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Diario n°:

34

INSEGNAMI
Elena Vesnaver

INSEGNAMI

«Il treno interregionale 2274 arriverà con venti minuti di ritardo.»

Un mormorìo di sconforto agitò la folla impaziente del binario uno e Valeria sbuffò senza acredine, visto che non aveva coicidenze da prendere al volo e che a casa non l'aspettava nessuno; il pensiero del suo appartamento vuoto la infastidì, ci vuole tempo per riabituarsi alla solitudine.

Cercò una panchina o un qualsiasi altro sedile di fortuna, ma la folla irrequieta aveva preso possesso di qualunque cosa assomigliasse a una sedia e lei si accontentò di appoggiarsi a una colonna e di pensare ai fatti suoi.

«Scusa.»

La ragazzina bruna le si era fermata davanti con un sorriso stentato e infelice.

«Hanno detto che il treno è in ritardo?»

«Non hai sentito?» doveva essere sorda, concluse Valeria, o stupida.

«Sì, ma mi confondo con i numeri dei treni.»

Gli occhi grigi e limpidi della ragazzina la trattennero dall'alzare i suoi al cielo.

«Dov'è che devi andare?»

La brunetta le disse il nome di una località non troppo lontana.

«Devi scendere alla prima fermata e prendere la coincidenza, ma a questo punto la perdi di sicuro. Ti conveniva il treno precedente.»

La ragazza scosse la testa sconfortata e diede uno strattone nervoso alla sua coda di cavallo.

«Ti rovini i capelli.»

«Cosa?»

«Con quell'elastico. Ti rovini i capelli.»

«Non importa.»

Valeria allungò una mano, tolse la ciocca sottile che ombreggiava un occhio della ragazza e gliela ricacciò dietro l'orecchio con delicatezza. Sfiorò appena la guancia sudata, ma bastò per farle venire la voglia di indugiare ancora un po' e trasformare il gesto in una carezza; la ragazza la guardò interrogativa e Valeria ritirò la mano sentendosi sciocca. La solitudine fa prendere molto spesso lucciole per lanterne.

Considerò che la ragazza non era il suo tipo, troppo magra e senza seno, che non credeva nei colpi di fulmine, almeno non più e soprattutto, che quella nemmeno ci pensava a finire in un letto con lei, pensava al treno in ritardo e forse a qualcuno che l'aspettava a casa.

«Tu dove vai?»

«La mia è la stazione di fine corsa.» Valeria si mise a cercare in borsa le sigarette, quando si innervosiva le scattava sempre il bisogno di fumare.

Intanto la folla stizzita spingeva e premeva, quasi fosse possibile evocare il treno, se si era abbastanza indignati.

«Se allungo e scendo dove scendi tu, forse trovo più facilmente un altro treno.»

Valeria spallucciò.

«È una stazione grande. Può darsi.»

Accese la sigaretta e aspirò, sperò che la ragazza si decidesse ad andare allo sportello delle informazioni e sparisse dalla sua vita. Non era il suo tipo, troppo magra e niente seno e a lei piacevano le tette grosse, dove si poteva infilare la faccia come fra due cosce aperte.

Si accorse che la brunetta aspettava qualcosa, probabilmente le aveva fatto una domanda mentre lei pensava ai seni di Francesca. Cazzo, non le era ancora passata.

«Scusa?»

«Ti chiedevo se potevi dare un'occhiata al mio bagaglio, vado un attimo alle informazioni» e le indicò un borsone dall'aria dimessa.

Valeria la guardò allontanarsi, scosse il caschetto biondo e schiacciò la sigaretta sotto alla scarpa.

Quando il destino ci si mette non c'è proprio niente da fare.

Alla fine se l'era portata a casa.

 

«Com'è che ti chiami?» chiese Valeria cavando dalla buca delle lettere malloppi di pubblicità.

«Miriam. Sei sicura che non ti disturbo? Potevo anche restare in stazione.»

«A campeggiare in sala d'aspetto fino a domani mattina? Ridicolo.»

Miriam sembrava esitante. Avrà capito che mi piacciono le donne, pensò Valeria, ma la bamboccia poteva stare tranquilla, lei non aveva mai violentato nessuno. E non era il suo tipo.

«Io ho fame e tu?» Valeria aveva acceso tutte le luci, passando da una stanza all'altra.

«Hai una bella casa» sembrava che non avesse mai visto niente del genere.

«Uno dei pregi dell'aver soldi. Metto su una pasta.»

Mangiarono in cucina.

Miriam, prima sospettosa verso le linguine al tartufo, aveva finito per divorarle con l'appetito della giovinezza; Valeria aveva continuato a fumare una sigaretta dopo l'altra e dopo due forchettate aveva abbandonato il piatto e continuato a bere vino rosso. Beveva troppo e lo sapeva, un'altra delle fregature della solitudine.

«Puoi sistemarti sul divano, non ho una camera per gli ospiti e puoi metterti uno dei pigiami che ha lasciato Francesca.»

«Chi è Francesca?» Chiese Miriam con la bocca piena. «Tua sorella?»

«La mia compagna. Cioè, era la mia compagna, è andata via» tirò una boccata nervosa e riempì ancora una volta il bicchiere. «Una sera sono tornata a casa e lei non c'era più, mi ha lasciato un biglietto, questo sì, ci teneva un sacco all'educazione. Chissà perché ti racconto queste cose, a te non importa di sicuro.»

Miriam prese un sorso di vino anche lei.

«La gente si confida con me, si vede che ispiro fiducia.»

«Forse.»

Il silenzio non era mai piaciuto a Valeria, cercava sempre di riempirlo di parole, anche inutili, soprattutto inutili, ma questa volta non le pesò restarsene zitta. Sarà stato il vino, o la ragazzina che era bella da guardare e doveva anche essere bella da toccare, ma questi erano solo pensieri che se ne andavano in alto e con il mattino sarebbero scomparsi, Miriam sarebbe scomparsa e lei si accorse che le sarebbe mancata, stupido, come fa a mancarti una brunetta magra che conosci da appena tre ore? Eppure sentì che il cuore le si stracciava già di nostalgia.

«A che pensi?»

Valeria si riscosse.

«Niente, è meglio se andiamo a dormire.»

Ma non si alzò, anche perché Miriam aveva allungato una mano attraverso il tavolo e le aveva afferrato un polso.

«Mi vuoi?»

«Come?»

Non era sicura di aver capito e poi era ipnotizzata da quelle dita attorno al polso che sembravano fondersi nella sua carne, incredibilmente fresche sulla sua pelle calda. Valeria degluttì, soffocata dal desiderio che era scoppiato improvviso dentro di lei.

«Sei mai stata con una donna?» chiese.

«È importante?»

«No, ma...»

Miriam la fece alzare e le diede un bacio leggero e inesperto.

«Insegnami.»

 

Era bellissima, nuda era bellissima.

Valeria l'aveva spogliata piano, continuando a baciarla sulla bocca, sugli occhi, sulla gola che pulsava rapida come quella di un passero, ma le mutandine gliele aveva strappate di dosso e l'aveva spinta sul letto con furia, quasi avesse paura di vederla sparire.

Miriam, però, non aveva nessuna intenzione di scappare. Accolse con un grido sorpreso le labbra di Valeria sui capezzoli che aveva piccoli e scuri, quasi viola sulla pelle bianca e continuò a gemere piano per i morsi iniziati gentili e che diventavano sempre più esigenti.

Valeria le accarezzò il ventre morbido, meglio, a lei non piacevano gli addominali palestrati, poi scese verso il sesso, sicura che Miriam avrebbe stretto le gambe, la prima volta si ha sempre un po' di paura, ma la ragazza allargò le cosce e accolse la sua mano con un sospiro di piacere.

«Sei bagnata» le sussurrò sulla bocca.

«Ho voglia di te.»

Valeria non ce la faceva più ad aspettare, voleva succhiarla e farla venire, voleva il suo odore, il suo sapore, voleva quella carne che sentiva vibrare e fremere, voleva entrare in lei come non aveva voluto nessun'altra.

Quando cominciò a leccarla Miriam sussultò, forse cercò di divincolarsi, ma lei le afferrò le natiche, affondandoci le unghie, obbligandola a restare ferma, ad aprirsi di più e continuò a muovere la lingua sempre più veloce, come una cagna morta di sete. L'orgasmo violento di Miriam le scoppiò nella testa e la fece sciogliere di godimento, ma non si fermò, continuò a spingersi sempre più dentro, sempre più in fondo, mentre la ragazza sembrava incitarla a continuare ancora e ancora.

«Notevole.»

La voce di Miriam ruppe il buio e il silenzio.

«Notevole?» rise Valeria «Usi degli strani vocaboli.»

La abbracciò passandole con soddisfazione le mani sulla schiena arcuata.

«Come fai ad avere una pelle sempre così fresca? È bellissima.»

«Non lo so.»

Valeria sbadigliò.

«Hai sonno?» chiese Miriam.

«Un po'»

«Io no» la sua voce si era fatta più profonda. «Ho voglia di altro.»

Valeria tentò una debole protesta, era stanca, si sentiva svuotata e pesante, ma le dita di Miriam si misero a correre eccitanti e sicure sul suo corpo e lei si inarcò andando incontro al piacere che la ragazza voleva darle.

Le parve di sentire qualcosa attorno a una caviglia. Pigramente si chiese se Miriam avesse trovato le manette nel cassetto del comodino e sorrise, Miriam che le baciava la clitoride non le permetteva di essere troppo lucida.

In mezzo alle onde di piacere nelle quali affondava, si accorse che quello che la tratteneva non era di metallo, ma piuttosto qualcosa di vivo e muscoloso, come un tentacolo.

Mosse la testa sul cuscino, per cercare di ragionare, per svegliarsi da quello che non poteva essere altro che un sogno, perché la solitudine ti fa di questi scherzi.

Fu allora che si accorse di aver prigioniera anche l'altra caviglia e i polsi, di essere inchiodata sul letto, cercò di muoversi e di allontanarsi quando qualcosa le si avvolse con uno schiocco sommesso attorno alla vita.

Si sentì penetrare, ma non dalla lingua di Miriam, era un tentacolo, sì, ne era sicura anche se era impossibile, un tentacolo che scivolava dentro di lei spalancadola ai limiti del sopportabile.

Tentò di gridare, ma un altro tentacolo le riempì la bocca.

Godette ancora una volta, prima di farsi portare via l'anima.

 

Miriam lasciò cadere il borsone e si schermò gli occhi; quella cittadina non sembrava molto ospitale, con le case tutte disposte lungo una statale piena di camion in corsa.

Ma lei era stanca, aveva bisogno di riposare e di energia, erano quindici giorni che non ne prendeva e cominciava a non sentirsi troppo bene.

Una familiare che dimostrva tutti i suoi anni si fermò al rosso. Miriam si chinò e guardò la donna alla guida con aria abbattuta.

«Scusi» chiese, «mi potrebbe indicare questa via?»

E le porse un foglietto sgualcito con un indirizzo scribacchiato.

La donna lo prese appoggiandosi al seggiolino per bambini vuoto che aveva accanto, Miriam notò che il sedile posteriore era pieno di giocattoli e biberon.

«Dovrai camminare parecchio» rispose la donna «e non è nemmeno facile arrivarci.»

«Se mi indica la strada, posso provare.»

«Ti ci porto io» sorrise la donna « non è un disturbo.»

Allungò una mano e ricacciò dietro all'orecchio di Miriam la ciocca di capelli neri che le era scivolata su un occhio.

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