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Diario n°:

124

Il terzo sigillo
Ludovico

Il terzo sigillo

Fondo grigio-medio e bank diffusore con griglia a nido d’ape per una luce incisiva e dura o una più tenue, morbida, discreta illuminazione attraverso l’ombrello traslucido?

Il membro duro mi sta lì, impenitente e imperituro, tra le gambe e mi regala sensazioni d’imbarazzo, eccitazione, vergogna, desiderio.

«Ciao, conosco Antonella, mi ha parlato di te…»

La morettina con taglio medio si è issata sullo sgabello vicino al mio e ha poggiato la pochette sul bancone. Una giacchetta corta, crema, su top bianco, gonnellina inguinale, girocollo oro giallo e sandaletti tacco-tanto per completarvi il quadro; cornice d’atmosfera l’american bar della Conca di Milano, stampe incorniciate di divi del cinema, lampade liberty e un’ora di punta per l’aperitivo.

Antonella.

«Ciao. Spero che te ne abbia parlato bene…»

Improbabile.

Antonella, la mia ex ex ex, l’ho incontrata per puro caso l’ultima volta in una stazione metro della linea rosa. Lei andava di là e io di qua. Lei tornava a casa io venivo ad aprire lo studio.

 

Decido per l’ombrello traslucido, lo posiziono e lo regolo per un effetto loop o laterale. Prendo l’esposimetro e mi avvicino a lei, seduta a gambe accavallate sul divano in pelle stile-non-saprei, per misurare la luce incidente; la sua manina si poggia sul mio membro intrappolato nei pantaloni ma libero dai boxer, arrotolati e calati fino alla coscia, lasciati lì come sconcio ricordo di una perduta decenza, sotto i calzoni. Carezza, palpa, tasta, preme, torna accarezzare. Desidero lo afferri, desideri mi masturbi, desidero le sue labbra intorno al glande, i suoi denti, la sua lingua, la sua saliva sull’asta dura.

«A dire il vero malissimo, anzi peggio» sorride e si rivolge alla barista «posso avere un bloody Mary per favore?»

I suoi occhi castani tornano su di me, le sue labbra carnose si dischiudono su dentini bianchi.

«Tu faresti il fotografo, quindi…»

Incontrare Antonella “per caso” da quando ci eravamo lasciati era diventata abitudine, un rito di persecuzione ossessivo-compulsivo. Mi aspettava al portone dello studio, mi braccava agli eventi, mi cercava ogni volta che il suo geloso e soffocante compagno le lasciava da due minuti a due, tre ore di libertà vigilata.

«Ti piace?»

La sua voce è bassa, sinuosa, velenosa, poggia la guancia sul mio membro e si struscia come una gatta affamata, miagola paroline velenose e dolci.

«A dire il vero sì, faccio il fotografo, in effetti.»

Sorride giocherella con un sottobicchiere in attesa del bloody Mary.

«Lo so, Antonella mi ha parlato di che razza di foto fai… e come le fai. Voglio un book fotografico personale in studio, fatto bene, quanto mi costerebbe?»

La guardo, la misuro e le prendo luci ed ombre.

«Che tipo di book?»

«Ah…» sorride ed acchiappa quasi al volo il bicchiere prima che la barista lo poggi sul bancone «sei capace di fare book diversi? Questo Anto non me lo ha detto…»

Decisamente non ho una promoter molto friendly in Antonella ma, vabbè, parliamo di affari.

«Quanto dura questa noia?»

Sembra davvero impaziente d'iniziare, mi guarda e solleva il sopracciglio destro.

«Ho quasi finito…»

Il membro guizza di piacere morboso e lei lo nota.

«Non è che ti vieni nei calzoni prima d'iniziare a scattare?»

Arrossisco un poco, e sorrido.

«Spero di no.»

«Meglio di no, io pago per un servizio a me, non per fare un servizietto a te.»

La cosa si fa complicata, all'american bar.

«Tipo che book vorresti? Per famiglia, per lavoro, come modella?»

Ride di gola, sembra essersi calata miele e fiele in quantità pari e abbondanti.

«Diciamo per famiglia, mio marito, sai, ama farsi beccare da me mentre si masturba sulle mie foto erotiche.»

Lo dice come se fossimo amici da sempre, nel deserto del Sahara, a cinquanta chilometri dal primo fortino di legionari e circondati dal vento. Neanche un leone all'orizzonte. Così lo dice, tranquilla, come se avesse detto che a suo marito piace guardare i quadri di Vermeer sul canale satellitare del National Geographic.

Incasso il colpo e sorrido, ma… dove cazzo le mettono le patatine quando servono?

«Quindi nudo erotico?»

«No, nudo porco, quello che fai tu di solito… senza sconti e con la patata in primo piano.»

Non ho mai fatto foto così, in verità, ho una mia dignità come fotografo anche se sono, lo ammetto, lievemente porco. Non mi sembra il caso d'insistere però, diciamo che la posa e il taglio sono argomenti secondari, per il momento.

Provo i primi scatti con il 35 mm e controllo il risultato, ombre troppo incise, cazzo, istogramma sballato verso i toni alti, vado allo strobo e abbasso di potenza, avvicino la luce al sofà e torno a scattare.

«Puoi cortesemente scappellartelo? Mi piace pensare alla tua cappella che striscia e gratta sui calzoni, nuda e cruda. Mi fa un effetto artistico.»

Si toglie la giacca e la lancia sul bracciolo opposto del sofà, resta con un top strapless da brivido, bianco morte, spalle nude tornite e sportive, boccuccia rosso fuoco con labbra dischiuse su dentini luccicanti e sanguinari.

Poggio la macchina sul tavolo basso e armeggio nei calzoni per eseguire il desiderata della mia cliente.

Un po' di vergogna e tanta eccitazione, troppa eccitazione.

«Non è che ti stai masturbando, vero?»

Beve un sorso di bloody Mary e scuote la testa, delusa.

«Ti servi in bar di merda, lo sai?» poggia il bicchiere, schifata, sul bancone del bar e mi guarda «Quindi quanto e quando?

Faccio mentalmente i conti, sparo la cifra e il giorno, senza neanche fingere di consultare l'agenda.

«Così poco?» acchiappa la pochette dal bancone e si alza «mi ero aspettata che ti facessi pagare di più.»

In effetti forse sono andato troppo sotto.

«Per un'amica di Antonella c'è uno sconto speciale.»

Tentativo di recupero andato a male, mi guarda con disprezzo.

«Paga tu il beverone, ci vediamo dopodomani alle quindici.»

Gira i tacchi, la schiena e le natiche, insomma, tutto.

«Ma… l'indirizzo?»

Manco mi caga, ovvio che già lo sa, è un'amica di Antonella.

 

 

«Così ti eccito?»

Abbassa la minigonna a mezza coscia e solleva il top, sdraiata sul divano; il filo candido del perizoma interrompe e sottolinea il gluteo armonioso e sodo, da trentenne d'assalto.

La luce di filling scatta contro le ombre e l'ombrello fa il suo mestiere diffondendo K 5500 sul suo corpo sinuoso e malefico.

«Perfetta, bene…» faccio fatica a parlare «… davvero.»

Si stira sul divano, solleva l'orlo del top fino quasi a metà del seno e mi guarda con languore infinito:

«Non ti ho chiesto se sono perfetta, voglio sapere se guardarmi ti eccita, sei sordo o sei scemo?»

Il suo infinito languore è arsenico puro tra le parole dette e gli occhioni morbidi e umidi di desiderio.

«Sì… mi eccita.»

«Fammelo vedere, cala le braghe, mettilo al vento.»

 

 

Arrivo in studio mezz'ora prima dell'appuntamento, già stressato dalla mattinata e sistemo in fretta un paio di cose.

Quando lei arriva sono riuscito di misura a chiudere gli armadi e provare i trigger. Tutto a posto, per ora.

Si presenta sul pianerottolo con il vestitino di due giorni prima; non credo sia una carenza di guardaroba, sono cosine firmate, si vede da lontano e se ne sente la puzza ancora più lontano. la sua uniforme per me e per lo shooting. Credo che il marito sia pure un feticista dei top bianchi.

Sempre che un marito esista davvero.

Entra mentre le cedo il passo e si ferma nell'area anticamera dell'open space loft-costa-un-casino con le due colonne fintissime al centro per dare un effetto generale di spazi armonizzati. Che per me significa una cippa ma così me l'ha detta la tipa dell'agenzia e così ve la rivendo.

«Carino il buco»" poggia la pochette sul mobiletto d'ingresso «ci porti solo le modelle o ci fai pure qualche orgetta, ogni tanto?»

«Orgetta, ogni tanto…» sorrido e lei mi sfila via.

«Figurati, manco se lo vedo…»

Simpatica, come sabbia nelle mutande, accattivante come una medusa nel buco del sedere ma fica, davvero fica, su questo non c'è remissione di peccati che tenga, è una donna che non si fa dimenticare.

«Antonella…» guarda in giro e si getta quasia a peso morto sul divano «… mi ha detto che ti piace scattare con le mutande calate nei calzoni, che sei un maiale, e che ti piace esibire la tua nerchia mentre fotografi.»

«Antonella…»

Poso la macchina e calo le braghe; finalmente libero il cazzo s'impenna, scappellato e tronfio, pulsante.

«Avvicinati…» mi chiama col ditino come se fossi un cagnolino.

Mi avvicino con la macchina tra le mani.

«Vieni tesoro, fammi guardare il tuo cosino.»

Mi tasta e mi solleva il membro, carezza lo scroto, copre il glande e lo scopre ancora, due, tre quattro volte.»

Gemo e mi sento un cretino totale, calzini, nudo, camicia.

Mi bacia il glande a fior di labbra, apre la bocca e la punta della sua lingua gioca per un attimo sull'uretra aperta.

Alza il viso e sorride:

«Fine della merenda, andiamo avanti tesoro.»

Torno, sconfitto ed eccitato al mio posto, riprendo a scattare mentre lei, pezzo dopo pezzo si sveste di tutto, lasciandosi addosso solo i sandaletti tacco-tanto e il girocollo d'oro; giallo.

«Antonella… esagera» arrossisco un pochino «in realtà ne abbiamo parlato ma… poi… era solo uno scherzo.»

Si adagia meglio sul divano, si accomoda e accavalla le gambe.

«Cazzate. Ti piace farlo e lo hai fatto, mi ha raccontato tutto per filo e per segno.»

«Non credo che…»

«Facciamo che, invece, io ci credo e non scattiamo se non lo fai anche con me, cosa te ne pare?»

Inizia a masturbarsi, lievemente, cosce spalancate sull'obiettivo, si carezza un seno, infila il ditino nella vagina, lo estrae, lo succhia, torna a carezzarsi le grandi labbra, apre e chiude la passera sotto il flash.

un'esperta del settore, sa prendere bene posa e luci per non finire in ombra dove ombre non devono esserci; sa come giostrare il suo corpo per apparire più sensuale, più morbida a tratti, più dura e nervosa in altri scatti.

Sto sudando, sto iniziando a sragionare ma, per fortuna, le luci sono a posto e la macchina lavora bene anche da sola, a questo punto.

«Spogliati del tutto… non mi piace stare nuda davanti ad un coglione vestito.»

Obbedisco, ormai irretito dagli scatti e dal profumo di sesso, tolgo la camicia e sto per togliere le calze.

«Naa» mi ferma la sua voce roca di piacere «tieni i calzini sfigato, così mi piaci di più…»

Tengo addosso le calze e l'umiliazione mi gira in eccitazione.

«Scatta più vicino, qui, avvicinati…» mi indica la sua passerina aperta come un tunnel e si posiziona in modo da occupare il centro dell'obiettivo.

Scatto sulle sue dita che entrano ed escono, sulla vulva, sugli umori che colano sulla pelle bianca e perfettamente depilata.

Scatto e scatto, eccitato e perso fino a quando lei arranca e urla; un getto di liquido chiaro immortalato a 1/160 imbratta l'obiettivo, poi un altro e un altro e ancora un altro.

Scatto come un folle, le mani sporche del suo piacere, bagnati i capelli, la barba, la macchina fotografica.

Quando alla quinta, sesta, settima, non so, non le conto, contrazioni l'onda passa lei si accascia sul divano e io resto con la macchina in mano, incapace di decidere sul da farsi.

Mi sento stupido come mai in vita mia.

Riapre gli occhi e mi guarda.

«Be’, che c'è? Fine, giusto? Vai pure a pulire la macchinetta, io intanto mi rivesto.»

Obbedisco, ancora nudo mentre lei, partendo dagli slip, si ricompone.

Non faccio in tempo a estrarre la scheda dalla macchina e lei è già davanti alla specchiera dell'atrio a ripassarsi il rossetto.

«Quindi?» Ho il cazzo ancora in tiro, ho bisogno di venire, ho bisogno di sentire le sue dita sulla cappella, di esploderle in bocca.

«Quindi cosa?» mi risponde senza neanche voltarsi, senza neanche guardarmi alla specchiera.

Non so che dirle, davvero non so che dirle, apro la bocca e torno a chiuderla.

«Ah, scusa… mi ero dimenticata, i soldi.»

Tuffa la mano nella borsetta ed estrae una busta bianca, la poggia sul tavolino dell'ingresso e mi lancia un bacio.

«Sei bravino in effetti, quando passo a ritirare il CD?»

Mi sembra d'impazzire, mai desiderata una donna più di lei, eppure, eccomi, impotente con il membro ritto a negoziare una consegna.

«Dopodomani… è tardi?»

«No, va bene, tanto mio marito torna tra tre giorni, posso fargli trovare tutto con un giorno di anticipo.»

«Scusa…»

«Sì?» sta già prendendo la porta per uscire, ultima occasione.

«A chi intesto la ricevuta?»

Occasione perduta.

Sorride, come una vipera, ed esce sulle scale.

«Lo sai, tesoro, puoi intestarla alla tua Padrona, mi raccomando, la P maiuscola all'inizio perché, altrimenti, niente seghette fino alla fine dei tempi.»

Chiude la porta e mi lascia così, come un coglione, in uno studio vuoto.

 

Ma, porca pupazza, che cazzo le ha raccontato quella disgraziata di Antonella?

 

 

 

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