedia e non fece in tempo a realizzare cosa accadeva che si trovò un braccio legato alla sedia con un paio di manette foderate di pelle nera. La guardò soffocando un conato di paura e di stupore per quello che accadeva. Si sentì perdere il controllo, nelle mani di qualcun altro, incapace di difendersi, eppure reagì in ritardo e lasciò che lei gli bloccasse anche l’altro polso. Ebbe una erezione forte, che pulsava sangue lungo tutta l’asta del sesso che poteva sentirlo esplodere. Non era mai stato legato, immobilizzato. Era diventato pazzo?

Anna lo baciò sulla bocca, stringendogli il viso tra le mani, gli infilò la lingua come se avesse voluto violentarlo, gli baciò il collo, gli morse il lobo dell’orecchio e gli leccò il viso e le labbra come fanno i gatti quando si puliscono solo tutto molto più lentamente.

Il cuore batteva che poteva sentirlo, una morsa ad arco gli strinse lo stomaco ed arrivò al sesso. Si era attaccato con le mani alla sedia e se anche le manette fossero state finte non si sarebbe divincolato.

Anna si alzò sulla punta dei piedi, gli prese il sesso con due dita e lo infilò dentro di sé. Si mosse lenta, fino a farlo entrare per intero e farlo toccare in fondo. Poi lasciò che il desiderio guidasse i suoi movimenti e si mosse sopra di lui con fame e passione.

Esplose in pochi colpi, alzando il bacino e quasi sollevandola facendo leva sulle gambe e sulle braccia. Non sapeva neppure se lei aveva raggiunto l’orgasmo ma non era riuscito a controllarsi.

Impiegò qualche secondo a normalizzare il respiro e a ritornare nella stanza, presente. Disse la prima cosa stupida che gli venne in mente:

«Non abbiamo usato il preservativo!»

«Lo so bene»  rispose Anna e si sfilò dal suo sesso che gli ricadde lucido in grembo. Era in piedi davanti a lui.

«Sei stato scelto per questo.»  Gli accarezzò il viso e si mise a sedere sul letto indietreggiando sulle braccia. «È un po’ che ti abbiamo notato e che abbiamo deciso che andavi bene. Ora goditi il momento. Non capita a tutti.» 

Non capiva. Si sentiva ridicolo. Cosa voleva dire? L’avevano scelto per cosa? Chi? Voleva farsi mettere incinta da lui?

Un movimento in ingresso lo fece trasalire. Un’altra ragazza apparve. Capelli corti, neri, indossava una t-shirt nera e un perizoma.

«Ciao bello»  gli disse passandogli vicino. Era senza parole.

La ragazza nuova si spostò verso Anna. Si sfilò la maglietta lasciando vedere un seno piccolo e appuntito. Si sdraiò su di lei facendo combaciare i loro corpi e la baciò lentamente con dolcezza, con amore. Intrecciarono le dita delle mani lungo il corpo, e si sentì uno spettatore assolutamente ininfluente. La ragazza mora scesa lungo il corpo di Anna, sistemò la testa tra le sue gambe e la baciò a lungo sul sesso. Anna ricambiava come prima non aveva fatto. Non era sesso, era amore, passione, innamoramento. Erano una persona sola.

Anna ebbe un orgasmo fortissimo che la fece sussultare sul letto. Durò qualche minuto e poi restarono in silenzio. La ragazza mora era salita ad abbracciarla. Si sentì superfluo, ignorato, avrebbe voluto andarsene. Poi la ragazza lo guardò. Si spostò verso di lui e si chinò per liberargli i polsi.

«Ha un buon sapore il tuo sperma»  gli disse. «Abbiamo scelto bene. Non ci capita spesso, siamo state fortunate. Ovviamente ora devi andartene. Sappi che ho fatto qualche foto e che ti conosciamo molto bene.»

Sentì le manette scattare e fece sciogliere i polsi. L’erezione era completamente sparita e quel piccolo pezzo di carne bagnata che gli penzolava davanti ora lo faceva sembrare troppo nudo.

Raccolse le sue cose e si vestì in fretta.

«Grazie»  gli disse solo Anna, avvolta nel lenzuolo, guardandolo con un’espressione serena che non le aveva visto fino a quel momento.

Uscì dall’appartamento, notando il quadro con le due amiche in corridoio che sorridevano felici. Chiuse la porta alle spalle e sul pianerottolo di fronte all’ascensore, sorrise a se stesso per essere stato selezionato, giocato, conquistato, e aver sbagliato completamente ogni valutazione.
Entrò nell’ascensore e catalogò quell’errore tra i più importanti della sua carriera. Il suo archivio era diventato improvvisamente più ricco e decisamente anche lui.

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