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Diario n°:

201

IL TRENO DEL DESIDERIO
Proserpina

IL TRENO DEL DESIDERIO

Accade di martedì. Ogni settimana prendo il treno che mi porta a Milano.

Il treno è quello dell’alba. Gente accasciata sui sedili. Occhi semichiusi. Alito da caffè scadente del bar della stazione, ingurgitato in fretta.

Dapprima non vi faccio caso. Un uomo sui quaranta. Giacca e cravatta. Notebook. Il Sole 24 ore come quotidiano. Non è seduto di fronte a me, ma nello scomparto successivo. La poltrona opposta alla mia, a sinistra. Non so in quale stazione salga perché al mio ingresso nel treno lo trovo già lì.

I nostri sguardi si incrociano un paio di volte. Una volta, forse, un po’ troppo a lungo. Poi lui si tuffa nel suo computer ed io nel mio libro.

Scendo e mi avvio verso la metropolitana pensando che non è il mio tipo. Troppo formale, troppo ben rasato, probabilmente uno yuppie che va a raccogliere quello che resta della Milano-da-bere.

Lo dimentico.

Quello che, però, mi guizza nella mente - il martedì successivo - è il numero del vagone dove l’ho incontrato. Faccio una scommessa con il destino e salgo proprio su quella carrozza. Lo vedo subito. È seduto di spalle. Ne riconosco l’impeccabile taglio sartoriale della giacca. Grigio antracite, quella mattina. Lo supero e vado a sedermi poco oltre, poltrona opposta alla sua. In modo che mi possa vedere.

Il libro in grembo, accavallo le gambe e mi metto ad osservare gli ultimi passeggeri che si affrettano a salire lasciandosi alle spalle la nebbia di un giorno feriale di novembre, nato già stanco.

 

Non sono stanca. Non ho un filo di sonno. Inizio a leggere, consapevole di avere gli occhi di lui puntati addosso. Il misterioso passeggero sfoglia il quotidiano finanziario. In realtà tiene il bordo del giornale in modo da potermi osservare. Il suo sguardo parte dalle gambe, risale lungo il corpo, per soffermarsi in un punto imprecisato al centro. Il seno, forse il viso. Non so. Continuo a leggere, avvertendo un senso di calore dentro di me.

Dopo un po’ di tempo decido di interrompere il gioco e gli pianto gli occhi in faccia in modo quasi aggressivo, costringendolo a riprendere in considerazione il giornale.

“Vigliacco…” penso “per oggi basta così”.

 

Il martedì seguente lo intercetto già dal finestrino. Passandogli accanto percepisco un buon odore e… noto che sul sedile dove mi sono seduta la volta prima c’è un quotidiano. Il Sole 24 ore. Mi ha tenuto il posto. Scosto il giornale, rivolgendogli un breve sorriso.

Lui ricambia, alzando appena un sopracciglio. Ha delle belle sopracciglia, marcate ma in ordine, che sottolineano gli occhi nocciola, sufficientemente mobili e profondi da essere interessanti.

Fingendo di leggere, ho modo di osservarlo a lungo.

Ha una carnagione scura che la camicia bianca mette in risalto. E devo ammettere che quei completi, in tutti i toni dell’acciaio, non gli stanno male. Li indossa con la consapevole agilità di un guerriero che calza la sua fidata armatura. Non un’omologante divisa da yes-man, ma un complesso e metallico meccanismo di difesa che su di lui acquisisce la consistenza morbida e rassicurante del manto maculato di un predatore. Sotto l’aria curata e rispettabile di un uomo che ha trovato un suo confortevole posto nel mondo, indovino l’agitarsi di qualcosa di imperioso e di inquieto. Un’urgenza per cui non esiterebbe un attimo a mandare tutto all’aria per un moto dell’istinto. Questo ho riconosciuto, questo mi attira.

Il pomo d’Adamo, ogni volta che deglutisce, va a scontrarsi con il colletto rigido della camicia. Deglutisce spesso, soprattutto ora che insiste con lo sguardo sul mio corpo in modo assolutamente esplicito e molto al di là dell’occhiata di apprezzamento di un uomo nei confronti di una bella donna. Ad osservare quel sussulto quasi impercettibile alla base della gola, il fremito di quella pulsazione regolare che ogni volta si scontra con il cappio di stoffa mi sento molle.

Vorrei leccarlo in quel punto.

 

Un martedì mi alzo prima e scelgo con cura gli abiti.

Stivali con il tacco, gonna a tubo nera, camicia di seta nera, autoreggenti.

Salgo dalla parte opposta del vagone, andandogli incontro invece che arrivare alle sue spalle. Lui sta guardando fuori dal finestrino, quando mi vede il pomo d’Adamo ha un guizzo, gli occhi si dilatano impercettibilmente.

Apre il pc. Io il libro. Iniziamo la solita commedia. Nel sedermi, mi sollevo appena la gonna in modo che attraverso lo spacco si intraveda il bordo delle calze. Accavallo le gambe e lo scruto. È in difficoltà, sorpreso da quella provocazione esplicita. Per un po’ ci occupiamo, in apparenza, ciascuno dei fatti propri.

La coppia seduta davanti a me scende alla stazione successiva. Resta un signore anziano accanto a lui, ma sta sonnecchiando.

Sollevo ancora la gonna. Ora, oltre al bordo di pizzo, sono sicura che possa vedere anche la pelle nuda della coscia. Le occhiate frequenti al di sopra dello schermo del computer si trasformano in uno sguardo continuo che inizia ad eccitarmi. Sento i capezzoli inturgidirsi e gonfiarmi la camicetta. Sciolgo le gambe e le divarico. Ora, forse, il suo sguardo può arrivare fino alla striscia di stoffa del perizoma. Indugio in quella posizione, incurante del luogo, degli altri passeggeri che per fortuna sono pochi e non notano. Incurante di tutto.

Lui sta seduto sul bordo, un po’ curvo in avanti, come a volersi alzare da un momento all’altro. Con una mano tiene lo schermo del computer, l’altra stritola il bracciolo della poltrona. Non mi guarda in viso, catturato da ciò che avviene al di sotto.

Io, invece, sempre più esposta ed eccitata, aspetto di incrociare il suo sguardo.

Ha l’istinto di allentare il nodo della cravatta, ma non lo fa. La gola pulsa freneticamente. Anche la cintura dei pantaloni deve stringerlo. Cappi e cilici ovunque. Quell’uomo tiene prigioniera una parte di sé.

Mi accarezzo con noncuranza il seno e faccio scivolare una mano lungo la vita, sotto il bordo della gonna, coprendola con il libro adagiato in grembo. Sfioro la stoffa, umida, del perizoma. La striscia mi taglia la carne, mi tortura, vorrei strapparmelo. Lo sposto di lato e raggiungo il clitoride che reclama le mie dita. Lo massaggio, procurandomi delle fitte al basso ventre, sempre guardando l’uomo che non mi guarda in viso, ma sta curvo in avanti, un ciuffo di capelli mossi che gli spiove sulla fronte. Continuo a premere, la bocca socchiusa, il respiro lievemente accelerato, il sesso sempre più umido e pulsante. Terrorizzata, mi rendo conto che sto per raggiungere l’orgasmo. Un brandello di razionalità mi costringe a guardarmi intorno. Nessuno si è accorto di nulla. Nessuno, a parte lui.
Il controllore sopraggiunge a riportare la calma. Devo ricompormi in fretta e gli porgo il biglietto con la mano ancora bagnata dei miei umori.

L’uomo – il mio uomo - si riaggiusta i capelli e, finalmente, solleva gli occhi. Mi scruta a lungo. Non saprei dire per quanto. Il tempo si dilata, ci avvolge e ci lascia lì, ciascuno nella sua poltrona, a galleggiare nel nostro irrefrenabile, reciproco desiderio.

Quel tipo di desiderio che non lascia scelta. Non importa se non è il momento, il luogo, se è un azzardo, se fermarsi sarebbe auspicabile, tuttavia risulta inconcepibile. In pochi minuti il respiro accelera e la bocca è già impaziente. Poi accade quello che non può non accadere.

 

Lui si alza, ripone il pc nella ventiquattrore e si dirige verso la toilette. Quando, passandomi accanto, mi sfiora la spalla, il cuore mi sale in gola come un ascensore impazzito.

Lo seguo. Eccitata, pregusto il momento. Mi siederò su di lui, gli allenterò la cravatta, gli sbottonerò la camicia e gli leccherò il collo, la gola, il torace, fino ad inginocchiarmi ed a prendergli in bocca il pene.

Non faccio niente di tutto ciò. Non ne ho il tempo.

Appena chiusa e bloccata la cabina mi volta bruscamente di spalle, facendomi sbattere contro la porta. Si fa sotto, divaricandomi le gambe con i piedi, tenendomi bloccata per la testa con una mano e con l’altra allentandosi la cintura dei pantaloni.

Urlo sottovoce. Un grido istintivo di spavento. In realtà lo desidero da impazzire. Inizia a massaggiarmi la nuca, forse per tranquillizzarmi, forse per ottenere l’effetto contrario. Le sue dita affondano nei miei capelli dividendoli, annodandoli, tirandoli. C’è qualcosa di dolce in quel gesto e nello stesso tempo di aggressivo. Mi accarezza e mi stritola la testa, come a dire:

«Hai deciso di correre il rischio. Ora devi fidarti di me. Non hai alternative.»

Mi inchioda alla porta con il suo corpo, obbligandomi a tenere il volto girato verso destra. Riesco a vedere la parete butterata di scritte, la porcellana sporca del wc. Il coperchio divelto e l’asse spezzato.

Mi solleva malamente la gonna e mi abbassa il perizoma fino alle ginocchia. Devo stringere un po’ le gambe, ma lui non se ne cura. Ha troppa ansia di affondarmi la mano nella fica, per finire quello che ho iniziato. Le sue dita si arrampicano dentro il mio corpo, scavando e scavando fin quasi a sollevarmi da terra, provocandomi spasmi e contrazioni, facendomi male.
Allenta la presa sulla nuca, ma solo per aiutarmi a liberarmi del perizoma che mi si arrotola su di una caviglia. Sta per tornare ad impastarmi i capelli quando ha un’esitazione, ne approfitto per girarmi ma lui mi preme ulteriormente contro la porta facendomi capire di restare così. Si succhia l’indice e il medio della mano libera e me li fa scivolare dentro l’orifizio anale fino alle nocche. Tenendo quelle dita quasi immobili ricomincia a muovere su e giù quelle dell’altra mano. Ogni volta si spinge fino a toccare il punto più profondo, facendomi sussultare.
Sono in affanno. Dilato le narici. L’odore è quello di qualsiasi toilette pubblica, un misto di disinfettante ed urina rancida. L’odore della trasgressione, per me, da quel momento.
Sento qualcosa di bruciante e di inarrestabile che mi strappa un gemito soffocato. L’orgasmo arriva come un’inondazione. Mi fa rantolare e bagna la sua mano fino al polsino della camicia.

L’altoparlante annuncia che siamo in procinto di arrivare nella stazione di Milano Centrale. Mi lascia andare. Quando mi volto si sta già riallacciando la cintura che si è slacciato inutilmente.

«E tu?»

Scuote la testa in segno che non ha importanza. Si limita a succhiarsi le dita che ha inserito dentro di me. Poi si sistema, ben stretto, il nodo della cravatta.

 

La settimana corre via in un lampo. Per me, non abbastanza velocemente. Mi sorprendo al lavoro, ipnotizzata dallo schermo del computer, a pensare a ciò che è accaduto.

Una mano che scivola verso l’inguine.

Il martedì seguente piove. Indosso una gonna stretta, un trench e gli stivali con il tacco. Sotto, soltanto calze e reggicalze.

Sul vagone, tra le poltrone, andiamo a caccia l’uno dell’altra. Anche lui ha l’impermeabile. Sistema ombrello e valigetta sopra il portapacchi. Una ruga sottile, come una rasoiata, gli segna il viso tra il naso e lo zigomo. Non l’avevo notata. Lo rende ancora più sensuale. Forse è il modo di muoversi - quella sorta di energia trattenuta - forse il suo sguardo, a volte carezzevole fino alla tenerezza, ma che non chiede mai il permesso, non saprei dire. Ciò a cui non posso rinunciare è il desiderio quasi doloroso che si impossessa di me non appena lo vedo. Non appena ho la consapevolezza che sta per accadere di nuovo. Qualcosa di fisico. Una lunga, languida contrazione del sesso.

Seduta con le gambe accavallate, aspetto paziente - ruotando una caviglia - il fischio di partenza del treno. Mi alzo per prima. Lui mi segue poco dopo.

Mi trova ad aspettarlo appoggiata al lavandino, le mani dietro la schiena, il respiro corto.

Agganciando gli occhi agli occhi, senza dire una parola, faccio un passo in avanti, gli slaccio i pantaloni, mi inginocchio e glielo prendo in bocca. Mi lascia fare per un po’, ansimando, puntellandosi alla parete della toilette, inarcando la schiena per spingermelo fino in gola, poi non ce la fa più. Si sfila e, prendendomi per le spalle, mi fa ruotare fino a che ci scambiamo di posto. Mi solleva una gamba, poi l’altra e mi penetra così, schiacciandomi contro la porta, incendiandomi l’anima con quello sguardo caldo-freddo, che non molla un solo istante – neanche per sbattere le palpebre - sottraendo la bocca quando mi avvicino per baciarlo.

I capelli gli ricadono sulla fronte, gliela libero e lo guardo a mia volta. Ha il viso sconvolto per l’eccitazione e per lo sforzo di sostenermi, le rughe ai lati della bocca rese più evidenti, una vena azzurra su di una tempia. Ad ogni spinta ricado su di lui, che entra più profondamente in me. Mi aggrappo meglio al suo collo e chiudo gli occhi. Una colata di metallo fuso risale dalla fica fino allo stomaco, alla testa per ridiscendere ed esplodermi in gola. Lo sento lì, nella gola, ed emetto un unico rantolo sommesso.

Qualcuno bussa.

 

Indugiamo per un minuto eterno in silenzio. Immobili. Il sesso nel sesso. Pulsante. Poi mi schiarisco la voce e trovo la forza di dire, nel modo più distaccato e perentorio che mi riesce: «Occupato!»

Ci scambiamo uno sguardo ladro. Un sorriso stirato per l’imbarazzo e l’eccitazione. Ci intendiamo al volo. Neanche a parlarne di smettere. Basta traslocare. Mi mette una mano sotto il sedere per sorreggermi e tenermi incollata a sé, muove qualche passo e con l’altra mano solleva l’asse del water che gli rimane in mano. Ci siamo dimenticati che è rotto. Questa volta ridiamo. Riesce a sistemarlo ed a sedercisi sopra. A cavalcioni su di lui, me lo rimetto dentro. Scivola fino nel punto più profondo in un attimo. Sono completamente aperta e bagnatissima. Mi tiene entrambe le mani con le cinque dita aperte sul culo, spingendomi verso di sé. Mi slaccio la camicetta, estraggo un seno e glielo offro da mordere. Mi fa male. Un male che mi fa quasi godere.

Ricominciano la danza. Accompagno i suoi movimenti. Più che una danza è una lotta. I nostri corpi fanno a gara a chi spinge più in fondo. Sento il glande inturgidirsi. Il cazzo teso, duro dentro di me. Ci siamo. Questa volta veniamo insieme. Gli affondo le unghie nella nuca. Sul suo volto s’imprime una smorfia di dolore, che rende più evidente la ruga lungo il viso. Gliela lecco. Lo bacio. Quasi a volerlo consolare della sofferenza intensa, quasi uno strappo ai tessuti cerebrali che sembra aver provato durante l’orgasmo.

Il treno corre. Rimaniamo ancora un attimo così.

Cullati da quel movimento. Affannati. Stropicciati.

«Chi sei?» biascico.

Non risponde. Scuote la testa. Non ha importanza. Il ciuffo di capelli si scompiglia sulla fronte. Recuperiamo abiti e contegno. Poi, uno alla volta, usciamo dal bagno.

 

Seguono molti altri martedì. Martedì di spasmi. Di urla soffocate nella carta igienica maleodorante del cesso di un treno di pendolari. Una droga irrinunciabile. Un’indecente agonia. Gli occhi febbricitanti dal desiderio, la bocca ed il sesso famelici, ogni settimana attraversiamo la pianura padana e l’inverno in uno stato di esaltazione delirante.

Poi una mattina di inizio primavera, una mattina piovosa e uggiosa in cui ho indossato un nuovo perizoma - tutto lacci e nastrini che segna le anche dividendo la pelle in scomparti e triangoli appetitosi – una mattina in cui, ancora prima di udire il fischio del treno in partenza, lui già tortura il bracciolo della poltrona ed io sono pronta a scattare e dirigermi verso la toilette, nello scompartimento fanno il loro ingresso due poliziotti.

Si guardano un po’ intorno, ma si vede che vanno a colpo sicuro. Si avvicinano all’uomo – il mio uomo – e con delicatezza, ma in modo perentorio – gli dicono:

«Ci segua, prego.»

Assisto attonita, impotente alla scena. Lo vedo andar via fra i due agenti. Si gira una sola volta. Il viso accartocciato in un’espressione di rammarico.

Non lo vedrò mai più, lo sento.

Mi rendo conto che non so neanche il suo nome. A stento, saprei riconoscerne la voce.

 

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