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Diario n°:

267

Il volume delle tue bugie
Itacchiaspillo

Il volume delle tue bugie

(E continui a dire al mondo che può starsene lontano, che hai già tutto quel che serve e che hai sempre la tua mano).

 

Il mare era immobile, sotto la luce della luna, perché rifletteva, lui sì, prima di mostrare la sua parte più fragile. Io invece non sempre ci riuscivo e ogni tanto cadevo nell'errore, risultando ridicola prima ai miei occhi, poi a quelli degli altri.

«Quello che vedi di me è quello che è» continuavo a dire. Non ho filtri, io, né maschere. Ma la verità era che i miei vicoli nascosti non li avrei fatti certo vedere al primo che passava, ché sono freddi, umidi e abitati da quei sorci verdi che vagano nei miei incubi.

Ma d'altronde chi veramente avrebbe voluto vederli? Non è meglio il sorriso, quello a trentadue denti, e diecimilioni di lire dati dai miei al dentista vent'anni fa per correggere la mia masticazione inversa?

Io lo sentivo il calore della luna, quella notte. C'è chi sente quello del sole, che invade e schiaccia con la schiena a terra, mentre io sento quello della luna, astro che accarezza, amante indecente, soffiando piano sui pensieri, facendoli volare tra le stelle, tra Capitan Harlock e la Regina dei Mille Anni.

L'aria calda di luglio ci sfiorava la pelle e accompagnava il nostro passo. D’un tratto una folata di vento più fredda alzò la mia gonna leggera e io cercai istintivamente di stringermi a quell'uomo che avevo a fianco e che mi aveva offerto la cena. Roberto, mio collega di università. Forse ora si aspettava un dopocena divertente da me, ma la verità era che non avevo deciso nulla. Mi aveva fatto ridere ed era stato brillante, più di quanto meritassero i miei occhi verdi e le mie unghie laccate di rosa acceso, ma non c'era stata nessuna scintilla e ora camminavamo vicini sul lungomare, tra lampioni e panchine vuote, in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri e in fondo già distanti.

D'un tratto pensai che la passeggiata romantica sotto la luna fosse, forse, troppo.

«Sediamoci su una panchina, ti va?» Gli chiesi.

Lui si fermò davanti a quella che stavamo quasi sorpassando.

«Qui?»

Io mi sedetti in risposta alla sua domanda e lui altrettanto, vicino, ma non troppo, che non si sa mai.

Guardavamo il buio davanti a noi, e la spiaggia deserta, gli ombrelloni chiusi e i lettini ben accatastati vicino al magazzino del bagnino che si intravedevano appena. Le risate dei bambini, le loro corse sulla spiaggia, gli amori nati sugli asciugamani e sugli stessi già finiti, le chiacchiere e i gossip, la tintarella a tutti i costi, le mogli con i figli al mare e i mariti in città, i nonni in vacanza e i gruppi di adolescenti, che arrivavano alle undici con le occhiaie coperte dalle lenti scure, erano un ricordo volato via con la notte. Sarebbero tornati uguali, ma diversi, il giorno dopo, con il primo uomo mattiniero che avrebbe solcato la rena bagnata, magari a spasso con il suo cane, seguito via via da ogni personaggio che avrebbe popolato la vita del mare. Fino al bagnino, che avrebbe riposto l’ultimo secchiello dimenticato, e poi via la vita notturna altrove.

Ma ora c'erano solo le onde che si infrangevano piano, sulla spiaggia.

Nessuno disse nulla, ma io sono brava nel gioco del silenzio. In fondo non so mai veramente che dire; ho pudore dei miei pensieri, mai abbastanza intelligenti per essere condivisi.

Lui invece era uno di quelli che devono riempire l'aria, anche del loro ego, ed era in evidente imbarazzo.

«Che mi racconti?» Usò la frase come un coltello per tagliare l'attesa.

Aveva le mani appoggiate alle ginocchia e io misi la mia sinistra sulla sua destra, di fatto prendendola con me e portandola sul grembo.

«Non ho nulla da raccontare» dissi a mia volta. E aprendo le gambe mi permisi di insinuare le sue dita nello spazio caldo tra di esse, scostando l'ampia gonna.

Se rimase sorpreso dal mio gesto non lo diede a vedere.

Rimase fermo, forse assaporando il calore proveniente dalle mie mutandine, ma non fece nulla, se non spostare lo sguardo verso l'orizzonte e la luna, che si stava piano piano alzando nel cielo, pronta a fare il suo consueto viaggio tra est e ovest.

Poi tolse la mano, abbandonando la mia presa.

Guardò l'orologio e sbottò in un «È tardi, ci vediamo domani in facoltà.»

Si alzò lasciandomi lì, un po' spiazzata dalla sua fuga, e riuscii solo a dire un “ciao” strascicato dalla sorpresa.

Non vi fu nessuna vera scintilla, in fondo, nemmeno per lui. Non ci eravamo capiti, questo è quanto, e chi lo sa? Forse fu meglio così.

Lo vidi incamminarsi sotto quella luna così piena da scoppiare, sapendo di aver perso un'altra occasione per costruire qualcosa con qualcuno, qualsiasi cosa volesse dire.

Ma ognuno di noi è il frutto delle esperienze passate e, se sposti un sassolino vicino al burrone, per qualcuno diventa l'appoggio per arrampicarsi, per altri frana ingestibile.

Quando lui divenne un piccolo puntino in fondo alla via, mi rassegnai ad aver sbagliato e mi convinsi del fatto che sicuramente avevo offeso il suo amor proprio.

Forse qualsiasi altro uomo non avrebbe perso l'occasione che gli stavo offrendo, ma Roberto era diverso e io non l'avevo capito.

Ero stata sola troppe volte, mentre troppe volte c'era stata troppa gente nella mia vita.

E nella fattispecie tanti uomini che cercavano solo emozioni gestibili. Nessuna complicazione, qualche letto sfatto e rare telefonate, più per non precludersi un'eventuale nuovo giro di lenzuola  che per sapere realmente come stavo, a cosa stavo pensando, come mai piangevo la notte.

E ho avuto giornate vuote passate a casa, da sola, a guardare il soffitto con la tivù accesa solo per farmi compagnia, con nessuna voglia di uscire e soprattutto nessuno con cui farlo.

Ben mi sta, pensai, così imparo a voler fare la donna disinibita al primo appuntamento con un collega.

Mi ripromisi di parlargli il giorno dopo, all'università, sperando almeno di chiarire, di salvare quella che definivo una bella amicizia.

Lui mi piaceva e sapevo di piacergli anche io, ma era evidente che tra noi non c'era stata la sintonia necessaria per andare oltre: in fondo non era necessario farlo. Il sesso non è la risposta a tutto e io avevo sbagliato.

Si alzò ancora il venticello freddo che fece correre le nuvole veloci nel cielo; le vedevo attraversare il cerchio giallo pallido per poi sparire alla mia vista: troppa luce dai lampioni per osservare veramente le stelle.

 

Ci eravamo seduti in un angolo leggermente scostato dalla strada, ma in ogni caso non c'era praticamente nessuno in giro. Sentivo delle voci provenire dalla carreggiata, probabilmente delle amiche che passeggiavano verso i negozi illuminati del centro. Le sentivo sghignazzare e parlare tra loro, ma sempre più piano, come se si stessero allontanando e sicuramente fu così. Poi venne il silenzio inframezzato da qualche rara macchina che passava lontano e andava chissà dove, forse verso casa, forse verso qualche discoteca della Riviera.

Ripensai alla mano che avevo tenuto stretta, pochi minuti prima. Sentirla tra le gambe non mi era spiaciuto. Misi le dita sotto la gonna, alzando la stoffa e insinuandole tra il pizzo del perizoma e le mie pieghe.

Non mi trovai bagnata come mi aspettavo, ma la voglia aveva bisogno di crescere ed essere appagata. Misi quindi l'indice in bocca per bagnarlo di saliva, per tornare poi al clitoride.

Scivolai sulla mia pelle e pensai alle mani delle decine di uomini che avevo avuto. A come non bastasse mai una mano in mezzo alle gambe per far partire il desiderio, a come questo sia in fondo una magia data da vari ingredienti e che raramente si trova l’amalgama perfetta, il giusto sapore.

Chiusi gli occhi, isolandomi dal mondo esterno, anche se toccarmi così all’aria aperta, seppur in una zona defilata, mi aveva fatto accelerare il battito del cuore e tendere l’orecchio agli eventuali rumori che avrebbero annunciato l’arrivo di qualcuno.

Chiusi gli occhi e inspirai con la bocca aperta, immettendo aria fredda nei polmoni.

Non erano più le mie dita che titillavano il clitoride, ma quelle di uno, due, cinque, dieci uomini che avevo frequentato negli ultimi tempi. Di alcuni ricordavo il sorriso, di altri sapevo tutto, di altri ancora conoscevo appena il nick name che usavano nelle chat. Nessuno mi aveva veramente stregato, con tutti avevo goduto e tutti avevo cercato di far godere.

Ma dopo un primo appuntamento, raramente ne accettavo un secondo: mica avevo bisogno di qualcuno, io. Dei pochi amanti stabili, sopportavo la tenacia di cercarmi nonostante tutto e in fondo si scopava senza tanti pensieri. Grattacapi non ne davo, le mie frustrazioni me le facevo passare da sola, scrivendo di notte, piangendo la mia solitudine sul cuscino, godendo con le dita come fossero amanti generosi, come in quel momento.

E infilai l'indice e il medio dentro, trovandomi finalmente bagnata e cominciai a darmi consolazione come solo io sapevo fare: nessun altro mi appagava così tanto. In fondo avevo già in me tutto quel che serviva per stare bene. Avevo me stessa, le mie passioni, il lavoro, la mia vita e le mie dita che spostai verso il centro del piacere, per farlo crescere, ancora. Trattenni il fiato e immagini confuse di braccia e labbra mi si affollarono nella mente. Poi ripensai a Roberto e all'abbraccio deciso che mi aveva dato quando ci eravamo ritrovati nel parcheggio, pronti per andare a cena.

Fu con il pensiero delle sue labbra carnose che venni buttando fuori l'aria dal naso e dalla bocca, di colpo, come un drago che sputava fuoco; io espellevo la mia tensione in quel gesto, mentre con le dita facevo piccoli cerchi concentrici dove le piccole labbra si univano, con decisione però, come volessi spalmare il mio piacere ovunque. Poi i muscoli contratti si distesero e riaprii gli occhi ancora immersa nel piacere.

Il mare era ancora immobile e la luna vi si specchiava vanitosa... chissà se era l’orgasmo a farmela vedere così bella.

Poi sentii una presenza alle mie spalle.

Persi dieci anni di vita dallo spavento che presi.

Roberto.

Era tornato indietro per scusarsi e mi aveva visto con le mani sotto la gonna, anche se non sapeva che il punto più alto del piacere lo avevo raggiunto pensando a lui.

Divenni rossa, anzi no, fucsia, porpora, magenta e infine bianca cadaverica. Passai la scala Celsius da più quaranta a meno dieci in cinque secondi netti.

«R-Roberto…» riuscii a dire, confusa.

Lui si avvicinò di più e mi baciò il collo. Poi passò al lobo dell'orecchio scostandomi i capelli, facendomi venire la pelle d'oca. Infine raggiunse il viso e assalì la guancia, riempiendola di piccoli baci, dati piano, sussurrando il mio nome. Quando mi baciò sulla bocca, quasi timido, mi parve un bacio che chiedeva il permesso di entrare tra le mie labbra e io le aprii, protendendo la lingua, cercando la sua, invitandolo in me.

Fu un bacio dolcissimo, ed erano troppi anni che non ne ricevevo e non ne donavo così.

Mi prese lo stomaco; se mai avevo avuto farfalle lì dentro erano volate via da moltissimo tempo. Ritornarono in volo da me in un attimo o forse resuscitarono invase dall'energia che mi aveva trasmesso. Mi ritrovai a provare dentro di me un turbinio di emozioni degno di una quindicenne impacciata alle prese con la scoperta della propria sessualità.

Fu un bacio diverso dai tanti che avevo ricevuto e non saprei spiegare bene il perché, ma fu intenso, eccitante, e nello stesso tempo come un tassello di un puzzle che si incastrava.

 

Erano sempre troppe le bugie che mi raccontavo. Le cose erano chiare per me: chi spera nell'amore si fa male e non lo so se era amore quel bacio. Avevo troppo rispetto per quella parola per usarla a caso. Ma qualsiasi cosa fosse fece crollare una a una tutte le bugie che mi raccontavo e che narravo io stessa per tenere distanti le persone, per non soffrire, perché sapete come si dice, no? Niente amore, nessun dolore.

Bugie su bugie.

Che caddero sotto la sua lingua che accarezzava la mia, la cercava, la inseguiva; se ne era impossessato e io sentivo crescere il nostro desiderio.

Lo guardai poi negli occhi, azzurri come il mare che avevo davanti. E io navigai a vista nel piacere che mi dava, non pensando più a niente. Né al passato, né al domani.

Solo le nostre labbra come focus, così perfette nella loro unione da non poterle immaginare lontane tra loro.

Chissà se avevo veramente mai baciato nella mia vita, visto che mi sembrava di farlo ora per la prima volta.

Infine ci staccammo, Roberto ancora alle mie spalle, io con il busto e la testa girata verso di lui.

«Sono felice che tua sia tornato indietro» gli sussurai «temevo di averti spaventato.»

«Un po’ sì, ma non per la mano tra le gambe, ma perché mi sembrava una nota stonata in quel momento, come una forzatura.»

Poi si rimise vicino, per guardare l’orizzonte davanti a noi, il mare come un’immensa pozza di petrolio, con la notte attorno e i nostri pensieri persi chissà dove, forse a far baldoria con le farfalle nel mio stomaco.

Nessuno disse nulla, perché in fondo non c’era proprio nulla da dire. Avevamo trovato un punto di incontro e io, che vivevo alla giornata nei rapporti con gli uomini, me lo sarei fatto bastare, fosse anche che tra noi ci sarebbe stato solo quell’unico bacio.

«Voglio portarti in posto, domani» mi disse prendendomi la mano.

E quel domani mi parve la parola più bella del mondo, perché significava che ci saremmo rivisti, che dava una possibilità al bacio che c’eravamo dati.

«E dove vorresti andare?»

«Non lo so, intanto rivediamoci.»

 

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Questo racconto è liberamente ispirato alla canzone “Il volume delle tue bugie” di Luciano Ligabue

 

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