Abbiamo 1637 visitatori e nessun utente online

Diario n°:

208

L’ALTRA DONNA
Valter Padovani

L’ALTRA DONNA

Mi capitava spesso di vederla, a volte solo di sfuggita per qualche brevissimo istante, altre invece per interminabili minuti. La guardavo a volte agghindata da soubrette del varietà sistemarsi prima di un’uscita galante, occupandosi di ogni singolo particolare con cura quasi maniacale come se da esso dipendesse la buona riuscita dell’incontro. Precisa aggiustava ogni più insignificante dettaglio rincorrendo un perfetto connubio di eleganza e sensualità, dolcezza e malizia. Acconciarsi i capelli mettendo in risalto il viso, un trucco sapientemente dosato per esaltarne i tratti morbidi e la profondità dello sguardo dei suoi grandi occhi scuri, gli abiti che ne accentuavano le forme, la postura orgogliosa e ammiccante. Amavo osservare come si accarezzava il tessuto aderente che metteva in mostra il fisico ancora avvenente nonostante gli anni iniziassero a far sentire il loro peso.

Altre volte capitava di vederla avvolta in orrendi abiti abbinati con dubbio gusto mentre si affaccendava nelle incombenze di casa e nulla aveva di femminile, armata di ramazza e stracci da pavimento su cui infieriva quasi con disgusto. Difficilmente la scorgevo riposarsi dandosi un attimo di pace; molto più frequentemente la scoprivo muoversi frettolosamente alla ricerca di un qualcosa di indefinito. Ogni volta una visione, un lampo che in un brevissimo scambio di sguardi fermava il tempo. La vedevo passare sempre sola, lanciandomi un’occhiata, a volte distratta, a volte inquisitoria, altre volte curiosa, ma in tutte le occasioni ricambiava la mia attenzione.

Eppure di lei conoscevo ogni cosa, ogni desiderio, ogni singola azione.

Sapevo della sua vita, di quel barcamenarsi tra un lavoro senza grandi soddisfazioni e il grande sogno di un lavoro appagante, della speranza di emergere per le sue capacità anziché grazie a favori che nulla avevano di professionale. Credeva, in fondo, in sé stessa e cercava in ogni modo di mettere in risalto le sue doti intellettuali anziché il seno generoso e invitante che la fortuna le aveva dato in omaggio. Ma fino ad ora gli uomini avevano apprezzato soprattutto le sue grazie più che il suo ingegno. A volte si rimproverava di cedere troppo facilmente a quelle nemmeno troppo velate richieste che, come chiavi invisibili, le avrebbero aperto porte a cui non avrebbe potuto accedere e che presupponevano lo spalancare da parte sua di ben altri usci, sicuramente molto più carnali e intriganti. Di questo se ne rammaricava spesso, ma per necessità doveva far buon viso a cattiva sorte.

Si accontentava di serate che si concludevano quasi sempre in un motel di second’ordine a dispetto dell’esclusivo locale in cui, con il suo accompagnatore del momento, aveva cenato, giusto per parvenza di un’inesistente eleganza. Quegli incontri si trasformavano spesso in un girone infernale in cui il demone di turno sfogava i suoi istinti più bassi, quelli che probabilmente le mogli legittime ben si guardavano di soddisfare. Ovviamente il tutto doveva restare un segreto da custodire gelosamente, fingendo l’indomani totale estraneità, sempre ripagato da qualche incarico soffiato magari ad un’altra malcapitata, sicuramente più giovane e attraente, la quale non aveva accettato le regole del gioco. Una guerra impari tra le povere vittime di turno e i loro carnefici, i quali ne traevano un godimento perverso. Sicuramente con alcuni di loro sarebbe stata ben felice di concedersi per il solo piacere di trascorrere una serata allegra in compagnia, senza che la cosa si riducesse ad un mero scambio di qualcos’altro che non fosse semplice e sano piacere fisico.

Molto presto aveva imparato che gli uomini sono animali semplici in fondo, che illudendosi di essere padroni divengono malleabili servi e, non potendo sovvertire l’ordine delle cose, aveva imparato a servirsene assecondando i loro più osceni desideri per plasmarli alle sue necessità. Non le piaceva, certo, ma era la sua arma e sapeva abilmente usarla. Il sesso non era mai stato un problema, fin dall’adolescenza nei palazzoni della proletaria periferia in cui era nata. Aveva imparato presto come usare il suo corpo per dare piacere e ricevere in cambio qualcosa a cui non avrebbe potuto aspirare diversamente.

Con il vicino di pianerottolo, grasso cinquantenne, che la invitava ad ascoltare dischi e bere la vietatissima birra quando la moglie era impegnata nel turno pomeridiano del suo lavoro, un povero diavolo che si accontentava di qualche sbirciatina nella camicetta lasciata volutamente aperta e della gonnellina che opportunamente si ritraeva al suo passaggio. Innocuo, un poveraccio a cui bastava poco in fondo.

C’erano poi i compagni di cortile con i quali ci si cimentava in galeotti giochi di gruppo che finivano sempre nel medesimo modo: appartati, con le mani incerte dei ragazzi che affondavano in quello che avrebbe capito poi essere il suo grande tesoro. Nulla di straordinario in fondo ma che faceva sì che fosse la preda più ambita da cacciare e per cui valesse la pena di mettersi in bella mostra.

Arrivarono poi i tempi della scuola e quelli delle mele e lì le cose si fecero più complesse. Non fu più semplice gioco ma vere e proprie acrobazie, tra le spinte di un cuore acerbo che iniziava a pulsare e un sesso già maturo e pronto per la raccolta che scalpitava. Arrivò così la prima volta, consumata velocemente e senza il tempo di poterne assaporare il gusto, nell’atrio d’ingresso di uno dei tanti palazzi in una tarda serata d’estate. Da ragazza che era, attraversò fulminea il confine tra adolescenza e l’età della ragione, ritrovandosi donna senza quasi accorgersene. Pensò fosse così che funzionava, senza sapore, senza gioia, semplice tappa obbligata nell’evoluzione del suo esser donna. Nonostante la frenesia del momento la sensazione a posteriori fu piacevole. Lo scoprirsi attratta da un ragazzo e il vedere ricambiato il suo sentimento, fu la sensazione più bella che le restò addosso. Ma durò poco, giusto il breve spazio di tempo necessario prima che una nuova preda prendesse il suo posto con l’entusiasmo irrefrenabile di ritrovarsi donna, novella femmina da annoverare tra le evolute del pianeta. Lì conobbe il sapore amaro dell’inganno.

Molte volte si ripeté il copione, ogni volta la delusione prese il posto dell’illusione adrenalinica, ogni volta più intensa.

Finirono i tempi delle scuole e la vita le presentò il conto. Non era più tempo di giochi innocenti e dovette adattarsi a ciò che le veniva offerto. Non ci furono più farfalle nello stomaco a rallegrare i suoi brevi momenti di piacevole intimità anche se la speranza di sentire quelle lievi ali sbattere ancora non l’abbandonò mai. Bambini travestiti da uomini ne incontrò molti ma nessuno di loro fu in grado di far trasformare le crisalidi nel suo ventre. Molti le dettero false illusioni e molte furono le delusioni che si susseguirono.

Abbandonò lentamente il sogno dell’uomo perfetto, di colui che avrebbe sacrificato sé stesso pur di averla accanto, ritagliandosi un ruolo di semplice e fugace comparsa con il compagno di turno. Tutto vano, tutto banale e scontato il cui epilogo era sempre il medesimo.

Vivendo la propria sessualità si accorse però del talento che la sorte le aveva riservato e imparò ad usarlo abilmente.

E così il suo sesso divenne sinonimo di opportunità che quasi magicamente le venivano offerte. Sorpresa dalla stupidità umana ne approfittò per ottenere ciò che l’impegno non era stato in grado di farle raggiungere. Ne approfittò quando si trattò di trovare casa, riuscendo a spuntare un affitto dignitoso, o quando dovette acquistare la sua prima automobile. Comprese velocemente che quanto più riusciva a stupire l’indole animalesca dei suoi maschi, tanto più otteneva da loro.

La sua abilità crebbe col tempo, semplicemente assecondando le voglie più insane dei suoi occasionali amanti. Se fino ad allora la sua bella bocca era stata solo la provocante esca con cui attrarre gli “ostacoli”, come lei definiva gli uomini che incrociavano la sua strada e da cui necessitava favori, adesso era diventata il suo asso nella manica.

Abile, la consideravano superficialmente coloro che avevano avuto modo di assaggiare le sue devastanti arti amatorie, dimenticandosi dei gemiti convulsi e dei rantoli agonizzanti che aveva saputo procurar loro in quei momenti. Persino l’acre sapore dello sperma le divenne sopportabile pur di sentirli implorare pietà.

Capitava poi di imbattersi in figure per nulla interessate alle sue abilità, traviate da insani piaceri. Satiri che prediligevano l’affondare della loro verga tra i suoi tonici glutei, non alla ricerca di un piacere che volentieri avrebbe donato ma più nel tentativo di sterile prevaricazione. Oppure impotenti larve che chiedevano il dolce tatto delle sue mani; e ancora mentecatti che, eccitati nel vederla darsi piacere da sola, si masturbavano allo stremo. Non mancavano i perversi che si esaltavano agitando una frusta o improbabili falli gommosi, surrogati di una virilità inesistente. Un campionario variegato in cui le bassezze umane trovavano florido terreno.

Ma in realtà non era questo a turbarla. Ciò che la sorprendeva sempre meno ormai, era il totale disinteresse nei suoi confronti: nessuno che si accollasse l’onere di chiedersi cosa lei avrebbe voluto, come avrebbero potuto restituirle, anche solo una minima parte, il piacere che faceva provare loro. Mai nessuno che l’abbracciasse, che le carezzasse i capelli o le regalasse un gesto di tenerezza, mai un bacio. Mai che qualcuno si avvicinasse al suo frutto maturo per assaporarne il succo, mai che un uomo si sdraiasse su di lei fissando i suoi occhi scuri che irresistibilmente si sarebbero chiusi nell’attimo del piacere estremo.

Spesso la sorprendevo nel darsi da sola quel piacere che gli veniva negato, nell’onirico e vano tentativo di provare brividi di una mano passionale disposta a donarle attimi di piacevole follia. Quasi mai riuscivo a vederla raggiungere il tanto anelato orgasmo, immersa a mia volta nel piacere irrefrenabile che quella sua immagine mi generava e a cui non riuscivo a sottrarmi. Seppur distanti, insieme raggiungevamo la beatitudine dei sensi ed assaporavamo soddisfatte il frutto dei nostri pensieri, regalandoci un attimo di solitario oblio.

Eppure sarebbe bastato poco per renderla davvero felice, solo un uomo su cui riversare tutte le abilità che l’esperienza le aveva insegnato. Sarebbe stata felice di poter assaporare il nettare che avrebbe deliziato le sue abili labbra, estratto dal suo sesso, del quale si sarebbe voluttuosamente nutrita. Gratificata e sazia, gli avrebbe offerto quel caldo pertugio nascosto tra le natiche, nel quale erano custoditi i desideri più perversi. Si sarebbe mostrata volentieri nella sua nudità per aumentare il turgore del suo membro. Gli avrebbe permesso persino di segnarle la pelle ed affondarle l’anima con il ruvido abbraccio di una corda o di una frusta o qualsiasi cosa desiderasse. Si sarebbe offerta come non avrebbe mai fatto, senza timori, preclusioni o riluttanze, desiderosa di sorprenderlo e soddisfarlo. Gli avrebbe concesso qualsiasi cosa pur di affogare nei sui occhi, socchiudendoli appena prima dell’attimo in cui il piacere tanto rincorso l’avrebbe invasa. Desiderava sentire una bocca sfiorarle la pelle del suo fiore nascosto tra le cosce, labbra delicate che avrebbero consolato le sue, celate e piangenti di piacere. Bramava di essere sopraffatta dal peso del suo corpo mentre lo accoglieva nel suo ventre, raggiungendo all’unisono l’estasi dell’orgasmo. Gli avrebbe offerto ogni parte di sé pur di ritrovarsi accanto quello sguardo ogni mattina, senza dover chiedere o dover rispettare obblighi, senza il timore di ritrovarsi sola in un letto troppo grande il giorno seguente ma solo nella condivisione di un eterno momento nel quale l’uno si sarebbe fuso nell’altra. Un momento da lei mai conosciuto, una mancanza che le rendeva arida la vita.

Non sapeva se questo era quello che la gente comune chiama Amore, ma voleva credere che lo fosse. Voleva pensare che esistesse qualcuno che col solo sguardo, con un solo tocco, fosse in grado di far nuovamente alzare in volo quelle farfalle fino a quel momento solo dormienti crisalidi nascoste dentro il suo cuore. Come una bambina, nonostante la sua non più giovane età, ancora sognava il grande Amore, quello che finalmente avrebbe dato un senso a quella vita fatta solo di compromessi. Non essere più una femmina per tutti ma finalmente la donna di uno solo.

Di quella figura sapevo tutto, in ogni minimo particolare: del suo sogno che rimandava ogni volta che si infilava in un letto di uno squallido motel dopo una cena in un locale di lusso, del suo usare il corpo come unica possibilità di emergere in un mondo che non le riconosceva altri meriti, dei suoi sogni custoditi in qualche angolo sperduto del cuore da adolescente.

Di lei avevo spesso pensato che fosse una di poche e dubbie virtù, un’opportunista che sfruttava il suo corpo per ottenere ciò che non meritava. Altre volte invece l’avevo compresa e persino giustificata riconoscendole l’impossibilità di fare altrimenti.

Ogni volta che la vedevo, fosse anche solo per un brevissimo istante, i nostri sguardi si incrociavano ponendosi le medesime domande e ricercando le stesse risposte. Una figura che tanto mi somigliava nell’aspetto, nella postura, nella gestualità e nell’esperienza aveva i miei stessi dubbi e inseguiva i miei stessi desideri.

Eppure ogni volta l’immagine di quella donna, che vedevo riflessa nel mio specchio, mi pareva irriconoscibile tanto mi sentivo diversa, seppure il suo volto fosse il mio, il suo corpo identico a quello che conoscevo, i pensieri gli stessi che si affollavano nella mia mente. Un’altra me che a tratti mi rendevo conto di non conoscere, non a pieno, non come avrei voluto.

A entrambe mancava una cosa: lo sguardo felice e il sorriso che solo quello che la gente comune chiama Amore poteva restituire. Ci mancava, ed era per questo che ogni giorno continuavamo a cercarlo nella moltitudine di ostacoli che la vita ci poneva davanti, sicure che, prima o poi, sarebbe finalmente arrivato anche per noi il momento di sorridere e sprofondare tra braccia amiche.

Non ora però. Adesso era il momento di prepararci ad affrontare un altro giorno, altri uomini, altri ostacoli, altri compromessi. Adesso era ancora un giorno come tanti: da scambiare.

 

Specifiche

0.0/5 di voti (0 voti)

Share this product

Lascia un commento

Please login to leave a comment.