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Diario n°:

243

IMPROVVISAMENTE HO VOGLIA DI FRAGOLE
Sophitia

IMPROVVISAMENTE HO VOGLIA DI FRAGOLE

L'avevo visto passare qualche volta, sempre l'estate o tempo di vacanze con la sua Harley Davidson, i pantaloni di pelle nera forse finta e gli occhi strizzati controvento ormai due fessure nonostante gli occhiali neri onnipresenti e sbruffoni. No, non era uno straniero, era del mio paese, era nato qui.

Mai e poi mai avrei fatto un pensierino su uno che non fosse del mio paese, un odore che non fosse quello dei miei campi appena fuori le case, per le stradine che si inerpicano sterrate dietro la ferrovia, un sudore che non fosse d'ascendenza contadina, una pelle che non portasse ancora i segni leggibili solo dai miei polpastrelli, in braille, del sole. Mai e poi mai mi sarei fatta scopare da uno che non avesse come me un odore definito: non puzzasse di provinciale in modo inconfondibile.

Così lo vedo far razzia di donne e lo snobbo, lui e l'Harley Davidson a collezionare anime in pena, rifiuti sociali, signore insoddisfatte e penso: non fa per me che sono un'intellettuale, mai e poi mai scoperà me che non riesco ad eccitarmi di uno che si eccita solo con la motocicletta tra le cosce. Così sono lo zero nero che non esce mai alla roulette, una domenica d'ozio sulla solita panchina ad aspettare che il sole tramonti o che la pallina si incaselli, con il solito noiosissimo libro, con la solita minigonna specchietto per rare allodole, che ti vedo lui, macho macho man che arriva col rombo di tuono. Alza la polvere, zorro, sulle mie scarpine di vernice.

Si siede, prima appoggia i gomiti alla spalliera, poi lascia penzolare le braccia, alza appena appena gli occhiali da sole come a scrutare un limitato orizzonte.

Sono in confusione totale, lui parla ma non lo sento, non riesco a pensare, ad elaborare una difesa credibile; non riesco a parlare, a parte una risatina isterica.

So esattamente quello che voglio, è mandare via l'allodola o meglio il pollo prima che questa infausta attrazione sessuale: io, intellettuale annoiata e smaniosa, lui inconsistente ganzo anencefalico, dia prevedibili, tragiche, conseguenze. Eppure percepisco che parla del più e del meno, il barmàn emigrato nella città dove il Ramazzotti e, pare anche la manodopera a perdere, scorra a fiumi.

Si toglie gli occhiali da sole, dice: «Che bella giornata!», l'originale, mentre sembra guardare per la prima volta la luce del sole posarsi sulle cose di sempre. Seguo i suoi respiri regolari come una balia premurosa, i movimenti delle pupille che seguono l'orlo della gonna.Così vado subito al dunque, io, vado subito al dunque, mai che sopporti la tortura delle pirlate di rito.

«Che ci fai ancora qui?»

Così si sfila il guanto di pelle raccontando in un mosto comico di lingue che si scivolano addosso estranee e lascive, senza alcuna vergogna mischia il suo dialetto, la lingua della sua terra, al milanese d'altre nebbie. Se lo palleggia in punta di lingua, se lo gioca in modo disgustoso, sembra l'imitatore dell'imitatore di Fazio con la "r" moscia che si è appena ustionato la lingua bevendo un caffè schifoso bollente a prima mattina (mi limiterò a dire che il caffè suddetto probabilmente non è proprio quello di Napoli), scivolato che manco Ricky Martin nella Bomba: pateticamente penoso, penosamente osceno.

Io ormai non deglutisco, parlo a raffica evitando accuratamente di guardarlo per non fermarmi un attimo, non abbassare le difese, ma è inutile, se respiro se ne accorge, si accorge che sono bagnata, emozionata, indifesa.

Mi sta spiegando perché ora non è in quel letto gelato e insensato che è in Padanìa, si sfila il guanto e mi fa vedere la ferita, mi parla di bagordi e incidente, non in moto, in macchina, dice.

Penso: una scusa per fare altra vacanza, invece mi fa vedere la mano, la destra, la mano è bellissima, tutte le mani degli uomini sono bellissime, sono i pensieri che sono insensati.

Sono belle le mani, sporche di grasso, sono belle le mani, del pianista, quelle tozze del meccanico, tutte sono belle perché al contrario dei pensieri le mani sanno sempre quello che vogliono, non hanno mai dubbi su come ottenerlo; ma queste sono bellissime perché tremano e mi accorgo che è ferito sul serio, il barmàn.

Sarebbe inutile tornare nella nebbia a miscelare gin e sorrisi, a shakerare freddo e umori vari, la mano non è più sicura: un vetro del parabrezza l'ha tagliata nel punto più sensibile, la membrana che unisce pollice e indice.Per un attimo penso a lui macho e disarmato, penso al dolore mentre affonda la mano nella mia carne.

Mi tocca la coscia con la mano, shakera un po', trema ed è maldestro forse soffre, forse non sente più il dolore, forse cerca una cosa che cerco io una sola cosa che abbia l'odore di casa; il seno non lo stringe, lo attraversa, piano, gode e soffre, è acqua, è nebbia, io non lo sento, entra e non è nessuno, mi tiene senza stringere, si strofina sulla paura di avere paura, del dolore, è senza forza, la sua stretta, la mia resistenza è senza alcuna convinzione, sta fottendo la paura di avere paura, di provare dolore.Che sei nessuno nessuno nessuno, che sei impotente impotente impotente, che per te sono nessuna nessuno nessuno e ora mi rompi i coglioni perché non hai niente di meglio da fare e ti si gonfiano i pantaloni perché non hai niente di meglio da fare di una cosa che sai fare ormai talmente bene che riesci a farla senza mani.

Le mani che non toccano, l'uomo che non ho mai scopato, lo sto scopando adesso in questa domenica di gennaio. Il macho fuori uso camminerebbe sulle ginocchia per appoggiarmelo un pochino, striscerebbe sui pantaloni in similpelle per affondare nel morbido di una fica che non vale niente ma che è, pare, abbastanza intelligente da essere ancora capace di attirare qualsiasi maschio sulla piazza che abbia il cervello shakerato dal televisore.

«Ti voglio» alla fine confessa (calato forse nei panni del guardiacaccia o di M.me Bovary ) mentre i pantaloni me l'avevano confessato da un pezzo. In piena farsa anch'io fingo grottesca indifferenza: «Che cosa stai dicendo?»

Più si eccita, più mi eccito, al pensiero di scoparmelo, il cretino, più mi nego; mi appoggia la mano tremante sulle calze grigio cielo di gennaio a Milano, prova ad andare su e giù ma ho le cosce di marmo, la fica di fuoco si scioglie, le cosce, invece non mi tradiscono.

«Perché no?»

«Perché si?» mi difendo scostante e scossiata-scosciata, una finta.

«Perché ti voglio» continua la farsa.

«Io no.»

La martire, oscenamente ma distintamente discinta, ostinatamente dissente.

Non riesco a godere delle situazioni che non sono sotto il mio pieno controllo. Di tutto mi aspettavo, di tutto, tranne che cadesse nella rete, questo pesce.

Glielo dico: «Sei troppo bello per me», troppo scemo penso.

Troppo abituato bene, penso.

Penso cose senza senso, penso a scappare e penso a restare, penso a scopare, penso a lui che sparla di me nella nebbiosa Milano, penso che pensare è senza senso perché è talmente eccitato che anche sotto tortura non ricorderebbe niente, tranne che forse avevo la fica e le spalle non le tocca con le mani di forbice, mi blocca con gli avambracci e va avanti e indietro in una fica qualsiasi.

Me ne vado a casa, lo mando in bianco.

Ci torno, ci ritorno, non mi masturbo, e non solo per orgoglio, non trovo appigli: scivolo sui pantaloni in similpelle, su una banale domenica di gennaio in Harley Davidson contro vento.

Mi torna tra i piedi ancora, quella sera, mi ci impiglio, per sbaglio?

«E allora?» gli faccio con aria vagamente indifferente ma vittoriosa.

Mi guarda amareggiato, con odio, con rancore, come solo un uomo respinto. Pensa: "Non vado bene per te? Non sono abbastanza?”

Eccolo li il macho, è solo un bambino ferito con tutte le difese calate.

Penso, invece: «Sono io, sono io che non vado bene per te.»

È tanto vicino che ci respiriamo in faccia, ormai ad armi pari. Sento l'odore della gomma che mastica, fessissima alla fragola, ma per la prima volta mi piace. Sento il sapore artificiale della gomma, il profumo pubblicitario della fragola, ed è tutta voglia di baciarlo.

«Sputa la gomma» gli dico.

Improvvisamente, ho voglia di fragola.

Lo stringo contro il muro.

 

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