Abbiamo 521 visitatori e nessun utente online

Diario n°:

144

IL TRENO PER SAN PIETROBURGO
Faber

IL TRENO PER SAN PIETROBURGO

Era arrivata da San Pietroburgo, a cavallo, in serata.

Dopo un viaggio estenuante durato quasi una settimana. Vestita da uomo a tratti, i capelli nascosti sotto un cappello di foggia marinara, vecchio e scolorito, i pantaloni di tela ruvida a righe, simili nel disegno al manto dei materassi negli ostelli dove avevano dormito, i vecchi pantaloni di lui quando un giorno era tornato a lei, fingendosi messaggero.

Arrivarono al villaggio e alla locanda, lei e Piotr, lo stalliere che le aveva fatto da compagno di viaggio e protezione, anche se rischi veri fino al confine turco non ne avrebbero, in teoria, né poi avevano nemmeno nella realtà, dovuti affrontare.

Portava una sacca simile a una fodera, con monete tedesche in oro. Cento.

Cucita sotto la mantella di feltro pesante e scuro, ogni moneta cucita e avvolta in un batuffolo di stoppa gonfiata e arruffata come una cotonatura perché non suonasse battendo le sorelle, al cammino o al galoppo del cavallo, tradendo il trasporto di valore. Aveva scelto questa via perché era senz’altro più sicura, avendola indosso lei, di qualsiasi borsa o sacca che poteva esserle con destrezza, o in un attimo di distrazione, portata via. E le monete erano tante abbastanza da giustificare un duplice assassinio se si fosse mai saputo che i due viaggiatori le avevano con loro.

“Se le vogliono, così, devono prendere prima me e se ci riescono, ad avere me e loro, io, poco importa allora. Io sarò morta, prima di cedere la sacca e non avranno più le cento monete né scopo né valore” aveva detto alla vecchia che l’aveva aiutata per sette notti a gonfiare e cucire i bonbon di stoppa e oro nella sacca a fodera, piatta e larga prima che la zarina lasciasse la villa in compagnia di suo nipote. Aveva fatto mille raccomandazioni al nipote Piotr, la vecchia, la sera della loro partenza appena aveva fatto scuro. Sottovoce e con cura, senza farsi sentire dalla giovane donna che aveva visto nascere anni prima e che si sarebbe senz’altro inalberata per orgoglio se solo avesse sentito le sue parole affidarla al giovane e parlare di lei come se ancora fosse rimasta la “sua” bambina.

Entrando alla locanda di Amir, l’unica del paese sito poco lontano dal confine con la Turchia, aveva lasciato lo stalliere negoziare per la stanza, come sempre, dalla loro prima notte di viaggio, per non essere riconosciuta come donna ad un esame più vicino. Perché di giorno, con lo sporco del viaggio e della via sugli abiti da uomo e il viso scuro per il sole e il misto di polvere e sudore, la camicia un po’ larga da mugiko, la giacca gilet di lana e la mantella avvolta a raggiera l’inganno funzionava bene. Ma da vicino e con l’aiuto di una lampada non proprio.

Oppure al mattino, quando il viso era pulito, ben pochi ci sarebbero potuti cadere. Se poi la mantella era aperta come ora entrando nella stanza e il gilet sbottonato, la camicia bianca di cotone aderendole ai seni rivelava tutto. Sudata, quasi un velo reso trasparente dal sudore, si modellava sulle curve piccole e precise, una seconda pelle maliziosa senza necessità di malizia intenzionale alcuna, lasciando quasi nulla alla fantasia. E catturava persino lo sguardo del suo compagno di viaggio, subito pronto a farsi rosso in viso e dire qualcosa per dissimulare imbarazzo e sensibilità a ciò che inevitabilmente vedeva.

Poi, nella stanza, lei, infilata, con lui fuori in attesa del via libera, una camicia da notte in tutta velocità, si infilava nel letto, e, in quello gemello, subito dopo andava a coricarsi lui, se un secondo letto nella stanza quella notte c’era. Oppure dormiva coricato sulla sua mantella al suolo, ai piedi del letto della sua padrona, il coltello sotto le coltri a portata di mano. Di solito solo un po’ dopo di lui, lei, stanca, si addormentava.

Portava con sé sotto le coltri la mantella col tesoro.

E pensava, col cuore che accelerava al pensiero, a quando avrebbe avuto luogo il baratto, solo poco tempo, in realtà, dopo. Per quattro notti di seguito, compresa quella, sentendo il giovane respirare rumorosamente nel sonno ormai profondo, pensando a quel baratto, lei si scoprì a toccarsi come il suo amante le aveva insegnato a fare e amava guardarla fare, senza toccarla le volte che lei giocava col suo stesso corpo. Dapprima il seno, giocando con le dita e il respiro, come se i polpastrelli avessero potere sull’aria che aveva nei polmoni, e poi giù, le labbra a lato, e ancora sotto tra sesso e culo, con le dita morbide e umide di saliva. Per poi salire, arresa, di scatto quasi fosse una molla ad aprirsi e prendersi da sola. Serrando le cosce sulla mano un attimo prima di godere.

Pensando al suo baratto, cominciava a carezzare se stessa così, e pensando a ciò che avrebbe avuto nuovamente dopo. Ancora suo.

Quasi che quel baratto fosse un acquisto che ristabiliva un possesso naturale e sanasse una ferita.

Aveva goduto in quel viaggio così, nei letti usati ciascuno una notte sola.

Lo fece anche quella notte, mordendosi le labbra per non fare rumore, e non svegliare svergognandosi da sola lo stalliere che dormiva ignaro lì vicino. Per controllare poi, zittendo il proprio respiro affannato e fattosi rumoroso, quando l’onda dentro si acquietava, quello del giovane uomo, che non tradisse un risveglio inopportuno e non voluto.

Ecco.

Domani.

Il giorno che la mantella sarebbe diventata più leggera e più leggero anche, in petto, il cuore.

 

Dormì. L’uomo.

Male, nella cella, illuminata solo dalla luna e dalle stelle di una notte senza nubi, a riflettersi e danzare luci sul muro in pietra scura. Lucido di umidità della notte e del fiume, che scorreva vicino e che, nella notte fredda, dopo il caldo torrido del giorno, respirava nell’aria la sua acqua rendendola come fosse sudore alle pareti della cella.

Dormì male per le nuove ferite, ancora da chiudere, e necessarie di pulizia e di cure migliori, inferte dalle percosse dei carcerieri, due settimane prima, quando, ubriachi, si erano sfogati in tre su di lui, per vendicare tutti i loro amici uccisi dai soldati russi in battaglia. Nella prigione, il giorno dopo, lui aveva barattato i suoi stivali da cavallo con le cure di uno strano medico che probabilmente fuori dal carcere si occupava della salute di pecore, galline e maiali, e oche. Ma che era l’unico a poter portare una bottiglia di grappa a sessanta gradi, utile a disinfettare, stracci abbastanza puliti da farsi bende e fasciature e saper operare una cucitura sul volto del prigioniero aperto da un coltello. Quasi perfetta.

L’uomo sotto le cure aveva faticato a trattenere urla a lamenti di dolore mentre riceveva la sutura, punto dopo punto, con le gocce di sudore del medico improvvisato, chino su di lui, a stillargli sulla faccia. Punti stretti e ora tesissimi, sopra l’occhio e l’orecchio verso la nuca, dove la lama aveva aperto la carne e intaccato l’osso pure.

Nello scontro di frontiera con i turchi lui era stato l’unico del drappello a cavallo russo ad essere sopravvissuto, ferito leggermente.

E l’ufficiale del forte, che era al tempo stesso anche il bey del villaggio, essendo il campo, nei pressi del confine, una via di mezzo tra un forte e l’abbozzo di un villaggio al tempo stesso, aveva incredibilmente rinunciato a far divertire il boia e la guarnigione con un’esecuzione al centro della fortificazione. Facendolo gettare ancora vivo, non si sa se per benevolenza o per odio ancora maggiore, in quella cella.

Sei mesi aveva trascorso lì, quasi, in claustrofobica prigionia, domandandosi come fosse la vita fuori e se mai l’avrebbe rivissuta, libero, nuovamente.

Pensando alla villa fuori Pietroburgo dove viveva con lei quando non era a Mosca. Alla vita che amava. A lei, ad occhi chiusi, quando pensava a lei e ai loro giochi.

Alle promesse di nuove emozioni e viaggi e piccole follie felici, che si erano scambiati, guardando il soffitto delle loro stanza, sdraiati sul letto, solo pochi giorni prima che lui partisse verso il confine con il drappello.

Il viaggio.

Quello lungo, sul treno di legni pregiati, acciaio e ottoni, che volevano fare, fino ai confini dell’Impero. Dove i figli della Madre Russia sembrano farsi orientali e vestono quasi come i figli delle periferie del Celeste Impero.

Aguzzano il taglio degli occhi, i nasi si fanno piccoli, e sembrano schiacciati un poco, e hanno corpi più piccoli e tozzi. E capelli liscissimi e scuri, che portano più lunghi della foggia russa.

Le raccontò che col treno lì avrebbero visto i paesi dove gli uomini in età da sposa, giocano, nelle feste di paese, con le teste di capra, correndo coi cavalli e lanciando urla di guerra mentre cercano di rubarsi con violenza il trofeo sanguinante. Insieme ad esso si contendono il cuore delle ragazze più belle. In piedi, frementi ed eccitate, a guardarli battersi così, vere regine loro e non i principi guerrieri in quel rito di sangue e amore, dove gli uomini si sfinivano di fatica e dolore, colpi di frusta sul corpo e il viso, e rischiavano anche la vita per poter avere vicine loro.

Assiepate con la folla ai bordi del campo di gioco e di simbolica battaglia, finte prede di un gioco erotico portato all’estremo e fuori misura.

Lui le aveva viste, li aveva visti, quando avevano sedato le rivolte mongole, e avevano ucciso in battaglia molti di quei cavalieri coraggiosi, e ne parlava a lei, quasi fosse un mondo di favola, creato e messo lì solo per loro. Notti passate in cella, per mesi e mesi dopo, pensando al treno in viaggio di quella notte, attraverso i giorni e le notti. E a loro due in quel viaggio.

Il letto costruito nel vagone, lusso di ottone lucido e drappeggi pesanti di velluto per le tende.

Luci velate in lampade ad oscillare ad ogni traversina sotto il letto volante.

E loro a seguire i rumori con la fantasia, scandire di curve e giunti di binari e travi di legno catramato e secco, percosse dal ferro delle ruote il tempo dei baci, delle mani, delle dita e delle lingue.

Del fondersi e affondarsi dei sessi. Quando lui non distingueva più, stordito dal sesso di lei, caldo e aperto, dove finisse il suo cazzo e cominciasse lei, e l’umido denso e avvolgente della sua carne, a risucchiarlo quasi dentro.

Per notti e notti, e aveva perso il conto, nella monotonia dei giorni venuti inesorabili uguali dopo ogni risveglio, perché ogni notte, invece, il loro viaggio era stato diverso, imprevedibile, e differente.

Diversi i paesaggi, i colori, le luci e i suoni.

Diverse le musiche che arrivavano al finestrino dai villaggi attraversati o dalle stazioni a volte microscopiche.

Diversi i cibi che il ferroviere in divisa da cameriere serviva loro, a volte ancora nudi e impudicamente mal nascosti dal lenzuolo, nel letto sulle ruote. Cibi che diventavano giochi spesso anche essi, di bocche e denti e mani e corpi usati da tavolo, bicchiere, piatto, quasi loro avessero desiderato mangiare i loro corpi stessi.

Diversi i loro giochi, quando lei legava lui coi lacci delle tende tolti dal finestrino da cui così irrompevano le luci, e poi giocava col suo corpo facendolo impazzire con le mani e con la bocca, sui capezzoli, senza sfiorargli il sesso che si tendeva ubriaco a vibrare di voglie, domandolo di desiderio e di dolore. Oppure quando lui la bloccava per i polsi e le mordeva i seni mentre lei si inarcava ribellandosi come un felino e allora lui spingeva più forte il ginocchio fino a violarla con la pressione lì tra le cosce, facendole sudare umori di piacere densi, fino a sentirla domata a sua volta, contrarsi senza sosta.

Poi al mattino il viaggio terminava, con le luci che entravano storte dalla piccola finestra troppo alta per guardare fuori e gli battevano sul viso risvegliando gli occhi, nella cella, come anche quel mattino era successo.

La moglie della guardia gli aveva fatto avere un piccolo foglio di carta, appallottolato stretto stretto, la mattina del giorno precedente. Si era stupito quando la donna, di solito schiva e brusca, gli aveva afferrato la mano e l’aveva chiusa nella sua, passandogli così la piccola pallottola di carta, entrando per portare la brocca dell’acqua piena per la giornata. Quasi con simpatia e complicità gli sembrò fatto quel gesto. O almeno lui così all’inizio l’aveva interpretato.

Ma gli occhi della donna, perennemente sporca e vestita con la stessa veste mai lavata, erano rimasti anche in quella occasione quelli di sempre, e lo spregio e il dileggio che in essi si leggevano nei confronti del prigioniero russo erano sempre gli stessi.

L’avranno pagata, pensò l’uomo, abbandonando ogni ipotesi di tardiva gentilezza e tenendo la mano stretta su ciò che aveva appena ricevuto in quel modo strano.

Poi aprì la mano, quando fu solo, e aprì con stupore il foglio un po’ sporco che si celava in essa. Guardò che nessuno, ma nessuno c’era o avrebbe potuto vederlo nella poca luce di quella piccola stanza, lo vedesse e intervenisse. E lesse cercando di collegare il senso. Poi rilesse per verificarlo e superare lo stupore e la gioia e la voglia di gridare o piangere che lo colse violenta.

Il giorno dopo al mattino.

Poco dopo l’alba.

Doveva fidarsi, non l’avrebbero ucciso anche se ufficialmente era per questo che lo portavano via se mai li avessero scoperti.

Lei.

Nascose il biglietto vergato a lettere piccole, tonde, quasi infantili nella circolarità perfetta dei tondi. Non in cirillico ma in francese, forse per celare più segreto e più nascosto, fosse mai stato scoperto il foglio, il testo. O forse in quella lingua rara in Russia e Turchia, più certa al cuore e ai pensieri di lui l’origine di quelle poche frasi volutamente poco chiare e tra loro quasi sconnesse e la mano che le aveva vergate.

Dormì l’uomo.

Male, nella cella.

Per il freddo della febbre che saliva, l’agitazione e l’aspettativa e il dolore della ferita non ancora chiusa nella carne.

Ma si svegliò, la mattina dopo, il giorno previsto dalla lettera che aveva nascosto nell’orlo scucito della giacca militare sporca e lacera, con una voglia di vivere e di luce incontenibile, e dimenticata da mesi, dentro.

 

 

I due soldati turchi arrivarono al passo poco prima della mezza.

Il prigioniero fu legato per i polsi e trascinato per un capo della corda come se fosse stato un asino reticente alla soma.

Faticava ma non rallentava il passo, quasi avesse più di loro fretta. Salirono veloci e lui con loro, solo un po’ più incerto a tratti, per la fatica di camminare a piedi nudi anche sulla roccia, dove loro erano spediti negli scarponi di cuoio bruno e forte.

Erano usciti con lui legato per i polsi, camminando lenti come se lo trasportassero da qualche parte, fino a salire, in prossimità della porta del forte-villaggio, sul carro del macello. Si nascosero dietro le ceste del pollame, prima dell’alba, e nessuno a quell’ora ebbe modo di vederli quando il carro uscì salutato dalle guardie che scherzarono col conducente.

Uno dei due turchi aveva spiegato al prigioniero che gli conveniva tacere e non richiamare attenzione alcuna. Se fossero stati scoperti perché tentava di fuggire o richiamava l’attenzione di qualcuno l’avrebbero ucciso rapidamente col coltello che portavano in cintura, sgozzandolo come una capra, perché l’averlo portato fuori dalla prigione, se fossero stati scoperti, sarebbe costato loro la vita alla pari che a lui stesso.

Non gli dissero dove lo portavano, si compiacquero anzi tra di loro con gli sguardi, immaginando fosse vera la paura che lui esibì a loro beneficio, quando lo legarono e lo trascinarono fuori dalla cella.

Giunsero al passo.

Saldarono il capo libero della corda a un castagno, in modo che il prigioniero tenuto lì in piedi fosse in bella vista per chi fosse salito dall’altra parte della collina sino al culmine di rocce e piccole radure verdi confinante col gruppo di piante terminante proprio con quel castagno.

Gli chiusero la bocca con una delle bende tolta dalla fasciatura perché non avesse voce, poi uno dei due si sedette lì e l’altro si nascose. Il prigioniero ebbe paura che preparassero un agguato e alla fine lo scopo fosse una rapina e l’uccisione dei testimoni tutti e niente altro. Incominciò a sudare e a maledire se stesso per non aver tentato una fuga comunque, mentre salivano al passo. Ebbe paura per lei e si ferì i polsi quando la provò, cercando di liberarsi tirando e tendendo le corde con tutto il corpo.

Lei arrivò al bordo della radura, aveva la luce contro, e il volto in piena luce, quando lui la vide.

Illuminata in pieno, vestita da viaggiatore, ne riconobbe i lineamenti del volto che conosceva per aver fatto l’amore con loro con gli occhi, con le labbra, con le dita.

Riconobbe ogni curva celata del corpo e tentò, agitandosi e facendo tendere la corda nuovamente, di avvisarla.

Accanto a lei riconobbe, e fu felice di vedere, poco dietro, Piotr.

Lo riconobbe appena in tempo per vederlo assalire dal turco che si era nascosto, e cadere inerte a terra, senza sensi, colpito al capo con violenza con un sasso. Subito dopo, vide l’aggressore afferrare rapidamente lei, ancora frastornata dall’assalto inatteso e tenerla, rendendola inoffensiva, ferma per i polsi, uniti dietro la schiena e chiusi in una sua sola mano. Enorme per i polsi di lei così sottili e fragili, pensò.

Lo vide avanzare, spingendola col ventre da dietro, verso di loro, lui e la sua guardia. Ridendo e sfregando corpo e ventre contro il corpo e la schiena della ragazza.

La vide dibattersi, e cercare, divincolandosi, di liberarsi. Mentre anche il turco seduto ai piedi del prigioniero a sua volta rideva sguaiatamente e con la mano libera l’altro, sempre spingendola, con un gesto solo, le strappava la camicia dal collo tondo lacerandola.

Le scoprì i seni e, infilando la mano e toccandoli, stringendoli, sfregandoli, cercò di insinuarsi, subito dopo, approfittando di lei che si era chinata in avanti per proteggersi, oltre la cinta dei pantaloni di tela a righe, alla ricerca del suo sesso.

Fu allora che lei riuscì a liberare una mano, una sola delle due bloccate in quella del turco, che le imprigionava entrambe. E davanti agli occhi dei due uomini vicini al castagno sfilò in un attimo il coltello a punta curva dalla cinta di lui e aprì con un solo gesto il collo al suo aggressore.

Ne uscì sangue come se si fosse aperta una nuova, enorme, sguaiata, bocca sotto il mento dell’uomo. Rossa di un rosso volgare, denso e violento, come quello delle puttane del bordello a Izmir, per un solo attimo. Un attimo subito dopo la nuova bocca si trasformò in un fiume che sgorga impetuoso dalla roccia e cominciò a dare un colore unico alle vesti del soldato.

Ci misero poco ad accordarsi.

Anche perché Piotr si riprese in quell’istante e il soldato sopravvissuto non aveva alcuna voglia di mostrare il suo eroismo. E poi novantacinque monete d’oro da solo sono senza dubbi alcuno molto meglio di cinquanta a testa.

“È stato il prigioniero” avrebbero pensato tutti, a liberarsi di un disertore corrotto con cinque monete d’oro tedesche, che avrebbero trovato nascoste nel tasca del morto.

“Il russo l’ha ucciso al confine, appena liberato” avrebbero detto i soldati di pattuglia, trovando sul colle il cadavere e qualche traccia, oltre alle poche monete sacrificate alla bisogna, che facesse ricostruire lì la presenza anche del prigioniero evaso.

Si controllarono a vicenda. Il turco che non lo seguissero per ucciderlo a tradimento e loro che lo stesso andasse giù veramente dal colle verso il forte e il villaggio.

Poi la donna liberò il prigioniero.

E il giovane stalliere Piotr fece come faceva nella stanza, quando lei cercava l’uomo da sola, tra le sue cosce, nelle notti di quel viaggio. Si voltò per non vederli. Qui almeno, pensò sorridendo, non doveva fingere col respiro il sonno e che lei non l’avesse anche quella notte svegliato coi suoi gemiti.

Gli bastò voltarsi e scendere oltre il colmo pochi passi, mentre si stringevano e ritrovavano, l’uno dell’altra, il calore, e l’umido e il sapore delle bocche. Impossessandosi della meraviglia che cela ogni volta il contatto aderente di due corpi.

 

Nella stanza che presero la sera, appena in territorio russo a una distanza sufficientemente sicura dal confine turco, lei lo spogliò.

Piano, quasi lui fosse fragile come porcellana.

Sfiorò con le dita i segni delle ferite, dopo aver tolto ogni benda. Quelle ormai chiuse da anni che già conosceva e ritrovò come se le dita tornassero a casa all’istante sfiorandosi. Quelle che sembravano rughe scure e familiari sulla pelle diventata pallida fino a sembrarle fragile, per la vita in cella.

E quella fresca, recente, umida alla carezza, che combatteva ancora con l’infezione e la difficoltà di chiudersi definitivamente e perfettamente, avuta in dono, quella notte poco tempo prima, dai soldati, ubriachi, in cella.

Poi, usando una bacinella di acqua calda, lo lavò con cura e delicatezza, lasciando colare l’acqua da un piccolo telo di cotone, intriso e spremuto sulla pelle, lenta e calda. A leccarlo più e più volte. Dall’alto, fino ai piedi.

Un rito.

Quasi volesse ridargli la meraviglia che mesi di cella gli avevano negato, dell’acqua, del calore. Della seduzione semplice che può, se ama, una donna.

Poi lo asciugò, con un telo più grande, avvolgendolo come in un sudario, l’impronta di acqua del corpo a disegnare il tessuto imbevendolo.

Col telo a terra, aperto come il calco del suo corpo, gli posò le mani aperte e calde sul petto.

Toccò le spalle, scese. Scivolò sul petto nuovamente, poi giù verso il ventre e il sesso.

Lui aveva gli occhi chiusi e accoglieva quasi vibrando il percorso delle mani sul suo corpo, leggendo il desiderio muto di lei che stesse fermo, resistendo al desiderio di fermarle per stringerla e baciarla.

Poi le mani di lei risalirono, lente, lungo i fianchi e tornarono al petto dell’uomo. Sfiorarono i capezzoli.

Dapprima pianissimo, poi a cerchi circoscrivendone quasi i nervi. Poi posandosi su di loro piatte come accogliendoli nel palmo, sentirono sotto di loro il respiro di lui farsi più corto.

Li carezzò e li strinse, dapprima piano e poi con forza, saggiando la resistenza di lui a un solo gemito o a un lamento o a un gesto qualsiasi di fuga o di rifiuto anche di quello, quasi ne riprendesse svegliandone ogni nervo, pieno possesso.

Tolse le mani carezzandolo e sorridendo. Lei, negli occhi quella luce che lui conosce e ama, quella di quando si accende in lei il desiderio, e lei sente il controllo di se stessa diventare fragile in un istante.

La luce dentro gli occhi, un lampo che da vicino se lo vedi sembra farsi giallo, quella. Che sa rendere infinita e inebriante se le guardi, come un pozzo, al centro, la profondità delle sue pupille. Poi gli offrì la sua mano, sempre in silenzio.

Perché lui la conducesse al loro nuovo letto, di una notte soltanto, nella locanda. Si spogliò davanti a lui.

Più tardi, a notte fonda, sdraiati e guardando il soffitto sconosciuto di assi e travi di legno di una locanda ai confini della Grande Russia con l’impero turco, persi nei dettagli di quel legno senza accorgersene, come se fosse un quadro, lui cominciò a raccontarle.

Di un treno e di un viaggio.

Di troppi giorni, ma poi di quelle notti, quando la raggiungeva sul loro treno.

Di traversine, binari e ruote che ad ogni giunto fanno un rumore. E come un piccolo salto.

Di un uomo e di una donna che lui aveva visto, come in uno specchio, dentro quel vagone, dentro quel letto, ogni notte.

Mangiare, bere, ridere, amarsi.

Mentre, oltre la tenda di velluto e gli ottoni lussuosi e lucidi da cui pende, si seguivano vite, musiche di piazza, scorrere di campagne e villaggi.

Giorni e notti, riflessi di oro su quei vetri in corsa al sole dell’estate, alternati a sfuggenti lacrime di pioggia o di condensa nell’inverno. Quando dentro il loro viaggio loro hanno caldo e il finestrino suda.

E il mondo, fuori, regala ricami. Incollati ai vetri.

Bianchi, fragili, di neve, ghiaccio, gelo e freddo.

Presero sonno così, quella notte.

Ancora, finalmente, in viaggio.

Specifiche

4.0/5 rating 1 vote

Share this product

Lascia un commento

Please login to leave a comment.