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Diario n°:

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DE GUSTIBUS (non disputandum est)
Liviana Rose

DE GUSTIBUS (non disputandum est)

Ogni giorno compro quattro quotidiani. Poi mi siedo al tavolino davanti la vetrata del bar in piazza e ordino un bicchiere di Lambrusco. Sfoglio i giornali metodicamente partendo dall’ultima pagina. Mi soffermo, non tanto sulle notizie comuni ai quattro, ma piuttosto su quelle diverse: tipo moglie uccisa investita dalla bara del marito.

Quei brevi trafiletti di curiosità che fanno da companatico al mio pranzo.

 

Cosa faccio nella vita? L’amante.

Non è un mestiere facile.

Un’amante deve sempre essere calda e lussuriosa.

Coi capelli in ordine e la biancheria intima sexy.

Un’amante non indossa scarpe da ginnastica.

Ha sempre tempo per il suo uomo e ad accoglierlo ci saranno comunque un letto morbido e una profusione di asciugamani puliti.

La sua pelle deve profumare ogni volta di quell’inconfondibile aroma di donna e di sesso fantastico.

Un’amante deve essere come un buon vino: non prevaricare ma essere in simbiosi con chi l’accompagna.

Ma soprattutto un’amante deve stare attenta a non innamorarsi.

 

Un mio amico, d’altro canto, sostiene che se si ama davvero è impensabile dividere consapevolmente una persona con qualcun altro.

 

Dai giornali mi diverto a ritagliare ciò che mi interessa: la pubblicità di una mostra, la recensione di un libro, un articolo curioso, una fotografia particolare. In casa ho una bacheca dietro la porta della cucina e appendo tutto lì. Una agenda visiva ben organizzata.

Alle mostre si fanno conversazioni esilaranti. Sentire un gallerista esaltare un quadro può essere paragonabile solo ad un enologo che racconta il proprio vino: mughetto, prugna acerba, fieno tagliato fresco alle sette di sera, odore di sudore di cavallo che fugge.

 

Lo vedevo quell’uomo elegante che mi osservava incuriosito tutte le mattine.

Prende un caffè amaro e sorride sempre alla cassiera.

L’eleganza non è solo nel vestire, ma anche nell’incedere, nel parlare, nei gesti.

A mio avviso è il tipo d’uomo che apre la portiera dell’automobile alle signore.

 

In realtà nella vita non faccio solo l’amante, ho anche un lavoro convenzionale. Questa seconda vita in cui sono inciampata credo sia dovuta ad una serie consecutiva e concatenata di circostanze: una buona conversazione, una serie di uomini incapaci di prendersi impegni e un’aura di solitudine difficile da togliersi di dosso. Sembro una donna che basta a se stessa.

Paura.

 

Se fossi una impiegata dallenoveallecinque, da lunedì a venerdì, pausa pranzo in palestra, bottiglia dell’acqua naturale, mela e insalata di plastica sulla scrivania non sarei una buona amante.

Gli amanti vivono tra le pieghe di una vita in apparenza normale, rubando istanti, scattando fotografie con la mente. È l’imprevedibilità che dà il brivido del proibito a spingere contro le convenzioni.

Quando sei un’amante non lo puoi dire a nessuno, nemmeno alla tua migliore amica.

Quando sei un’amante non ti devi aspettare niente.

Quando sei un’amante non hai diritti.

D’altro canto, quando sei un’amante, prendi solo il meglio di ciò che un uomo ti può dare, ricevi bellissimi regali, fai del sesso fantastico, puoi vedere altre persone senza sentirti in colpa e godi annusando dal cuscino il suo odore sperando che svanisca il più tardi possibile.

 

In tutta questa imprevedibilità, però, ci sono vissuta dentro sempre piuttosto a mio agio e adeguatamente programmata: è come un disordinato perfettamente ordinato nel suo disordine.

 

Quindi capirete che quando l’uomo elegante mi chiese di potersi sedere al mio tavolo in una mattina d’inverno che veniva giù una neve soffice e densa, il mio mondo perse un po’ di stabilità.

Fu facile iniziare a parlare: arte, letteratura, musica, politica e ovviamente vino.

Perchè per vivere giro l’Italia, e anche qualche pezzetto di mondo, per scovare piccoli grandi vini da proporre alle liste dei migliori ristoranti.

 

Finalmente non ho incontrato un uomo ad una mostra, ad una conferenza, ad una riunione, ad una prima teatrale.

 

Fu ancora più facile, ed infinitamente gratificante, sedersi vicini il giorno successivo e quello successivo ancora a guardarsi attraverso un bicchiere vuoto con il Lambrusco Nero, ancora un po’ avvinghiato al vetro, denso e concreto.

  

Venirmi a prendere a casa, vedermi aprire la porta dell’auto mentre dallo spacco della mia gonna spuntava un lembo di coscia di troppo e trovarmi in un ristorantino raffinato e molto poco illuminato fu il passo successivo.

 

Nonostante le splendide sensazioni attendevo con trepidazione il momento in cui mi avrebbe detto di dover andare a casa perchè la moglie lo aspettava. Non portava la fede, ma quanti non lo fanno?

 

Quando conosco una persona nuova parlo tantissimo di me stessa ma in tante parole è racchiuso davvero pochissimo della vera io: una donna travestita da amante.

Ma il mio nuovo amico era davvero bravo a spogliarmi con le domande.

 

Alla fine della serata sarei rimasta praticamente nuda ai suoi occhi cercando di tenermi stretta addosso gli ultimi veli.

 

Col menù in mano chiesi:

«Cosa mi consigli di prendere?»

«Fanno dell’ottima carne alla brace e hanno salumi fantastici.»

«Adoro la carne alla brace...»

«Te la servono con delle verdure al cartoccio cotte sotto la cenere.»

È bello trovarsi d’accordo sulle cose da mangiare. Al ristorante non mi piacciono quelle coppie che ordinano due piatti diversi «così li assaggiamo». Non ci si sazia né di uno né dell’altro. Mio nonno diceva sempre: perchè ce ne sia abbastanza bisogna che  ne avanzi. Parlava sia del mangiare che del bere, soprattutto del bere, e se iniziava a vedersi il fondo della bottiglia, partiva verso la cantina e succhiava dal tubo di gomma infilato nella botte e giù a riempire un altro fiasco.

 

Sorrido se ripenso a quella sera perchè dopo aver scelto il cibo allungammo entrambi la mano sull’ampia lista vini. Mi sentii in imbarazzo, abituata ad ordinare anche per i miei amanti, che conoscevano la mia professione. All’uomo elegante non avevo ancora spiegato perchè sparivo per giorni interi. Non avevo spiegato nessuno dei due motivi: sarei risultata una puttana ubriacona.

 

Decisi di lasciargli la scelta e mi volle stupire con una sconosciuta azienda agricola piemontese di Nebbiolo che produceva solo mille bottiglie l’anno. Avevo il numero di telefono del produttore nella lista amici della rubrica del mio cellulare ma non glielo dissi.

La carne era, in effetti, ottima e il vino molto gradevole, sembrava appena pigiato, nonostante avesse passato otto mesi in rovere francese.

L’uomo elegante, che quella sera era più elegante del solito e anche più alto, mi sfiorava lentamente la mano con un petalo rubato alla rosa che stava ad imbellettare il tavolo. Paragonai il petalo di rosa, liscio e vellutato, al vino appena bevuto. Pensai che se avesse preso tutto lo stelo la mia pelle avrebbe assaporato sia il velluto che il pizzicorio delle spine, così come il mio Lambrusco ti va giù liscio e poi ti pizzica le papille gustative.

Non me ne resi conto ma lo pronunciai ad alta voce e lo vidi sorridere. Disse:

«Ho come l’impressione che quando si parla di vini tu mi nasconda qualcosa. Sei un ex alcolista? Sei una produttrice? Sei una critica gastronomica?»

Non era arrabbiato.

«In realtà ti ho dato a credere di avere questa vita bohemien ma per vivere sono una wine-scout anche se mi rende di più fare l’amante. Sono l’amante stabile di tre uomini. Un albergatore che mi ospita nel suo centro benessere, un ricco uomo d’affari spesso in viaggio per lavoro all’estero e uno stilista che fa finta di essere gay.»

Avevo detto tutto: adesso ero nuda sul serio.

Sorrise di nuovo, mi prese per mano e mi riaccompagnò a casa.

Quando mi diede il bacio del congedo aveva ancora il sapore del Nebbiolo e pensai che  il vino si abbinava perfettamente a quelle labbra. Assaggiai ancora per esserne sicura.

«Mi piacerebbe baciarti dopo aver bevuto il miglior vino del mondo» disse.

«Il vino più buono è quello che ti piace di più» risposi.

Me lo ricordo il vino più buono del mondo. Era il lambrusco un po’ morbido che faceva mio nonno, con la spuma che non se ne voleva andare e che se ti cadeva sulla tovaglia rimaneva macchiata per sempre. Era quel vino che se ne trovavi qualche bottiglia dimenticata da un po’ d’anni in un angolo buio della cantina, sembrava come appena mostato, il sapore ancora fresco di un giovinotto di gran carattere. Quando mangio una fetta di Culatello lo sento orfano di quel gran Lambrusco.

 

La settimana seguente la ricordo come davvero strana: si fecero vivi tutti e tre i miei amanti, l’uno non sapeva degli altri, e non lo credeva nemmeno possibile, in una precisa logica maschile in cui quello sposato poteva avere altre relazioni mentre quella libera no. Ma io, a differenza delle altre volte, non ero per niente eccitata all’idea di incontrarli, nemmeno per scartare i regali.

Mi sembrò di voltare finalmente pagina.

 

L’uomo elegante non era sposato, me lo aveva detto lui, ma mi fidavo di più dei segnali che coglievo col mio fiuto da wine-scout. Mi aveva dato il suo numero di casa perchè la sera staccava il cellulare del lavoro e mi aveva invitato per una seconda cena di sabato sera. Piccolezze del genere che una abituata a fare l’amante sa cogliere.

 

 Me ne stavo comodamente seduta al solito tavolino del bar a ritagliare i giornali col mio bicchiere davanti, c’era un concerto jazz a cui volevo partecipare, un vino che aveva ottenuto ottime recensioni e un uomo elegante che, fuori orario, si stava accomodando al mio fianco.

Ero sorpresa ma così contenta...

«A cosa devo questo fuori programma?» chiesi subito.

«Me ne stavo in ufficio, davanti a una decina di persone che blateravano, e d’un tratto ho pensato a te che dovevi essere qui col tuo bicchiere di Lambrusco a sforbiciare e mi sono detto che dovevo dirti una cosa. Una donna morbida e sensuale come te dovrebbe bere del Dolcetto perchè il nome le si addirebbe di più. Lambrusco dà l’impressione di una cosa acida, secca, poco amichevole...»

«Sai perchè si chiama Lambrusco?» chiesi.

Scosse la testa.

«Il nome deriva da come i romani chiamavano le viti selvatiche che crescevano ai margini (labrum) dei campi coltivati (bruscum): labrusca vitis. Con il tempo quelle viti sono diventate Lambrusco. Niente di acido, ma se vogliamo un po’ selvaggio, allo stato brado...»

«Non mi sembri nemmeno selvaggia... Ma c’è ancora una cosa che posso fare per scoprirlo.»

Mi diede un bacio profondo, in mezzo alla gente, lo afferrai per la cravatta e contro le labbra gli dissi che avevo voglia di fare l’amore con lui.

Lui però era un impiegato dallenoveallecinque e non poteva certo scappare via mezza giornata dal lavoro senza preavviso.

 

Me ne tornai a casa mogia mogia, feci una doccia fredda, mi passai con il guanto esfoliante le gambe, poi mi concessi un bel bagno caldo e profumato al cocco, quindi mi cosparsi di crema emoliente ed infine dipinsi le unghie di mani e piedi di un bel rosso borgogna. Ero in ordine e pronta per affrontare l’idea che mi era venuta.

 

50 grammi di zucchero velo e 50 grammi di zucchero semolato, 100 grammi di farina di mandorle dolci, qualche goccia di essenza di mandorle, un albume d’uovo montato a neve, il tutto amalgamato con due cucchiai di Lambrusco. Stesi il composto in una teglia quadrata e lo misi in frigorifero. Nel frattempo feci sciogliere a bagnomaria 200 grammi di cioccolato fondente belga puro al 64% .

 Quando il composto si fu indurito lo staccai dalla teglia lo tagliai a cubetti irregolari con il coltello e li immersi nel cioccolato fondente con una forchetta. Li stesi su un vassoio ricoperto di carta stagnola e misi i miei cioccolatini al Lambrusco, che cosparsi con granella di nocciole o scagliette di cocco, a solidificare in frigorifero.

 

Mi piaceva cucinare nuda sotto il grembiule, coi tacchi, e lui mi sorprese così quando suonò, inaspettato, il campanello di casa mia e mi travolse nel momento in cui gli aprii la porta.

Mi prese in braccio e mi baciò, e cercava la porta della camera da letto, trovò il divano, andò bene lo stesso, c’era la stufa accesa, e tutto era arancione e tremolante. Le nostre ombre si allungarono sempre di più fino a sparire. Noi invece c’eravamo eccome, stanchi, senza fiato, contenti, affamati.

«Ti ho preparato dei cioccolatini da un’idea che mi gironzolava per latesta.»

Li andai a prendere in frigorifero e ce ne mangiammo una decina, il sottile velo di cioccolato croccante all’esterno, la morbida dolcezza del marzapane all’interno e, per ultima, la punta alcolica inaspettata del Lambrusco. Non bisognava fermarsi alle apparenze con quei cioccolatini. Come lui aveva saputo fare con me. Forse mi ero innamorata. E un’amante non di deve mai innamorare.

Ero felice. Perchè finalmente non ero più un’amante.

Glielo dissi. Ne fu contento.

 

Andai a prendere in cantina l’ultima bottiglia di Lambrusco del nonno che avevo serbato per un’occasione davvero particolare mentre lui scese in macchina a prendere il miglior vino del mondo che mi aveva portato per lo stesso motivo. Si chiamava Vino della pace e veniva fatto a Cormons da una vigna che conteneva tutte le uve coltivate sulla terra.

 

Stappammo entrambe le bottiglie, ci rimettemmo nudi a letto, e bevemmo a collo ognuno dalla bottiglia dell’altro con grande attenzione. Storcemmo il naso nello stesso momento e alla stessa identica maniera. Ci riscambiammo sorridendo le bottiglie dicendoci: «De gustibus...»

E tornammo a far l’amore, cosa su cui entrambi fummo d’accordo per molto tempo a venire catalogandolo come il miglior sesso del mondo.

 

Specifiche

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